Cronache
Duplice femminicidio a Pollena, la famiglia di Landolfi era seguita: “Ora vogliamo dare una nuova vita alle figlie”
La famiglia di Mario Landolfi, detenuto per il duplice femminicidio di Pollena Trocchia, era già seguita da servizi sociali, parrocchia e volontariato. Secondo il racconto dei frati francescani e degli operatori, l’uomo avrebbe più volte rifiutato aiuti e iniziative per le figlie. Ora la comunità di Sant’Anastasia si mobilita per proteggere le tre ragazzine e offrire loro un percorso di sostegno dopo l’arresto del padre.
Prima del duplice femminicidio di Pollena Trocchia c’era già una famiglia fragile, osservata, aiutata a fatica, raggiunta da servizi sociali, parrocchia e associazioni. Dopo l’arresto di Mario Landolfi, 49 anni, di Sant’Anastasia, detenuto dal 18 maggio perché ritenuto dagli investigatori l’autore dell’uccisione di due donne, quella fragilità ha assunto il volto più doloroso: tre ragazzine da accompagnare, proteggere e sottrarre al peso di una storia familiare segnata da paura, isolamento e richieste di aiuto respinte.
È su di loro che ora si concentra la rete di solidarietà nata intorno alla parrocchia di Sant’Antonio, ai frati francescani, al mondo del volontariato e dell’assistenza. La più piccola ha dieci anni, la più grande poco più di quindici. Bambine e adolescenti che, secondo il racconto di chi ha provato ad aiutare la famiglia, vivevano in un contesto difficile, dominato da un padre descritto come violento, chiuso a ogni intervento esterno e ostile anche davanti alle offerte più semplici di sostegno.
Una famiglia già attenzionata
La famiglia di Landolfi, secondo quanto emerge dalle testimonianze raccolte nell’ambiente dell’assistenza e del volontariato locale, era da tempo sotto osservazione. Non per un singolo episodio, ma per una condizione familiare complessa, nella quale le presunte violenze domestiche non sarebbero mai diventate una denuncia formale da parte della moglie.
Ed è proprio questo uno dei punti più delicati della vicenda. In assenza di denunce ufficiali, gli interventi possibili restano limitati. I servizi sociali possono osservare, proporre aiuto, attivare reti di sostegno, ma difficilmente possono andare oltre certi confini se non emergono atti formali, provvedimenti dell’autorità giudiziaria o condizioni tali da imporre un intervento immediato.
Chi ha seguito la famiglia lo ripete oggi con amarezza: nessuno l’ha abbandonata, ma nessuno è riuscito davvero a entrare in quella casa.
Il ruolo dei frati e del volontariato
A tentare più volte un avvicinamento sarebbero stati soprattutto i frati francescani della parrocchia di Sant’Antonio, insieme al mondo dell’associazionismo anastasiano. L’obiettivo era aiutare le tre ragazzine, inserirle in attività educative, accompagnarle nel doposcuola, offrirle occasioni di normalità e socialità.
Ma Landolfi, secondo il racconto dei religiosi, avrebbe spesso respinto ogni forma di sostegno. In un’occasione, mentre le figlie erano al doposcuola con le volontarie, si sarebbe presentato nella sede dell’associazione e le avrebbe portate via, sostenendo che quel contesto non le riguardava. In un altro momento, dopo aver ottenuto sussidi per il mantenimento della famiglia, avrebbe rifiutato anche il pacco Caritas, con modi descritti come aggressivi.
“Siamo andati più volte in quella casa, ma siamo sempre stati messi alla porta in malo modo”, raccontano i religiosi. Una frase che restituisce il senso di impotenza di chi aveva visto la difficoltà, ma non era riuscito a scardinarla.
Le presunte violenze mai denunciate
Nel racconto di chi conosceva la famiglia torna il tema delle presunte violenze domestiche. La moglie di Landolfi avrebbe parlato con i carabinieri di comportamenti violenti subiti nel tempo. Ma, secondo quanto emerge, quelle situazioni non sarebbero mai state formalizzate prima con una denuncia capace di attivare strumenti più incisivi.
È una dinamica purtroppo frequente nei contesti di violenza familiare. La vittima può rimanere dentro una relazione di dipendenza, paura, fragilità economica o ambivalenza emotiva. Può accusare e poi difendere, chiedere aiuto e poi ritrarsi, denunciare informalmente e poi non riuscire a compiere il passo decisivo.
Anche in questa storia, secondo quanto viene riferito, la moglie avrebbe prima indicato ai carabinieri un quadro di violenze e poi, davanti a chi è andato a casa per offrire aiuto, avrebbe difeso il marito. Un comportamento che non va letto con superficialità, ma dentro la complessità delle relazioni segnate da dominio, paura e dipendenza.
Il padre che rifiutava ogni aiuto
Landolfi viene descritto da chi ha provato ad avvicinare la famiglia come un uomo impermeabile all’aiuto. Avrebbe rifiutato i sostegni materiali, le attività per le figlie, l’intervento del volontariato, la presenza della parrocchia. Un atteggiamento che, secondo il racconto degli operatori, rendeva quasi impossibile costruire un percorso stabile attorno alle bambine.
Gli stessi religiosi avrebbero convinto lui e la moglie a sposarsi, anche per tutelare le figlie in caso di problemi giudiziari del padre. Landolfi, secondo le ricostruzioni emerse dopo il fermo, aveva precedenti e si sarebbe mosso in un contesto di marginalità, tra difficoltà economiche, contrabbando, uso di sostanze e problemi personali di cui avrebbe parlato lui stesso con i militari dell’Arma.
Resta però un punto fermo: prima di una sentenza definitiva, Landolfi è una persona sottoposta a indagini e a misura cautelare. Le accuse sul duplice omicidio sono gravissime, ma dovranno essere accertate nel processo.
Le bambine e la prima comunione
Nel cuore di questa vicenda c’è anche un dettaglio che fa male. La figlia più piccola dovrà ricevere la prima comunione. Proprio di quel sacramento Landolfi avrebbe parlato durante la lunga notte dell’interrogatorio in caserma a Torre del Greco, chiedendo di poter tornare a casa per vivere quel momento accanto alla bambina.
Ora la comunione si farà, ma accanto alla piccola non ci sarà il padre. Ci saranno i frati, gli amici del catechismo, la comunità che sta provando a costruire intorno alle tre sorelle una protezione concreta. L’obiettivo è fare in modo che almeno quel giorno resti un momento di festa, riservatezza e affetto, nonostante tutto ciò che è accaduto.
È un passaggio simbolico potente. La comunità prova a sostituire, almeno in parte, ciò che la famiglia non riesce più a garantire: serenità, cura, continuità, normalità.
Le iniziative per restituire normalità
Intorno alle tre ragazzine si sta formando una rete di solidarietà. I religiosi e le associazioni stanno valutando iniziative per accompagnarle nei prossimi mesi: attività sportive, momenti educativi, una piccola vacanza nell’ambito del progetto “Una mano per un sorriso”, percorsi capaci di restituire alle bambine uno spazio di vita diverso da quello della paura e dell’emergenza.
Secondo i frati, alcune di queste iniziative erano state proposte anche in passato ai genitori, ma il padre si sarebbe sempre opposto. Ora, con Landolfi in carcere, l’obiettivo è riuscire finalmente a costruire attorno alle figlie un percorso stabile.
“Vorremmo riuscire a regalare a queste ragazzine una nuova vita”, spiegano dal mondo dell’assistenza. Una frase semplice, ma che contiene tutta la responsabilità del dopo. Perché dopo l’arresto, dopo i titoli, dopo l’orrore, restano i minori. Restano le conseguenze silenziose della violenza.
Il duplice omicidio e l’indagine
Mario Landolfi è detenuto per il duplice omicidio di due donne trovate morte a Pollena Trocchia. Secondo la ricostruzione investigativa, le vittime sarebbero state uccise in due momenti diversi, in un contesto ancora al centro degli accertamenti. L’uomo avrebbe fornito dichiarazioni agli investigatori, ma la dinamica completa e le responsabilità definitive dovranno essere stabilite dall’autorità giudiziaria.
Il caso ha colpito profondamente l’area vesuviana non solo per la brutalità dei fatti contestati, ma anche per ciò che è emerso intorno alla figura dell’indagato: marginalità, presunte violenze familiari, uso di sostanze, difficoltà economiche, isolamento e una rete di aiuto che avrebbe provato più volte a intervenire senza riuscire a entrare davvero nella vita della famiglia.
Quando l’allarme non basta
La domanda che resta è la più difficile: che cosa si può fare quando tutti vedono un rischio, ma nessuno ha gli strumenti per intervenire fino in fondo? È la domanda che attraversa molte storie di violenza domestica e familiare. Servizi sociali, parrocchie, scuole, associazioni e vicini possono intercettare segnali, ma spesso si trovano davanti a muri di paura, rifiuto, silenzio o assenza di denunce.
Il caso Landolfi, per come viene raccontato da chi ha seguito la famiglia, sembra appartenere a questa zona grigia. Una zona nella quale il disagio è visibile, la violenza è sospettata o raccontata, ma l’intervento resta debole perché mancano passaggi formali, prove, denunce, autorizzazioni, decisioni immediate.
È una fragilità del sistema che non può diventare un alibi, ma va guardata con lucidità. Proteggere le famiglie vulnerabili significa anche rafforzare gli strumenti di ascolto, presa in carico e intervento prima che la violenza esploda.
Ora la priorità sono le tre figlie
Oggi, però, la priorità ha tre volti. Sono le figlie di Landolfi. Tre minori che non devono essere schiacciate dal cognome, dalla cronaca, dal processo, dalle colpe eventualmente accertate del padre o dal dolore che questa storia porta con sé.
Servono riservatezza, continuità, sostegno psicologico, protezione sociale e una comunità capace di non lasciarle sole quando l’attenzione mediatica si spegnerà. È lì che si misurerà davvero la qualità dell’aiuto.
Il duplice femminicidio di Pollena Trocchia resta una ferita giudiziaria e umana gravissima. Ma dentro quella ferita ce n’è un’altra, più silenziosa: quella di tre ragazzine che la comunità aveva già provato ad aiutare e che ora dovrà accompagnare con ancora maggiore cura. Perché la cronaca racconta l’orrore. La responsabilità civile comincia il giorno dopo.
Cronache
Daniela Amenta: «Un anno senza alcol, non ho usato neppure l’aceto nell’insalata»
La giornalista e scrittrice Daniela Amenta racconta un anno senza alcol e il percorso iniziato in un centro alcologico romano. Una testimonianza sulla natura subdola della dipendenza, sulla difficoltà della cura e sull’importanza delle strutture del Servizio sanitario nazionale.
«Oggi è un anno che non bevo. Non ho usato neppure l’aceto nell’insalata». Comincia così il racconto con cui Daniela Amenta, giornalista, scrittrice e grande appassionata di musica rock, ha deciso di rendere pubblico un pezzo molto privato della propria vita: la dipendenza dall’alcol e il percorso intrapreso per uscirne.
Non lo fa per celebrare una vittoria definitiva. Anzi. Lo fa proprio per spiegare che con una dipendenza la parola “fine” è difficile da pronunciare.
«Ho iniziato un percorso che non ho ancora finito e temo non finirà mai. È bene che si sappia».
Il primo settembre 2025 Amenta ha smesso di bere e si è rivolta a un centro alcologico di Roma. Un anno dopo ha raccontato la propria esperienza su Substack.
«Non mi ero resa conto di esserci così dentro»
Per anni Daniela Amenta ha vissuto una vita intensissima. Giornalista militante, già caporedattore dell’Unità, scrittrice, musica, chitarra, passioni e mille cose da fare.
L’alcol era entrato progressivamente nella quotidianità.
All’inizio quasi come una ricompensa.
«Ritornavo a casa tardi e mi dicevo: dopo una giornata intensa un bicchiere è quello che ci vuole».
Gin e vodka.
Poi l’orario comincia lentamente ad anticiparsi.
Prima le dieci di sera. Poi le nove. Poi le otto.
Fino al momento nel quale arriva la consapevolezza.
«Un giorno, alle quattro del pomeriggio, con il bicchiere già in mano, mi sono detta: c’è qualcosa che non va».
«È il tuo party privato»
È uno dei passaggi più efficaci della sua testimonianza.
La dipendenza può crescere senza rumore, nascosta dentro abitudini apparentemente normali. E spesso si consuma nella solitudine.
«È il tuo party privato», racconta Amenta.
Il problema, spiega, è riconoscere ciò che sta accadendo prima ancora di riuscire ad affrontarlo.
«Chiunque soffra di dipendenza cerca di salvaguardare ad ogni costo il proprio vizio».
Per lei il primo passo è stato parlarne con il medico di base. Poi gli accertamenti e infine l’ingresso in un centro specializzato.
Ragazzi, professionisti, madri: la dipendenza non guarda il ceto sociale
Entrando nel mondo dei servizi alcologici, Amenta racconta di aver scoperto qualcosa che non immaginava nelle sue dimensioni.
La dipendenza dall’alcol attraversa età, professioni e condizioni sociali.
Ragazzi, professionisti, donne benestanti, madri accompagnate dalle figlie.
«Dalle migliaia di persone di cui si prendono cura ho capito che il problema è molto serio».
È forse questo il messaggio più importante della sua testimonianza: l’alcolismo non corrisponde necessariamente all’immagine stereotipata dell’emarginazione o del degrado.
Può nascondersi dietro una vita professionale normale, una famiglia, una carriera, una giornata piena di impegni.
«Il Servizio sanitario nazionale offre strutture di eccellenza»
Amenta sottolinea anche un aspetto che spesso resta fuori dal racconto delle dipendenze: la possibilità di curarsi attraverso il sistema sanitario pubblico.
«C’è uno staff straordinario. Il Servizio sanitario nazionale mette a disposizione strutture di eccellenza».
Il percorso, però, è stato difficile.
Racconta farmaci, iniezioni, dolori fisici, perdita dell’appetito e difficoltà nel dormire. E soprattutto la consapevolezza, spiegata anche dai medici, che una ricaduta può sempre verificarsi.
Per adesso non è successo.
«Ho tenuto bene. Nemmeno la morte del mio micio e uno sfratto di casa mi hanno fatto tentennare».
Un anno non è un traguardo, è un pezzo di strada
Il primo settembre è trascorso un anno dall’ultimo bicchiere.
Ma Amenta non racconta la propria esperienza come una storia edificante con il lieto fine già scritto.
Ed è probabilmente proprio questo a renderla più utile.
Non dice: ce l’ho fatta. Dice: sto continuando.
Rendere pubblica la propria dipendenza significa anche rompere uno stigma che spesso impedisce di chiedere aiuto. Significa mostrare che il problema può riguardare chiunque e che riconoscerlo non è una resa, ma l’inizio della cura.
Daniela Amenta ha scelto di raccontarlo dopo 365 giorni senza bere.
Persino senza aceto nell’insalata.
Non perché la battaglia sia terminata.
Ma perché un anno dopo è ancora lì a combatterla.
Cronache
Weekend di sangue nelle corse italiane: quattro morti tra Erice, Genova e Brescia
Weekend drammatico per le corse automobilistiche italiane: due giovani spettatori morti alla Monte Erice, un copilota al Rally Val d’Aveto e uno spettatore al Rally 1000 Miglia. Tre incidenti differenti che riaprono la discussione sulla sicurezza lungo i percorsi.
Il fascino e il rischio. Una strada chiusa al traffico, il rombo del motore che arriva da lontano, pochi secondi per vedere sfrecciare una macchina e poi di nuovo l’attesa.
Le corse automobilistiche su strada vivono da sempre sul difficile confine tra spettacolo e sicurezza. Nell’ultimo fine settimana quel confine si è spezzato tre volte.
Trapani, Genova, Brescia. Tre competizioni, quattro morti e diversi feriti. Una sequenza impressionante che inevitabilmente riapre il tema della sicurezza, soprattutto per il pubblico che assiste alle gare lungo percorsi impossibili da trasformare completamente in circuiti.
Monte Erice, morti due ragazzi di 18 e 20 anni
La tragedia più grave si è consumata domenica durante la 68ª Cronoscalata Monte Erice, in provincia di Trapani.
Non si tratta propriamente di un rally, ma di una gara automobilistica in salita. Alla manifestazione erano iscritti 260 equipaggi, con 153 vetture moderne e 107 storiche al via.
La Peugeot 308 TCR numero 54 guidata da Marco Nicoletti è uscita di strada in corrispondenza della postazione 9, ha superato le protezioni e ha investito alcune persone.
Per Giuseppe Bisconti, 18 anni, e Karol Greco, 20, entrambi di Belmonte Mezzagno, non c’è stato nulla da fare.
È rimasto gravemente ferito anche un commissario di percorso, ricoverato in terapia intensiva. La competizione è stata immediatamente interrotta e la Procura di Trapani ha aperto un’inchiesta.
Saranno gli accertamenti a stabilire le cause dell’uscita di strada. Tra le ipotesi circolate c’è anche quella di un problema tecnico, ma serviranno le verifiche sulla vettura per stabilire con certezza cosa sia accaduto.
Val d’Aveto, muore il copilota
Quasi contemporaneamente, mille chilometri più a nord, un’altra corsa si trasformava in tragedia.
Durante la prima prova speciale della seconda giornata del Rally della Val d’Aveto, nell’entroterra genovese, la Skoda Fabia dell’equipaggio formato da Stefano Scapellato e Stefano Sappracone è uscita di strada in curva.
La vettura ha urtato una scarpata ed è terminata contro un albero.
Ad avere la peggio è stato Stefano Sappracone, 43 anni, copilota sanremese, morto sul colpo. Il pilota è rimasto ferito in maniera lieve.
Anche in questo caso la competizione è stata fermata e sono iniziati gli accertamenti per ricostruire la dinamica.
Rally 1000 Miglia, muore uno spettatore
Il fine settimana nero era cominciato sabato nel Bresciano.
Durante il Rally 1000 Miglia, Francesco De Pasquale, 63 anni, residente a Caselle Torinese, è stato investito da una vettura e ha perso la vita.
Era arrivato per assistere alla gara insieme alla famiglia.
L’incidente si è verificato dopo la prova speciale di Bione. Anche qui la competizione è stata fermata.
Gli investigatori dovranno ricostruire esattamente la traiettoria della macchina e soprattutto stabilire la posizione dello spettatore rispetto alle aree nelle quali era consentito assistere alla competizione.
Tre tragedie, una domanda sulla sicurezza
Erice, Val d’Aveto, Brescia.
Incidenti differenti, dinamiche differenti e responsabilità eventualmente da accertare separatamente. Sarebbe quindi sbagliato cercare una causa comune prima che siano terminate le indagini.
Ma quattro morti in un solo fine settimana impongono comunque una riflessione.
La sicurezza nelle competizioni automobilistiche ha compiuto progressi enormi. Le vetture dispongono di cellule di protezione, roll-bar, cinture e dispositivi sempre più sofisticati. Le gare prevedono piani di sicurezza, commissari di percorso, apripista, ambulanze, aree interdette e procedure d’emergenza.
Rimane però una differenza fondamentale rispetto alle competizioni disputate in circuito.
Una strada non sarà mai un autodromo
Un rally o una cronoscalata attraversano strade, montagne, boschi, scarpate e centri abitati. I percorsi possono estendersi per chilometri e proteggere fisicamente ogni metro è impossibile.
Il pubblico, inoltre, costituisce parte integrante dello spettacolo. Gli appassionati cercano il punto migliore, la curva più spettacolare, il passaggio nel quale osservare più da vicino le vetture.
Ed è proprio qui che il fascino di queste competizioni incontra il loro rischio più difficile da eliminare.
Un’automobile lanciata ad alta velocità che perde aderenza, subisce un guasto o esce dalla traiettoria prevista può percorrere in pochi istanti decine di metri fuori dal tracciato.
Le zone riservate agli spettatori, le barriere e la vigilanza servono proprio a ridurre questo rischio.
Dopo quattro morti in poche ore, però, sarà inevitabile verificare non soltanto le cause dei singoli incidenti, ma anche se tutte le misure previste abbiano funzionato e se possano essere ulteriormente rafforzate.
Non per mettere sotto accusa uno sport.
Ma perché il rally può continuare a essere affascinante e feroce.
Non può diventare una roulette.
Cronache
Di Battista, primi segnali confortanti dopo l’intervento a Cuba. Ma resta la massima cautela
Alessandro Di Battista resta ricoverato all’Avana dopo l’intervento chirurgico deciso in seguito al peggioramento che ha fatto saltare il trasferimento al Gemelli. Dall’entourage filtrano segnali incoraggianti, ma Schierarsi invita alla prudenza e non esistono ancora tempi certi per il ritorno in Italia.
Piccoli segnali confortanti, ma soprattutto molta prudenza. Dopo l’intervento chirurgico subito a L’Avana, l’attenzione resta concentrata sulle condizioni di Alessandro Di Battista e sull’evoluzione del decorso post-operatorio.
L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle è ancora ricoverato all’ospedale Hermanos Ameijeiras della capitale cubana, dove è stato operato dopo il peggioramento delle condizioni che aveva costretto i medici a cancellare il previsto trasferimento in Italia.
Secondo informazioni provenienti da persone vicine all’ex deputato, l’intervento sarebbe riuscito e alcuni parametri monitorati nelle ore successive avrebbero fornito indicazioni considerate incoraggianti.
Si tratta però di informazioni non accompagnate, al momento, da un bollettino medico ufficiale. Ed è quindi indispensabile mantenere la cautela richiesta dalla stessa associazione Schierarsi.
«Un passo alla volta»
È questa la linea seguita dalle persone più vicine a Di Battista.
Nessuna previsione sui tempi di recupero e soprattutto nessuna fuga in avanti sulle conseguenze dell’intervento.
«Aspettiamo l’evolversi degli eventi», spiegano fonti vicine all’ex parlamentare, sottolineando come questa rimanga una fase delicata.
La priorità è capire come Di Battista reagirà all’operazione e quale sarà la valutazione dei medici nei prossimi giorni.
Anche l’ipotesi di un rientro in Italia resta sospesa.
Il trasferimento al Gemelli saltato all’ultimo momento
Di Battista avrebbe dovuto lasciare Cuba a bordo di un’aeroambulanza coperta dalla propria assicurazione e raggiungere Roma per essere ricoverato al Policlinico Gemelli.
Il programma è però cambiato quando le sue condizioni sono peggiorate durante il trasferimento verso l’aeroporto. L’ex parlamentare è stato riportato in ospedale e i medici hanno deciso di procedere con l’intervento chirurgico a Cuba.
Nei giorni precedenti erano arrivati all’Avana anche due specialisti del Gemelli, un neurochirurgo e una rianimatrice, per collaborare con l’équipe cubana.
Il rientro in Italia può attendere
Qualsiasi previsione sulla data del ritorno appare quindi prematura.
Nell’entourage di Di Battista circola l’ipotesi che la permanenza a Cuba possa protrarsi ancora per diverse settimane. Ma anche in questo caso non esiste al momento una data ufficiale.
Saranno esclusivamente le condizioni cliniche e le valutazioni dei medici a stabilire quando l’ex parlamentare potrà affrontare un viaggio intercontinentale.
La stessa associazione Schierarsi ha chiesto «massima discrezione e prudenza nella diffusione di informazioni, in attesa di ulteriori aggiornamenti».
È probabilmente l’indicazione più importante anche in queste ore.
Dopo giorni di forte apprensione, dall’Avana arrivano segnali che inducono a un cauto ottimismo. Ma il decorso è ancora in una fase delicata e soltanto l’evoluzione clinica potrà fornire risposte più solide.
Per adesso, dunque, un passo alla volta.


