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Covid, purtroppo la Micronesia è stata contaminata: c’è un primo caso

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Gli Stati federati di Micronesia, nazione insulare del Pacifico rimasta uno degli ultimi paesi al mondo risparmiati dal Covid-19, hanno segnalato oggi un primo caso di contagio. Il presidente David Panuelo ha ammesso che questa notizia sia “allarmante” per l’arcipelago di 100 mila abitanti, sostenendo che la persona infetta e’ sotto stretta sorveglianza. “Tutti i cittadini devono mantenere la calma – ha detto in un discorso televisivo -. “Niente panico, perche’ la situazione e’ sotto controllo”. Il nuovo coronavirus era stato rilevato in un marinaio di una nave governativa, lo ‘Chief Mailo’, che era stata inviata per riparazioni nelle Filippine. Il paziente e i suoi colleghi sono rimasti a bordo della barca, ancorata in una laguna, e sotto costante sorveglianza. Scuole, chiese e negozi rimangono aperti. I paesi insulari del Pacifico sono stati molto efficienti nel proteggersi dalla pandemia, decidendo subito di chiudere i propri confini, nonostante il costo molto alto di questa misura per le loro economie fortemente dipendenti dal turismo. Tale approccio molto cauto e’ stato adottato a causa della debolezza dei sistemi ospedalieri di questi paesi e dell’elevata prevalenza di obesita’ e problemi cardiaci tra le loro popolazioni.

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Ambiente

Mille piante per la riforestazione del Vesuvio dopo i devastanti incendi del 2017, il lavoro degli attivisti dell’associazione Primaurora

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Gli incendi che nel luglio 2017 devastarono ampie parti del Parco nazionale del Vesuvio (quasi la metà della superficie boschiva), compromettendone gravemente la biodiversità, rappresentarono una ferita dolorosa per tutti i napoletani che hanno a cuore la propria terra. Furono tanti i cittadini che non restarono a guardare e si impegnarono per giorni nel tentativo disperato di contenere le fiamme. Fra gli attivisti della prima ora ci fu Silvano Somma, dottore forestale e oggi presidente dell’associazione Primaurora. Proprio in questi giorni l’associazione ha portato a compimento la prima fase del progetto “Riforestiamo il Gigante”. Insieme al contribuito di quasi quaranta associazioni, quasi mille fra lecci, frassini, sughere ed altre specie autoctone sono stati messi a dimora. La natura in modo spontaneo farà il suo corso, ma anche l’uomo può contribuire a far tornare verdi e rigogliosi i versanti del vulcano ridotti ad un manto di cenere dalle fiamme di quattro anni fa.  

Presidente Somma, ci parla dell’associazione Primaurora?

L’associazione Primaurora nasce all’indomani degli incendi del 2017. È formata perlopiù da attivisti ambientali, attivi nell’area vesuviana, nel napoletano e nel salernitano. Dopo l’incendio ci siamo resi conto della necessità di costituirci in un’associazione per interagire in modo proficuo con enti e istituzioni. Ci muoviamo a trecentosessanta gradi nella tutela ambientale, dal monitoraggio del territorio all’educazione ambientale, da attività antincendio a progetti di riforestazione. Tra di noi ci sono molti professionisti, per cui ci poniamo in modo tecnico nei confronti delle problematiche e riusciamo spesso a proporre anche possibili soluzioni. 

Come nasce il progetto “Riforestiamo il Gigante”?

Noi fummo fra i primi ad attivarci sul Vesuvio durante quei giorni drammatici. La gravità di quell’incendio richiede un supporto da parte dell’uomo, anche se la natura si sta riprendendo in modo spontaneo. Questa attività non prevede al momento alcun finanziamento, né abbiamo lanciato campagne di raccolta fondi. Ci siamo autotassati e abbiamo coinvolto circa quaranta associazioni che hanno sposato il progetto. Disponiamo di tutte le autorizzazioni necessarie per piantare in un’area tutelata. Abbiamo avuto anche il patrocinio dell’ordine degli agronomi. E Il Comune di Torre del Greco ci fornirà l’acqua nei mesi estivi, quelli più duri. Noi volontari ci metteremo la manodopera. Abbiamo concluso il primo step, se tutto andrà bene espanderemo il progetto ad altre aree del Parco. Il nostro vuole essere un modello e un presidio di ambientalismo e legalità. 

Com’è andata la prima fase, ce la racconta?

Abbiamo messo a dimora circa ottocento alberi, seguendo i protocolli e le linee guida fornite dall’Università Federico II. Le specie coinvolte sono il frassino, il leccio, la roverella, la sughera, il pino domestico e il corbezzolo. Innestare piante nuove sotto gli alberi morti non avrebbe avuto senso, perché una volta che questi vengono tagliati o cadono naturalmente, distruggono le nuove piante. Era quindi necessaria un’azione preliminare di rimozione. I lavori di taglio ed esbosco delle pinete bruciate sono a buon punto sia nella parte pubblica che in quella privata del Parco, per cui ora abbiamo potuto incominciare a piantare.

Dove può intervenire l’uomo per favorire la ripresa della natura?

Il nostro intervento si concentrerà nelle aree marginali, che possono essere raggiunte con comodità. In tante altre zone la natura da sola sta facendo un grandissimo lavoro. Non mancheranno, purtroppo, aree in cui la natura stenta a riprendersi e noi non potremo arrivare perché troppo impervie; ma è normale che sia così, non possiamo pensare di ripristinare tutti i 3400 ettari bruciati. La rinaturalizzazione mette in moto processi spontanei: una volta che abbiamo messo a dimora questi alberi, i loro semi saranno diffusi da uccelli vento e acqua nelle aree circostanti. Per questo è più corretto parlare di rinaturalizzazione, la nostra non è una riforestazione vecchio stampo. 

Qual è l’entità del danno generato dagli incendi del 2017? 

Il Parco nazionale del Vesuvio si estende per circa 8400 ettari, di questi sono stati interessati dalle fiamme quasi 3400 ettari. C’è però da considerare che gli ettari di bosco, al netto del gran cono e delle parti vuote, sono circa 4500. L’incendio ha quindi percorso l’85% circa delle aree boscate del Parco. Con severità diversa: il danno è stato massimo in circa 500 ettari, medio-massimo in circa 2000 ettari, di severità bassa nella parte restante. Ci sono poi rischi di frane derivanti dal dissesto idrogeologico, soprattutto sul Monte Somma, il versante settentrionale del Vesuvio. Sul versante meridionale invece, il timore è che l’insediamento di specie aliene, l’ailanto e la robinia, tolga spazio alle specie autoctone, compromettendo la biodiversità e il valore del Parco. 

Che cosa ricorda di quei giorni dolorosi?

Ho ancora delle immagini stampate nella memoria. Su tutte, il momento in cui l’incendio della pineta passò da radente ad incendio di chioma. Ci ritrovammo all’improvviso davanti ad un muro di fuoco alto trenta metri. Ci sentimmo impotenti. Ricordo le fiamme avanzare incontrastate e bruciare tutto ciò che incontravano sul loro cammino. E poi il momento successivo al loro passaggio, uno scenario apocalittico, da guerra nucleare. I boschi, prima verdi e rigogliosi, animati dai rumori degli animali, erano diventati silenziosi e carbonizzati, un manto di cenere. Decidemmo di non arrenderci; lanciai subito un appello sui social a cui risposero più di duecento volontari. Iniziammo così anche a soccorrere la fauna, portando acqua e cibo agli animali del Vesuvio.

Vesuvio. Un pezzo della foresta vesuviana incenerita dai roghi del 2017

Che idea s’è fatto sulle cause dei roghi? 

Ha inciso la scarsa manutenzione della viabilità e delle vie tagliafuoco; inoltre il passaggio dal corpo forestale ai carabinieri forestali. Fra il personale del corpo forestale era previsto il DOS, il direttore delle operazioni di spegnimento. Poiché quello era l’anno di transizione, mancarono molte figure di coordinamento e ciò provocò carenze nella gestione dell’incendio. Il vento e la siccità fecero il resto. L’origine dolosa invece non è stata accertata. C’è stato un solo arresto, un ragazzo accusato di aver incendiato un ettaro di bosco. La narrazione dell’attacco criminale al momento non trova riscontro. Le aree incendiate sono soggette ad una serie di vincoli e non c’è nessuno che ad oggi stia lucrando con attività di rimboschimento. Potrebbe essersi trattato in origine di un incendio colposo. Non a caso è partito a bordo strada ad Ercolano, se si vuol incendiare in modo strategico non si parte certo da lì.

In quanto tempo potrà rigenerarsi il patrimonio naturalistico perduto?

Non dobbiamo aspettarci che ritorni come prima; la pineta monospecifica di pino domestico non tornerà più. Nell’arco di dieci anni il Vesuvio sarà di nuovo rigoglioso e numerose specie saranno di nuovo attecchite. È però fondamentale che l’uomo tuteli questo patrimonio. Se nuovi incendi colpissero le piante che stanno rinascendo queste potrebbero non riprendersi più. In dieci quindici anni credo che si ricostituirà una buona parte del patrimonio boschivo. Ma non pensiamo ai boschi di alto fusto, per certe dimensioni dovremo aspettare non meno di quarant’anni. 

Vesuvio. Monte Somma visto da un elicottero dei carabinieri dopo gli incendi del mese di agosto 2017

Quali errori non dovranno essere ripetuti dalle istituzioni?

Non devono più sottovalutare gli incendi, bloccarli sul nascere è fondamentale. Con le giuste condizioni di vento, siccità e combustibile, anche il più banale degli incendi può diventare pericoloso. Noi quest’estate abbiamo segnalato tanti incendi e abbiamo aiutati i mezzi per lo spegnimento ad arrivare sul posto. Il Parco nazionale ha inserito inoltre due squadre di vigili del fuoco di pronto intervento. Ci vuole però anche una manutenzione attenta e costante della viabilità del Parco. Andiamo incontro ad estati sempre più siccitose, con eventi di incendio sempre più indomabili. Con gli anni il combustibile tornerà a crescere e si potranno presentare di nuovo le condizioni ideali per un maxi incendio. Dovremo farci trovare pronti quando il fuoco tornerà alle pendici del Vesuvio.

  

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Ambiente

A Brescia e Bergamo si muore di più per lo smog

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L’aria delle citta’ del Nord Ovest d’Italia e’ tra le piu’ inquinate d’Europa e Brescia e Bergamo hanno il tasso di mortalita’ da particolato fine (PM2.5) piu’ alto del continente: questo il risultato a cui e’ giunto uno studio pubblicato su ‘The Lancet Planetary Health’. Dall’analisi condotta e’ emerso anche che, per la mortalita’ da biossido di azoto (NO2), la classifica, guidata da Madrid, vede Torino e Milano rispettivamente al terzo e quinto posto. Inoltre, tra le prime dieci citta’ dove il particolato fine e’ nocivo per la salute ci sono pure Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Dallo studio – condotto da ricercatori dell’Universita’ di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero e finanziata dal ministero per l’innovazione spagnolo – e’ nato un database con i dati sulle morti da smog stimate per 858 citta’ europee. I risultati della ricerca mostrano che 51mila morti premature da PM2,5 e 900 da NO2 potrebbero essere evitate ogni anno in Europa se le citta’ prese in esame riducessero i livelli dei due inquinanti seguendo le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanita’ (Oms). In particolare, applicando le linee guida dell’Oms sul PM2,5, a Brescia potrebbero essere evitati 232 morti l’anno e a Bergamo 137. Facendo lo stesso con l’NO2, a Torino ci sarebbero 34 decessi in meno e a Milano 103. Secondo Greenpeace, inoltre, nel complesso delle citta’ italiane prese in considerazione, rispettando gli standard dell’Oms, si potrebbero evitare ogni anno quasi 15 mila morti premature. I dati pubblicati su ‘The Lancet’ confermano le analisi dell’Agenzia Europea dell’ambiente (Aea) e delle agenzie nazionali sul problema smog nella Pianura Padana. Secondo l’Aea, l’Italia detiene il triste primato Ue per morti da biossido di azoto (NO2) ed e’ seconda solo alla Germania per numero di decessi da particolato sottile, il PM2,5. Ma il problema e’ sentito in tutte le aree metropolitane, soprattutto nell’Europa sud-orientale. Ad esempio, secondo i nuovi dati raccolti dai ricercatori olandesi, spagnoli e svizzeri, Roma e’ solo al 154mo posto per il tasso di mortalita’ da inquinamento da PM2,5, ma sono oltre mille i decessi che potrebbero essere evitati ogni anno se fossero rispettati i limiti fissati dall’Oms. Limiti piu’ stringenti di quelli in vigore nell’Ue e in base ai quali comunque diverse procedure di infrazione sono gia’ state aperte nei confronti dell’Italia. E nel novembre scorso la Corte di Giustizia Ue ha condannato l’Italia per la violazione sistematica e continuata dei valori limite Ue sulle concentrazioni di PM10 nell’aria. Davanti alle accuse della Commissione, l’Italia ha piu’ volte invocato la specificita’ territoriale del bacino padano. Un argomento su cui e’ tornato oggi il ministro dell’ambiente Sergio Costa. “E’ tra le mie priorita’ – ha detto – incontrare gli assessori delle Regioni del Bacino Padano per affrontare insieme in modo strutturale il problema del miglioramento della qualita’ dell’aria, rispondendo cosi’ alla loro richiesta di vederci, anche alla luce del Piano nazionale di ripresa e resilienza”. Dal canto loro, i Comuni di Brescia e Bergamo hanno contestato i dati riportati nello studio pubblicato da ‘The Lancet’ definendoli “non aggiornati”. “L’aria di Brescia – ha tenuto a precisare il sindaco Emilio Del Bono – ha sicuramente diverse criticita’, ma negli ultimi anni la situazione ha subito un graduale e costante miglioramento. Lo dicono i dati contenuti nel primo rapporto dell’Osservatorio Aria Bene Comune, pubblicato lunedi’ 18 gennaio”. In una nota il Comune di Bergamo ha poi scritto che i dati sono vecchi di diversi anni visto che si riferisce al database del 2015″. La qualita’ dell’aria della citta’ “non e’ certamente esente da critiche”, si legge ancora nella nota, ma “i recenti monitoraggi eseguiti dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente hanno evidenziato il miglioramento progressivo e costante”.

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Auto: nasce H2-Ice, alleanza made in Italy per l’idrogeno

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Si chiama H2-Ice ed e’ un’alleanza di imprese italiane che punta promuovere l’utilizzo dell’Idrogeno per la trazione di veicoli nel trasporto pubblico. Punch Torino e Avl Italia hanno iniziato lo sviluppo di un motore a combustione interna (Ice) alimentato a idrogeno, che, con il supporto dell’azienda emiliana Landi Renzo, specializzata nella produzione di componenti e impianti a gas per motori termici e sistemi a idrogeno, verra’ istallato da Industria Italiana Autobus su un veicolo urbano, a sua volta testato in servizio da Tper. Il veicolo rappresentera’ un passo concreto per una mobilita’ sostenibile a supporto del processo di decarbonizzazione e sara’ frutto del lavoro delle aziende partner che vorranno aderire a questa iniziativa. In futuro, H2-Ice, che gia’ oggi puo’ contare sul supporto di Nomisma, prevede di espandere il proprio campo di azione ad altri ambiti di applicazione, accelerando lo sviluppo dell’uso di fonti alternative ecologiche. Questo garantirebbe di valorizzare gli investimenti realizzati negli anni, in termini economici e di competenze tecnologiche, e di limitare eventuali costi di re-ingegnerizzazione. Punch Torino e’ nata nel febbraio 2020 con l’acquisizione da parte del gruppo belga Punch del centro di ingegneria General Motors Global Propulsion System.

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