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Cronache

Da Modena all’Ultima Thule, le città di Guccini: viaggio nella geografia poetica del cantautore

Da Modena a Bologna, da Venezia a Genova, fino a Praga, Auschwitz e alla mitica Ultima Thule: le città di Francesco Guccini non sono sfondi, ma personaggi che raccontano memoria, dolore, storia e vita.

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A un certo punto Francesco Guccini non ne poteva più del traffico, del rumore e del caos. Scelse Pavana, la montagna dell’infanzia e delle radici, rifugio fisico e sentimentale nel quale è morto a 86 anni. Ma le città, anche dopo averle lasciate, non hanno mai abbandonato le sue canzoni.

Piccole e grandi, italiane e straniere, reali o leggendarie: nella geografia poetica di Guccini non sono semplici scenari. Hanno un corpo, un carattere, una memoria. Diventano donne, porti, confini, luoghi dai quali fuggire o nei quali cercare se stessi.

Modena, la città nemica dell’adolescenza

Modena è la città natale, ma anche quella dell’adolescenza inquieta. In Piccola città Guccini la definisce un «bastardo posto»: uno spazio di confine sospeso tra provincia, ricordi del dopoguerra e desiderio di partire.

Per lui rappresentava l’esilio da Pavana e l’attesa di Bologna. Una città amata senza indulgenza, dalla quale nasce l’immagine della pianura padana trasformata in prateria, «fra la via Emilia e il West».

Modena non viene idealizzata. È una madre severa, una «nemica strana» che continua a esistere dentro chi l’ha lasciata.

Bologna, la vecchia signora

Bologna è invece la città della formazione, delle osterie, dell’università e della socialità. Una casa scelta, vissuta per decenni prima del ritorno definitivo sull’Appennino.

Guccini la racconta come una bohème comoda e quotidiana, una piccola capitale culturale, una «Parigi in minore». La trasforma in una vecchia signora imperfetta, affettuosa e sensuale, con i segni del tempo sul corpo.

È il luogo degli incontri e delle partenze, «l’ombelico di tutto»: uno snodo esistenziale dal quale osservare il mondo senza perdere il gusto della conversazione, del vino e dell’amicizia.

Venezia e la morte di Stefania

La Venezia interpretata da Guccini nel disco Metropolis non è quella delle cartoline. È una città fragile, adagiata sul mare e minacciata dalla propria lenta scomparsa.

Il brano, scritto da Gian Piero Alloisio, intreccia il destino della città con quello di Stefania, una giovane donna morta di parto. La tragedia privata e la decadenza urbana finiscono per riflettersi l’una nell’altra.

Venezia diventa così una città-persona: bellissima, vulnerabile e consegnata a una tristezza che nessuna retorica turistica riesce a nascondere.

Genova e la ferita di piazza Alimonda

In Piazza Alimonda, inserita nell’album Ritratti del 2004, Guccini torna al G8 di Genova e alla morte di Carlo Giuliani, avvenuta il 20 luglio 2001 durante gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

La città appare compressa contro il mare, come se cercasse spazio e respiro verso l’orizzonte. Ma non può sottrarsi alla propria memoria.

La morte del ragazzo diventa una vita interrotta e, per questo, ancora tutta da immaginare. Genova non dimentica perché, suggerisce Guccini, ci sono ferite che entrano per sempre nella storia di una comunità.

Milano, la metropoli della solitudine

Milano è immensa e alienante, capace di accogliere e contemporaneamente di respingere. Nelle canzoni di Guccini è la città degli amori che non riescono a compiersi, delle periferie, dei gasometri e dei tramonti industriali.

In Samantha fa da sfondo a una relazione rimasta sospesa. In Milano (poveri bimbi di) diventa invece il simbolo di un benessere che non riesce a proteggere dalla fragilità e dall’infelicità.

È la città moderna per eccellenza: veloce, produttiva eppure malinconica, tanto grande da far sentire ancora più piccoli e soli.

L’Argentina, il luogo della vita non vissuta

L’Argentina non è una città, ma una possibilità. Un altrove nel quale ricominciare dopo aver lasciato tutto.

Guccini la trasforma nel simbolo delle vite che avremmo potuto vivere, delle persone che non abbiamo incontrato e delle strade che non abbiamo percorso. Non è soltanto una destinazione geografica: è l’espressione di ciò che resta fuori dalla nostra esistenza reale.

Il viaggio diventa così immaginario e interiore, alimentato dalla sensazione inspiegabile di essere già appartenuti a un luogo mai conosciuto.

Praga, la primavera tradita

In Primavera di Praga, scritta nel 1970, Guccini racconta la repressione sovietica e il sacrificio di Jan Palach, lo studente che si diede fuoco in piazza San Venceslao per protestare contro l’occupazione della Cecoslovacchia.

La città è immersa nella notte e nella memoria dei suoi antichi fasti quando la fiamma interrompe la normalità. Il gesto di Palach si lega simbolicamente a quello di Jan Hus, condannato al rogo secoli prima.

Praga diventa il luogo nel quale la libertà viene soffocata, ma anche quello in cui un singolo corpo può trasformarsi in testimonianza collettiva.

Auschwitz, il luogo in cui l’uomo scompare

Con Auschwitz Guccini ha scritto uno dei testi più intensi della canzone italiana sull’Olocausto. La voce narrante è quella di un bambino morto nel campo di sterminio, ridotto in cenere in un giorno d’inverno.

Qui non c’è spazio per il viaggio turistico o sentimentale. Auschwitz è il punto estremo della storia, il luogo in cui la civiltà si annulla e rimane soltanto una domanda: come può un uomo uccidere un altro uomo?

È una canzone entrata nella memoria di generazioni, capace di parlare della Shoah senza retorica e attraverso lo sguardo della vittima.

Bisanzio, la città del mistero

La fantasia conduce infine a Bisanzio, antica capitale sospesa tra Oriente e Occidente, vita e decadenza, cristianesimo e paganesimo.

Guccini la descrive come una città assurda e indecifrabile. Dalla torre, il protagonista Filemazio osserva sorgere Lucifero e avverte la fine di un’epoca senza riuscire a distinguere la vita dalla morte.

Bisanzio è forse il simbolo più complesso della sua geografia: un luogo storico che diventa metafora dell’esistenza, misteriosa e ambigua.

L’approdo nell’Ultima Thule

L’ultimo brano dell’ultimo album di inediti conduce oltre i confini del mondo conosciuto. L’Ultima Thule, pubblicato nel 2012 e registrato nel mulino di famiglia a Pavana, è il viaggio conclusivo.

Dopo aver attraversato mari, città, epoche e memorie, il navigatore gucciniano cerca un luogo remoto nel quale scomparire insieme con la propria nave e la propria ultima canzone.

Quel viaggio termina oggi proprio a Pavana, nella montagna dalla quale tutto era cominciato. Ma Modena, Bologna, Venezia, Milano, Genova, Praga e Bisanzio continuano a vivere nella sua voce. Perché Guccini aveva lasciato le città; le città, invece, non hanno mai lasciato lui.

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Cronache

Daniela Amenta: «Un anno senza alcol, non ho usato neppure l’aceto nell’insalata»

La giornalista e scrittrice Daniela Amenta racconta un anno senza alcol e il percorso iniziato in un centro alcologico romano. Una testimonianza sulla natura subdola della dipendenza, sulla difficoltà della cura e sull’importanza delle strutture del Servizio sanitario nazionale.

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«Oggi è un anno che non bevo. Non ho usato neppure l’aceto nell’insalata». Comincia così il racconto con cui Daniela Amenta, giornalista, scrittrice e grande appassionata di musica rock, ha deciso di rendere pubblico un pezzo molto privato della propria vita: la dipendenza dall’alcol e il percorso intrapreso per uscirne.

Non lo fa per celebrare una vittoria definitiva. Anzi. Lo fa proprio per spiegare che con una dipendenza la parola “fine” è difficile da pronunciare.

«Ho iniziato un percorso che non ho ancora finito e temo non finirà mai. È bene che si sappia».

Il primo settembre 2025 Amenta ha smesso di bere e si è rivolta a un centro alcologico di Roma. Un anno dopo ha raccontato la propria esperienza su Substack.

«Non mi ero resa conto di esserci così dentro»

Per anni Daniela Amenta ha vissuto una vita intensissima. Giornalista militante, già caporedattore dell’Unità, scrittrice, musica, chitarra, passioni e mille cose da fare.

L’alcol era entrato progressivamente nella quotidianità.

All’inizio quasi come una ricompensa.

«Ritornavo a casa tardi e mi dicevo: dopo una giornata intensa un bicchiere è quello che ci vuole».

Gin e vodka.

Poi l’orario comincia lentamente ad anticiparsi.

Prima le dieci di sera. Poi le nove. Poi le otto.

Fino al momento nel quale arriva la consapevolezza.

«Un giorno, alle quattro del pomeriggio, con il bicchiere già in mano, mi sono detta: c’è qualcosa che non va».

«È il tuo party privato»

È uno dei passaggi più efficaci della sua testimonianza.

La dipendenza può crescere senza rumore, nascosta dentro abitudini apparentemente normali. E spesso si consuma nella solitudine.

«È il tuo party privato», racconta Amenta.

Il problema, spiega, è riconoscere ciò che sta accadendo prima ancora di riuscire ad affrontarlo.

«Chiunque soffra di dipendenza cerca di salvaguardare ad ogni costo il proprio vizio».

Per lei il primo passo è stato parlarne con il medico di base. Poi gli accertamenti e infine l’ingresso in un centro specializzato.

Ragazzi, professionisti, madri: la dipendenza non guarda il ceto sociale

Entrando nel mondo dei servizi alcologici, Amenta racconta di aver scoperto qualcosa che non immaginava nelle sue dimensioni.

La dipendenza dall’alcol attraversa età, professioni e condizioni sociali.

Ragazzi, professionisti, donne benestanti, madri accompagnate dalle figlie.

«Dalle migliaia di persone di cui si prendono cura ho capito che il problema è molto serio».

È forse questo il messaggio più importante della sua testimonianza: l’alcolismo non corrisponde necessariamente all’immagine stereotipata dell’emarginazione o del degrado.

Può nascondersi dietro una vita professionale normale, una famiglia, una carriera, una giornata piena di impegni.

«Il Servizio sanitario nazionale offre strutture di eccellenza»

Amenta sottolinea anche un aspetto che spesso resta fuori dal racconto delle dipendenze: la possibilità di curarsi attraverso il sistema sanitario pubblico.

«C’è uno staff straordinario. Il Servizio sanitario nazionale mette a disposizione strutture di eccellenza».

Il percorso, però, è stato difficile.

Racconta farmaci, iniezioni, dolori fisici, perdita dell’appetito e difficoltà nel dormire. E soprattutto la consapevolezza, spiegata anche dai medici, che una ricaduta può sempre verificarsi.

Per adesso non è successo.

«Ho tenuto bene. Nemmeno la morte del mio micio e uno sfratto di casa mi hanno fatto tentennare».

Un anno non è un traguardo, è un pezzo di strada

Il primo settembre è trascorso un anno dall’ultimo bicchiere.

Ma Amenta non racconta la propria esperienza come una storia edificante con il lieto fine già scritto.

Ed è probabilmente proprio questo a renderla più utile.

Non dice: ce l’ho fatta. Dice: sto continuando.

Rendere pubblica la propria dipendenza significa anche rompere uno stigma che spesso impedisce di chiedere aiuto. Significa mostrare che il problema può riguardare chiunque e che riconoscerlo non è una resa, ma l’inizio della cura.

Daniela Amenta ha scelto di raccontarlo dopo 365 giorni senza bere.

Persino senza aceto nell’insalata.

Non perché la battaglia sia terminata.

Ma perché un anno dopo è ancora lì a combatterla.

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Cronache

Weekend di sangue nelle corse italiane: quattro morti tra Erice, Genova e Brescia

Weekend drammatico per le corse automobilistiche italiane: due giovani spettatori morti alla Monte Erice, un copilota al Rally Val d’Aveto e uno spettatore al Rally 1000 Miglia. Tre incidenti differenti che riaprono la discussione sulla sicurezza lungo i percorsi.

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Il fascino e il rischio. Una strada chiusa al traffico, il rombo del motore che arriva da lontano, pochi secondi per vedere sfrecciare una macchina e poi di nuovo l’attesa.

Le corse automobilistiche su strada vivono da sempre sul difficile confine tra spettacolo e sicurezza. Nell’ultimo fine settimana quel confine si è spezzato tre volte.

Trapani, Genova, Brescia. Tre competizioni, quattro morti e diversi feriti. Una sequenza impressionante che inevitabilmente riapre il tema della sicurezza, soprattutto per il pubblico che assiste alle gare lungo percorsi impossibili da trasformare completamente in circuiti.

Monte Erice, morti due ragazzi di 18 e 20 anni

La tragedia più grave si è consumata domenica durante la 68ª Cronoscalata Monte Erice, in provincia di Trapani.

Non si tratta propriamente di un rally, ma di una gara automobilistica in salita. Alla manifestazione erano iscritti 260 equipaggi, con 153 vetture moderne e 107 storiche al via.

La Peugeot 308 TCR numero 54 guidata da Marco Nicoletti è uscita di strada in corrispondenza della postazione 9, ha superato le protezioni e ha investito alcune persone.

Per Giuseppe Bisconti, 18 anni, e Karol Greco, 20, entrambi di Belmonte Mezzagno, non c’è stato nulla da fare.

È rimasto gravemente ferito anche un commissario di percorso, ricoverato in terapia intensiva. La competizione è stata immediatamente interrotta e la Procura di Trapani ha aperto un’inchiesta.

Saranno gli accertamenti a stabilire le cause dell’uscita di strada. Tra le ipotesi circolate c’è anche quella di un problema tecnico, ma serviranno le verifiche sulla vettura per stabilire con certezza cosa sia accaduto.

Val d’Aveto, muore il copilota

Quasi contemporaneamente, mille chilometri più a nord, un’altra corsa si trasformava in tragedia.

Durante la prima prova speciale della seconda giornata del Rally della Val d’Aveto, nell’entroterra genovese, la Skoda Fabia dell’equipaggio formato da Stefano Scapellato e Stefano Sappracone è uscita di strada in curva.

La vettura ha urtato una scarpata ed è terminata contro un albero.

Ad avere la peggio è stato Stefano Sappracone, 43 anni, copilota sanremese, morto sul colpo. Il pilota è rimasto ferito in maniera lieve.

Anche in questo caso la competizione è stata fermata e sono iniziati gli accertamenti per ricostruire la dinamica.

Rally 1000 Miglia, muore uno spettatore

Il fine settimana nero era cominciato sabato nel Bresciano.

Durante il Rally 1000 Miglia, Francesco De Pasquale, 63 anni, residente a Caselle Torinese, è stato investito da una vettura e ha perso la vita.

Era arrivato per assistere alla gara insieme alla famiglia.

L’incidente si è verificato dopo la prova speciale di Bione. Anche qui la competizione è stata fermata.

Gli investigatori dovranno ricostruire esattamente la traiettoria della macchina e soprattutto stabilire la posizione dello spettatore rispetto alle aree nelle quali era consentito assistere alla competizione.

Tre tragedie, una domanda sulla sicurezza

Erice, Val d’Aveto, Brescia.

Incidenti differenti, dinamiche differenti e responsabilità eventualmente da accertare separatamente. Sarebbe quindi sbagliato cercare una causa comune prima che siano terminate le indagini.

Ma quattro morti in un solo fine settimana impongono comunque una riflessione.

La sicurezza nelle competizioni automobilistiche ha compiuto progressi enormi. Le vetture dispongono di cellule di protezione, roll-bar, cinture e dispositivi sempre più sofisticati. Le gare prevedono piani di sicurezza, commissari di percorso, apripista, ambulanze, aree interdette e procedure d’emergenza.

Rimane però una differenza fondamentale rispetto alle competizioni disputate in circuito.

Una strada non sarà mai un autodromo

Un rally o una cronoscalata attraversano strade, montagne, boschi, scarpate e centri abitati. I percorsi possono estendersi per chilometri e proteggere fisicamente ogni metro è impossibile.

Il pubblico, inoltre, costituisce parte integrante dello spettacolo. Gli appassionati cercano il punto migliore, la curva più spettacolare, il passaggio nel quale osservare più da vicino le vetture.

Ed è proprio qui che il fascino di queste competizioni incontra il loro rischio più difficile da eliminare.

Un’automobile lanciata ad alta velocità che perde aderenza, subisce un guasto o esce dalla traiettoria prevista può percorrere in pochi istanti decine di metri fuori dal tracciato.

Le zone riservate agli spettatori, le barriere e la vigilanza servono proprio a ridurre questo rischio.

Dopo quattro morti in poche ore, però, sarà inevitabile verificare non soltanto le cause dei singoli incidenti, ma anche se tutte le misure previste abbiano funzionato e se possano essere ulteriormente rafforzate.

Non per mettere sotto accusa uno sport.

Ma perché il rally può continuare a essere affascinante e feroce.

Non può diventare una roulette.

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Cronache

Di Battista, primi segnali confortanti dopo l’intervento a Cuba. Ma resta la massima cautela

Alessandro Di Battista resta ricoverato all’Avana dopo l’intervento chirurgico deciso in seguito al peggioramento che ha fatto saltare il trasferimento al Gemelli. Dall’entourage filtrano segnali incoraggianti, ma Schierarsi invita alla prudenza e non esistono ancora tempi certi per il ritorno in Italia.

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Piccoli segnali confortanti, ma soprattutto molta prudenza. Dopo l’intervento chirurgico subito a L’Avana, l’attenzione resta concentrata sulle condizioni di Alessandro Di Battista e sull’evoluzione del decorso post-operatorio.

L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle è ancora ricoverato all’ospedale Hermanos Ameijeiras della capitale cubana, dove è stato operato dopo il peggioramento delle condizioni che aveva costretto i medici a cancellare il previsto trasferimento in Italia.

Secondo informazioni provenienti da persone vicine all’ex deputato, l’intervento sarebbe riuscito e alcuni parametri monitorati nelle ore successive avrebbero fornito indicazioni considerate incoraggianti.

Si tratta però di informazioni non accompagnate, al momento, da un bollettino medico ufficiale. Ed è quindi indispensabile mantenere la cautela richiesta dalla stessa associazione Schierarsi.

«Un passo alla volta»

È questa la linea seguita dalle persone più vicine a Di Battista.

Nessuna previsione sui tempi di recupero e soprattutto nessuna fuga in avanti sulle conseguenze dell’intervento.

«Aspettiamo l’evolversi degli eventi», spiegano fonti vicine all’ex parlamentare, sottolineando come questa rimanga una fase delicata.

La priorità è capire come Di Battista reagirà all’operazione e quale sarà la valutazione dei medici nei prossimi giorni.

Anche l’ipotesi di un rientro in Italia resta sospesa.

Il trasferimento al Gemelli saltato all’ultimo momento

Di Battista avrebbe dovuto lasciare Cuba a bordo di un’aeroambulanza coperta dalla propria assicurazione e raggiungere Roma per essere ricoverato al Policlinico Gemelli.

Il programma è però cambiato quando le sue condizioni sono peggiorate durante il trasferimento verso l’aeroporto. L’ex parlamentare è stato riportato in ospedale e i medici hanno deciso di procedere con l’intervento chirurgico a Cuba.

Nei giorni precedenti erano arrivati all’Avana anche due specialisti del Gemelli, un neurochirurgo e una rianimatrice, per collaborare con l’équipe cubana.

Il rientro in Italia può attendere

Qualsiasi previsione sulla data del ritorno appare quindi prematura.

Nell’entourage di Di Battista circola l’ipotesi che la permanenza a Cuba possa protrarsi ancora per diverse settimane. Ma anche in questo caso non esiste al momento una data ufficiale.

Saranno esclusivamente le condizioni cliniche e le valutazioni dei medici a stabilire quando l’ex parlamentare potrà affrontare un viaggio intercontinentale.

La stessa associazione Schierarsi ha chiesto «massima discrezione e prudenza nella diffusione di informazioni, in attesa di ulteriori aggiornamenti».

È probabilmente l’indicazione più importante anche in queste ore.

Dopo giorni di forte apprensione, dall’Avana arrivano segnali che inducono a un cauto ottimismo. Ma il decorso è ancora in una fase delicata e soltanto l’evoluzione clinica potrà fornire risposte più solide.

Per adesso, dunque, un passo alla volta.

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