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I Sentieri del Bello

Danì Maison di Nino Di Costanzo: con i miei sapori faccio sognare

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Espresso 2020, pioggia di “cappelli” sugli chef. Premiata Ischia con Nino Di Costanzo, Pasquale Palamaro e non solo

La visione, l’intraprendenza e la passione concedono al lavoro una dimensione più ampia trasformandolo in vera professione e il lavoratore ne diviene interprete. Ischia riesce a parlare al mondo non solo attraverso i suoi scenari, il suo mare, la sua natura rigoglioso ma lo fa attraverso le sue eccellenze. Queste sono costruite su uomini che dedicano la propria vita al lavoro elevandolo, spesso, in vera e propria arte.

Nino di Costanzo, titolare del ristorante “Danì Maison”, chef due Stelle Michelin, è sicuramente un volto ischitano la cui luce risplende a livello planetario. Insignito anche di altri prestigiosi riconoscimenti quali i “Quattro Cappelli” da L’Espresso, le “Tre Forchette” di Gambero Rosso e membro dell’associazione “Les Grandes Tables du Monde” è divenuto emblema della gastronomia nazionale ed internazionale.

Ciononostante, riesce a raccontare con semplicità ogni sua creazione lasciando vivere, a quanti si siedono a tavola da lui, un’emozione che viaggia nel tempo e si fa spazio in una dimensione onirica. Egli è in grado di permettere all’ospite di riscoprire ricordi attraverso un assaggio. Divenuto testimonial della celebre maison Dom Pérignon, non ha mai smesso di ricordare le sue rigini trasportando in su le vette della gastronomia internazionale, la sua terra, i suoi ricordi, le sue emozioni e i suoi sapori. Ogni parola potrebbe diventare superflua quando la fama del nome precede la presentazione.

E’ d’uopo dunque lasciar spazio alle sue parole di questa intervista. Parole intrise di amore e passione ma anche di preziosi consigli a quanti, ancora giovani, si affacciano al mondo del lavoro e della cucina.

Il sapore è in sé un unione di sensazioni. Immagino che esso, per chi come lei si esprime in un certo modo, diventi anche un concetto. Puoi definirci dunque il suo concetto di sapore?

Il sapore è un concetto che deve riuscire a farti vivere delle emozioni anche ad occhi chiusi. Al primo boccone bisogna ricevere già sensazioni importanti. Esso è quello che stimola la memoria. E’ stato studiato infatti che, dopo il primo ed il secondo boccone, il palato inizia a ricordare, non più a degustare. Dunque con il sapore si deve raggiungere il sogno, l’emozione, il pensiero ma, soprattutto, deve lasciarti gioire.

Analogia o contrasto: quale è la via migliore, se ce ne è una, per raggiungere l’esplosione del gusto?

Non esiste una via migliore rispetto ad un’altra. Su alcuni piatti, il contrasto è d’obbligo, su altri invece l’andare a pari passo, quasi a braccetto, è importantissimo. Dipende dunque dal piatto, da quello che si vuole dare, da quello che si vuole trasmettere e da quello che, in generale, si vuole comunicare attraverso il piatto stesso. 

Quanto un piatto, per avvicinarsi alla sua espressione perfetta, deve ritornare all’essenziale degli elementi che lo compongono?

Il piatto perfetto, come dicono anche i grandi artisti riguardo ad un’opera d’arte, non ci sarà mai. Michelangelo, terminata la Pietà, disse: “io ho tolto il superfluo al marmo”. Offrire l’accezione di perfetto a qualcosa è sempre molto complicato. La perfezione è difficile da raggiungere. Certo, meno difficile è tentare di avvicinarla. Sicuramente gli elementi quanto la tradizione, la stagionalità ed il territorio, ci insegnano molto e ci mettono in condizione di rasentare quella perfezione di cui si sta parlando.

L’olfatto agisce un ruolo principe nella completezza di una degustazione. Quanto pensa, invece, che la vista influisca?

Quando si mangia un piatto bisogna cercare di esaudire, in modo completo, tutti quanti i sensi. L’olfatto è fondamentale poichè il cibo va sempre odorato prima ancora di portarlo alla bocca. Ogni parte, quella olfattiva, quella gustativa e quella visiva, ripeto, devono essere totalmente appagate. Questo permette di avvicinarsi anche alla perfezione di cui sopra. Mancando uno di questi componenti, si è certamente più lontani. La parte visiva rimane la prima parte comunicativa del piatto; la parte olfattiva è, come detto oltremodo importante tanto in un piatto quanto nel vino, nell’olio e così via. La parte gustativa è quella che chiude il cerchio ed offre la realizzazione totale di ciò che si sta assaggiando.

Quanto una creazione nasce dall’intuito, quanto dall’esperienza e quanto dallo studio di ogni suo elemento?

I piatti nascono dalla quotidianità. Nel mio caso, sicuramente, da tanto studio, da tanta ricerca ma soprattutto da tanti ricordi e da quello che la natura, ogni giorno, riesce ad offrire. Delle volte, vedendo un uccello su un bagnasciuga di una spiaggia, si riesce ad immaginare un abbinamento fra un volatile ed un crostaceo o un pesce.  Senza dubbio, quello che più mi coinvolge, sono i ricordi, i sapori di una volta e tutto quello che riguarda la tradizione e tutto ciò che un territorio esprime con i doni quotidiani della sua natura.

Essere uno chef stellato significa, di fatto, tanto onòre ma anche un ònere: si è sempre sotto pressione e sotto giudizio. Nonostante la sua esperienza stellata pluridecennale come si approccia con questo peso?

Essere uno chef stellato è una grande responsabilità ed è una cosa che io non ho mai cercato. Non è mai stato il mio obiettivo quello di ricevere una stella, due stelle o altro. Il mio obiettivo, invece, è sempre stato quello di crescere e migliorarmi continuamente. Di sicuro, questi riconoscimenti, sono importantissimi per l’azienda e, inutile negarlo, importantissimi anche per il cuoco stesso. Per me sono più ònere che onòre. Sento infatti vivissima la responsabilità di regalare un’ esperienza sempre nuova ed una viva emozione ai miei ospiti che, spesso, fanno lunghi viaggi  per venirti a trovare aspettandosi tanto. Queste aspettative non vanno mai deluse e questo “tanto” va sempre offerto mostrando tutto l’impegno, la devozione e la dedizione. 

E’ nata questa partnership con Dom Pérignon. So che significa tanto per lei quanto per la prestigiosa maison di champagne. Cosa pensa che più di altro abbia suggellato questo connubio?

Don Perignon è stato sempre, per me, uno dei grandi miti di questo lavoro. La collaborazione è nata da qualche tempo e, lo scorso anno, questa grande maison ha scelto Ischia, suggellando l’Italia, per presentare l’ultima annata “Plenitude 2 del 2003”. E’ stato davvero bello ed importante scoprire che un’azienda tanto prestigiosa abbia scelto un luogo diverso dalla propria terra d’origine. Siamo anche l’unico ristorante al mondo che ha in abbinamento e in degustazione la “Plenitude 2” e la “ Plenitude 3”. C’è un rapporto dunque di grande stima ed amicizia con la maison. Tutto ciò, costruito su un profondo rispetto ed un continuo impegno nel creare sempre piatti che si sposino perfettamente con le bollicine.  

Lei poteva essere ovunque e, di fatto, è chiamata in ogni dove per il suo lavoro: perchè ha scelto di rimanere proprio qui sull’isola d’Ischia?

Il grande Enzo Ferrari diceva: “io voglio essere chiamato commendatore a casa mia e non a Detroit”. Ho sempre vissuto il tempo del mio lavoro girando il mondo nella stagione invernale al fine di maturare esperienze nei grandi alberghi e ristoranti, ritornando poi ad Ischia nel periodo estivo. Ho scelto alla fine di rimanervi  per più motivi. Il primo è sicuramente perchè mi sento molto legato alla terra e sento forte l’impegno quanto la voglia di fare qualcosa per renderla sempre più felice, più importante, più vera. Un altro motivo, di certo non meno importante, fu una promessa che feci a mio padre venuto a mancare, purtroppo, nel 2004. Egli, raccontandomi i sacrifici fatti per acquistare la proprietà dove ora sorge il  ristorante “Dani’ Maison”, mi disse: “fa che un giorno questo diventi un luogo importante”. Ecco dunque che ho voluto realizzare questo luogo affinchè diventasse una casa per gli ospiti al centro della quale vi fosse l’attenzione mirata ad ognuno di essi e non alla figura dello chef come spesso vediamo accadere... ed ho così mantenuto la promessa!

Quanto dell’isola, del suo territorio e della sua tradizione si proietta in ogni suo piatto e  percorso professionale?

Tutto! Non penso che vi sia un solo piatto che non rappresenti il mio territorio, la mia tradizione, i miei prodotti e la quotidianità che viviamo ogni giorno. Ischia è un luogo turistico e sono sempre stato dell’idea che chiunque raggiunga un luogo come questo, lo faccia con l’intenzione di vivere la gastronomia del posto, vivendone i profumi, gli odori e tutti i sentori. L’isola ha poi un grande culto della tradizione gastronomica e con una gran qualità di prodotti di terra quanto di mare. La mia è dunque una cucina interpretativa di tutto ciò che mi circonda. Ho uno sguardo attento anche a tutto il prodotto campano e solo di rado, nel cercare prodotti che qui, nostro malgrado, non si riescono a trovare (penso ad esempio ad  un volatile quale la faraona), volgo lo sguardo anche altrove. Sono quasi interamente concentrato però su quanto il mio territorio riesce ad esprimere

Come ultima domanda le chiedo: cosa si sente di consigliare ad un giovane che inizia ora a muovere i suoi primi passi in questa fascinosa passione che è la cucina?

Mi sento di consigliare davvero di esaminare la propria scelta e capire se è quello che vogliono fare. Oggi viene comunicato ai giovani questo lavoro in un modo che non ritengo sia del tutto giusto. Tutti i media hanno dato grande luce a questa professione senza però, forse, dire le cose come sono in realtà. E’ un lavoro bellissimo, certo! Parte dall’anima. Ma proprio per questo ti porta via tanto tempo, ti priva di tanti spazi, di molti affetti, ti fa lavorare quando gli altri sono in vacanza e per molte e molte ore. E’ una scelta di vita e come tale richiede numerosi sacrifici. Bisogna dire a questi ragazzi che è un lavoro in cui bisogna mettere tanto ma tanto impegno, tanta umiltà ed accettare tante privazioni. Io ho investito tutti gli anni della mia gioventù nel girare il mondo e cercare di capire, imparare quanto più potevo ed arricchirmi sempre più professionalmente.  Con l’avvento di internet forse si è un po’ semplificata tutta la parte legata alla ricerca ma, quando ho iniziato, o andavi, lontano, a cercarla sul campo o non riuscivi a comprenderla. Quindi invito ad avere tanta umiltà, tanto impegno e capire, fino in fondo, se davvero è la strada che si vuole poi portare avanti nella propria vita. Questo perchè, spesso, proprio per un effetto mediatico, i giovani si affacciano su questa realtà per poi presto abbandonarla poiché lontana da quello che avevano inizialmente pensato.  

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“Mare d’amare”, il rispetto per il mare in un piatto dello chef Palamaro

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L’universo giovane. Con la parola universo si dà spazio ad un mondo di risposte. Chiunque è stato giovane o lo è ancora. Molti lo saranno ed è soprattutto alle nuove e future generazioni che va il mio pensiero. Nel mio caso lo sono stato e sento di  non rimpiangere nessuna cosa fatta e vissuta.  Sicuro però all’epoca non capivo l’importanza di essere giovane e dei suoi potenziali. Mi sovviene alla mente una frase dettami da un vecchio pescatore, che non ho mai dimenticato e che oggi sento di doverla dire io ai giovani: “quello che tu sei, io ero; quello che tu sarai, io sono. Ascolta il  consiglio di chi ha vissuto prima di te.”  I giovani   sono l’energia viva del cambiamento, dell’evoluzione, di un mondo che si trasforma ma, allo stesso tempo, un mondo che si consuma, che viene  sfruttato e distrutto spesso da un modo superficiale di pensare. Proprio per questo, da qualche anno sto cercando di sensibilizzare le persone e soprattutto i giovani tramite il cibo. 

Il messaggio che mando alle nuove generazioni  è quello di non lasciare per strada,  abbandonare in  mare o in qualsiasi altro posto, i resti delle confezioni del cibo che quotidianamente consumiamo. E’ ormai accertato che  la percentuale maggiore  dell’inquinamento del mondo è dovuta alla mancanza di insegnamento ai giovani su come si gestisce un mozzicone di sigaretta, una busta di una merendina  consumata in un parco o su di una spiaggia facendo il falò con gli amici. Questo significa tramandare un vero rispetto verso il pianeta che può dare risultati diametralmente diversi. E’ giunto il momento di insegnare ai giovani l’etica giusta, che a loro volta dovranno trasmetterla ai loro successori.

 Proprio con il cuore pieno di questo messaggio, ho voluto creare un piatto che raccontasse la storia di un pescatore che, nel recuperare la sua rete, si trovasse, suo malgrado, a raccogliere  plastica e non più i profumi e i frutti del nostro prezioso mare.  Ecco dunque la mia creazione:  “mare d’amare”.

E’ stato realizzato con un finto guanto in lattice riempito di piccoli pescetti e ritrovato dal pescatore nella sua rete.  Dunque mi sento di dire con forza: “amate il mondo come amate voi stessi ed il mondo potrà migliorare”.       

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Mariaceleste, top manager del Gruppo Alilauro: così voglio innovare nel solco della tradizione

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Mariaceleste Lauro, 26 anni, Ceo del Gruppo Alilauro Spa. È  stata indicata dal magazine Forbes tra i 100 top manager d’Italia. L’impegno più importante assunto? Vuole innovare  l’azienda di famiglia senza dimenticare la tradizione, punta a renderla tra le compagnie di navigazione tecnologicamente più all’avanguardia d’Europa. Siamo in un periodo di profondi cambiamenti storici, economici e sociali. Siamo in un’era di grandi trasformazioni e la giovanissima top manager ischitana non vuole perdere nessuno degli appuntamenti con il futuro.  L’abbiamo incontrata e abbiamo provato a capire come affronta le sfide del lavoro come giovane, donna, madre e manager. Quattro ruoli da recitare nessuno dei quali è facile in un Paese come l’Italia.

Lei è il nuovo volto del gruppo Lauro. Ci può spiegare il suo percorso professionale in azienda? Com’è diventata Ceo?

Lo dico spesso: le nostre storie valgono. Ed è il nostro percorso di vita a definire chi siamo: dobbiamo proteggerle. Ogni esperienza, ogni situazione lavorativa, ogni singolo stage, ogni incontro, persino ogni fallimento ci forma. Perché quando non sappiamo fare nulla, dobbiamo fare tutto. Comprendere le dinamiche lavorative è fondamentale. Anche per questo è giusto iniziare dai lavori considerati più umili e poco richiesti. Soltanto così puoi capire realmente quale possa essere la tua strada. E con me è accaduto esattamente così: ho iniziato giovanissima su una banchina, tra le hostess, senza corsie preferenziali. Ho voluto rimboccarmi le maniche, con umiltà, dialogando in modo genuino con tutti i collaboratori e i membri dell’equipaggio, uno per uno, al loro pari. E così ho capito che non esistono lavori migliori di altri. Ogni mansione è fondamentale per il corretto funzionamento delle aziende. Lavorare sodo è fondamentale, sporcarsi le mani è il miglior modo per partire, comprendere i processi di una realtà aziendale, mettersi nei panni di tutti. E provare a migliorare lo status quo. Abbiamo formato squadre, ed insieme a questo percorso di cambiamento abbiamo compreso che fosse indispensabile un customer service, per tendere una mano alla clientela del gruppo. Abbiamo iniziato a capire che potesse essere importante immaginare un punto di riferimento nei vari porti, e così a Napoli è nato il nostro hub. Ho un cognome da cui derivano grandi responsabilità ma ho voluto attraversare tutti gli step necessari, e oggi questa è la mia forza, soprattutto nel rapporto con i collaboratori.

È stata costretta a rinunciare a qualcosa della sua vita per diventare manager o ha vissuto pienamente come donna, mamma e lavoratrice?
Ognuno di noi quando intraprende un percorso compie delle scelte. E non sono mai scelte definitive. Si può tornare indietro, riannodare il nastro, cambiare strada. Io ho scelto di portare avanti un sogno, il mio sogno, il sogno di mio nonno Agostino e di mio padre Salvatore. Con sacrificio e passione. Ho rinunciato a molto – penso in particolare alla spensieratezza dei vent’anni e a cosa ha significato bruciare le tappe – ma così ho avuto la fortuna di comprendere alcune dinamiche prima del tempo, prima dei miei coetanei. La cosa fondamentale è svegliarsi tutti i giorni ed essere convinti che quello che si sta facendo sia la cosa giusta. Da qualche anno condivido con mia sorella Mariasole la governance. È stimolante crescere insieme a tutti i membri della squadra. Siamo giovanissime, ma infinitamente fiere e grate di come l’azienda si stia trasformando. Abbiamo affrontato molte difficoltà soprattutto nell’ultimo periodo, ma abbiamo compreso che a volte non è ciò che vinci, ma ciò che proteggi che è la cosa più importante.

Lei è anche una giovane mamma, quanti sacrifici ha dovuto sopportare per coniugare un ruolo così assorbente di genitore con quello di manager di un’azienda?

Generare, crescere ed educare un figlio sono eventi che rivoluzionano letteralmente la vita di una persona, mettendola di fronte a responsabilità, impegni, aspettative, illusioni e delusioni, rinunce e scelte, in un continuo processo di adattamento e accomodamento reciproco. Essere madre ti mette in costante discussione: sarà mia figlia a dire se sono stata una splendida madre. Questo percorso richiede un equilibrio non comune, soprattutto in un Paese come l’Italia, che non agevola il percorso di chi non rinuncia a una delle due opzioni, tra carriera e maternità. Ecco, questa è una delle mie sfide: fare in modo che nell’impresa di domani le donne riescano a portare avanti con serenità ed equilibrio le loro aspettative di donne e mamme senza dover fare i salti mortali per diventare mamme. Io oggi sono una mamma orgogliosa, ma anche una donna appassionata del proprio lavoro, una sorella, una figlia: non accetto le etichette, non rifuggo le responsabilità. Questo vorrei che comprendesse mia figlia: forse non avrà avuto una mamma onnipresente, ma ha una mamma felice, che non rinuncia ai propri sogni, e che ama raccontarle del suo lavoro, della sua passione e della storia della nostra famiglia che ogni giorno continuano a scrivere. Vorrei che sapesse che è molto difficile, ma abbiamo a disposizione tutti gli ostacoli del mondo per dimostrare che sia anche possibile. 

Quali sono state le prime soddisfazioni e i primi risultati che ha conseguito una volta raggiunto il vertice dell’azienda?

Nessun dubbio: vedere tanti giovani ai vertici, abbassare sensibilmente l’età media dell’organico, assottigliare il ‘gender gap’ fino ad annullarlo. Abbiamo assunto il più giovane comandante d’armamento nel golfo di Napoli, abbiamo avuto il coraggio di favorire un ricambio generazionale veloce. Dando le opportunità a tanti giovani talenti. Questo è stato illuminante e fortificante. Le cose possono davvero cambiare. Con il tempo, e con le persone giuste, ogni cosa si trasforma, anche un’azienda storica come la nostra. Chi non evolve, scompare. La verità è che le aziende sono processi imperfetti, fatte di persone imperfette: bisogna partire dal presupposto che la perfezione è irraggiungibile. Ma bisogna tendere al meglio, tutti i giorni, e farlo insieme. Per quello ricerchiamo da sempre talenti imperfetti per un’azienda imperfetta. L’inclusione è un atto di civiltà. E cerchiamo di farlo da sempre. Quest’anno assumeremo un ragazzo con la sindrome di down tramite il Progetto Più, ideato da una mia collega, Carla Recupito, che permetterà ai ragazzi di introdursi in modo del tutto naturale nel mondo del lavoro.

Ecosostenibilità, qual è la sua visione in merito? Quali sono i progetti futuri ai quali la sua azienda sta lavorando?

Abbiamo iniziato a investire con convinzione nell’ecosostenibilità già da diversi anni, provvedendo al refitting della flotta: oggi le nostre navi hanno meno emissioni e disturbano meno gli ecosistemi. Puntiamo da sempre sui “corridoi blu” che sono la scelta più veloce ed ecologica da sempre. Il settore marittimo produce il 3% di emissioni globali. Gli armatori da tempo stanno cercando soluzioni che permettano di abbandonare i combustibili fossili, per passare a combustibili alternativi. Stiamo studiando le energie verdi, dall’elettrico all’idrogeno, certi che nuove pagine siano dietro l’angolo e ci consentano presto di navigare da e per le isole senza alcun impatto per l’ambiente. Soluzioni che potrebbero variare tra navi da crociera, RORo pax e Unità veloci. È pur vero però, che attualmente non esistono soluzioni immediate. La vera sfida infatti non si giocherà sulle navi ma sui porti e le infrastrutture. Siamo stati apripista, in questo, e non intendiamo fermarci. Anche se La sostenibilità va intesa a 360 gradi. Parliamo poco di Sostenibilità etica, morale ed economica. E, in quanto imprenditori, abbiamo il dovere morale di procedere in tal senso. Educare i clienti al cambiamento, è anche una nostra responsabilità. Ognuno di noi è fondamentale per questa nuova rivoluzione.

Cosa pensa si possa migliorare nei trasporti marittimi in genere ed in particolare da e per Ischia e le isole del golfo?

Deve cambiare tanto, non lo nego. Ma partendo da un presupposto: al mare bisogna portare rispetto. Va alimentata, tramandata e insegnata la cultura del mare. Soprattutto su un isola. Come? Anzitutto non equiparando i trasporti marittimi a quelli terrestri: sono universi differenti, con regolamentazioni differenti. Gli aliscafi non sono tram o funicolari. Non tutti hanno chiaro questo distinguo. Quello in cui stiamo investendo e su cui puntiamo da qualche anno é l’accoglienza in quanto nuova esperienza: dopo la palazzina di Napoli, creeremo una sala d’attesa confortevole a Ischia. Le persone ricercano l’unicità e le emozioni che si porteranno una volta tornati a casa. Noi puntiamo sulla nostra storia che ci rende unici. Sulla cultura del servizio che stiamo cercando di ampliare a 360 gradi. Aggiungeremo servizi al viaggio, che consideriamo sempre un’esperienza. C’è tanto da lavorare, ma siamo in un momento unico. Abbiamo la possibilità di rivoluzionare per sempre il concetto del viaggio. E abbiamo in serbo sorprese straordinarie.

È ottimista quest’anno sul ritorno dei turisti ?

Le previsioni sono ottime, si annunciano numeri – in termini di flussi turistici – persino superiori al 2019, considerato un anno straordinario. La gente ha voglia di viaggiare, dopo aver superato la complessa pagina della pandemia e ne abbiamo avuto contezza già dall’ultima fase della primavera. Quel che possiamo dire è che si viaggerà sempre più per leisure che per lavoro. La nostra sfida è quella di far trovare al viaggiatore le condizioni ideali per farlo nel modo più efficiente e confortevole possibile, vincendo così anche la sfida della concorrenza, che nell’era del turismo globale è sempre più agguerrita.

Ultima domanda: uno sguardo al lavoro giovanile. In base alla sua esperienza di vita e professionale, cosa si sente di consigliare a chi si sta affacciando proprio ora al mondo del lavoro?

Non è semplice dare consigli: ognuno di noi è differente. I nostri vissuti, le nostre storie fanno di noi persone animate da obiettivi e stimoli diversi. Quel che posso dire è che le passioni e i sogni vanno assecondati, senza se e senza ma. Tenacia e passione: mai accontentarsi. Evolversi nella ricerca di un equilibrio complesso, quasi irraggiungibile. Ma farlo ci rende vivi. E mai arrendersi. E per farlo bisogna avere coraggio. Non abbiate paura di essere ciò che siete.

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La vita che nasce, cresce e vola via sulle falesia dell’isola d’Ischia

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La costa dell’isola d’Ischia è caratterizzata da numerose falesie, che nel periodo primaverile diventano la casa di numerose specie animali che ivi si riproducono; io lo reputo uno dei spettacoli più affascinanti che la natura possa offrire, ma per poterne fruire bisogna agire con la massima cautela per evitare il minimo disturbo ai genitori, che sentendosi minacciati potrebbero abbandonare la cova o i pulli (se già nati), con effetti negativi irreversibili sulla riuscita della nidificazione stessa.

Sono anni ormai che inizio a recarmi sulla mia falesia preferita a Forio, nei pressi di Zaro, agli inizi di aprile. L’avvicinamento ai siti di nidificazione è graduale per evitare di essere avvertito come una minaccia e, dopo un periodo iniziale di appostamenti, raggiungo un punto dal quale poter riuscire a fotografare da una distanza di sicurezza per la tranquillità delle famiglie, grazie all’attrezzatura che ho e che mi permette di lavorare a lunghezze focali attorno ai 2 metri (equivalenti full frame).

Le falesie di Forio sono l’habitat ideale per il gabbiano reale, il falco pellegrino, il passero solitario e tante altre specie (che non tratterò in questo reportage), oltre a costituire la meta estiva dei marangoni dal ciuffo, che ogni anno, nel periodo a cavallo tra maggio e giugno vengono a Forio in dispersione giovanile, lasciando gli originari siti di nidificazione, restando sulla costa foriana per circa 6 mesi, fino all’arrivo di una specie a loro simile (a un occhio non allenato possono sembrare uguali), ovvero il cormorano, che torna a Ischia in autunno dal Nord Europa per svernarvi. Questo avvicendamento stagionale testimonia la notevole biodiversità dell’isola che per questo vede una presenza costante in tutto l’arco dell’anno sul territorio di uccelli appartenenti alla famiglia dei phalacrocoracidi.

Osservare il gabbiano reale che nidifica sulle falesie fa capire come questa specie abbia avuto un successo riproduttivo così importante tanto da dominare ormai con la sua massiccia presenza tutto il territorio costiero italiano. I nidi sono ogni anno scelti nei medesimi posti e dalle medesime coppie a distanza minima gli uni dagli altri, in questo modo i genitori possono costantemente controllare e difendere i pulcini da eventuali predatori oltre che avere nelle immediate vicinanze un territorio di caccia tra i più fruttuosi. In caso di pericolo la colonia di gabbiani reali si coalizza attaccando chiunque, predatore o persona, possa trovarsi troppo vicino ai nidi e quindi rappresentare una minaccia per i pulcini.  

Una presenza importantissima è costituita dal falco pellegrino; questo rapace è il predatore più veloce del mondo, capace di raggiungere velocità superiori ai 300 km/h, grazie alle quali, uccide le prede piombando in picchiata e all’improvviso su di esse. Quest’anno purtroppo sono riuscito a scattare meno foto del solito a questa specie, ma purtroppo la fortuna non gira sempre allo stesso modo, e con la fotografia naturalistica fare lo scatto che si desidera fare capita una volta su dieci.

Ultima specie sulla quale ho focalizzato la mia attenzione è stata il passero solitario, protagonista della famosa poesia omonima di Giacomo Leopardi e che nidifica tra gli anfratti delle rocce. Ogni anno nel periodo di nidificazione il maschio svolazza incessantemente lungo la falesia in cerca di cibo da portare ai giovanotti che lo reclamano incessantemente. 

Come sempre da questo mese di osservazioni traggo delle conclusioni, e quest’anno che stiamo uscendo da un lungo periodo di pandemia, per la ripresa delle varie attività prenderei come modello organizzativo quello offerto dalla colonia dei gabbiani reali, che grazie alla loro organizzazione in gruppo sono riusciti a colonizzare tutte le zone costiere italiane e sono in continua espansione anche in altri tipi di habitat. La natura non è solo bella ma in molti casi secondo me può insegnare tanto anche a noi umani. 

Michelangelo Ambrosini   

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