Salute
Diabete, l’IA analizza la voce: risultati promettenti, ma troppi falsi positivi
Un modello di IA analizza brevi registrazioni vocali per individuare il rischio di diabete di tipo 2. Nei test con esami del sangue emergono potenzialità per lo screening, insieme a un’elevata quota di falsi positivi.
Bastano venti secondi di parlato per raccogliere indizi sul rischio di diabete di tipo 2? Un modello di intelligenza artificiale presentato al congresso dell’Associazione europea per lo studio del diabete, a Milano, prova a riconoscere nella voce alcune caratteristiche associate alla malattia. I risultati indicano una possibile strada per lo screening, ma il sistema richiede ancora verifiche prima di un impiego clinico.
Che cosa mostrano i test
Il modello è stato sviluppato usando oltre 63mila registrazioni vocali. Dopo una prima valutazione su più di 7mila persone, i ricercatori lo hanno confrontato con gli esami dell’emoglobina glicata di 801 partecipanti. In quest’ultimo gruppo ha segnalato circa otto persone con diabete su dieci. Ha però attribuito un rischio elevato anche al 47% di chi non aveva il diabete: una quota alta di falsi positivi.
Una possibilità per lo screening
Raccogliere una registrazione con un telefono o un’app potrebbe rendere più semplice raggiungere persone che oggi non si sottopongono ai controlli. Le prestazioni del modello, tuttavia, sono risultate meno affidabili in alcuni gruppi di partecipanti e in presenza di altre condizioni di salute. Lo studio ha inoltre analizzato voci in inglese raccolte nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Servono quindi ulteriori prove su popolazioni diverse; un risultato del test vocale non sostituisce l’esame del sangue necessario per accertare il diabete.
Salute
Sanità, allarme Gimbe: 5,8 milioni rinunciano a visite ed esami
Il 9° Rapporto Gimbe descrive le difficoltà di accesso al Servizio sanitario nazionale. Il Fondo cresce in termini nominali, ma perde peso rispetto al Pil. Nel 2024, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a visite o esami; nel 2025 le famiglie hanno pagato direttamente 42,4 miliardi. La Fondazione segnala inoltre un divario tra finanziamento e spesa prevista nel 2027-2029.
Il Fondo sanitario cresce, ma l’accesso alle cure resta sempre più condizionato dal reddito e dal luogo di residenza.Il 9° Rapporto Gimbe sul Servizio sanitario nazionale, presentato il 7 ottobre alla Camera, descrive un sistema che continua a garantire buoni risultati di salute, ma incontra crescenti difficoltà nell’offrire prestazioni tempestive ed eque.
I dati fotografano le conseguenze sui cittadini: 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a visite o esami nel 2024, mentre nel 2025 le famiglie hanno sostenuto direttamente 42,4 miliardi di euro di spesa sanitaria. A pesare sono il finanziamento, le diseguaglianze territoriali e la crisi del personale.
Il Fondo aumenta, ma perde peso rispetto al Pil
Tra il 2022 e il 2026, il Fondo sanitario nazionale è passato da 125,4 a 142,9 miliardi di euro, con un incremento nominale di 17,5 miliardi.
La lettura cambia rapportando le risorse alla ricchezza prodotta dal Paese. Nel 2022 il Fondo rappresentava il 6,27% del Pil; negli anni successivi la quota si è mantenuta intorno al 6%.
Gimbe calcola quindi 18,8 miliardi di minore finanziamento cumulativo rispetto allo scenario in cui il rapporto tra Fondo e Pil fosse rimasto al livello del 2022.
Il presidente Nino Cartabellotta definisce questo scarto «tagli invisibili». Non si tratta di una riduzione nominale degli stanziamenti, ma della differenza rispetto a un parametro di finanziamento mantenuto costante.
Un divario di 32,3 miliardi nel prossimo triennio
Per il periodo 2027-2029, il rapporto indica un divario cumulativo di 32,3 miliardi di euro tra finanziamento e previsioni di spesa sanitaria.
È una stima riferita al prossimo triennio, distinta dal calcolo dei “tagli invisibili” degli anni precedenti.
Secondo Gimbe, senza nuove risorse lo squilibrio rischia di ricadere sui bilanci regionali. Le conseguenze potrebbero essere un aumento delle imposte o una riduzione dei servizi, con ulteriori effetti sull’accessibilità delle cure.
Le famiglie pagano 42,4 miliardi
Nel 2025, la spesa sanitaria complessiva in Italia ha raggiunto 190,1 miliardi di euro. Di questi, 42,4 miliardi sono stati pagati direttamente dalle famiglie.
Nello stesso anno, la spesa intermediata da fondi sanitari e assicurazioni è cresciuta del 10,1%. Un aumento che accompagna il ricorso a strumenti di copertura privata, mentre il servizio pubblico fatica a rispondere a tutti i bisogni.
Cartabellotta avverte che, se l’offerta pubblica arretra, fondi e assicurazioni possono diventare una corsia preferenziale per chi dispone di una copertura. Il rischio indicato è un ampliamento delle differenze tra chi può sostenere una spesa e chi deve attendere.
Rinuncia alle cure: il dato riguarda il 2024
Le 5,8 milioni di persone che hanno rinunciato ad almeno una visita o a un accertamento diagnostico si riferiscono al 2024.
Il dato non va confuso con quello della spesa sanitaria del 2025: misura un fenomeno diverso e riguarda un anno precedente.
Per Gimbe, i bisogni rimasti senza risposta non scompaiono. Visite ed esami rinviati possono compromettere la tempestività della diagnosi e della presa in carico, soprattutto per le persone più fragili.
Personale, il problema dell’attrattività del pubblico
Il rapporto evidenzia anche una riduzione del peso della spesa per il personale sul totale della spesa sanitaria pubblica.
Mantenendo invariata la quota del 2012, secondo il calcolo Gimbe, la spesa cumulativa per il personale sarebbe stata superiore di 36,8 miliardi di euro. Anche questa cifra rappresenta un confronto con uno scenario teorico: non indica stipendi individuali non corrisposti.
Circa un medico su quattro e un infermiere su cinque tra quelli censiti lavora fuori dal Servizio sanitario nazionale. Il dato descrive la distribuzione dei professionisti e non equivale al numero di persone che hanno lasciato recentemente il pubblico.
La Fondazione chiede interventi su retribuzioni, condizioni di lavoro e prospettive professionali per rafforzare l’attrattività del Ssn.
Schlein e M5s attaccano, Ronzulli contesta l’analisi
Il rapporto alimenta il confronto politico. La segretaria del Pd Elly Schlein definisce la situazione un «taglio silenzioso» e una «tassa Meloni», chiedendo di portare la spesa sanitaria al 7% del Pil.
I parlamentari del Movimento 5 Stelle delle commissioni competenti accusano il governo di sacrificare la sanità alla spesa militare. Si tratta di valutazioni politiche, distinte dai dati del rapporto.
La vicepresidente del Senato Licia Ronzulli, di Forza Italia, contesta invece la lettura di Gimbe: considera i “tagli invisibili” un esercizio contabile e sottolinea che il finanziamento nominale ha raggiunto livelli massimi.
Il confronto riguarda dunque sia l’aumento degli stanziamenti sia la loro adeguatezza. Per i cittadini, la misura decisiva resta la possibilità di ottenere cure appropriate nei tempi necessari, indipendentemente dalle condizioni economiche e dalla Regione in cui vivono.
Politica
Medici di famiglia sotto 37mila, allarme pensionamenti in Campania
Al congresso Fimmg, Silvestro Scotti denuncia il calo dei medici di famiglia sotto quota 37mila e il sovraccarico degli assistiti. Particolare preoccupazione riguarda la Campania, dove il sindacato prevede numerosi pensionamenti nel 2027. Le richieste sono una nuova convenzione, risorse certe e una programmazione che tuteli soprattutto i territori isolati.
Meno medici di famiglia, più pazienti da seguire e pensionamenti che rischiano di lasciare interi territori senza un riferimento stabile per le cure. L’allarme arriva dall’85° congresso della Fimmg, a Villasimius: secondo il sindacato, in Italia i medici di medicina generale sono scesi sotto quota 37mila, mentre l’invecchiamento della popolazione aumenta la domanda di assistenza.
A preoccupare sono soprattutto le aree interne, i centri montani e le piccole isole. In Campania, avverte il segretario Silvestro Scotti, il ricambio generazionale rischia di diventare particolarmente difficile già nel 2027.
Organici in calo e medici sovraccarichi
«Eravamo 43mila soltanto sette anni fa, oggi siamo meno di 37mila», denuncia Silvestro Scotti, nella sua ultima relazione congressuale da segretario della Fimmg.
La riduzione degli organici si accompagna a un aumento dei bisogni di cura, legato anche alla crescita del numero di anziani e di persone con patologie croniche.
Secondo i dati richiamati dal sindacato, oltre la metà dei medici di famiglia supera il massimale ordinario di 1.500 assistiti. Un sovraccarico che rende più complessa la gestione delle visite, della prevenzione e del monitoraggio dei pazienti fragili.
Campania, l’allarme sui pensionamenti del 2027
Il problema più urgente riguarda la sostituzione dei professionisti in uscita. Scotti segnala criticità in particolare nel Lazioe in Campania.
«In Campania, in particolare, un terzo dei medici andrà in pensione il prossimo anno», afferma. È la previsione indicata dal segretario della Fimmg, che richiama la necessità di programmare il ricambio prima che gli ambulatori rimangano scoperti.
La possibilità di proseguire volontariamente l’attività fino a 73 anni può rinviare alcune uscite, ma non risolve la carenza di nuove leve. Molti professionisti, spiega Scotti, continuano a lavorare anche perché non sanno a chi affidare i propri assistiti.
Aree interne e piccole isole più esposte
La carenza di medici di famiglia non si distribuisce in modo uniforme. I territori più difficili da raggiungere incontrano maggiori ostacoli nell’attrarre giovani professionisti.
«I giovani vanno a formarsi nelle città e lì restano. Bisogna lavorare su una programmazione che non lasci nessuno senza medico», sottolinea Scotti.
Per la Fimmg, il ricorso ai servizi di continuità assistenziale non può sostituire pienamente il rapporto di fiducia tra medico e paziente. La conoscenza della storia clinica e familiare dell’assistito resta infatti un elemento centrale della medicina generale, soprattutto nella cura degli anziani e dei malati cronici.
Convenzione, la richiesta di tempi e risorse certi
Il sindacato chiede che la medicina convenzionata non rimanga «l’ultima della fila» nei rinnovi e sollecita tempi e finanziamenti certi per il nuovo Accordo collettivo nazionale.
L’obiettivo è rendere la professione più attrattiva, investendo sul personale di supporto e aggiornando le condizioni economiche e organizzative del lavoro.
Scotti collega il tema anche all’autonomia differenziata: «Più crescono le differenze tra Regioni, più serve un contratto nazionale forte per difendere il diritto alla salute».
Sui ritardi dei rinnovi interviene anche Beatrice Lorenzin, vicepresidente del gruppo Pd al Senato ed ex ministra della Salute, che invita a superare la prassi di approvare gli accordi quando sono già scaduti o prossimi alla scadenza.
Quasi 6mila domande per la formazione
Un segnale positivo arriva dalle candidature al corso di formazione specifica in medicina generale 2026-2029: sono circa 6mila per 2.651 posti.
L’interesse iniziale, però, non coincide automaticamente con l’ingresso di altrettanti medici negli ambulatori. Le domande devono tradursi in iscrizioni, completamento del percorso e permanenza nella professione.
La Fimmg chiede inoltre che nella denominazione del diploma compaia il termine «specializzazione», rafforzando il rapporto con università, ricerca e docenza. Si tratta di una richiesta del sindacato, non di una modifica già acquisita.
La sfida è trasformare l’interesse dei giovani in una presenza stabile sul territorio, con una programmazione capace di garantire continuità delle cure anche nelle comunità più isolate.
Salute
Focolaio di sospetta peste polmonare in Russia, un morto e paura in Europa
La morte di una lavoratrice dell’istituto anti-peste di Irkutsk è sotto accertamento e la diagnosi di peste polmonare non è ufficialmente confermata. Gli Stati Uniti chiedono trasparenza, mentre l’Oms valuta molto basso il rischio per la Regione europea. Non risultano confermati un secondo decesso o le ipotesi di un patogeno modificato per usi militari.
La morte di una lavoratrice di un laboratorio di Irkutsk, in Siberia, resta sotto accertamento: la peste polmonare è un’ipotesi, non una diagnosi ufficialmente confermata. Gli Stati Uniti chiedono alla Russia maggiori informazioni, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità valuta il rischio come molto basso per la Regione europea dell’Oms.
Al 6 ottobre, le informazioni disponibili non indicano casi secondari confermati né una trasmissione sostenuta tra persone. Restano senza riscontro le voci su un secondo decesso e le ipotesi di un patogeno modificato per impieghi militari.
La morte della lavoratrice e gli accertamenti
La donna, identificata nelle ricostruzioni giornalistiche come Daria Shipilova, lavorava nell’istituto di Irkutsk che studia agenti patogeni pericolosi, tra cui quello della peste.
È morta il 2 ottobre, dopo avere sviluppato una grave polmonite. Le circostanze dell’infezione e la sua causa restano da chiarire.
La presenza della peste negli animali selvatici di alcune aree della Siberia costituisce un elemento del contesto epidemiologico, ma non dimostra come la lavoratrice si sia ammalata né conferma un incidente di laboratorio.
La valutazione dell’Oms
L’Oms è in contatto con le autorità russe per verificare le circostanze del decesso, gli esami effettuati e le condizioni delle persone entrate in contatto con la donna.
La valutazione iniziale indica un rischio:
- da moderato a basso per Irkutsk;
- basso per la Federazione Russa;
- molto basso per la Regione europea dell’Oms.
Si tratta di una valutazione preliminare, aggiornabile con l’arrivo di ulteriori informazioni. Secondo quanto comunicato dalle autorità russe, i controlli sui contatti non hanno rilevato agenti di malattie infettive pericolose.
Rubio chiede maggiore trasparenza
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha chiesto a Mosca di condividere maggiori dettagli sull’accaduto, sottolineando l’attenzione di Washington per un possibile episodio collegato a un laboratorio.
Il presidente Donald Trump ha espresso la disponibilità degli Stati Uniti a fornire assistenza.
Le autorità russe sostengono che la situazione sia sotto controllo. Rimane centrale la disponibilità di informazioni verificabili sulla causa del decesso e sugli esiti degli accertamenti.
Secondo decesso e armi biologiche: mancano conferme
Le indiscrezioni su un secondo decesso per peste a Irkutsk non risultano confermate nelle informazioni sanitarie disponibili.
Anche le ipotesi sull’impiego del patogeno come arma biologica restano prive di riscontri verificati. Le misure di quarantena e il ricorso a personale specializzato, da soli, non dimostrano né una modifica del batterio né la sua resistenza agli antibiotici.
Le ricostruzioni circolate sui social non possono quindi essere considerate conclusioni degli accertamenti sanitari.
Che cosa si sa sulla peste polmonare
La peste è causata dal batterio Yersinia pestis. La forma polmonare può trasmettersi attraverso particelle respiratorie, generalmente in presenza di contatti stretti e prolungati con una persona infetta che manifesta sintomi.
È una malattia grave, ma può essere trattata efficacemente con antibiotici: diagnosi e trattamento tempestivi sono fondamentali.
Al momento, non sono emerse evidenze di una diffusione sostenuta collegata al caso di Irkutsk.
Negli Stati Uniti sette casi annui, non sette morti
Nel confronto tra Washington e Mosca è stato richiamato anche il fatto che la peste sia presente negli Stati Uniti.
Il dato va precisato: la media riportata dalle autorità sanitarie americane è di circa sette casi umani all’anno, non sette decessi. Confondere infezioni e morti altera la lettura del rischio.
Per il caso russo restano decisivi gli esami di laboratorio e la verifica delle informazioni: fino a una conferma diagnostica, è corretto parlare di sospetta peste, evitando di presentare come accertato un focolaio.


