Cronache
Creme solari, l’estate 2026 cambia pelle: più protezione, ma cresce la mania dell’abbronzatura estrema
Il mercato globale dei prodotti solari cresce e cambia abitudini: le creme non si usano più solo d’estate, ma entrano nella routine quotidiana. In Italia aumentano le protezioni alte, mentre tra i giovani preoccupa il fenomeno del tanmaxxing, la ricerca dell’abbronzatura a tutti i costi.
La protezione solare cambia identità. Non è più soltanto il flacone da infilare nella borsa del mare, da usare nelle settimane centrali dell’estate. È diventata un gesto quotidiano, un prodotto di skincare, un’abitudine che accompagna sempre più persone anche lontano dalla spiaggia.
Il mercato globale dei prodotti solari vale ormai oltre 17 miliardi di dollari e cresce insieme a una nuova consapevolezza: proteggersi dai raggi UV non è soltanto una scelta estetica, ma un comportamento legato alla salute della pelle. Allo stesso tempo, però, l’estate 2026 porta con sé un paradosso. Da un lato aumentano gli schermi ad alta protezione, dall’altro cresce tra i più giovani la moda della tintarella estrema, cercata a ogni costo e spesso alimentata dai social.
In Europa vendite in crescita, Italia tra i mercati più dinamici
Secondo il nuovo report globale di Circana, il mercato degli schermi solari registra una crescita significativa in diversi Paesi europei. Nel Regno Unito le vendite sono aumentate del 34% negli ultimi dodici mesi, mentre in Europa la crescita complessiva è del 17%.
L’Italia segue con un incremento del 15%, davanti alla Spagna, che registra un +13%. Più contenuta la crescita in Germania, al +6%, e in Francia, dove l’aumento si ferma al 2%. I dati raccontano una trasformazione nelle abitudini dei consumatori: la protezione solare viene scelta con più attenzione, usata più spesso e integrata nella cura quotidiana del viso e del corpo.
In Europa le creme solari per il viso sono cresciute del 39% in unità vendute, quelle per il corpo del 19%, mentre gli autoabbronzanti segnano un +17%. Non è più un mercato stagionale e marginale, ma una categoria centrale dell’industria beauty.
In Italia vincono gli SPF più alti
Anche in Italia il cambiamento è evidente. Un report New Line per Cosmetica Italia segnala che i consumatori stanno abbandonando progressivamente gli schermi a bassa protezione. In un anno, l’uso di prodotti con SPF inferiore a 10 è calato dell’8,6%, mentre quelli con SPF tra 10 e 15 sono diminuiti di oltre il 14%.
Crescono invece i filtri con protezione superiore a 25, aumentati del 5,9%. È un dato importante perché segnala una maggiore attenzione alla prevenzione e alla qualità della protezione. La vecchia cultura dell’abbronzante aggressivo lascia spazio a prodotti più evoluti, più piacevoli da usare e più vicini alle esigenze della pelle.
Il paradosso del tanmaxxing
Accanto alla crescita della protezione, però, esplode il fenomeno del tanmaxxing. Il termine indica la ricerca dell’abbronzatura massima, spinta spesso da video, consigli virali e tendenze social che invitano a esporsi di più, inseguire l’indice UV più alto o usare oli e miscugli per intensificare la tintarella.
Le ricerche online confermano il trend: l’interesse per il tanmaxxing ha raggiunto il picco degli ultimi cinque anni, mentre crescono anche le ricerche legate ai lettini abbronzanti e agli oli solari. È una moda che preoccupa dermatologi e aziende del settore, perché rischia di riportare indietro le lancette rispetto alla prevenzione dei danni da esposizione solare.
Per questo alcuni produttori stanno avviando campagne informative rivolte soprattutto alla Generazione Z e alla Generazione Alpha. L’obiettivo è smontare i falsi miti della tintarella e ricordare che l’abbronzatura non deve diventare una sfida contro la pelle.
I nuovi solari diventano sieri, latte e prodotti glow
La risposta dell’industria è anche tecnologica. Le creme solari 2026 sono sempre meno pesanti, meno bianche, meno appiccicose. Arrivano sieri solari trasparenti, texture lattiginose, formule minerali più leggere e prodotti capaci di dare un effetto glow sulla pelle.
Il termine “milk sunscreen” corre sui social e intercetta la moda del “latte” nel beauty. Anche l’ossido di zinco, che in passato lasciava spesso un effetto bianco e pastoso, viene oggi inserito in formule più leggere e gradevoli. Il risultato è una protezione che si applica con più facilità, anche sotto il trucco o come prodotto finale della routine viso.
È un passaggio decisivo: più i solari sono piacevoli da usare, più è probabile che vengano applicati con regolarità. La prevenzione passa anche dalla qualità sensoriale del prodotto.
La protezione solare diventa skincare
Un altro trend forte è la skinification. La protezione solare non viene più pensata come prodotto separato dalla cura della pelle, ma come parte della skincare quotidiana. Filtri UV e autoabbronzanti vengono arricchiti con ingredienti tipici dei sieri viso, dagli attivi idratanti a quelli antiage.
La promessa del mercato è chiara: proteggere, migliorare l’aspetto della pelle, uniformare l’incarnato e rendere il prodotto compatibile con il trucco e con la vita di tutti i giorni. In questo scenario cresce anche l’influenza della K-beauty, la cosmesi coreana, che punta su formule leggere, spray, texture impalpabili ed effetto finishing.
La protezione solare coreana sta facendo breccia in Europa proprio perché interpreta il filtro UV non come obbligo, ma come gesto beauty. È una differenza culturale che può cambiare molto le abitudini di consumo.
L’estate della pelle protetta e della tintarella consapevole
L’estate 2026 racconta dunque due tendenze opposte. Da una parte ci sono consumatori più informati, prodotti più avanzati e una crescita netta degli schermi ad alta protezione. Dall’altra c’è la spinta social verso l’abbronzatura estrema, che trasforma la tintarella in una prestazione da mostrare.
La sfida è trovare un equilibrio: sole sì, ma con consapevolezza. La pelle abbronzata continua a essere associata all’estate, al benessere e alla bellezza. Ma la vera novità è che oggi la bellezza passa sempre di più dalla protezione. Non si tratta di rinunciare al sole, ma di imparare a viverlo senza trasformarlo in un rischio.
Cronache
Attentato a Ranucci, il commando “low cost”: meno di 10mila euro tra bomba, auto a noleggio e compensi
L’attentato esplosivo contro Sigfrido Ranucci sarebbe costato, secondo le stime degli investigatori, tra 5mila e 10mila euro. Un’operazione organizzata con materiale deteriorato, un’utilitaria a noleggio e compensi contenuti. Restano da chiarire il movente e l’identità definitiva del mandante.
Un’automobile noleggiata per meno di cinquanta euro al giorno, esplosivo industriale deteriorato, sistemi di innesco obsoleti e compensi di poche migliaia di euro. L’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, a Pomezia, sarebbe stato organizzato con un budget complessivo compreso tra 5mila e 10mila euro.
È il quadro che emerge dagli atti dell’inchiesta della Procura di Roma e dalle intercettazioni raccolte dai carabinieri. Quattro persone sono state sottoposte a misura cautelare con l’accusa di avere partecipato alla preparazione e all’esecuzione dell’attacco: Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis. Tre sono in carcere e una agli arresti domiciliari. Le responsabilità dovranno essere accertate nel processo.
Il ritorno in treno per risparmiare
Uno dei particolari più singolari emerge da una conversazione intercettata. Uno degli indagati racconta di essere rientrato dopo l’operazione non con l’automobile, ma in treno, risparmiando così sul carburante.
Un dettaglio apparentemente marginale, ma che secondo gli investigatori confermerebbe il carattere artigianale e poco costoso dell’azione.
Anche il mezzo utilizzato dal gruppo sarebbe stato scelto con attenzione alle spese: una Fiat Cinquecento presa a noleggio in provincia di Avellino per meno di cinquanta euro al giorno, oltre al costo della benzina.
Esplosivo vecchio e tecnologia rudimentale
Il risparmio non avrebbe riguardato soltanto gli spostamenti. Anche l’ordigno collocato davanti all’abitazione del giornalista sarebbe stato realizzato con materiale già disponibile nel circuito criminale.
Nell’ordinanza cautelare la giudice per le indagini preliminari descrive l’impiego di gelatina da cava deteriorata, associata a sistemi di innesco non moderni.
Non emergerebbero quindi innovazioni tecnologiche o particolari competenze specialistiche, ma l’utilizzo opportunistico di esplosivo industriale sottratto in passato, conservato in modo improprio e successivamente reimmesso nel mercato illegale per scopi intimidatori.
L’ordigno era comunque sufficientemente potente da distruggere le automobili di Ranucci e della figlia e danneggiare il muro perimetrale dell’abitazione. Nessuno rimase ferito.
Compensi di poche migliaia di euro
Secondo le stime degli investigatori, l’intera operazione sarebbe costata poco più di 5mila euro e comunque meno di 10mila.
Nelle intercettazioni compare anche un riferimento a un compenso di appena 300 euro per Antonio Passariello. Chi conduce le indagini ritiene però che la somma effettiva possa essere stata superiore.
Gli investigatori ipotizzano che almeno mille euro siano stati versati a Saverio Mutone. Pellegrino D’Avino e la sua compagna Marika De Filippis avrebbero invece ottenuto, tra i vantaggi economici, anche un viaggio in Sicilia.
Le cifre e le modalità di pagamento restano tuttavia oggetto di approfondimento e non possono ancora essere considerate definitivamente accertate. Le ricostruzioni giornalistiche indicano una spesa complessiva tra i 5mila e i 10mila euro, distribuita tra i presunti esecutori e altri soggetti coinvolti.
Il presunto collegamento con Lavitola
L’indagine cerca ora di ricostruire la catena dei contatti che avrebbe condotto al commando.
Una fotografia pubblicata sui social mostra Passariello e D’Avino insieme a Gomes Clesio Tavares, collaboratore di Valter Lavitola. Secondo l’ipotesi investigativa, Tavares avrebbe svolto il ruolo di intermediario tra chi commissionò l’attentato e gli esecutori materiali.
Lavitola è indagato come presunto mandante, ma ha negato ogni coinvolgimento e ha dichiarato di essere rimasto sconvolto dalle accuse. Il movente dell’attentato non è stato ancora chiarito e l’indagine resta aperta.
L’ipotesi della fuga in Spagna
Le intercettazioni contengono anche un dialogo sulla possibilità di mandare all’estero uno degli indagati.
«Vuoi andare in Spagna?», domanda uno degli interlocutori, promettendo un sostegno economico di 200 euro al giorno. Anche in questo caso, le somme ipotizzate appaiono lontane dalle disponibilità economiche di una grande organizzazione criminale.
Gli investigatori stanno verificando se si trattasse realmente di un progetto di fuga oppure soltanto di conversazioni prive di un seguito concreto.
Un attentato economico ma potenzialmente letale
Il costo contenuto non riduce la gravità dell’azione. La bomba fu collocata davanti alla casa di un giornalista sottoposto a protezione e avrebbe potuto provocare vittime.
L’immagine di un attentato organizzato al risparmio, con un’utilitaria a noleggio, materiale deteriorato e compensi limitati, non deve quindi trarre in inganno.
Restano ancora da definire il movente, il ruolo dei diversi protagonisti e l’identità di chi ordinò l’attacco. Proprio questi aspetti costituiscono ora il nucleo centrale dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma.
Cronache
Caso Ranucci-Lavitola, il Fatto Quotidiano: cena dopo l’attentato per il maxi-affare dei carbon credit
Il Fatto Quotidiano, in edicola oggi, rivela in esclusiva che pochi giorni dopo l’attentato alla sua abitazione Sigfrido Ranucci partecipò con Valter Lavitola a una cena con esponenti di Urban Vision, mentre l’ex faccendiere cercava investitori per un progetto africano sui carbon credit. Gli inquirenti verificano se proprio quell’affare possa contribuire a spiegare il movente della bomba.
La fonte delle notizie riportate in questo articolo è Il Fatto Quotidiano in edicola oggi, che pubblica in esclusiva nuovi particolari sul rapporto tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola e sul progetto africano legato ai carbon credit. Le informazioni vengono attribuite al quotidiano e riguardano un’inchiesta giudiziaria ancora in corso, nella quale responsabilità e movente dell’attentato restano da accertare.
Pochi giorni dopo l’esplosione davanti alla sua casa di Campo Ascolano, a Pomezia, il conduttore di Report avrebbe partecipato con Lavitola a una cena alla quale erano presenti alcuni potenziali investitori interessati al progetto africano dell’ex faccendiere.
L’incontro si sarebbe svolto alla fine di ottobre del 2025 nel ristorante-pescheria Cefalù, gestito da Lavitola a Roma. Al tavolo sedevano anche Gianluca De Marchi e Fabio Mazzoni, rispettivamente amministratore e presidente di Urban Vision Spa.
Il progetto africano da 1,3 miliardi all’anno
Secondo Il Fatto Quotidiano, Lavitola presentava il progetto come un affare capace di generare fino a 1,3 miliardi di euro l’anno attraverso la commercializzazione di carbon credit prodotti in Africa.
I carbon credit consentono alle imprese di compensare una parte delle proprie emissioni finanziando iniziative destinate ad assorbire o ridurre l’anidride carbonica, come la tutela di foreste e territori.
Ranucci ha già confermato di avere fornito all’amico consigli gratuiti sul settore, spiegando di averlo fatto per evitare che potesse incorrere in truffe o altre “brutte sorprese”. Report aveva infatti dedicato nel 2023 un’inchiesta proprio al mercato dei crediti di carbonio e ai rischi collegati alla reale certificazione dei progetti.
I contatti intensificati prima della bomba
Al Fatto risulta che il confronto tra Ranucci e Lavitola sul progetto si sarebbe intensificato nel settembre del 2025, quindi prima dell’attentato del 16 ottobre, e sarebbe proseguito anche nei mesi successivi.
Le interlocuzioni sarebbero continuate fino a poche ore prima della perquisizione eseguita il 5 luglio 2026 nell’abitazione di Lavitola.
Il quotidiano rileva anche un cambiamento nelle dichiarazioni dell’ex faccendiere, che nelle conversazioni più recenti avrebbe ridimensionato l’importanza dell’affare proprio mentre l’attenzione investigativa si spostava dall’ipotesi politica al progetto economico.
La pista politica e il sondaggio su Ranucci
Una delle ipotesi emerse nei giorni scorsi riguarda il sondaggio commissionato per misurare il possibile gradimento politico di Ranucci come leader del centrosinistra.
Lo stesso Lavitola aveva rivelato l’esistenza del sondaggio al quotidiano La Verità. Secondo questa ricostruzione, la bomba avrebbe potuto accrescere la visibilità e la popolarità del giornalista, favorendo una sua eventuale discesa in campo.
Si tratta però di una pista investigativa ancora priva di conferme definitive. Gli inquirenti stanno valutando anche se il vero movente possa essere collegato agli interessi economici nel settore dei carbon credit.
La cena con i vertici di Urban Vision
Urban Vision ha confermato al Fatto Quotidiano la presenza di De Marchi e Mazzoni alla cena, definendola però un incontro «conviviale e occasionale».
La società ha precisato che durante la serata non sarebbe stato discusso alcun argomento di lavoro. Secondo le fonti del quotidiano, invece, Lavitola stava cercando investitori e Ranucci avrebbe illustrato alcuni rischi e criticità del settore.
Il giornalista ha preferito non rilasciare dichiarazioni sull’episodio.
Urban Vision era già stata oggetto di servizi di Report: nel 2012 in un’inchiesta firmata dallo stesso Ranucci e nel 2019 in un servizio di Lucina Paternesi.
L’invito del figlio di Lavitola
La società ha inoltre chiarito che l’invito alla cena non sarebbe partito direttamente da Valter Lavitola, ma dal figlio Giuseppe, ventiduenne impegnato in iniziative imprenditoriali e politiche.
Dal maggio 2025 Giuseppe Lavitola è consigliere di Urban Venture, società partecipata del gruppo Urban Vision.
L’ex faccendiere aveva però più volte presentato Ranucci come uno dei frequentatori e dei testimonial del proprio ristorante, circostanza che conferma la familiarità del rapporto tra i due.
L’attività esplorativa di Neutralia
Urban Vision ha confermato soltanto un’attività preliminare ed esplorativa nel settore dei carbon credit, svolta per un periodo limitato attraverso un’altra società estranea al gruppo.
Secondo Il Fatto Quotidiano, il veicolo societario potrebbe essere Neutralia Srl, partecipata al 50% da De Marchi e Mazzoni.
L’esplorazione sarebbe stata definitivamente interrotta nel marzo del 2026 e non avrebbe prodotto alcun investimento.
Urban Vision non è coinvolta nell’inchiesta sull’attentato e nessun elemento collega la società alla bomba esplosa davanti all’abitazione di Ranucci.
Il ruolo di Gomes Clesio Tavares
Il punto investigativo più delicato riguarda Gomes Clesio Tavares, collaboratore di Lavitola e indicato dagli inquirenti come possibile collegamento tra il presunto mandante e gli esecutori materiali dell’attentato.
Tavares si trova da mesi in Camerun per seguire le fasi del progetto africano. Secondo quanto riferito, Lavitola gli avrebbe promesso il 10% dei ricavi dell’affare sui carbon credit.
L’inchiesta avrebbe inoltre documentato rapporti tra Tavares e alcune delle persone arrestate come presunti esecutori dell’attentato.
È su questo intreccio che gli investigatori stanno concentrando una parte delle verifiche: la presenza di Ranucci nelle discussioni sull’affare, pur nella veste dichiarata di amico e consulente disinteressato, potrebbe essere stata percepita come una minaccia da chi temeva di perdere il controllo o i benefici economici del progetto.
Il movente resta da dimostrare
Al momento non esistono elementi che consentano di affermare che l’affare dei carbon credit sia stato il movente della bomba.
Lavitola e Tavares sono indicati nell’ipotesi investigativa come possibili mandanti, ma le accuse devono ancora essere provate. Entrambi hanno diritto alla presunzione di innocenza.
Le rivelazioni del Fatto Quotidiano aggiungono tuttavia un nuovo tassello alla ricostruzione del rapporto tra Ranucci e Lavitola: un’amicizia personale, un legame tra giornalista e fonte e una collaborazione informale su un progetto economico di dimensioni potenzialmente enormi.
Resta da capire se questi elementi siano soltanto il contesto di una relazione complessa oppure la chiave per individuare il movente dell’attentato.
Cronache
Ranucci e Lavitola, storia di un’amicizia diventata un caso giudiziario: fonti, confidenze e sospetti
Dalla frequentazione del ristorante Cefalù ai contatti quotidiani, fino all’inchiesta sull’attentato davanti alla casa di Sigfrido Ranucci. La storia del rapporto tra il conduttore di Report e Valter Lavitola solleva interrogativi sulle fonti giornalistiche, ma il movente della bomba resta ancora da accertare.
Come nasce un’amicizia tra due persone apparentemente lontanissime? Quando si interrompe? E soprattutto: dietro quel rapporto c’erano soltanto affetto e confidenze oppure anche interessi, informazioni e reciproche convenienze?
Sono le domande che accompagnano la storia del rapporto tra Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e Valter Lavitola, ex direttore dell’Avanti!, imprenditore e personaggio al centro di numerose vicende giudiziarie.
Lavitola è oggi indagato dalla Procura di Roma come possibile mandante dell’attentato esplosivo compiuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del giornalista. Ha respinto ogni accusa. Il movente resta ancora da individuare e ogni responsabilità dovrà essere accertata nel corso del procedimento.
Il ristorante Cefalù e l’inizio della frequentazione
Nel 2018 Lavitola apre a Monteverde il ristorante di pesce Cefalù. Nel locale trovano lavoro anche alcuni ex dipendenti e collaboratori dell’Avanti! rimasti senza occupazione.
Ranucci avrebbe iniziato a frequentare assiduamente il ristorante dal 2019, introdotto dal giornalista Guido Ruotolo. Da quel momento il rapporto con Lavitola sarebbe diventato sempre più stretto.
Lo stesso Ranucci ha raccontato che tra i due esisteva una vera amicizia, fatta di contatti quasi quotidiani, rapporti tra le famiglie e disponibilità reciproca. Quando è emerso il coinvolgimento investigativo di Lavitola, il giornalista si è detto «stordito», definendolo ancora un amico vero e dichiarandosi inizialmente convinto della sua innocenza.
Lavitola come fonte di Report
Il rapporto non era però soltanto personale. Lavitola ha ammesso di essere stato anche una fonte della trasmissione.
Per un programma d’inchiesta non è insolito avere contatti con persone che conoscono ambienti politici, economici o giudiziari. Anzi, spesso le notizie più rilevanti arrivano proprio da soggetti controversi, mossi da interessi personali o da conoscenze maturate in contesti opachi.
Il problema non è quindi l’identità della fonte, ma la capacità del giornalista di verificarne le informazioni, comprenderne le motivazioni e impedire che il rapporto personale condizioni la selezione e la rappresentazione dei fatti.
Gli accessi negli studi Rai
Lavitola sarebbe entrato almeno due volte negli studi Rai di via Teulada, dove ha sede anche la redazione di Report: una prima volta nel 2019 e una seconda nel 2021.
Gli accessi, da soli, non dimostrano alcuna irregolarità. Una fonte può essere incontrata in redazione e un giornalista può ricevere interlocutori anche molto discussi.
La loro rilevanza deriva però dal contesto successivo: l’uomo che frequentava il conduttore e gli ambienti del programma è oggi sospettato dagli investigatori di avere avuto un ruolo nell’attentato contro lo stesso Ranucci.
L’inviato ospitato nel B&B di Lavitola
Nel 2021, durante la pandemia, un giornalista di Report, Manuele Bonaccorsi, appena rientrato dal Brasile e alla ricerca di un luogo dove trascorrere la quarantena, fu ospitato gratuitamente nel B&B Faro gianicolense, riconducibile a Lavitola.
Bonaccorsi ha raccontato che fu Ranucci a trovargli la sistemazione. Quando scoprì chi fosse il proprietario della struttura, chiese spiegazioni al proprio responsabile e ricevette come risposta che Lavitola era una fonte della trasmissione. L’inviato ha difeso la legittimità del rapporto, osservando che le fonti giornalistiche non vengono selezionate sulla base della loro fedina penale.
L’episodio, anche in questo caso, non prova comportamenti illeciti. Mostra però quanto la relazione tra Ranucci e Lavitola fosse conosciuta e utilizzata anche per risolvere problemi concreti della redazione.
La fotografia della cena
Nel maggio del 2023 il giornalista Aldo Torchiaro fotografa Ranucci e Lavitola seduti allo stesso tavolo del ristorante Cefalù. Tra gli altri commensali figura anche monsignor Gianni Fusco.
L’immagine diventa oggi il simbolo di quella Roma in cui giornalisti, imprenditori, prelati, politici e intermediari si incontrano intorno a un tavolo, tra informazioni, confidenze e racconti difficili da verificare.
La foto era stata pubblicata già nel 2023 e non documentava nulla di illecito. Alla luce dell’indagine successiva ha però assunto un significato diverso, perché testimonia pubblicamente la consuetudine tra i due protagonisti.
Il progetto politico per Ranucci
Dagli atti dell’inchiesta emergerebbe anche l’interesse di Lavitola per un possibile futuro politico di Ranucci.
L’ex direttore dell’Avanti! avrebbe immaginato per il giornalista un ruolo nel cosiddetto campo largo e avrebbe pensato persino alla commissione di un sondaggio. L’esistenza di queste idee non dimostra che Ranucci le condividesse né che fossero state trasformate in un progetto concreto.
Contribuisce però a descrivere la natura particolare del rapporto: Lavitola non avrebbe visto nel conduttore soltanto un amico e una fonte di prestigio, ma anche un possibile protagonista della vita politica nazionale.
La bomba davanti alla casa
Il 16 ottobre 2025 un ordigno rudimentale esplode davanti alla casa di Ranucci a Pomezia, danneggiando le automobili del giornalista e della figlia e il cancello dell’abitazione.
Non ci sono feriti, ma la potenza della bomba e il luogo scelto fanno scattare un’inchiesta per un attentato potenzialmente letale.
Il 30 giugno 2026 vengono arrestate quattro persone indicate come presunti partecipanti alla preparazione e all’esecuzione dell’azione. Nei giorni successivi Lavitola viene iscritto nel registro degli indagati come possibile mandante. La Procura contesta, tra gli altri, il reato di strage, ma non ha ancora indicato pubblicamente un movente definito.
Il ruolo di Gomes Clesio Tavares
Al centro degli accertamenti compare Gomes Clesio Tavares, collaboratore di Lavitola e indicato dagli investigatori come possibile intermediario tra il presunto mandante e il gruppo accusato di avere collocato l’esplosivo.
Tavares si trova in Camerun. Lavitola ha sostenuto che la sua presenza nel Paese africano sarebbe legata a un affare nel settore dei carbon credit e ha negato di averlo fatto partire per sottrarlo alle indagini.
Ha inoltre raccontato di avere chiesto proprio a Ranucci alcune indicazioni su quel settore economico, ricevendo dal giornalista correzioni a quattro domande. Si tratta della versione fornita dall’indagato, ora sottoposta alle verifiche degli inquirenti.
Le interviste dopo l’interrogatorio
Dopo essere stato ascoltato in Procura, Lavitola ha rilasciato numerose interviste, ribadendo di non essere il mandante e ricordando pubblicamente episodi del rapporto con Ranucci.
Ha parlato dell’ospitalità offerta al giornalista di Report, delle informazioni fornite alla trasmissione, dei carbon credit e della propria amicizia con il conduttore. Ha anche affermato che, qualora Ranucci avesse dubbi sulla sua lealtà, avrebbe potuto affrontarlo direttamente.
È possibile che queste dichiarazioni fossero soltanto il tentativo di difendersi pubblicamente. Interpretarle come messaggi in codice indirizzati al giornalista rappresenta invece una suggestione che, al momento, non trova una prova negli atti conosciuti.
Un rapporto da chiarire senza processi sommari
Il nodo centrale resta irrisolto. Ranucci poteva considerare Lavitola un amico e una fonte. Lavitola poteva, allo stesso tempo, coltivare progetti, interessi o aspettative che il giornalista non conosceva.
Oppure l’ipotesi investigativa sul suo coinvolgimento nell’attentato potrebbe non trovare conferma.
Per ora esistono una lunga frequentazione, contatti professionali e personali, testimonianze, fotografie e un’inchiesta giudiziaria ancora in pieno sviluppo. Non esiste ancora una spiegazione credibile del perché un uomo descritto come amico avrebbe dovuto commissionare una bomba contro Ranucci.
È questa contraddizione a rendere la vicenda tanto inquietante. E a imporre prudenza: perché il giornalismo può raccontare i rapporti e porre domande, ma non può trasformare i sospetti in una sentenza.


