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Cultura

Edoardo Bennato e la canzone di libertà per la caduta del MURO di Berlino

Edoardo Bennato

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Edoardo Bennato racconta la “sua” caduta del muro di Berlino, celebrata attraverso una canzone di successo, dal titolo ‘Franz è il mio nome’ , molto famosa anche in Germania.

“Nel novembre 1989 la televisione tedesca mi invitó in una trasmissione in diretta per parlare della caduta del muro.                 Nell’album “La Torre di Babele” del 1976,  molto conosciuto in Germania, (un giornale tedesco pubblicò in prima pagina il disegno di copertina dell’album), c’è appunto il brano “Franz  è il mio nome“ che parla di questo ‘fantastico barrocciaio’ che sulla sua carrozza collodiana ti porta dall’altra parte del muro, nel paese dei balocchi. Dove nelle vetrine c’è tutto quanto si possa desiderare….. Attento, però che quando finirai i soldi sarai tu stesso esposto in vetrina!…”

 

 

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Cultura

Omar Hassan al Palazzo delle Arti di Napoli, un viaggio nei colori dalla memoria

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E’ un viaggio che ci accompagna nell’iconicità dell’arte antica e moderna,  un continuo aprirsi di ricordi e memorie su di un’opera o su di un gesto artistico. E’allo stesso tempo un superare la linea dei ricordi e immergersi nell’opera complessiva di Omar Hassan, trentatreenne figlio di madre italiana e padre egiziano, allievo di Alberto Garutti, grande esponente dell’arte contemporanea italiana, che con la mostra Il mondo Sotto Sopra dal 23 Febbraio  al 28 Marzo in esposizione al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) ci racconta del suo nuovo viaggio come un rito di passaggio, un cambiamento, un passo oltre il suo già visto.

Apre le memorie e ci fa riflettere su cio’ che abbiamo visto e su come affrontare le problematiche che si ripresentano e pensavamo fossero per sempre risolte. Hassan nelle sue opere e nei suoi video, affronta con forza, rinnovata forza, argomenti già discussi e fonti di riflessioni, ce li ripropone sfacciatamente, facendoci capire che bisogna sempre guardare le cose con i propri occhi, benchè siano state già viste e visitate da tanti. Questo condotta ripercorre un un principio fotografico, che ci ricorda  che pur essendo già prodotti e visti    grandi e rinomati servizi a firma di grandissimi fotografi su importanti temi umani e sociali, bisogna che i giovani,

ri-fotografino tutto, perché non cambia solo il soggetto, ma cambia in special modo la sensibilità, gli occhi e la cultura di chi fotografa, quindi mai un servizio può essere considerato una copia asettica di un altro ben piu’ antico.

Come scrive la curatrice Maria Savarese nelle note di accompagnamento alla mostra, “dalle opere di Omar Hassan… si coglie il movimento dell’artista mentre dipinge, si intuiscono i colori che ha utilizzato per primi e la forza che ha impresso in ogni singola goccia. La pittura diventa un gesto e ogni gesto un segno sulla tela. La saturazione dello spazio pittorico genera come risultato la totale inclusione dello spettatore nella dimensione creata dall’artista fatta di pura espressione non mediata neanche dalla mimesi”

In Omar Hassan l’Arte emerge (anche) come bisogno e come rinascita, come espressione di stati d’animo, esplosione di energia, sintesi progettuale. Nelle sue opere sono presenti diversi segni del presente: dalla cultura della street art presente nella serie “Injections”, all’action painting che rimanda alle sue radici egiziane e all’arte islamica; dalla serie sul pugilato “Breaking Through”, 121 grandi quadri legati alla sintesi del gesto (e a Napoli saranno visibili due nuove opere della nuova serie Breaking Through Black) alle tele della serie “Time Lines”.

 

 

 

 

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Cultura

“Afrika. Chiavi d’accesso”, per Abdul Haji, imprenditore, ora si può parlare di Savana Valley

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Abdul Haji, di nazionalità keniota, etnia somala e religione musulmana, è un bell’uomo di circa quarant’anni con l’aria di un ragazzo. Di mestiere fa l’imprenditore a Nairobi. È attivo nel campo delle costruzioni e del business development. Lavora molto e sorride ancora di più. È poliglotta, colto, professionale e gentiluomo. Possiede infatti quell’educazione profonda, fatta di sensibilità più che di maniera, che da noi purtroppo è diventata merce rara.

Il 19 febbraio è volato da Nairobi a Napoli per partecipare alla presentazione del libro «Afrika. Chiavi d’accesso» pubblicato dalla casa editrice partenopea Ebone e scritto da Francescomaria Tuccillo, il manager e avvocato napoletano che ha vissuto dieci anni in Kenya e che Abdul ha definito «my friend, my brother». Un amico, un fratello. Gli interventi del giovane imprenditore africano hanno suscitato un vivo interesse nel corso della serata tenutasi presso la sede dell’Unione Industriali di Piazza dei Martiri. Juorno.it  ha potuto intervistarlo per approfondire alcuni dei temi che gli stanno a cuore.

L’Africa è un continente in profonda trasformazione, che pochi conoscono davvero. Potrebbe farci qualche esempio concreto della nuova Africa?

È vero che in Europa, purtroppo, l’Africa è vista spesso come un continente problematico, un «charity case» o addirittura una minaccia. La realtà è ben diversa. Innanzi tutto, come scrive il mio amico Francescomaria nel suo libro, «si fa presto a dire Africa». La nostra è una terra immensa e diversificata, con una grande varietà di climi, culture, gradi di sviluppo e 54 nazioni. In generale si può dire che tutte stanno evolvendo a un ritmo molto rapido. Prendiamo il mio paese, il Kenya. Oggi la classe media rappresenta più la metà dei suoi cinquanta milioni di abitanti, l’istruzione si sta diffondendo, il PIL cresce stabilmente così come in molti altri paesi limitrofi.

L’esempio concreto di questo sviluppo è la digitalizzazione e, in particolare, il forte incremento delle tecnologie mobili. Le cito un solo caso: il sistema chiamato M-Pesa, «M» come mobile e «Pesa» come denaro in swahili. Si tratta di una gamma di servizi di micro-finanza accessibili attraverso lo smartphone: in sostanza una banca senza sportelli. Basta il cellulare per depositare, inviare o prelevare denaro, chiedere un prestito, investire, pagare i beni di consumo. Il mio paese lo ha lanciato, con grande successo, nel 2007. Oggi più di due miliardi di transazioni l’anno sono effettuate con questo sistema, l’85% dei cittadini ha accesso ai servizi bancari anche nelle zone rurali e, poiché tutte le operazioni sono tracciabili, la corruzione si è molto ridotta.

Aggiungo che il Kenya sta diventando il paese africano più connesso telematicamente, non solo in questo campo. Insomma, voi conoscete tutti la Silicon Valley. Forse bisognerebbe cominciare a conoscere meglio anche la «Savana Valley».

La stabilità democratica e i diritti civili sono una condizione di sviluppo per i paesi africani. Come giudica l’evoluzione in questo ambito?

Parlo ancora del Kenya: dal 1963, anno dell’indipendenza, noi siamo una repubblica presidenziale, eleggiamo i nostri rappresentanti ogni cinque anni e non abbiamo mai avuto guerre civili o colpi di stato. Mi rendo conto che non è il caso di tutti i paesi africani, ma è certo che tutti stanno evolvendo verso una democrazia più stabile e solida: siamo infatti consapevoli che si tratta di una condizione indispensabile di sviluppo oltre che di civiltà.

Per quanto riguarda i diritti civili le cito due esempi. Io sono musulmano, come una minoranza dei kenioti. E sono sempre stato rispettato dalla maggioranza cristiana, con cui conviviamo da anni pacificamente. Il nostro paese, così come l’Etiopia o altri del Corno d’Africa, è un baluardo contro gli estremismi, purtroppo ancora presenti in alcune aree come la Somalia.

Infine, ci tengo a sottolineare il nostro impegno per la parità di genere, contrariamente a quanto si pensa. La nostra Costituzione del 2010, che oggi stiamo ancora migliorando attraverso un processo di consultazioni popolari, sancisce l’assoluta uguaglianza tra uomini e donne, punisce le discriminazioni e stabilisce che un terzo del Parlamento deve essere occupato da donne. In Etiopia il nuovo premier, Abiy Ahmed Ali, Premio Nobel per la Pace nel 2019, ha un esecutivo per la metà femminile. La presidente della Repubblica etiope è una donna così come quella della Corte Suprema. Molto resta da fare, ma siamo ben determinati ad andare avanti e progredire ancora di più.

Da noi si parla molto di migrazioni. Lei considera questo un problema destinato a crescere?

Innanzi tutto chi emigra scappa dalla guerra o dalla fame. Non dobbiamo dimenticarlo. In secondo luogo, i migranti che lasciano l’Africa sono molto meno di quelli che emigrano da una nazione africana all’altra. Il Kenya è il paese che riceve il più grande numero di rifugiati. Ne ospitiamo oltre 500.000, prevalentemente di origine somala, proprio perché in Somalia perdurano i conflitti interni e il terrorismo. Aggiungo che li accogliamo con umanità e che personalmente sono molto fiero di questo primato.

Oggi la Cina è di gran lunga il primo partner commerciale e industriale dell’Africa. E l’Europa?

Quando mi chiedono della crescente presenza della Cina in Africa comparata con la decrescita europea, mi piace rispondere con una storiella africana… Una signora che vive praticamente sola, perché suo marito è spesso assente, ha un problema con un armadio che non si chiude bene e le cui ante si aprono in continuazione. Chiama allora un falegname, che cerca di aggiustarlo. Poiché non capisce la causa del problema, entra nell’armadio per guardarlo dall’interno. Proprio in quell’istante torna finalmente a casa il marito della signora e trova lo sconosciuto dentro il suo armadio. Furioso, gli domanda che cosa stia facendo. E il falegname risponde: «Sto facendo quello che dovresti fare tu. Ti rispondo così perché se ti dicessi che sono qui ad aggiustare l’armadio non mi crederesti».

Nella mia parabola, la donna è l’Africa, il falegname è la Cina e il marito assente è l’Europa. Credo che la metafora sia chiara.

La Cina oggi ci fornisce soluzioni rapide alle nostre domande in campo industriale, commerciale e infrastrutturale. Questo non significa che siamo sposati con la Cina, né che vogliamo altri colonizzatori. Inoltre le nostre affinità con l’Europa restano profonde, molto più di quelle che esistono con qualunque altra parte del mondo. Noi ci vestiamo come gli europei, pratichiamo in maggioranza la stessa religione degli europei, parliamo tra noi in francese, inglese, italiano o portoghese perché le lingue europee sono diventate le nostre, studiamo in Europa e amiamo l’Europa.

Adesso sta all’Europa beneficiare di questi antichi legami psicologici e culturali, capire le grandi opportunità economiche e politiche che l’Africa può offrirle e considerarci finalmente non un problema ma un partner. Credo che una collaborazione più stretta e costante rappresenterebbe un grande beneficio per l’Europa e per noi: noi abbiamo bisogno delle competenze europee e l’Europa credo abbia bisogno delle nostre risorse, delle nostre energie e della nostra giovinezza. Spero che l’espressione impiegata da Francescomaria Tuccillo – «Eurafrica» – indichi la strada del futuro.

Credits: i filmati sono stati realizzati da  #Time4Stream 

“Afrika.Chiavi d’accesso”, Francescomaria Tuccillo, 128 pp, Ebone Edizioni, E. 12,99 

www.ebonedizioni.com

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Cinema

CliCiak Scatti di Cinema, la ventiduesima edizione in mostra al Centro di Fotografia Indipendente a Napoli

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E’ oramai come sentirsi dire che si vuol vincere facile, una scuola consolidata e internazionalmente riconosciuta, capace di imporsi (è proprio il caso di dirlo) sulle scene e sui set ad ogni latitudine di questo mondo magico che è il cinema, dove vince l’estro del “direttore lavori”, del regista, di quel nome che esce a titoli di coda finiti o all’inizio della proiezione, ma che poco sarebbe senza la macchina/staff produttiva che deve comporre e saper oculatamente guidare, tutte sono parti fondamentali in questo enorme apparato che è il cast/produttivo di un film, ma da sempre uno degli aspetti e professioni che a tutto questo danno una immagine e riportano all’esterno le sensazioni, le emozioni e le  meraviglie del set, sono i fotografi di scena. Non solo mere riprese fotografiche delle scene e dei set  che il regista e il direttore di fotografia compongono insieme agli scenografi e a tutti gli operatori di ripresa, ma dalle foto di questi fotografi esce l’anima della produzione, il fotografo di scena deve saper documentare ed interpretare i set e quello che si muove intorno ad essi,  che giorno dopo giorno compongono l’opera filmica e alla quale  dovranno dare una immagine che nei manifesti e nella comunicazione ne influenzerà il successo o meno. Angelo Novi, Tazio Secchiaroli, fotografi di scena che sono usciti dalle scene e hanno rappresentato la vita sulle scene e la vita nel cinema, i fotografi di Fellini e Mastroianni e Leone, Novi e Secchiaroli, due maestri che oggi hanno eredi che continuano nella loro tradizione a guardare oltre la macchina da presa e addirittura a consigliare inquadrature con i loro scatti e le loro visioni a piani riprese già consolidati e studiati da tempo, stravolgendo, a volte intere giornate di lavorazione, migliorando , qualora ce ne fosse bisogno il prodotto finale. Queste visioni, queste foto, queste opere da tempo sono chiamate a concorso dal Centro Cinema Città di Cesena in un contest fotografico aperto a tutte le produzioni cinematografiche intitolato «CliCiak Scatti di Cinema»  in collaborazione con Fondazione Cineteca di Bologna a cura di Antonio Maraldi sono alla ventiduesima edizione di un evento   che ha visto nel corso degli anni, premiare fotografi poi arrivati con i film da loro seguiti sui red carpet dei più importanti premi cinematografici internazionali, Oscar, Leoni d’Oro, Palme, Orsi.

Dal 22 Febbraio  «CliCiak Scatti di Cinema» fa tappa a Napoli, con quaranta foto esposte nelle sale del Centro di Fotografia Indipendente di piazza Guglielmo Pepe con una mostra a cura di Roberta Fuorvia.

un importante appuntamento per professionisti e appassionati che hanno la possibilità di apprezzare i lavori selezionati negli spazi del Centro di Fotografia Indipendente.

La 22esima edizione è stata vinta da Stefano C. Montesi (miglior foto per Michelangelo infinito), Mario Spada (miglior serie cinema per Capri Revolution) e Angelo R. Turetta (miglior serie tv per Il nome della rosa), mentre il Premio Giuseppe e Alda Palmas, per un fotografo che si presenta per la prima volta è andato a Franco Oberto per Soledad, mentre il premio speciale Ciak Ritratto d’attore è stato vinto per la sezione in bianco e nero da Anna Camerlingo (per una foto di I bastardi di Pizzofalcone 2) e per quella a colori da Eduardo Castaldo (per una foto di L’amica geniale), scelti dalla giuria di addetti ai lavori (Marina Alessi, Cesare Biarese, Gianfranco Miro Gori, Paolo Mereghetti e Michele Smargiassi) tra 2.100 foto di scena, presentate da 62 autori, a documentazione di 102 tra film, corti e serie tv. Numeri – sottolineano i promotori – che confermano l’interesse per un’iniziativa unica nel suo genere in Italia, dedicata a valorizzare il lavoro dei fotografi di scena attivi sui set delle produzioni cinematografiche e televisive delle ultime tre stagioni.

Quaranta le foto esposte dal 22 febbraio alle ore 19,00 al 12 marzo al Centro di Fotografia Indipendente di Napoli. L’ingresso alla mostra è gratuito.

In esposizione le foto di:

Livio Bordone, Anna Camerlingo, Bepi Caroli, Eduardo Castaldo, Paolo Ciriello, Giuseppe D’Anna, Fabrizio De Blasio, Chico De Luigi, Tullio Deorsola, Floriana Di Carlo, Gianni Fiorito, Simone Florena, Paolo Galletta, Duccio Giordano, Matteo Graia, Maila Iacovelli e Fabio Zayed, Claudio Iannone, Arianna Lanzuisi, Fabio Lovino, Giulia Mannelli, Maria Marin, Andrea Miconi, Stefano Montesi, Nicoletta Morici, Franco Oberto, Lia Pasqualino, Sara Petraglia, Andrea Pirrello, Azzura Primavera, Emanuela Scarpa, Giuseppe Schimera, Assunta Servello, Mario Spada, Angelo R. Turetta, Federico Vagliati, Loris T. Zambelli.

 

 

 

 

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