Cultura
Erri De Luca e la vecchiaia: un’età sperimentale senza paura
Erri De Luca, scrittore, poeta e alpinista, esplora la vecchiaia come un nuovo inizio, un’età di esperimenti e presenze. Nel suo ultimo libro, L’età sperimentale (Feltrinelli), scritto insieme all’amica Ines de la Fressange, De Luca riflette sul corpo, la mente e il tempo che passa, tracciando un ritratto della vecchiaia lontano dagli stereotipi. Il volume si colloca in un’epoca di transizione culturale e biologica, dove il corpo è svincolato da rigidi riferimenti identitari.
La vecchiaia come nuova avventura
A 73 anni, dopo tre infarti e con una passione intatta per l’arrampicata, De Luca racconta un’età vissuta come scoperta, non come nostalgia. «La vecchiaia è il mio tempo migliore», afferma. Per lui è un momento di presenze, esperienze e immagini, più che di ricordi. Nulla a che vedere con le descrizioni malinconiche di Leopardi o Natalia Ginzburg: la vecchiaia, per De Luca, è unica per ogni corpo e rappresenta sempre una prima volta.
Un corpo e una mente in movimento
La vecchiaia non è solo un fatto fisico. De Luca coltiva la mente con una disciplina quotidiana: studia l’ebraico delle Sacre Scritture e il Kiswahili, una lingua appresa durante un volontariato giovanile in Tanzania. Tra le sue abitudini, la lettura, l’enigmistica e i solitari con le carte, che considera esercizi per mantenere l’efficienza mentale. Anche la poesia, recitata a memoria, è per lui una risorsa preziosa.
Un libro tra immagini e parole
Il libro si caratterizza per la presenza di immagini che raccontano la vita di De Luca, sia in senso letterale che letterario. Fotogrammi tratti da un lungometraggio lo ritraggono immerso nella natura, mentre scrive o si arrampica su pareti di pietra. Tra queste immagini, spicca la riproduzione di War di Giosetta Fioroni, che per De Luca rappresenta un’iconografia moderna paragonabile a Guernica di Picasso.
L’amicizia con Ines de la Fressange, icona del mondo della moda, mitiga l’autoreferenzialità del libro e introduce temi come il buongusto e lo stile. In un compromesso tra il minimalismo di De Luca e l’eleganza della Fressange, emerge l’immagine perfetta di una camicia bianca su pantaloni blu da pescatore ischitano.
De Luca invita a vivere la vecchiaia senza paura, come un’età ricca di possibilità. Nel libro, non c’è spazio per il rimpianto o la malinconia: la vecchiaia è un’avventura che si affronta con coraggio, disciplina e curiosità. «È il tocco di grazia che riscatta dal degrado», scrive, ispirandosi a una scena di Chaplin in One Night Out. Una vecchiaia vissuta pienamente, senza cedimenti alla paura.
Cultura
Muti suona davanti alla casa di Verdi e scuote la politica: «Vi date una mossa?»
Riccardo Muti guida “Notturno” davanti a Villa Verdi per richiamare l’attenzione sul recupero della dimora del compositore. Il maestro attacca i governi di ogni colore per l’abbandono del luogo e chiede allo Stato di restituirlo al mondo.
«Non è un concerto». Riccardo Muti lo ripete dopo le prove nel piccolo teatro di Busseto. Quello davanti a Villa Verdi, a Villanova di Sant’Agata, vuole essere qualcosa di diverso: un incontro quasi privato tra musicisti che, attraverso le note, lancia però un appello pubblico e universale. Salvare e restituire al mondo la casa di Giuseppe Verdi.
Muti non usa mezzi termini. E davanti al degrado della dimora del compositore chiama direttamente in causa la politica.
«Verdi è il Michelangelo della musica»
«Verdi è il Michelangelo della musica», dice il maestro. «Vogliamo mettere l’accento sul fatto che questo luogo, la sua casa, è un luogo sacro non solo per gli italiani, ma per il mondo e tutto il mondo ci guarda».
L’obiettivo è preciso: «Questa casa venga restituita ai suoi splendori, sia un museo, un tempio, dove tutto il mondo può venire in pellegrinaggio».
Villa Verdi non è, nella visione di Muti, un semplice bene culturale italiano. È un luogo della memoria musicale universale.
La stoccata ai governi: «Hanno fatto schifo»
Alla serata-evento sono attesi, tra gli altri, esponenti del governo. E proprio alla politica Muti rivolge le parole più dure.
«Saremo un gruppo di musicisti che si siede davanti alla villa di Verdi e dice al mondo, e soprattutto al nostro: “Vi date una mossa, volete svegliarvi?”».
Poi l’affondo, senza distinzioni politiche: «Che sia il governo di destra, di centro e di sinistra, hanno fatto schifo, c’è stato un abbandono».
Ora che Villa Verdi è diventata proprietà dello Stato, secondo il direttore d’orchestra non ci sono più giustificazioni: bisogna intervenire rapidamente «a togliere l’imbarazzo di fronte al mondo».
Un filo che arriva fino a Toscanini
Per Muti il rapporto con Verdi passa anche attraverso la propria formazione musicale. Ricorda di essere stato allievo di Antonino Votto, a sua volta legato alla grande tradizione interpretativa di Arturo Toscanini, che conobbe Verdi.
«Tutto il mondo si ciba della musica di Verdi», sottolinea Muti, ricordando le parole di Gabriele D’Annunzio: «Diede una voce alle speranze e ai lutti, pianse ed amò per tutti».
Da qui l’idea: «Facciamo un appello attraverso le note». Perché Villa Verdi, sostiene, «non appartiene più a Busseto, all’Italia o all’Europa, ma al mondo».
Un pianoforte davanti alla villa
La scenografia sarà praticamente inesistente. Niente palco e niente grande allestimento. Il giardino è stato ripulito e Muti siederà davanti a un pianoforte Fazioli, con un’esecuzione interamente in acustico.
È la casa a ospitare la musica, non la musica a trasformare la casa in uno spettacolo.
Il programma è tutto verdiano: Nabucco, Rigoletto, Il trovatore, Macbeth e Falstaff. Le voci saranno quelle di Damiana Mizzi, Mara Gaudenzi, Giovanni Sala, Luca Salsi e Michele Pertusi, accompagnate dal flauto di Bianca Fiorito.
Un’ora senza intervallo, fino al Notturno a tre voci con flauto e pianoforte, pagina poco conosciuta che dà il nome alla serata. Poi una sorpresa finale annunciata ma non svelata.
Il messaggio, però, è già chiarissimo. Far risuonare la musica di Verdi davanti alla sua casa perché nessuno possa più ignorarne le condizioni.
E Muti affida l’ultima provocazione proprio al compositore: «Il mio Verdi, il nostro Verdi ci guarda, ci starà dicendo: “Allora ho ragione io, che tutto nel mondo è burla?”».
Cultura
Perù, scoperta a Chan Chan una tomba Chimú intatta da 600 anni con 38 corpi
Gli archeologi hanno scoperto a Chan Chan una piattaforma funeraria Chimú di oltre 600 anni fa, con almeno 38 corpi e numerosi reperti preziosi. La camera principale, rimasta sigillata per secoli, custodiva un personaggio di alto rango.
Una piattaforma funeraria risalente a oltre 600 anni fa, con i resti di almeno 38 individui appartenenti all’élite del regno Chimú, è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, in Perù. La struttura è rimasta quasi completamente intatta, conservando armi, ornamenti preziosi e raffinati oggetti cerimoniali sfuggiti per secoli ai saccheggiatori.
Le autorità peruviane hanno definito il ritrovamento eccezionale, mentre gli studiosi lo considerano già «la scoperta dell’anno».
La sepoltura si trova nell’area monumentale di Utzh An, un tempo conosciuta come Palazzo Gran Chimú, la più estesa del complesso archeologico di Chan Chan, nella regione di La Libertad, circa 500 chilometri a nord di Lima.
La camera rimasta sigillata per sei secoli
«La piattaforma è stata progettata per una figura dell’élite, la cui camera principale è rimasta sigillata per quasi 600 anni», ha spiegato Jorge Meneses, responsabile della squadra di archeologi.
La struttura comprende una camera centrale e due laterali. A quella principale, larga 1,2 metri e profonda cinque, si accede attraverso una scalinata che scende per circa 2,5 metri.
All’interno è stato trovato il corpo di un personaggio dell’aristocrazia Chimú, accompagnato da ornamenti in conchiglia e metallo. Il defunto era disteso, una posizione insolita rispetto alle sepolture flesse o sedute tipiche di questa civiltà.
Secondo il ministro della Cultura peruviano Alberto Beingolea, si trattava certamente di una persona di rango elevato, anche se le prime valutazioni non consentono di identificarla con uno dei grandi sovrani del regno.
Armi, gioielli e oggetti cerimoniali
Le due camere laterali misurano circa 1,5 metri di larghezza, otto di lunghezza e 3,5 di profondità. In una sono state trovate armi ed emblemi metallici, ma nessun resto umano. Nell’altra sono emersi gli scheletri di diversi individui.
Intorno ai corpi erano disposti dischi auricolari, collane, copricapi metallici, scatole di legno decorate con conchiglie e perle di quarzo. Sono state individuate anche tracce di cinabro, un pigmento considerato sacro e utilizzato nelle sepolture più importanti.
Tra i reperti figurano circa 60 oggetti in ceramica, tra bottiglie e vasi, alcuni dei quali presentano influenze stilistiche incaiche. Un elemento che conferma i contatti e le contaminazioni culturali tra le due civiltà.
Particolare attenzione è stata riservata a una scatola di legno contenente tessuti molto pregiati, a un oggetto allungato insolito per il repertorio Chimú e ad alcune ceramiche rosse, differenti dalla tradizionale produzione nera di quella cultura.
La capitale di un grande regno pre-incaico
Chan Chan fu la capitale di Chimor, lo Stato della civiltà Chimú, tra il 900 e il 1470 dopo Cristo. Il suo dominio si estendeva per circa mille chilometri lungo la costa del Pacifico, dall’attuale confine con l’Ecuador fino alla zona di Lima, prima dell’annessione da parte dell’Impero inca.
Considerata la più grande città costruita in argilla dell’America preispanica, Chan Chan è riconosciuta come Patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Il sito ha però subito secoli di saccheggi, circostanza che rende ancora più preziosa la scoperta di un contesto funerario sostanzialmente integro.
Gli scavi proseguono
Prima di rimuovere i resti, gli archeologi utilizzeranno tecniche di fotogrammetria ad alta precisione per documentare la disposizione dei corpi e degli oggetti.
Le ricerche dovranno chiarire anche il rapporto tra il personaggio sepolto nella camera centrale e gli altri defunti. Gli studiosi cercheranno di stabilire se alcune morti siano legate a riti sacrificali oppure riflettano la rigida gerarchia sociale del regno Chimú.
Cultura
“Pietra Viva” guarda a Brera: Villa Campolieto proroga la mostra fino al 30 settembre
La Fondazione Ente Ville Vesuviane proroga fino al 30 settembre “Pietra Viva”, personale di Antonio Carotenuto curata da Paolo Chiariello. La mostra è dedicata alla memoria di Mariella Stanziano e anticipa un nuovo progetto a Brera.
La pietra continua a raccontare. E il viaggio artistico cominciato alle pendici del Vesuvio sembra destinato a raggiungere presto uno dei luoghi simbolo dell’arte italiana.
La Fondazione Ente Ville Vesuviane ha prorogato fino al 30 settembre 2026 la mostra “Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”, personale di Antonio Carotenuto, curata dal giornalista e scrittore Paolo Chiariello e ospitata negli spazi monumentali di Villa Campolieto, a Ercolano.
L’esposizione, inizialmente programmata fino al 18 luglio e già prolungata all’8 settembre, resterà dunque aperta per altre tre settimane. Una decisione che riconosce l’interesse suscitato tra visitatori, appassionati e operatori culturali da un progetto nel quale arte contemporanea, memoria e identità vesuviana diventano parti dello stesso racconto.

Chiariello: «Dal Vesuvio a Brera, un nuovo capitolo»
«Questa ulteriore proroga conferma che “Pietra Viva” è riuscita a stabilire un rapporto autentico con il pubblico», dichiara il curatore Paolo Chiariello. «Antonio Carotenuto non utilizza la pietra lavica come un semplice materiale, ma come una pagina sulla quale incidere la storia, le ferite e la bellezza della nostra comunità. Il progetto di Brera non sarà una replica della mostra di Villa Campolieto, ma un nuovo capitolo di un percorso artistico che, partendo dal Vesuvio, vuole confrontarsi con una platea nazionale».
La mostra ha ottenuto il patrocinio dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, della Città Metropolitana di Napoli e del Comune di Boscoreale. È stata inoltre sostenuta e accompagnata dall’Associazione forense In Oltre, che ha condiviso fin dall’inizio il valore culturale e territoriale dell’iniziativa.

Chianese: «Villa Campolieto è un luogo vivo»
La cornice della villa vanvitelliana ha contribuito in maniera decisiva alla forza dell’esposizione. Le forme scolpite da Carotenuto dialogano con le architetture settecentesche, costruendo un confronto tra la solidità della materia vulcanica e l’eleganza degli spazi monumentali.
«Villa Campolieto deve essere un luogo vivo, capace di accogliere i linguaggi contemporanei e di metterli in relazione con la storia delle Ville Vesuviane», afferma il direttore della Fondazione Ente Ville Vesuviane, Roberto Chianese. «La risposta del pubblico ci ha convinti a concedere una nuova proroga. La Fondazione è lieta di avere accompagnato un progetto che valorizza un artista del territorio e, nello stesso tempo, restituisce centralità culturale a un patrimonio straordinario».

Carotenuto: «L’arte è un elisir per vivere con gli occhi nella bellezza»
Per Antonio Carotenuto il successo ottenuto a Villa Campolieto rappresenta il riconoscimento di una ricerca che nasce dal rapporto fisico e spirituale con la terra vesuviana.
«Il successo ottenuto a Villa Campolieto mi emoziona profondamente, perché queste opere sono nate dalla mia terra e qui hanno trovato una casa capace di accoglierle e di amplificarne il significato», dichiara l’artista. «Vedere tante persone fermarsi davanti a una scultura, seguirne con lo sguardo le fratture e riconoscervi qualcosa della propria storia è stata la soddisfazione più grande».
Carotenuto ringrazia quanti hanno contribuito alla realizzazione del progetto: «Sono grato alla Fondazione Ente Ville Vesuviane per aver creduto nella mostra e per averne disposto una nuova proroga, al curatore Paolo Chiariello per aver costruito intorno alle opere un racconto autentico e a tutte le istituzioni e le persone che hanno accompagnato questo viaggio».

Lo sguardo dell’artista è già rivolto verso la nuova tappa milanese.
«Sto lavorando intensamente alla prossima personale di Milano, nel quartiere di Brera. Non sarà una semplice prosecuzione di “Pietra Viva”, ma una nuova fase della mia ricerca, con opere e suggestioni pensate per confrontarsi con un luogo simbolico dell’arte italiana. Porterò con me il Vesuvio, la sua pietra, la sua luce e le infinite sfumature di una terra straordinaria».
Per Carotenuto l’arte conserva anche una funzione essenziale nella vita dell’uomo: «Credo che l’arte sia un elisir che aiuta a vivere tenendo gli occhi immersi nella bellezza, anche quando intorno emergono ferite, difficoltà e contraddizioni. Non cancella il dolore, ma ci insegna a guardarlo diversamente e a trasformarlo in memoria, energia e speranza. È questo che provo a fare scolpendo e dipingendo: restituire almeno una parte della bellezza che il mio territorio mi ha donato».

La pietra lavica diventa racconto
Carotenuto non si limita a lavorare la pietra lavica. La incide, la scava e la leviga, seguendone le fratture e le asperità fino a far emergere forme, volti e suggestioni.
La materia generata dal Vesuvio perde così la sua apparente immobilità e diventa il racconto di una comunità: delle sue radici, delle sue ferite, della sua energia e della sua bellezza.
Accanto alla scultura emerge la ricerca pittorica. Segno, materia e colore costruiscono un linguaggio complementare nel quale il paesaggio vesuviano non viene semplicemente rappresentato, ma interiorizzato e restituito attraverso una visione personale.
Ne deriva il ritratto di un artista a tutto tondo, capace di attraversare tecniche e materiali differenti conservando una riconoscibile unità espressiva.
Il catalogo con Bignardi e de Giovanni
Ad accompagnare la mostra è un catalogo che amplia e approfondisce il percorso espositivo. Non una semplice raccolta di immagini, ma uno strumento per entrare nell’universo creativo di Carotenuto.
Il volume, edito da Ebone Edizioni, curato da Paolo Chiariello, con foto di Paolo Vitale, è impreziosito dai contributi del critico e storico dell’arte Massimo Bignardi e dello scrittore Maurizio de Giovanni. Due sguardi arguti e differenti che si incontrano nella riflessione sulla pietra, sulla memoria e sul rapporto profondo tra l’artista e il territorio.

Catalogo
La dedica a Mariella Stanziano
La nuova proroga assume anche un significato umano particolare. L’Associazione In Oltre ha deciso di dedicare “Pietra Viva” alla memoria dell’avvocato Mariella Stanziano, fondatrice e prima presidente dell’associazione, prematuramente scomparsa.
Donna, madre e professionista profondamente legata alla propria comunità, Mariella Stanziano ha contribuito a costruire l’identità di In Oltre attorno ai valori dell’impegno civile, della cultura, della solidarietà e dell’amore per il territorio.

Associazione In Oltre. A sinistra la fondatrice dell’associazione Mariella Stanziano, prematuramente scomparsa, a destra, Anna Brancaccio, amica e attuale presidente di In Oltre
«Ringraziamo la Fondazione Ente Ville Vesuviane per la disponibilità e il sostegno assicurati in ogni fase del progetto», dichiara la presidente di In Oltre, l’avvocato Anna Brancaccio. «Abbiamo voluto dedicare questa mostra a Mariella perché la pietra custodisce la memoria proprio come fanno le comunità. Mariella ha lasciato un vuoto incolmabile, ma anche un patrimonio di valori, impegno e affetti che continuerà a orientare il cammino della nostra associazione. “Pietra Viva” ci è sembrata il luogo più autentico nel quale affidare il suo ricordo».
Dedicare a Mariella Stanziano una mostra che parla di materia, memoria, radici e appartenenza significa riconoscere la traccia indelebile lasciata nella storia umana e associativa di In Oltre. Come la pietra conserva i segni del tempo, così una comunità custodisce la memoria delle persone che hanno contribuito a costruirla.

Una delle opere iconiche della mostra. L’Ercole vesuviano
A novembre una nuova personale a Brera
La proroga di Villa Campolieto non chiude il percorso. Nel mese di novembre, infatti, Antonio Carotenuto sarà protagonista di una nuova mostra personale a Brera, ancora una volta con la curatela di Paolo Chiariello.
La sede, i contenuti e i dettagli del progetto saranno annunciati prossimamente. L’appuntamento milanese rappresenterà una nuova tappa della ricerca dell’artista: la pietra nata dal fuoco del Vesuvio si prepara a entrare in uno dei luoghi più rappresentativi della cultura artistica italiana.
Prima di scoprire ciò che accadrà a Brera, resta ancora tempo per attraversare il mondo di “Pietra Viva” nelle sale di Villa Campolieto.

Villa Campolieto
“Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”
Artista: Antonio Carotenuto
Curatore: Paolo Chiariello
Sede: Villa Campolieto, Ercolano
Prorogata fino al 30 settembre 2026
Con il patrocinio dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, della Città Metropolitana di Napoli e del Comune di Boscoreale. Con il sostegno dell’Associazione forense In Oltre. Mostra dedicata alla memoria dell’avvocato Mariella Stanziano, fondatrice e prima presidente dell’associazione.





