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Elezioni, calendario implacabile: scadenze anche a ferragosto

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Una corsa contro il tempo con scadenze anche a Ferragosto. Le prime elezioni estive della storia repubblicana costringono i partiti a cancellare le ferie, a indire riunioni e segreterie senza soluzione di continuita’ e, soprattutto, a dover correre per la presentazione delle liste. Il timing di questo sprint sotto il solleone e’ scadenzato minuziosamente dalle leggi e non permette distrazioni. E potrebbe anche diventare la normalita’ visto che in futuro – ovvio, siamo in Italia e non e’ per nulla scontato – la scadenza naturale della legislatura cadra’ intorno a luglio. Non era infatti mai successo dal 1948 ad oggi che gli italiani fossero chiamati a votare nella seconda meta’ dell’anno. Quindi, campagna elettorale in shorts e sotto l’ombrellone anche se in realta’ si partira’ ufficialmente solo un mese prima del voto cioe’ il 27 agosto. Il calendario implacabile almanacca queste scadenze che sembrano a prima vista formali ma sono delle vere e proprie dead line da non superare. Si e’ partiti il 27 luglio, quando il Ministero dell’Interno ha fatto pervenire a quello degli Esteri gli elenchi aggiornati degli elettori all’estero. Infatti i nostri concittadini all’estero devono essere messi in grado di vorare con un certo anticipo: la legge stabilisce che tale passaggio debba essere compiuto entro il 60esimo giorno prima del voto. Piccola pausa e qui si passa alle note dolenti: l’impegno di Ferragosto. Il 12-13-14 agosto rappresentano le date comprese tra il 44esimo e il 42esimo giorno antecedente il voto cioe’ l’intervallo temporale nel quale i partiti sono tenuti a depositare al Viminale i contrassegni e i simboli elettorali. Ferragosto libero e poi si passa alla presentazione delle liste il 21 e 22 agosto, cioe’ il 35esimo e il 34esimo giorno antecedente il voto che sono riservati alla consegna delle liste presso gli uffici centrali elettorali appositamente costituiti nelle Corti d’Appello. Neanche il tempo di un ultimo bagno e poi si parte ufficialmente: si apre per legge la campagna elettorale. Il 27 agosto, cioe’ trenta giorni al voto. Inizia quella che un tempo era definita la “propaganda elettorale”, cioe’ il mese durante il quale e’ consentita l’affissione dei manifesti elettorali. Dopo la corsa al voto del 25 settembre non e’ per nulla finita: la Costituzione prescrive che la prima riunione delle nuove Camere deve avere luogo “non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni”, e quindi la data massima cade il 15 ottobre. Resta scontato che fino allora rimane in carica il vecchio Parlamento che potrebbe affrontare il Def e non certo la Finanziaria che spettera’ alle nuove Camere. Naturalmente non abbiamo parlato della formazione del nuovo governo, operazione tutta nelle mani del presidente della Repubblica. Potrebbe anche questa volta essere un compito non facile. L’ultima volta per dare alla luce il governo giallo-verde il presidente Sergio Mattarella sudo’ sette camice e ci vollero quasi tre mesi.

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Festival di Sanremo, Amadeus annuncia i nomi dei 22 big

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Li ha annunciato Amadeus al Tg1, sono i 22 big in gara al prossimo Festival di Sanremo, per la 73.edizione dal 7 all’11 febbraio. Eccoli: Giorgia, Articolo 31, Elodie, Colapesce Di Martino, Ariete, Modà, Mara Sattei, Leo Gassmann, I cugini di Campagna, Mr. Rain, Marco Mengoni, Anna Oxa, Lazza, Tananai, Paola & Chiara, Lda, Madame, Gianluca Grignani, Rosa Chemical, Coma_Cose, Levante, Ultimo. Ai 22 big si aggiungono anche i 6 cantanti del Sanremo Giovani.

Con Amadeus che è direttore artistico e conduttore, ci sarà Gianni Morandi che lo affiancherà nelle 5 serate, nella prima e nell’ultima sera del Festival sul palco anche Chiara Ferragni.

 

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Il mega yacht di Medvedchuk all’asta, ricavi a Kiev

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 Una parte dell’immenso tesoro degli oligarchi legati al Cremlino potrebbe presto iniziare a fluire nelle casse ucraine, come risarcimento per i danni di guerra. Il superyacht da 200 milioni di dollari del controverso Viktor Medvedchuk, sotto sequestro in Croazia, sarà preso in consegna dalle autorità di Kiev e messo all’asta. E per la prima volta gli ucraini potranno incassare i proventi di un bene di un soggetto colpito dalle sanzioni. Oggi poi i media di Kiev festeggiano l’arresto, e il rilascio su cauzione, da parte del National Crime Agency (NCA) del Regno Unito di Mikhail Fridman, uno tra i più ricchi oligarchi russi di origine ucraina. Il 68enne Medvedchuk, politico e uomo d’affari ucraino molto legato a Vladimir Putin (che è il padrino di sua figlia), era stato arrestato ad aprile dalle forze di Kiev e consegnato a Mosca lo scorso settembre, nell’ambito di uno scambio di prigionieri. Mentre il suo yatch, ormeggiato in Croazia, era stato sequestrato perché possibile frutto di un’attività di riciclaggio di denaro. La novità, adesso, è che un tribunale locale ha stabilito che l’imbarcazione dovrà essere affidata a una task force del governo ucraino per “preservarne il valore economico vendendolo all’asta”. In questo caso, si tratta di vero e proprio gioiello: la Royal Romance, di oltre 92 metri, che dispone di cabine per 14 ospiti, spazio per 21 membri dell’equipaggio, oltre a una piscina di 4 metri di larghezza e una “cascata a poppa”. Di recente un altro superyacht sequestrato a un oligarca russo, Dmitry Pumpyansky, era stato venduto all’asta a un acquirente non rivelato per 37,5 milioni di dollari. Ma i proventi erano andati alla banca d’affari statunitense JP Morgan, come risarcimento di un debito contratto dallo stesso oligarca Pumpyansky. Nel caso di Medvedchuk, invece, si tratterebbe della prima vendita del genere per conto del popolo ucraino da quanto i governi occidentali hanno imposto restrizioni sui beni di centinaia di oligarchi, dall’inizio dell’invasione russa. Soltanto in Italia, ad esempio, la Guardia di finanza ha congelato asset per oltre 800 milioni di euro – tra barche, ville, complessi immobiliari e quote societarie – di alcuni degli uomini più ricchi della Russia e ritenuti vicini a Putin. Anche il mega yacht ‘Scheherazade’, fermo nel porto di Marina di Carrara, di cui proprio lo zar sarebbe il proprietario occulto. E le maglie occidentali nei confronti degli oligarchi sono sempre più strette. A pagarne le conseguenze, ultimo in ordine di tempo, è, secondo i media ucraini, Mikhail Fridman: il miliardario 56enne (nato in Ucraina, ma che ha fatto fortuna in Russia) è stato fermato dai britannici giovedì scorso nella sua sontuosa residenza a Londra. Rilasciato su cauzione, è accusato di riciclaggio, cospirazione per frodare il Ministero dell’Interno e cospirazione per falsa testimonianza. Fridman, fondatore tra l’altro di di Alfa-Bank, una delle più grandi banche private russe, aveva preso le distanze dalla guerra in Ucraina sostenendoche “costerà vite e danneggerà due nazioni che sono affratellate da centinaia di anni”. A marzo Fridman era stato sottoposto a sanzioni e oggi è stato anche fermato nell’ambito dell’inchiesta inglese. Evidentemente, non gli è servito essere il primo oligarca dell’entourage di Putin a esprimere contrarietà alla guerra.

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Diversificare la produzione, dilemma Cina per Apple

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 Apple accelera i piani per spostare parte della sua produzione fuori dalla Cina, divenendo meno dipendente dalla cinese Foxconn e puntando su Vietnam e India come alternative. Per l’amministratore delegato Tim Cook si tratta probabilmente del test più importante della sua carriera, il dilemma che potrebbe lasciare un marchio sulla sua eredità. In Cina è concentrata quasi il 95% della produzione di iPhone e finora il Dragone, con il suo boom manifatturiero ed economico, è stato complice del successo di Cupertino. Ora però le recenti restrizioni da Covid e le proteste – soprattutto quelle all’impianto Foxconn a Zhengzhou conosciuto come ‘iPhone City’ – agitano gli investitori. Molti si chiedono infatti quale sia il piano B di Apple che, dopo aver concentrato la produzione in Cina, si trova a dover trovare opzioni plausibili che mettano al riparo i suoi ricavi. Anche se l’iPhone cattura meno di un quinto delle vendite globali di smartphone, rappresenta una fetta ben maggiore dei ricavi di Apple.

“Nel passato non si prestava attenzione al rischio della concentrazione. Gli scambi commerciali liberi erano la norma e le cose erano molto prevedibili. Ora siamo entrati in un nuovo mondo”, afferma Alan Yeung, ex manager di Foxconn, con il Wall Street Journal. Cupertino e Pechino hanno trascorso anni a costruire la stretta relazione che le lega e che, finora, è stata reciprocamente favorevole. Un rapporto però che ora appare a rischio per vari motivi. Ci sono i giovani cinesi che non sono più disposti a lavorare a basso costo per i ‘ricchi’ e che manifestano in aperta sfida a Pechino per le restrizioni da Covid, innescando una repressione forte da parte delle autorità. Ci sono poi anni di tensioni economiche e militari fra Stati Uniti e Cina, le due superpotenze che non vogliono soccombere una all’altra. In questo quadro Apple valuta alternative, cosciente che il nodo non è solo la produzione ma anche la risposta della società alle proteste che si susseguono e che l’hanno già esposta a critiche in casa.

La decisione di Cupertino di imporre limiti all’uso dell’AirDrop in Cina – funzione usata per la condivisione di informazioni fra i manifestanti – è stata duramente criticata dal governatore della Florida Ron DeSantis, papabile candidato repubblicano al 2024. Il senatore conservatore Josh Hawley ha attaccato direttamente Cook: “sotto la sua leadership Apple ha assistito il partito comunista cinese nel sorvegliare e sopprimere i diritti umani di base del popolo cinese”. Per Cook, così come molti altri amministratori delegati di grandi aziende, centrare un equilibrio con la Cina non è facile. Grazie alle due doti diplomatiche, Cook è riuscito in tempi stretti a smorzare la miccia accesa da Elon Musk con le sue critiche a Apple. Con Cook Cupertino ha navigato la presidenza Donald Trump e si è accreditata con l’amministrazione Biden (l’ad è stato invitato alla cena di gala della Casa Bianca per il presidente rancese Emmanuel Macron). Ma la sua arte della diplomazia sembra aver raggiunto il limite con la Cina, tanto che – riporta il Financial Times – Cook ha ignorato nei giorni scorsi chi lo pressava per sapere se, a suo avviso, i cittadini cinesi avessero il diritto di protestare.

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