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Corona Virus

Epidemia covid, meno morti e contagi

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Curve Covid stabili. Verso l'estate senza mascherine

Le curve dell’epidemia di Covid-19 sono tutte in discesa, in Europa come in Italia, ma i numeri sono ancora alti e, dopo una fase di rallentamento in 10 regioni si cominciano a rilevare segnali di stasi. Nel frattempo, fra ricerca e politica, monta la polemica sulla necessita’ di rivedere le regole della quarantena, mentre nuovi studi invitano a non dimenticare la prudenza, visto che le nuove varianti del virus SarsCoV2 si diffondono in modo sempre piu’ efficiente e spingono gli esperti a sottolineare il ruolo di impianti di aerazione e filtri per l’igiene dei luoghi chiusi. Sono tanti i segnali di come la situazione non debba essere sottovalutata, compresi i dati, appena pubblicati sulla rivista The Lancet Psychiatry, secondo cui sintomi neurologici possono durare oltre due anni. I dati del ministero della Salute rilevano 27.296 casi positivi, contro i 36.265 del giorno precedente, individuati con 167.185 test, fra molecolari e antigenici rapidi. In 24 ore il tasso di positivita’ e’ salito dal 15,8% al 16,3%. I ricoverati nei reparti ordinari sono 7.025 e quelli nelle terapie intensive 263, con 31 nuovi ingressi. Prosegue cosi’ la progressiva discesa della curva dei ricoveri, ma comincia ad accusare segnali di stasi, come indica l’analisi del matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo ‘M.Picone’, del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr). Negli ultimi 7 giorni, osserva, si rileva una frenata della discesa della curva dell’occupazione dei reparti di terapia intensiva e negli ultimi 11 di quella dei reparti ordinari. Segni di stasi anche nella curva dei casi positivi ai test molecolari, rilevati da Sebastiani in 10 regioni (Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Sicilia, Toscana, provincia autonoma di Trento e Veneto) e in 5 gruppi di province confinanti fra loro. Si trovano fra Trentino e Veneto, nelle Marche, in Toscana, fra Lazio e Campania e fra Basilicata, Puglia e Calabria. Fa eccezione la provincia di Vibo Valentia, “dove l’incidenza e’ in fase di crescita”. Ancora alto il numero dei decessi:147 in un giorno, secondo il ministero della Salute, contro i 128 del giorno prima. Continuano a essere alti anche i numeri in Europa, come rileva il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc): “alla fine della 31/a settimana del 2022 (che termina il 7 agosto), il tasso complessivo dei casi di Covid-19 nell’Ue rimane elevato (632,9 per 100.000 abitanti, pari al 17%), anche se con una tendenza alla diminuzione (26% in meno rispetto alla settimana precedente) che e’ continuata nelle ultime tre settimane”, si legge nell’ultimo aggiornamento. Alcuni Paesi stanno inoltre sperimentando un aumento dei casi dovuto sia alle varianti Omicron BA.4 e BA.5, sia ai bassi tassi di vaccinazione. Si tratta di Ungheria, Lettonia, Lituania e Romania. Nel frattempo la Germania ha ufficialmente raccomandato la quarta dose del vaccino agli over 60, in precedenza consigliata solo dopo i 70 anni. Sempre in Europa, l’agenzia del farmaco (Ema) ha avviato la revisione per l’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata per il vaccino anti Covid-19 Skycovion, dell’azienda sudcoreana Sk, sviluppato con il supporto della Fondazione Gates. Negli Usa, intanto, i Centri per il controllo delle malattie (Cdc) annunciano una riorganizzazione, alla luce dei “gravi errori commessi sotto gli occhi del pubblico” nel gestire l’emergenza del Covid-19, fra lentezza nelle decisioni, raccolta dei dati non tempestiva, confusione nelle linee di comando. In Italia, infine, la pandemia continua ad accendere le polemiche sulla spinta della politica: chiede di cambiare le regole della quarantena l’infettivologo genovese Matteo Bassetti: “se non si cambia subito la regola delle quarantene – scrive in un tweet – avremo molti cittadini che non potranno votare”. Gli fa eco il governatore ligure e assessore alla Sanita’, Giovanni Toti, per il quale “non si puo’ rischiare di paralizzare il Paese con persone sane che devono restare in casa in attesa di un tampone negativo”.

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Covid, in Italia più di 58 mila nuovi contagi, tasso di positività al 20,1 per cento

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Sono 58.885 i nuovi contagiati da Covid-19 registrati nelle ultime 24 ore in Italia: un bel balzo dai 13.316 di ieri. In tutto sono però stati 293.096 i tamponi, fra molecolari e antigenici effettuati, molti di più rispetto al giorno precedente quando erano poco più di 85 mila. Sono i  dati registrati nelle ultime 24 ore dal ministero della Salute. I morti sono 60 ed è salito anche il tasso di positività che è  al 20,1%.

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Covid: occupazione delle intensive al 2%, reparti al 7%

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Curve Covid stabili. Verso l'estate senza mascherine

Sale di un punto, tornando al 2%, la percentuale di terapie intensive occupate da pazienti Covid in Italia (un anno fa era al 5%) ma tutte le regioni sono sotto il 10%. Mentre la percentuale dei posti letto occupati nei reparti ospedalieri e’ stabile al 7% nelle ultime 24 ore (un anno fa era al 5%) e due regioni superano il 15%: Umbria (17%) e Pa Bolzano (23%). Questi i dati aggiornati al 3 ottobre ed elaborati dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas). Rispetto al giorno precedente, la percentuale di posti occupati per Covid-19 nelle corsie dei reparti ospedalieri di area medica (o non critica), importante parametro per valutare l’impatto della pandemia sulle strutture sanitarie, cresce in 7 regioni e province autonome: Friuli Venezia Giulia (14%), Molise (6%), Pa Trento (13%), Sardegna (4%), Sicilia (6%), Valle d’Aosta (15%) e Veneto (7%). Il valore e’ stabile nelle restanti 14 regioni: Abruzzo (a 11%), Basilicata (7%), Calabria (13%), Campania (7%), Emilia Romagna (8%), Lazio (7%), Liguria (8%), Lombardia (6%), Marche (8%), Pa Bolzano (23%), Piemonte (6%), Puglia (4%), Toscana (5%), Umbria (17%). Quanto alla percentuale di terapie intensive occupate da pazienti con Covid-19, rispetto alla rilevazione del giorno precedente, il valore cresce in Emilia Romagna (3%), Friuli Venezia Giulia (3%) e Liguria (3%) mentre cala in Calabria (al 3%). E’ stabile in 12 regioni: Abruzzo (al 1%), Campania (3%), Lazio (3%), Lombardia (1%), Pa Bolzano (2%), Pa Trento (6%), Piemonte (1%), Puglia (1%), Sicilia (2%), Toscana (1%), Umbria (2%) e Veneto (2%). In 5 regioni la variazione non e’ disponibile: Basilicata (0%), Marche (0%), Molise (0%), Sardegna (0%) e Valle d’Aosta (0%).

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Covid aumenta Neet, 34% tra 25-29enni e sono più donne

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Curve Covid stabili. Verso l'estate senza mascherine

Istruzione e conoscenza aumentano, c’e’ un progresso nel bagaglio di competenze ma il ritmo e’ lento e l’Italia non riesce a portarsi ai livelli dei Paesi piu’ moderni. In venti anni – come spiega il report dell’Ocse ‘Education at a Glance – Uno sguardo sull’istruzione’ – il livello e’ aumentato piu’ lentamente rispetto alla media dei Paesi dell’Organizzazione. Tra il 2000 e il 2021, la percentuale di giovani tra i 25 e i 34 anni con un’istruzione accademica e’ cresciuta in media di 21 punti percentuali, in Italia di 18, dal 10% nel 2000 al 28% nel 2021. L’Italia resta inoltre uno dei 12 Paesi in cui la laurea non e’ il titolo di studio piu’ diffuso tra i gli under 34. Il Covid, poi, ha avuto un impatto pesante sulla formazione: e’ aumentata la quota dei Neet, i giovani adulti che non hanno un lavoro ne’ studiano. Nella fascia 25 e 29 anni era al 31,7% nel 2020 e ha continuato ad aumentare fino al 34,6% del 2021, piu’ giovani donne (il 39%) che uomini. Il ritardo dell’Italia viene da lontano: la quota di persone tra i 25 e i 64 anni e’ del 20%, meno della meta’ della media dei Paesi dell’Ocse. Eppure studiare conviene: “Il livello di istruzione – sottolinea il rapporto, che fotografa il grado di salute della scuola e dell’universita’ in 38 Paesi membri dell’Ocse e in alcuni Paesi partner – influisce non solo sulle prospettive di occupazione, ma anche sui livelli salariali”. I laureati in media guadagno il doppio di quelli che non hanno un titoli di studio, in Italia poco meno, il 76% in piu’. Un discorso che sembra non valere tanto proprio per chi lavora nel mondo della scuola, perche’ le retribuzioni dei docenti si confermano piu’ basse degli altri laureati (circa il 27% in meno in Italia, e un dato simile anche considerano il valore medio). Non e’ solo e non e’ tanto una questione di spesa, perche’ se e’ vero che investiamo il 3,8% del Pil – oltre un punto in meno rispetto alla media dei Paesi (4,9%) – in numeri assoluti per studente la spesa e’ pienamente nella media. L’importo totale del finanziamento per studente da 6 a 15 anni e’ 105.754 dollari, la media di 105.502. E’ ampio, invece, il divario nella spesa per l’istruzione universitaria, in Italia di 12.177 dollari, contro 17.559. I dati “sono lo scenario che ci siamo trovati di fronte quando e’ iniziata l’esperienza di governo, che va vista nella sua interezza, compreso il fatto che e’ stata troncata”, dice il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, che rivendica la riforma degli Its e la scelta di aver investito per l’infanzia 4,9 miliardi del Pnrr, ma si congeda con il rammarico di non aver potuto lavorare sulle scuole medie: “Non ci sono arrivato, avevo bisogno di sei mesi”. “Sarebbe necessario – sottolinea Andrea Govosto, direttore della Fondazione Agnelli – ripensare cosa si insegna e come. E c’e’ l’esigenza di attrarre i migliori laureati”. Secondo Save the Children, che ha ospitato la presentazione del report, “l’analisi individua nodi critici che devono essere messi al centro dell’agenda del nuovo Parlamento e Governo”.

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