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Emmanuel Macron sempre più solo e in caduta di consensi, lo lascia il suo consigliere più importante: Ismael Emelien

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Se ne va un altro stretto collaboratore di Emmanuel Macron, forse il più vicino al presidente: Ismael Emelien ha annunciato al settimanale Le Point che lascera’ l’Eliseo per dedicarsi a “progetti personali”. In particolare un libro che dovrebbe uscire a fine marzo o inizio aprile. “Per motivi di etica personale – ha detto Emelien – mi sono imposto, in quanto consigliere speciale del presidente, un silenzio assoluto. Che pero’ non e’ compatibile con l’uscita di un’opera cosi'”. “Il mio addio – aggiunge – corrisponde a una nuova tappa del mio impegno. Dopo Bercy (il ministero dell’Economia, sempre con Macron, ndr) la campagna presidenziale, poi l’Eliseo, voglio ritrovare il confronto in prima linea”. Il nome di Ismael Emelien, però, era venuto a galla nell’ambito dello scandalo Benalla, l’ex consigliere accusato di violenze contro studenti che manifestavano a Parigi: sarebbe stato lui a ricevere il cd con le immagini di tali violenze, che ha fatto esplodere il caso.

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Idf intercetta missile lanciato dallo Yemen verso Israele

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Il sistema di difesa aerea dell’esercito israeliano ha intercettato un missile terra-terra diretto verso il territorio israeliano lanciato dallo Yemen. Lo rende noto l’Idf aggiungendo che il missile non ha raggiunto Israele. Le sirene sono risuonate nel Paese per la possibilità di caduta di schegge.

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Kamala favorita, ma Pelosi vuole una mini-primaria

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Kamala Harris in pole position in un ipotetico dopo-Biden. Le quotazioni della vicepresidente sono in aumento, con i democratici che sembrano confluire, almeno “per stanchezza”, sulla sua nomina qualora il presidente decidesse di fare un passo indietro. Il fronte però non è compatto e una voce importante si è alzata dal coro, quella dell’ex speaker della Camera. Nancy Pelosi infatti preferirebbe un processo ‘aperto’ invece che un’incoronazione automatica di Harris. Una mini-primaria – è l’idea di Pelosi – sarebbe più democratica, rifletterebbe i sondaggi, motiverebbe gli elettori e consentirebbe alla lunga ‘panchina’ di democratici di farsi avanti e brillare.

Un processo di nomina competitivo, inoltre, rafforzerebbe Harris nel caso in cui la vicepresidente si affermasse sui rivali. Anche se caldeggiata da più parti, l’ipotesi di una mini-primaria comporta non pochi rischi. Il primo è che scavalcando Kamala si corre il pericolo di alienare il voto degli afroamericani, nocciolo duro dell’elettorato democratico. Senza contare il caos che potrebbe scatenarsi alla convention di agosto, che già si prospetta tesa fra le decine di manifestazioni pro-Gaza in programma. Se Biden “dovesse decidere” di abbandonare la corsa, “dovranno esserci azioni rapide. Non penso che possiamo passare per una incoronazione.

Una sorta di mini-primaria, anche con il controllo degli ex presidenti Obama e Clinton, dovrebbe essere la strada”, ha detto la deputata democratica Zoe Lofgren, alleata di Pelosi e le cui dichiarazioni è noto abbiano ricevuto la benedizione dell’ex speaker della camera. Oltre a Kamala, fra i papabili sostituti di Biden alla presidenza ci sono i governatori di Michigan, Pennsylvania e California, rispettivamente Gretchen Whitmer, Josh Shapiro e Gavin Newsom. Non è chiaro comunque se siano o meno interessati: considerati gli astri nascenti del partito, destinati a conquistarne la leadership, il loro interesse è più per le presidenziali del 2028 e non è quindi detto che vogliano correre il rischio di bruciarsi in una rischiosissima mini-primaria affrettata. Il caos alla convention, comunque, potrebbe scattare anche se Biden decidesse di non lasciare. I delegati che si sono impegnati a votarlo – ma che non sono obbligati a farlo – potrebbero decidere di seguire le preferenze dettate dai pesi massimi del partito, quali i leader del Senato e della Camera, Chuck Schumer e Hakeem Jeffries, e respingere il presidente. Uno scenario che potrebbe essere usato solo come ultima risorsa nel caso in cui il presidente ostinatamente restasse in corsa contro la volontà del partito.

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Trump sente Zelensky, ‘metterò fine alla guerra’

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“Metterò fine alla guerra”. E’ il messaggio consegnato da Donald Trump al presidente ucraino Volodymyr Zelensky nella loro prima conversazione da quella famigerata telefonata del 2019 che portò al primo impeachment dell’ex presidente. “Sono contento che mi abbia cercato perché porterò la pace nel mondo e metterò fine alla guerra che è già costata troppe vite e che ha devastato innumerevoli famiglie innocenti”, ha detto Trump. “Tutte e due le parti saranno in grado di negoziare un accordo che metta fine alla violenza e spiani la strada alla prosperità”, ha aggiunto senza mai citare direttamente la Russia o Vladimir Putin, per il quale l’ex presidente non ha mai nascosto la sua ammirazione.

Ma stando al resoconto di Kiev sul colloquio lo stesso Trump avrebbe bollato come “fake news” la tesi secondo cui il suo rientro alla Casa Bianca sarebbe un vantaggio per Mosca. La telefonata arriva tuttavia fra i crescenti timori dell’Ucraina che una seconda presidenza Trump possa sottrarre sostegno a Kiev e possa spingere l’ex presidente a realizzare la sua idea di mettere fine alla guerra “in un solo giorno” consentendo alla Russia di mantenere i territori occupati e lasciando Kiev nella posizione di essere nuovamente attaccata. Con Trump “abbiamo concordato di discutere di persona quali passi possano rendere la pace equa e veramente duratura”, ha assicurato Zelensky precisando di aver sottolineato all’ex presidente “l’importanza vitale del sostegno americano bipartisan e bicamerale per la difesa della libertà e dell’indipendenza dell’Ucraina. Saremo sempre grati agli Stati Uniti per la loro assistenza nel rafforzare la nostra capacità di resistere al terrore russo”.

Il colloquio, secondo gli osservatori, mostra la scarsa fiducia di Kiev in una vittoria di Joe Biden alle elezioni di novembre. I diplomatici di Kiev, secondo indiscrezioni, da tempo stanno lavorando a strategie per persuadere Trump a continuare a sostenere l’Ucraina, nella consapevolezza del suo essere imprevedibile in politica estera. Per questo Kiev è impegnata in una “offensiva di charme”, per usare le parole del Kyiv Independent, facendo leva su alcuni dei suoi maggiori sostenitori, quali Boris Johnson. Dalla convention repubblicana di Milwaukee l’ex primo ministro britannico ha postato una sua foto con Trump riferendo di averlo incontrato e di aver parlato di Ucraina.

“Non ho dubbi che sarà decisivo nel sostenere il Paese e difendere la democrazia”, ha riferito Johnson. Non è chiaro se Zelensky abbia chiesto a Johnson di parlare con Trump ma l’intervento e le parole dell’ex primo ministro sono uno dei tanti sforzi dei sostenitori dell’Ucraina per ammorbidire le posizioni di Trump su Kiev. Zelensky può contare comunque anche sul sostegno di alcuni nell’entourage dell’ex presidente, soprattutto fra i senatori americani. Il fedelissimo di Trump Lindsey Graham, il suo ex segretario di stato Mike Pompeo ma anche Marco Rubio sono tutti forti sostenitori degli aiuti americani a Kiev. La parola Ucraina non è inclusa nella piattaforma del partito repubblicano approvata alla convention, dove ci si limita in via generale a parlare della necessità di riportare la “pace in Europa”.

Una definizione vaga che si accompagna allo scetticismo nei confronti di Kiev di J.D. Vance, il vice di Trump, e all’antipatia dell’ex presidente per la Nato e per quell’Europa alla quale chiede di pagare di più per sostenere Kiev. Sul piano di Trump per la pace non ci sono certezze. Secondo indiscrezioni prevedrebbe il veto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato in cambio della pace da parte della Russia. Altre voci invece fanno riferimento alla proposta presentata da due consiglieri all’ex presidente in cui si prevede che il flusso di armi americane all’Ucraina andrà avanti solo se Kiev avvierà colloqui con Mosca. Allo stesso tempo gli Usa avvertirebbero il Cremlino che qualsiasi rifiuto di trattare si tradurrebbe in maggiori aiuti agli ucraini. Trump pubblicamente non si è sbilanciato, limitandosi a ribadire che con lui la guerra non si sarebbe mai aperta e che, una volta rieletto, la terminerà anche prima di insediarsi.

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