La leggenda vuole che, da bambino, Novak Djokovic incontrò un lupo in un bosco e fu il lupo a cambiare strada. Oggi, davanti al capobranco tornato dominante, è Jannik Sinner a fare un passo indietro. Nella semifinale dell’Australian Open, il campione in carica cede dopo oltre quattro ore di battaglia all’anziano fuoriclasse, tornato in trance agonistica, sospinto dall’orgoglio e dal richiamo della grande impresa.
Un match di rimpianti
Sinner paga ancora una volta l’intensità di una partita che si allunga oltre la soglia del comfort. Djokovic affonda con la precisione di chi sa attendere e colpire, annusa l’aria della storia e addenta la possibilità della 25ª torta Slam. Oggi, contro Carlos Alcaraz, potrà provare a tornare — per un pomeriggio — ragazzino.
Dalle montagne della Serbia al mondo
L’ex bambino incoraggiato dalla maestra Jelena Gencic a giocare a tennis in montagna, sul campetto davanti alla pizzeria dei genitori a Kopaonik, ha dovuto liberarsi nel tempo del peso dell’eroe nazionale per ritrovare la fame di battere i predestinati della nuova generazione. La vittoria su Sinner, in cinque set ideali di tecnica e tattica, vale come un testamento sportivo.
Trasloco e controllo totale
Il trasferimento in Grecia con la famiglia, dopo il deterioramento del rapporto con il presidente serbo Aleksandar Vučić e le tensioni del 2022 legate al visto australiano, non ha intaccato la popolarità del Djoker in patria. A Glyfada, vicino ad Atene, Djokovic ha iscritto i figli a un collegio inglese e spostato anche il torneo di famiglia Atp 250. Nel suo mondo ipercontrollato — dall’alimentazione ai pensieri — nulla accade per caso.
Sport, politica, business
La svolta autoritaria di Vučić dopo il 2017 e i moti studenteschi hanno accelerato il distacco da Belgrado. «Voglio che i miei figli crescano nell’ambiente migliore», ha spiegato Djokovic, coerente con una visione che intreccia salute psicologica, energia delle persone e rituali personali: come abbracciare un albero secolare prima di lasciare Melbourne. Della finale con Alcaraz dice: «Se il corpo cedesse, mi affiderei al destino e pregherei per un intervento divino».
Un patto con il Tempo
Perché a quasi 39 anni Djokovic continua a sfidare avversari di tre lustri più giovani? Forse per un braccio di ferro con Chronos. Vuole smettere alle sue condizioni. Lo racconta Jelena Ristić, ricordando il 2018 e la crisi dopo Miami: l’idea del ritiro, la vacanza, il ritorno al campo con il figlio Stefan, la telefonata a Marian Vajda. Poi Wimbledon e gli US Open. Il resto è storia.
La chiave della finale
Di fronte, Alcaraz troverà un avversario-organismo, complesso e cangiante. Se alla rigidità mostrata da Sinner — che ha scelto di sfidare Djokovic sul suo terreno — Carlitos saprà opporre fantasia e giocosità, il vecchio leone potrebbe smarrirsi nella stanza dei balocchi. Affrontare Djokovic credendosi Djokovic è un rischio mortale: fare la fine di quel lupo che non resse il confronto.