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Esteri

Epstein files, le ombre tornano su Trump e la rete globale dell’ex finanziere

Le carte desecretate su Jeffrey Epstein riaccendono i dubbi su Donald Trump e svelano una rete globale di rapporti tra politica e affari. Cresce la pressione sul Dipartimento di Giustizia Usa.

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“Grazie al cielo lo state fermando. Tutti sanno quello che fa”. È il 2006 quando Donald Trump si congratula con il capo della polizia di Palm Beach per le prime accuse pubbliche a Jeffrey Epstein. Una frase che oggi riemerge dagli atti e alimenta interrogativi su quanto l’allora imprenditore sapesse delle attività del finanziere, poi morto suicida in carcere.

Trump non è l’unico a finire sotto pressione. Le nuove rivelazioni contenute nei file desecretati stanno scuotendo più livelli dell’amministrazione statunitense e riaccendendo lo scontro politico a Washington.

Una rete internazionale tra affari e potere

Dai documenti emerge anche il nome dell’uomo d’affari degli Emirati Ahmed bin Sulayem, destinatario nel 2005 di una email in cui Epstein commentava un “video di torture”. I rapporti tra i due risultano stretti e mediati, secondo le ricostruzioni, dall’investitore immobiliare newyorkese Andrew Farkas.

Nel 2015, sempre via email, bin Sulayem avrebbe descritto a Epstein una relazione con una giovane donna, scendendo in dettagli intimi. Scambi che confermano la dimensione globale della rete di relazioni costruita negli anni dall’ex finanziere.

Il ruolo di Les Wexner

Tra le figure chiave del successo finanziario di Epstein spicca Les Wexner, fondatore del gruppo L Brands. A Epstein era stata affidata la gestione del patrimonio del miliardario, prima che quest’ultimo lo denunciasse per furto, ottenendo un risarcimento di 100 milioni di dollari.

Accuse di insabbiamento e tensioni politiche

Le polemiche investono ora il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. I democratici accusano l’amministrazione di aver censurato senza motivo numerosi documenti. Due deputati dem sostengono che, in sole due ore di consultazione dei file non oscurati, sarebbero emersi almeno sei nomi che non avrebbero dovuto essere coperti.

Tra questi figurano, oltre a bin Sulayem e Wexner, anche Nicola Caputo, Salvatore Nuara, Zurab Mikeladze e Leonic Leonov.

La posizione di Nicola Caputo

Secondo la rivista The New Republic, Caputo sarebbe l’ex eurodeputato italiano poi assessore regionale in Campania e oggi consigliere per l’export del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Una ricostruzione respinta con fermezza dall’interessato: “Non c’entro niente con questa storia. Nel 2009 ero solo un consigliere regionale e non avevo contatti con gli Stati Uniti”. Caputo annuncia l’intenzione di contattare l’ambasciata Usa e rifiuta “linciaggi mediatici”.

Trump, Bondi e Lutnick sotto pressione

Pur sostenendo di essere estraneo ai fatti, Trump appare consapevole dei rischi politici delle carte pubblicate. La telefonata del 2006, in cui faceva riferimento alle adolescenti frequentate da Epstein e descriveva Ghislaine Maxwellcome sua “agente”, contrasta con le ripetute affermazioni di non sapere nulla.

Sotto i riflettori finisce anche la ministra della Giustizia Pam Bondi, attesa da un’audizione al Congresso, e il segretario al Commercio Howard Lutnick, che ha ammesso di aver visitato l’isola di Epstein pur negando qualsiasi coinvolgimento.

Una vicenda ancora aperta

Le rivelazioni riaccendono le richieste di verità e giustizia avanzate dalle vittime di Epstein. Mentre nuovi dettagli emergono dai file, lo scandalo continua a produrre effetti politici e istituzionali, confermando come la vicenda dell’ex finanziere resti una ferita aperta nel sistema di potere americano e internazionale.

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Esteri

Teheran in lutto per i leader uccisi nei raid: migliaia ai funerali nazionali nonostante la guerra

Migliaia di persone a Teheran per i funerali nazionali dei leader iraniani uccisi nei raid israelo-americani. Forte apparato di sicurezza nella capitale iraniana.

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Nonostante il rischio di nuovi bombardamenti, migliaia di persone sono scese in strada a Teheran per partecipare ai funerali nazionali degli alti funzionari iraniani uccisi nei recenti raid aerei attribuiti a Israele e Stati Uniti.

Le esequie hanno attirato la folla più numerosa registrata nella capitale iraniana dall’inizio della guerra, scoppiata il 28 febbraio.

Le persone si sono radunate soprattutto nell’iconica Piazza Enghelab, il cui nome significa “Rivoluzione”, e lungo i grandi viali circostanti. L’afflusso di manifestanti e cittadini ha creato un contrasto evidente con l’atmosfera delle settimane precedenti, quando molti residenti avevano lasciato la città a causa dei combattimenti.

Sicurezza rafforzata durante la cerimonia

L’intera area è stata presidiata da un massiccio apparato di sicurezza. Forze speciali armate e con il volto coperto sono state schierate lungo il percorso del corteo funebre e nei principali punti della capitale.

Tra gli agenti presenti, uno indossava una sciarpa nera con l’immagine dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei, figura centrale del potere iraniano per oltre tre decenni.

I leader militari e politici uccisi negli attacchi

Secondo le informazioni diffuse dalle autorità iraniane, nei raid sono rimasti uccisi diversi esponenti di primo piano dell’apparato militare e politico.

Tra le vittime figurano il capo di stato maggiore dell’esercito Abdolrahim Mousavi, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour, l’influente consigliere per la sicurezza Ali Shamkhani e il ministro della Difesa, generale Aziz Nassirzadeh.

I camion che trasportavano le bare dei funzionari e dei loro collaboratori hanno attraversato il centro della capitale accompagnati da una folla che sventolava bandiere iraniane.

Donne in chador e giovani con i ritratti della guida religiosa

Tra i partecipanti alle esequie erano presenti numerose donne vestite con il tradizionale chador nero. Alcune erano visibilmente commosse, mentre gruppi di adolescenti sventolavano ritratti della guida religiosa Ali Khamenei e di suo figlio Mojtaba.

Quest’ultimo è indicato da diversi osservatori come possibile successore alla guida del Paese.

Mojtaba Khamenei ancora assente dalla scena pubblica

Mojtaba Khamenei, religioso di 56 anni, non è ancora apparso in pubblico dopo essere rimasto ferito nello stesso attacco in cui sono morti il padre, la madre e la moglie.

La sua eventuale successione alla guida dello Stato rappresenta uno dei temi centrali del delicato momento politico che attraversa l’Iran mentre il conflitto in Medio Oriente continua ad allargarsi.

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Esteri

La rivoluzione dei droni iraniani: armi da 25 mila euro che stanno cambiando la guerra moderna

Dai primi modelli iraniani fino agli Shahed usati in Ucraina e nel Golfo: la diffusione dei droni a basso costo ha cambiato la strategia militare globale costringendo anche Usa, Russia e Cina ad adattarsi.

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Un’arma dal costo relativamente contenuto, stimato intorno ai 25 mila euro, ha contribuito a modificare in profondità la strategia militare contemporanea. I droni sviluppati dall’Iran, comparsi per la prima volta circa quindici anni fa, sono oggi uno degli strumenti più discussi nei conflitti moderni.

La Repubblica islamica annunciò nel 2010 il primo drone a lungo raggio, il Karrar, progettato per trasportare missili aria-terra. Due anni più tardi fu presentato lo Shahed-129, considerato il predecessore dei più noti droni kamikaze Shahed-136, utilizzati oggi in diversi scenari di guerra, tra cui il conflitto in Ucraina e le operazioni militari nel Golfo Persico.

Le origini della tecnologia dei droni Shahed

Sulle origini tecnologiche dei droni iraniani esistono interpretazioni diverse.

Secondo una versione diffusa, la progettazione sarebbe stata possibile grazie all’analisi di un drone statunitense Lockheed Martin RQ-170 Sentinel catturato dall’Iran nel 2011 nel nord-est del Paese.

Altri analisti ritengono invece che il progetto Shahed – termine che in persiano significa “testimone” – abbia affinità con un drone tedesco degli anni Ottanta, il Die Drohne Antiradar (Dar). In entrambi i casi il principio è simile: realizzare un’arma relativamente economica, destinata a colpire obiettivi strategici senza impiegare mezzi più costosi come aerei o navi militari.

Dall’attacco agli impianti sauditi alla guerra in Ucraina

La diffusione di questa tecnologia ha avuto uno dei primi effetti evidenti nel settembre 2019, quando droni Shahed-131 furono utilizzati negli attacchi contro gli impianti petroliferi della compagnia Aramco ad Abqaiq e Khurais, in Arabia Saudita. Le esplosioni provocarono incendi che richiesero ore per essere domati. L’azione fu rivendicata dai ribelli Houthi, ma venne attribuita da diverse analisi all’Iran.

Lo Shahed-131 ha una gittata stimata tra i 700 e i 900 chilometri. Il modello Shahed-136, più grande, lungo circa tre metri e mezzo e con un’apertura alare di due metri e mezzo, può raggiungere distanze superiori ai 2.000 chilometri.

Questi droni seguono coordinate geografiche programmate prima del lancio e vengono costruiti con una combinazione di componenti commerciali reperibili sul mercato internazionale, caratteristica che rende più complessa la loro intercettazione.

La diffusione globale della tecnologia dei droni a basso costo

Il modello iraniano ha influenzato anche altre potenze militari.

La Russia ha iniziato a produrre versioni proprie dei droni, denominati Geran-1 e Geran-2, impiegati nel conflitto contro l’Ucraina attraverso attacchi coordinati con sciami di velivoli senza pilota.

La Cina sta sviluppando sistemi di nuova generazione che, secondo alcune analisi, potrebbero integrare capacità di intelligenza artificiale. Anche gli Stati Uniti hanno avviato programmi simili, ispirati all’idea di droni d’attacco economici.

Il progetto americano Lucas e la nuova economia della guerra

Negli Stati Uniti è stato presentato nel 2025 il sistema Lucas, acronimo di Low-Cost Uncrewed Combat Attack System. Il nome richiama indirettamente la saga cinematografica di Guerre Stellari, ma indica in realtà una nuova generazione di droni militari a basso costo.

Questi sistemi possono essere lanciati da terra o da piattaforme mobili, sono collegati a reti satellitari come Starlink e hanno un costo stimato intorno ai 35 mila dollari, cifra comparabile a quella dei modelli iraniani.

Il confronto con i droni utilizzati negli anni precedenti evidenzia il cambiamento strategico. I velivoli MQ-9 Reaper, impiegati dagli Stati Uniti in missioni antiterrorismo in Medio Oriente e Asia, sono molto più sofisticati ma hanno un costo che può variare tra i 20 e i 40 milioni di dollari per unità.

In un contesto di guerra sempre più tecnologica e caratterizzata dall’uso massiccio di sistemi autonomi, la diffusione dei droni a basso costo rappresenta uno degli elementi destinati a influenzare profondamente l’evoluzione dei conflitti contemporanei.

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Guerra in Iran, la Cina convoca i colossi dello shipping: timori per i costi e le rotte commerciali

La Cina convoca Maersk e MSC dopo l’aumento dei costi di trasporto e la sospensione di alcune rotte verso il Medio Oriente a causa delle tensioni legate alla guerra in Iran.

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La Cina ha convocato i dirigenti delle due principali compagnie di navigazione europee per discutere delle perturbazioni nei trasporti marittimi causate dalla guerra in Iran.

Il ministero dei Trasporti cinese ha infatti chiesto chiarimenti al gruppo danese Maersk e alla compagnia svizzera Mediterranean Shipping Company in merito alle loro operazioni di spedizione internazionale.

L’incontro è stato organizzato dopo che i due colossi dello shipping hanno aumentato i costi di trasporto e sospeso alcune rotte verso il Medio Oriente.

Preoccupazione per la stabilità delle catene di approvvigionamento

Secondo quanto riferito da fonti vicine alle discussioni, i funzionari del ministero cinese dei Trasporti hanno espresso preoccupazione per le conseguenze sulle catene di approvvigionamento globali.

Le interruzioni nei collegamenti marittimi con il Medio Oriente rischiano infatti di incidere sulla stabilità dei flussi commerciali internazionali, in particolare per le merci che transitano tra Asia, Europa e il Golfo.

Il nodo dei costi di trasporto

Uno dei punti centrali del confronto riguarda l’aumento dei costi di spedizione introdotto dalle compagnie di navigazione dopo l’aggravarsi della situazione geopolitica nella regione.

La sospensione di alcune rotte e la necessità di percorsi alternativi stanno infatti generando costi aggiuntivi per il trasporto delle merci.

Il ruolo della Cina nel commercio globale

La questione è particolarmente sensibile per Pechino, uno dei principali attori del commercio mondiale e fortemente dipendente dalla stabilità delle rotte marittime internazionali.

Per questo motivo le autorità cinesi stanno monitorando con attenzione l’evoluzione della crisi e il suo impatto sui traffici commerciali tra Asia, Europa e Medio Oriente.

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