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Enrico Rossi punta su Zingaretti e dice: “Abbiamo sbagliato ad uscire, torno nel Pd”. Sì, ma dopo le elezioni

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Dopo le elezioni chiedero’ l’iscrizione al Pd. Non mi sono consultato con Zingaretti prima di decidere questo passo. Penso semplicemente che ci siano le condizioni per rientrare dopo le elezioni. E lo dico prima, perche’ non si pensi che dipenda dal risultato delle urne. Ritengo di poter dare il mio contributo all’opera di Zingaretti, che, lo ha detto anche Renzi, ha avuto il grande merito di riaprire, tenere insieme”. Lo annuncia Enrico Rossi, governatore della Toscana e tra i fondatori di Articolo Uno-Mdp, in un’intervista a Repubblica.

“In quel momento uscire dal Pd mi sembro’ la cosa giusta da fare. Poi i risultati elettorali hanno dimostrato che invece io e gli altri abbiamo sbagliato”, ammette Rossi. “L’uscita dal Pd e’ stata un tentativo generoso, ma e’ fallito. L’idea che con la scissione si potesse recuperare coloro che protestavano per le politiche del Pd votando Cinque Stelle o addirittura Lega non ha funzionato”. Sull’accoglienza che ricevera’, “l’importante e’ che non ci siano aggressioni. Da parte mia non ce ne saranno. E’ meglio subire un’aggressione pur di riunire la sinistra piuttosto che rispondere con aggressivita’”, dichiara Rossi. “Se vogliamo vincere dobbiamo riunire una forza che vada dai liberali alla sinistra. E mettere in campo elementi civici, che non si riconoscono nell’incompetenza dei 5S e nel populismo della Lega che liscia il pelo al neofascismo”.

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Regionali 2020, l’assalto alla diligenza di De Luca che nessuno voleva

Giovanni Mastroianni

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Ogni tornata elettorale, politica o amministrativa, richiama sempre la massima attenzione per chi si candida alla gestione della cosa pubblica, a prescindere se animato da buoni propositi oppure, come nel caso di troppi, vogliono solo trasformare il Parlamento o la sala del Consiglio Regionale prossimo da rinnovare, in una improbabile mangiatoia, attorno la quale belve feroci già si beccano tra loro mentre si preparano per l’assalto finale.

In questi mesi in Campania il governatore De Luca, che prima della pandemia veniva osteggiato anche dal suo stesso partito, ha realizzato un vero capolavoro mediatico ed è stato capace di combattere il coronavirus a costo zero. Grazie al suo indiscutibile temperamento e alla sua immagine di uomo di polso, che pur ha rappresentato un momento di rinnovamento dell’immagine di noi Campani (anche se l’ombra della comicità si è allungata un po’ troppo spesso), ci ha convinti tutti a stare a casa, e noi lo abbiamo fatto come pochi in Italia e forse nel mondo. Questo ci ha donato un senso di rinnovato orgoglio e di fiera consapevolezza ma non possiamo di certo illuderci più di tanto. E soprattutto non possiamo abbassare la guardia di fronte a chi verrà a chiederci il voto nel solo  tentativo di alimentare il suo feudo di potere fine a se stesso, perché la nostra Terra resta comunque martoriata e saccheggiata dalla corruzione ad ogni livello e da una politica che negli ultimi decenni ha seguito pedissequamente quella nazionale, adottando dunque tagli indiscriminati proprio alla Sanità, il cui rilancio oggi si mette al primo posto nell’agenda delle promesse elettorali.

Così tutti in fila per un posto in lista, meglio se con il più quotato governatore uscente, perché i finti “miracoli” del Covid19, che tutto ha accelerato ma nulla ha messo a posto, hanno fatto dimenticare i responsabili del saccheggiamento e della lottizzazione di una Sanità che in Campania, da decenni, è stata progressivamente trasformata, anzi deformata, in fabbrica di voti e di profitti personali, spesso gestiti con la malavita organizzata. Ed i tanti operatori sanitari che sono morti per aver eroicamente combattuto il virus senza mezzi e senza protezioni, ne rappresentano la testimonianza più tragica.

Molti tra coloro che oggi scalciano per quel posto a Santa Lucia, da Destra a Sinistra passando per il Centro, sono proprio quelli che hanno fallito miseramente, come nel resto del Paese, gli stessi che hanno acconsentito allo smantellamento del Sud. Ma in Italia la politica non frena il suo precipitare e anche il movimento dei più ferventi rinnovatori, portatori di una discontinuità con questo mediocre passato, hanno in parte già tradito i loro intenti, preferendo scegliere, con scioccante cinismo da vecchi marpioni della politica,  di mantenere un Governo agonizzante  attraverso un’alleanza col il partito additato da sempre come il male assoluto. Sarà questo modo di fare figlio di una mutata forma influenzale che vive tra i palazzi della politica e che resiste da sempre ad ogni sanificazione, vaccino o cura? E così in questi giorni assistiamo ad un assalto alla diligenza di De Luca, tutti in fila e in ginocchio ad attendere un pollice alzato. Allo schieramento della continuità di centro sinistra fa eco la Lega, che al Sud vuole prendere un’altra valanga di voti promettendo un sicuro rilancio morale prima ancora che economico, dopo averci sputato addosso di tutto, mentre il reddito di cittadinanza continua ad essere elargito senza controlli e spesso finisce nelle mani di fannulloni e delinquenti che ringraziano chi invece ogni mattina va a lavorare spaccandosi la schiena anche per loro, in una nazione matta dove chi produce viene sistematicamente “punito” e costretto a pagare il conto per tutti. Ed ecco che allora l’odio diventa sempre più virale ed oggi esce pericolosamente dai social ed inizia ad incarnarsi in personaggi che predicano una visione antidemocratica del nostro ordinamento.

Mai come ora siamo ad un passo dal baratro ma questo poco importa, perché ora dobbiamo prepariamoci ad accogliere i futuri papabili candidati già agghindati con la bavetta al posto della cravatta, tutti pronti a recitare il solito sermone pre-elettorale: “Ciao, non ci sentiamo da tempo mannaggia, ma sai gli impegni…. Ascolta ora basta, qua le cose devono cambiare, ci serve una squadra di persone come te, per bene, oneste, valide, che ci facciano votare così appena sarò eletto cambiamo tutto e ripartiamo dal nostro territorio perché ora abbiamo dei riferimenti diversi, che sono già al lavoro per un vero rilancio“. Quante volte abbiamo sentito queste parole, quante volte ci siamo fatti mancare di rispetto così. Quante volte, troppe. Ma oggi, dopo tutta la sofferenza e le morti del coronavirus che passano anche per le nostre mancate scelte passate, ostaggio forse della nostra maledetta mitezza che ci fa assomigliare più a pecore che a veri cittadini, lasceremo che tutto questo accada di nuovo? A giudicare dalle schiere di servi che plaudono in questi giorni ai balletti dei soliti politicanti, pare proprio di sì. Evidentemente non siamo degni della nostra stupenda Italia e meriteremo la brutta fine che ci stiamo costruendo, perché continuare a non ribellarci a questo schifo ci renderà maledettamente complici della gentaglia che voteremo.

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Economia

La rabbia dei sindacati su Mittal e l’attacco di Patuanelli: gli indiani violano i patti

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Monta la rabbia dei sindacati contro Arcelor Mittal dopo le anticipazioni del piano lacrime e sangue per l’Ilva, che prevede circa 5.000 esuberi, e si sollecita quindi un intervento del governo. E il ministro dello sviluppo economico Patuanelli attacca la multinazionale: “questo piano non rispetta l’accordo del 4 marzo” e convoca proprio i sindacati per il 9 giugno anche se alla riunione, in videoconferenza, non sara’ presente l’azienda. “Da settembre Mittal ha detto che prima c’era un problema per l’acciaio in generale, poi ha usato la scusa dello scudo penale ed oggi invece dice che il Covid avra’ un effetto per ben tre anni sul mercato dell’acciaio.

Io credo, invece, che bisogna ripartire dall’accordo del 4 marzo e continuare su quella strada”, ha sottolineato il ministro, ribadendo che a Taranto il governo vuole “coniugare ambiente e lavoro” perche’ “riteniamo che sia compatibile e pensabile un impianto moderno nuovo, all’avanguardia che diventi il fiore all’occhiello dell’Europa per la produzione d’acciaio da ciclo integrato”. Pertanto “noi ci crediamo, vogliamo capire anche se la controparte ci crede” , ha affermato Patuanelli. E i sindacati vanno giu’ duri contro il colosso franco-indiano. “ArcelorMittal, con l’ennesimo ricatto, chiede due miliardi di euro al governo italiano e contemporaneamente licenzia 3.300 dipendenti, straccia l’accordo del 2018 sul rientro a lavoro dei 1.700 di Ilva Amministrazione straordinaria, mette a forte rischio gran parte dei 7mila dell’indotto e l’intera siderurgia italiana. Non si deve permettere alla multinazionale di mettere per strada migliaia lavoratori e in ginocchio intere comunita’, causando un disastro ambientale, occupazionale ed economico senza precedenti”, tuona il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, sollecitando la “cacciata” del colosso franco-indiano dall’Italia.

“Non accettiamo alcun licenziamento, anche se a Novi paradossalmente fossero zero”, afferma Federico Porrata, rsu Fiom Cgil dello stabilimento ex Ilva di Novi Ligure (Alessandria), sottolineando che “ci riserviamo iniziative sul territorio e con gli altri siti”. L’opposizione, invece, attacca a testa bassa il governo su come ha gestito l’intero dossier. “L’altra faccia della medaglia” di questa storia “ci racconta di un governo inadeguato a gestire una vertenza di questo tipo, di un ministro per lo Sviluppo economico assente, di un esecutivo senza una visione strategica sulla siderurgia e sulla politica industriale”, incalza il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Mariastella Gelmini. Secondo il coordinatore nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, la politica si e’ fatta sottomettere. “I manager indiani sono brutti e cattivi, volevano le quote di acciaio e poi chiudere? In realta’ fanno quello che hanno sempre fatto, sono stati i decisori politici italiani ad essere ingenui e a farsi soggiogare, per usare un temine educato, portando cosi’ la citta’ di Taranto a non avere bonifiche e giustizia non chiedendo il danno ambientale, a subire un’emergenza sanitaria causata dall’inquinamento”, accusa Bonelli. Intanto, secondo quanto si apprende, al momento non risultano presso le banche richieste di prestito garantito per Ilva/Arcelor Mittal, tantomeno in Sace. Inoltre bisogna vedere se i requisiti del Decreto Liquidita’ sono compatibili.

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Serie A a cinque cambi, si litiga ancora sulla quarantena e si pensa al pubblico: si riparte con Juve – Milan

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La Figc dà il via libera alle cinque sostituzioni fino al termine della stagione, l’Assemblea di Lega indica la sua proposta sui verdetti in caso di nuovo stop. A una settimana esatta da quel Juventus-Milan di Coppa Italia che rappresentera’ l’alba della Fase Tre del calcio italiano, prende forma la ripresa. I club insistono molto con il presidente, Paolo Dal Pino, nel deliberare e votano a larga maggioranza (16 a favore, quattro astenuti) un piano B che verra’ sottoposto lunedi’ al parere del Consiglio Federale, orientato pero’ in un’altra direzione: scudetto e retrocessioni solo in caso di aritmetica, la classifica finale per definire le squadra qualificate alle coppe europee stilata con il calcolo della media punti moltiplicata per le gare rimanenti in casa e in trasferta. “L’Assemblea – recita la nota finale – ha dato indicazione ai rappresentanti della Legadi votare per soluzioni che salvaguardino sempre il merito sportivo se non fosse possibile concludere il campionato di Serie A”. La strada per tornare in campo e’ ormai in discesa ma sono tante le cose che vanno ancora definite. La quarantena delle squadre in caso di nuove positivita’ resta un altro nodo da sciogliere. Walter Ricciardi, consigliere del ministro Speranza per il Coronavirus, chiude alla possibilita’ di “accorciare” l’isolamento ma ammette che e’ allo studio “un’altra via per salvare il campionato”: “Il periodo di allontanamento non puo’ essere inferiore ma una strada alternativa si puo’ trovare, ci stiamo lavorando. Ci sono pero’ casi in cui l’incubazione dura anche oltre i 14 giorni”. Piu’ tranciante invece Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanita’ e membro del Comitato tecnico-scientifico della protezione civile: “Niente trattamento di favore per il mondo del calcio. La durata della quarantena deve essere stabilita sull’intero territorio Nazionale. Se e’ di 14 giorni, deve essere di 14 giorni anche nel calcio”. Ivo Pulcini, responsabile sanitario della Lazio, sul tema picchia pesante: “Questo trappolone andra’ tolto, mi fido del buon senso del Comitato Tecnico-Scientifico e sara’ una scelta obbligata e naturale. Dal 3 e’ stata tolta la quarantena per chi viene dall’estero, non si possono aspettare 15 giorni per riprendere. Ad inizio campionato la quarantena sara’ annullata, altrimenti sara’ ridicolo”. Resta incerto anche il discorso sulla presenza di pubblico negli stadi, argomento molto caro al presidente della Juventus Andrea Agnelli. “Il problema del calcio e’ che gli spettatori sono tanti – spiega Ricciardi – bisogna essere in grado di garantire tutte le misure. Man mano che le cose andranno meglio, si puo’ ricominciare a pensare di allentare la guardia per il pubblico. Quindi credo sia possibile aprire ad un numero ridotto di spettatori. Non saprei le tempistiche, ma credo che in quasi tutta Italia si possano cominciare a fare questi discorsi”.

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