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Elezioni Europee, Salvini sfotte: vado a ‘Che tempo che fa’ solo se Fazio si dimezza lo stipendio

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“Per coerenza e rispetto agli italiani io da Fazio non ci andrò a meno che non si dimezzi lo stipendio”, ha detto Matteo Salvini oggi a margine della convention della Lega nel Lazio a proposito degli imminenti programmi tv sulle elezioni europee. Una presa di posizione non nuova: “Da Fazio non ci vado. La coerenza prima di tutto, la preferisco a qualche ospitata” aveva detto, per esempio, il ministro dell’Interno nell’ottobre 2018. Gli attacchi al conduttore di Che tempo che fa – sul tipo di ospiti piuttosto che sullo stipendio milionario (“se lo faccia pagare da Macron” ha rincalzato oggi da Torino Giorgia Meloni) o sulla societa’ di produzione L’Officina che realizza la trasmissione su Rai1 – sono stati parecchi. “Ho fatto due conti, a spanne senza invidia o gelosia: Fabio Fazio probabilmente guadagna in un mese quello che il ministro guadagna in un anno. Ma non farei mai cambio per nulla al mondo. Faccio il mestiere piu’ bello al mondo, sono felice del sostegno che ottengo. Non mi interessano i quattrini, ne’ gli show in tv, ma pretendo rispetto”, aveva detto il vicepremier su Fb a gennaio. Da Fazio mai nessuna risposta diretta ma volendo indiretta, considerando cosi’ come tale il proseguimento di una linea editoriale che ha portato sul programma della domenica su Rai1 ospiti come Mimmo Lucano, il premier francese Emmanuel Macron, l’adolescente-eroe Rami, il presidente della commissione europea Juncker e in ultimo nella puntata di stasera Ilaria Cucchi con i genitori

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Franco Roberti parla del mercato delle nomine al Csm: rapporti incestuosi tra politica e magistratura

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Temo che il caso Palamara non sia isolato. Assisto a questa vicenda con sconcerto, con dolore e indignazione perchè dopo tanti anni di magistratura non mi sarei mai aspettato di dover assistere a questi spettacoli”: Franco Roberti, gia’ procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, eurodeputato del Pd, ai microfoni de ‘Il mattino di Radio 1′ parla del caso Palamara e della crisi che ha investito la magistratura. “Una cosa del genere non si era mai vista – spiega Roberti – il rapporto tra magistratura e politica è fisiologico e necessario, se coltivato nelle forme previste dalla Costituzione, ma qui non parliamo di rapporti della politica con la magistratura, qui parliamo di rapporti incestuosi tra magistrati e politici; è tutta un’altra cosa. Sono rapporti diretti a piegare la funzione del Csm a interessi personali. Tutto questo deve finire. E’ necessaria una riforma, ma quale? Se la carriera e’ il punto dolente, che ha spesso determinato questo rapporto illecito con le istituzioni, secondo me bisognerebbe abolire le carriere anche perche’ la Costituzione non contempla le carriere dei magistrati. Al nuovo Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Poniz, al quale faccio un grande in bocca al lupo, tocca un compito non facile; quello di tenere unita l’associazione e di affrontare un percorso di riforme insieme ai colleghi del Csm e a quanti formuleranno proposte, perche’ qui si parla di riforme ma vedo che non ci sono ancora le idee chiare su cosa riformare”.

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Salvini sbarca a Washington e manda segnali a Trump sperando di fare una foto con lui

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“Noi ci siamo”. Matteo Salvini è appena sbarcato a Washington e a poche ore dai suoi incontri con il vicepresidente americano Mike Pence e col segretario di Stato Usa Mike Pompeo lancia un chiaro messaggio a Donald Trump: Roma in questo momento e’ molto piu’ vicina alla Casa Bianca di quanto in Europa non lo siano Berlino o Parigi. “Il nostro Paese vuole tornare a essere nel continente europeo il primo partner della piu’ grande democrazia occidentale”, ha affermato il vicepremier e ministro dell’interno parlando con i giornalisti a Villa Firenze, la residenza dell’ambasciatore d’Italia negli Usa Armando Varricchio. “Quello che diro’ a Pence e Pompeo e’ che altri Paesi europei hanno invece preso un’altra strada, mentre noi ci siamo”. Un’altra strada su vari temi su cui invece c’e’ sintonia tra le posizioni del governo italiano – e in particolare del leader leghista – e quelle della Casa Bianca targata Trump: dall’Iran, al Venezuela alla Cina. Ma soprattutto – sottolinea Salvini – sulla questione fiscale: “Dal taglio delle tasse al rilancio dell’economia locale vorrei che, chiaramente in piccolo, il governo italiano applicasse una ricetta come quella adottata dall’amministrazione statunitense, gia’ dalla prossima manovra”. La speranza di Salvini è quello di riuscire a vedere in qualche modo Trump. Foss’anche solo per farsi una foto.

Il vicepremier quindi torna alla carica sulla flat tax, e a chi gli chiede se ci siano dei margini di fronte alle resistenze di Bruxelles replica: “Ci devono essere. Poi possiamo decidere come modularla negli anni, ma il taglio delle tasse ci deve essere. In Europa – ha aggiunto – li convinceremo con i numeri e con la cortesia, altrimenti le tasse le taglieremo lo stesso. La Ue se ne faccia una ragione”. L’Unione europea, appunto: Salvini sottolinea come nei suoi colloqui cerchera’ di spiegare ai suoi interlocutori quello che sta accadendo nel Vecchio Continente, soprattutto dopo le elezioni europee. E l’altro messaggio che inviera’ alla Casa Bianca e’ altrettanto netto, certo che venga recepito dall’amministrazione Trump: “Faccio parte di un governo che in Europa non si accontenta piu’ delle briciole”. Un messaggio che indirettamente e’ rivolto anche ai suoi alleati nell’esecutivo: “Gli investimenti in ricerca e difesa sono fondamentali per l’Italia e non ci puo’ essere un governo che su questo indietreggia”. Infine i capitoli Cina e Russia. Dopo le perplessita’ espresse da Washington sull’adesione del nostro Paese alla Via della Seta, Salvini mettera’ in chiaro con Pence e Pompeo che “il business non e’ tutto”: “A volte possono esserci benefici che possono diventare gabbie. E quando c’e’ di mezzo la sicurezza non si discute. Su questo ha ragione Trump”. Per quanto riguarda Mosca per Salvini bisogna recuperare la via del dialogo: “Sarebbe un errore strategico sia commerciale sia geopolitico allontanare la Russia dall’occidente per lasciarla nelle braccia dei cinesi. Bisogna fare di tutto per riportarli al tavolo e io preferisco ragionare che tornare all’asse Mosca-Pechino”.

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Sardegna, testa a testa tra centrodestra e centrosinistra a Cagliari

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Si profila il testa a testa a Cagliari nella sfida piu’ attesa tra i 28 Comuni al voto per questa tornata per le amministrative in Sardegna. Secondo i primi dati che arrivano dai rappresentanti di lista i due principali aspiranti sindaci, Paolo Truzzu del centrodestra e Francesca Ghirra del centrosinistra, sono appaiati: il primo al 49,2% e la seconda al 49,1%. Il terzo candidato, l’indipendente Angelo Cremone, con la lista Verdes, e’ all’1,62%. Gia’ eletti complessivamente nove primi cittadini che, con la loro lista senza sfidanti, hanno superato il quorum del 50% in piccoli centri. Tra questi spicca il primo sindaco leghista in Sardegna, Tittino Cau, a Illorai, nel Sassarese. Un risultato storico per il Carroccio, come ha sottolineato il segretario regionale della Lega e deputato Eugenio Zoffili: “E’ una grande soddisfazione per il nostro movimento”. Cala di quasi otto punti l’affluenza: la percentuale dei votanti si attesta sul 55,3%, rispetto al 63,1% della precedente tornata elettorale per le amministrative. E nella citta’ di Cagliari ha votato il 51,7% degli aventi diritto (60,2% nel 2016). Al voto anche Sassari, dove l’affluenza arriva al 54,7% (63,8%), e Alghero con il 58,6% (63,9% cinque anni fa). Al di la’ del calo dei votanti, per la nuova amministrazione regionale sardista-leghista, a guida Christian Solinas, si tratta di un piccolo test a pochi mesi dalle regionali di fine febbraio. Una verifica che arriva subito dopo le aspre polemiche che hanno caratterizzato gli ultimi giorni di campagna elettorale per il doppio incarico di governatore e senatore di Solinas e per una leggina sui vitalizi, che ha fatto gridare allo scandalo il Movimento Cinquestelle, presente alle competizioni elettorali di Sassari e Alghero ma non alla sfida di Cagliari. Il capoluogo e’ arrivato al voto con due anni di anticipo per le dimissioni del sindaco Massimo Zedda che ha optato per il Consiglio regionale dopo avere tentato senza successo di conquistare il governo della Sardegna. Sull’onda del successo dei sindaci “arancioni”, di cui e’ stato uno dei motori nella stagione 2011-12, Zedda aveva riconquistato il governo della citta’ nel 2016 con quasi 40mila consensi, il 50,8%. Una vittoria al primo turno, dopo il ballottaggio che lo aveva portato allo scranno piu’ alto del municipio 5 anni prima con il 47,7%. Allora il Pd era il primo partito con il 19,2%, Sel – formazione politica in cui nasce Zedda – al 7,8% e il Psd’Az al 7%. Era uscito sconfitto il candidato del centrodestra, Piergiorgio Massidda, fermo al 32,2%, (25.305 voti), mentre la sua coalizione di 14 liste era arrivata al 35,9% e Fi all’8,1%. L’aspirante sindaca del M5s, Maria Antonietta Martinez, si era dovuta accontentare del 9,2% la lista dell’8,7%.(

 

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