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Salute

Dolore cronico, oltre 10 milioni di italiani colpiti: gli esperti chiedono che diventi una priorità di salute pubblica

Il dolore cronico colpisce oltre 10 milioni di italiani. Gli esperti riuniti a Roma chiedono che sia riconosciuto come una priorità di salute pubblica.

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Riconoscere il dolore cronico come una priorità di salute pubblica. È l’appello lanciato dagli esperti riuniti a Roma nel congresso “Basic pain support – Aggiornamenti in Terapia del Dolore”, che hanno richiamato l’attenzione su una condizione che colpisce oltre 10 milioni di persone in Italia.

Secondo i dati illustrati, più del 24% della popolazione adulta soffre di dolore cronico, una percentuale in linea con quella degli altri Paesi europei. Una quota significativa, pari a circa un terzo dei pazienti, convive con un dolore ad alto impatto sulla qualità della vita e sulla capacità lavorativa.

Il rischio di ignorare il dolore persistente

Gli specialisti avvertono che trascurare un dolore che persiste nel tempo espone al rischio concreto che si trasformi in una vera e propria malattia cronica, complessa e difficile da trattare. Non si tratta più di un semplice sintomo, ma di una condizione che può compromettere mobilità, sonno, autonomia, relazioni sociali e salute mentale.

Ansia, depressione e stanchezza cronica accompagnano spesso questi pazienti, che finiscono per ricorrere con frequenza all’automedicazione, nel tentativo di contenere un dolore sempre più resistente.

Automedicazione e pericoli nascosti

“Molti pazienti non trovano ancora risposte adeguate alla loro sofferenza”, spiega Flaminia Coluzzi, docente di Anestesiologia e Terapia del Dolore alla Sapienza di Roma e presidente del congresso. “I dati sugli acquisti in autonomia di analgesici e antinfiammatori mostrano un ricorso diffuso all’auto-prescrizione, che rappresenta però un fattore di rischio per eventi avversi e interazioni farmacologiche pericolose”.

Una situazione che evidenzia una carenza nei percorsi di presa in carico e nella consapevolezza del problema, sia tra i cittadini sia all’interno del sistema sanitario.

Neuroinfiammazione, il meccanismo chiave della cronicizzazione

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha individuato nella neuroinfiammazione il nucleo centrale del processo di cronicizzazione del dolore. In condizioni normali, le cellule immunitarie del sistema nervoso centrale svolgono una funzione protettiva. Tuttavia, quando l’attivazione persiste nel tempo, può determinare alterazioni profonde.

“Questi fenomeni sono alla base di patologie degenerative e di sindromi dolorose croniche come la fibromialgia o la sindrome dell’intestino irritabile”, sottolinea Coluzzi.

Il fattore tempo: intervenire presto fa la differenza

Secondo gli esperti, la diagnosi precoce è decisiva. Riconoscere il dolore cronico nelle sue fasi iniziali consente di intervenire sulla neuroinfiammazione e di evitare che il dolore diventi permanente, anche nelle forme più comuni come il dolore osteoarticolare o le neuropatie dolorose.

Ritardare le cure, al contrario, espone i pazienti a percorsi terapeutici più complessi e con minori probabilità di successo.

L’appello alle istituzioni e ai cittadini

Il congresso rivolge un appello chiaro a istituzioni, comunità medica e cittadini: il dolore cronico non è un fastidio da sopportare, ma una condizione che erode lentamente qualità della vita, energie e autonomia.

“È un killer invisibile – conclude Coluzzi – Servono diagnosi rapide, percorsi di cura strutturati e maggiore consapevolezza dei meccanismi che lo generano. Intervenire subito può evitare anni di sofferenza e impedire che una condizione spesso reversibile diventi una malattia permanente”.

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Salute

Cardiopatie congenite, a Cosenza oltre 600 pazienti seguiti: 1 neonato su 100 nasce con una malformazione

All’ospedale Annunziata di Cosenza oltre 600 pazienti con cardiopatie congenite seguiti stabilmente. Un neonato su 100 nasce con una malformazione cardiaca.

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Le cardiopatie congenite rappresentano la malformazione neonatale più frequente e a maggiore impatto sociale. È quanto emerso nel corso della Giornata Mondiale delle Cardiopatie, celebrata con un convegno medico-scientifico all’ospedale “Annunziata” di Cosenza.

L’Unità di Cardiologia pediatrica e perinatale, guidata dalla dottoressa Maria Lucente, segue stabilmente oltre 600 pazienti in tutta la provincia, inclusa una coorte di giovani adulti tra i 20 e i 25 anni che continua a fare riferimento al dipartimento Materno-infantile.

Un neonato su 100, metà dei casi gravi

Secondo i dati illustrati durante il convegno “Dove porta il cuore: le cardiopatie congenite dalla gravidanza all’età adulta”, un neonato su 100 nasce con una cardiopatia congenita. Nel 50% dei casi si tratta di forme gravi che possono mettere a rischio la sopravvivenza immediata.

“Non si tratta di patologie confinate al feto o al neonato – ha spiegato Lucente – ma di condizioni che incidono profondamente sulla salute della madre e sull’intero nucleo familiare, specialmente nelle forme complesse”.

La rete con Taormina e il protocollo d’emergenza

Ogni anno circa 140 interventi vengono gestiti in collaborazione con il Centro di cardiochirurgia del Mediterraneo di Taormina, diretto da Salvatore Agati.

In assenza di una cardiochirurgia pediatrica in Calabria, negli ultimi dieci anni è stato consolidato un protocollo di emergenza-urgenza che prevede, nei casi più critici, l’intervento diretto dell’équipe siciliana nelle terapie intensive neonatali calabresi. Una soluzione che consente di stabilizzare o operare i neonati in loco, riducendo i rischi legati al trasporto.

Diagnosi precoce e presa in carico multidisciplinare

La sopravvivenza è strettamente legata alla diagnostica ecografica morfologica, che permette di programmare luogo e tempi del parto, abbattendo morbosità e mortalità.

Nonostante l’efficacia della rete clinica, resta prioritaria l’integrazione di figure specialistiche di supporto, come genetisti e psicologi, per garantire una presa in carico globale lungo tutto l’arco della vita.

Il convegno ha riunito ginecologi, neonatologi, pediatri, cardiologi, cardiochirurghi, anestesisti e professionisti sanitari, con l’obiettivo di promuovere un modello integrato di gestione di patologie che, grazie ai progressi della medicina, oggi consentono sempre più spesso una sopravvivenza e una qualità di vita fino all’età adulta.

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Salute

Cardiopatie congenite, oltre 100mila adulti in Italia: al Bambino Gesù unità dedicata ai pazienti Achd

In Italia oltre 100mila adulti con cardiopatie congenite. Al Bambino Gesù attiva l’Unità di Cardiologia del Congenito Adulto con circa 3mila pazienti presi in carico nel 2025.

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Ogni anno in Italia nascono circa 4.000 bambini con cardiopatie congenite. Grazie ai progressi della medicina, in particolare della cardiochirurgia e della cardiologia interventistica pediatrica, oggi circa il 90% di questi pazienti raggiunge l’età adulta.

La popolazione dei cosiddetti Grown up congenital heart (Guch) o Adults with congenital heart disease (Achd) supera ormai le 100.000 persone. Un dato che segna un cambiamento profondo nella gestione clinica di queste patologie.

L’Unità dedicata al Bambino Gesù

Per rispondere alla crescente domanda di assistenza specialistica, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ha istituito l’Unità Operativa Semplice di Cardiologia del Congenito Adulto. Nel 2025 la struttura ha preso in carico circa 3.000 pazienti.

L’Unità è diretta dalla dottoressa Claudia Montanaro e adotta un approccio multidisciplinare che coinvolge cardiologi clinici e interventisti, cardiochirurghi, aritmologi, radiologi, anestesisti, psicologi e altri specialisti in base alle necessità del singolo caso.

“La cardiopatia congenita, anche dopo interventi cardiochirurgici, non può essere considerata una condizione guarita”, sottolinea Montanaro, evidenziando la necessità di un follow-up costante e altamente specializzato, anche nelle fasi delicate come la gravidanza.

Giornata mondiale e Open Day

In occasione della Giornata Mondiale delle Cardiopatie Congenite, l’Ospedale ha organizzato un Open Day dedicato agli adulti con cardiopatie congenite. L’iniziativa punta a rafforzare l’informazione sanitaria e a promuovere un ruolo attivo del paziente nella gestione della propria condizione.

Secondo il direttore sanitario Massimiliano Raponi, l’appuntamento inaugura un ciclo di incontri periodici dedicati alle malattie rare, con cadenza mensile, per consolidare il dialogo tra équipe sanitaria, pazienti e famiglie.

Il modello adottato mira a migliorare qualità e aspettativa di vita, accompagnando il paziente lungo tutto l’arco della vita con una presa in carico personalizzata e integrata.

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Salute

25 anni dal genoma umano online, la rivoluzione che ha cambiato la biologia

Il 15 febbraio 2001 la pubblicazione online del genoma umano su Nature e Science segnò una svolta storica. Oggi l’intelligenza artificiale accelera nuove scoperte in medicina e genetica.

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Il 15 febbraio 2001 il grande libro del Dna diventò accessibile al mondo. Le riviste Nature e Science pubblicarono i risultati del sequenziamento del genoma umano: da un lato il consorzio internazionale del Progetto Genoma Umano, dall’altro la società privata Celera fondata da Craig Venter.

La risonanza fu globale. Per molti ricercatori fu come “arrivare sulla Luna”, osserva Stefano Gustincich, direttore del Centro di Genomica clinica e computazionale dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Aosta.

Meno geni del previsto

Tra le prime sorprese emerse allora vi fu il numero di geni umani: non circa 100mila, come si ipotizzava, ma tra 28mila e 40mila. Un dato che ridimensionò le aspettative e mise in prospettiva la complessità della biologia umana, confrontabile con organismi molto più semplici come il moscerino della frutta o alcune piante.

Negli anni successivi il quadro si è precisato: oggi si stimano circa 25mila geni codificanti per proteine e decine di migliaia di geni che producono Rna non codificante, con funzioni regolatorie fondamentali.

Le nuove discipline

Dalla lettura del genoma sono nate discipline come genomica, proteomica, terapia genica e farmacogenomica. La comprensione delle basi molecolari delle malattie si è ampliata, aprendo la strada a test genetici mirati e allo sviluppo di nuove terapie.

Non tutto, però, fu compreso subito. Molte sequenze considerate inizialmente prive di funzione si sono rivelate cruciali nella regolazione genica e nei meccanismi patologici.

L’intelligenza artificiale legge il Dna

Oggi anche l’intelligenza artificiale contribuisce a interpretare il patrimonio genetico. Strumenti basati su algoritmi avanzati consentono di analizzare la struttura delle proteine e attribuire significato funzionale o patologico alle varianti genetiche dei pazienti.

A 25 anni dalla pubblicazione online, il genoma umano resta insieme un punto di arrivo e un punto di partenza: una mappa che continua a generare scoperte, trasformando la medicina e la ricerca biomedica.

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