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Salute

Covid pesa su diabete, 22% non fa controlli

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La pandemia Covid “ha avuto un impatto anche nella gestione del diabete”, patologia di cui soffrono oltre 3,5 milioni di persone in Italia. Diminuiscono, infatti, i pazienti che tengono sotto controllo la malattia, misurando gli zuccheri nel sangue: ben 2 su 10 non lo hanno fatto per oltre un anno. A indicarlo sono i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, in vista della Giornata mondiale del Diabete che si celebra il 14 novembre, per ricordare la nascita di Frederik Grant Banting, scopritore dell’insulina, ormone e terapia ‘salvavita’ che cambiò la vita di milioni di persone. Nel 2020-21 in Italia, rileva la sorveglianza Passi a cura dell’Iss, ad avere una diagnosi di diabete era il 5% delle persone adulte, ma la prevalenza aumenta al crescere dell’età fino a raggiungere il 21% tra gli ultra 75enni. In generale è più frequente fra gli uomini che fra le donne (5,1% rispetto a 4,2%) e nelle fasce più svantaggiate: sfiora il 16% fra chi ha solo la licenza elementare e l’8% fra chi ha molte difficoltà economiche. Per gestire la malattia riducendo il rischio di complicanze è fondamentale monitorare l’emoglobina glicata, esame che misura la concentrazione di zuccheri nel sangue negli ultimi 3 mesi e serve a capire se il paziente riesce a tenere sotto controllo la malattia.

I dati mostrano come, di pari passo con la pandemia, sono aumentati coloro che lo hanno fatto meno spesso: nel 2020-21 la quota di pazienti che non lo ha fatto per più di un anno era salita dal 15% del 2019 al 25% del 2020, per poi attestarsi al 22% nel 2021 ma “senza tornare ai valori pre-pandemia”. Un intervistato su 5, infine, non conosce affatto questo tipo di esame. Poca attenzione c’è anche nei confronti dei rischi cardiovascolari: il 53% dei diabetici ha anche diagnosi di ipertensione (rispetto al 18% fra persone senza diabete), il 42% ha colesterolo alto (rispetto a 18%), il 70% è in sovrappeso (rispetto a 42%). Pochi inoltre sanno che chi ha il diabete, “se viene colpito da influenza ha un rischio triplo di ricovero, un rischio quadruplo di finire in terapia intensiva”, spiega Olga Eugenia Disoteo, coordinatore Commissione Diabete dell’Associazione Medici Endocrinologi (Ame). “Per questo raccomandiamo ai pazienti di vaccinarsi”.

La buona notizia, spiega Angelo Avogaro, presidente della Società italiana di Diabetologia (Sid) è che “la ricerca scientifica ha fatto fare negli ultimi anni passi da gigante alle terapie. Abbiamo oggi disponibili nuovi farmaci, che proteggono anche cuore e reni. Per evitare le complicanze della malattia, oltre a ridurre obesità e sedentarietà è fondamentale una presa in carico che assicuri a ogni paziente la terapia migliore”. Il diabete, che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms provoca ogni anno 1,5 milioni di decessi nel mondo, può colpire però anche i bambini. Per molto tempo l’età di insorgenza della malattia è stata considerata un fattore in grado di minacciare una vita lunga. In realtà, spiega Valentino Cherubini, presidente eletto della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (Siedp), “se la diagnosi è tempestiva e la malattia viene gestita al meglio, la durata della vita è uguale a quella delle persone sane”.

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Vita matrimoniale aiuta a tenere sotto controllo il diabete

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Le persone sposate e che vivono insieme al coniuge hanno maggiori probabilità di riuscire a tenere sotto controllo la glicemia e prevenire la comparsa del diabete di tipo 2 secondo uno studio internazionale pubblicato sulla rivista BMJ Open Diabetes Research & Care. “Il rischio di diabete di tipo 2 è stato associato a diverse dimensioni della salute sociale”, spiegano i ricercatori. Ma a oggi non è chiaro quanto ciascuna di queste componenti (per esempio l’isolamento, l’organizzazione della vita, le dimensioni della rete sociale) incidano sul rischio di sviluppare la malattia o andare incontro a un peggioramento, se si è già ammalati.

I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a oltre 3.300 ultra-cinquantenni seguiti dal 2004 al 2013. Nessuno di loro all’inizio dello studio aveva il diabete. Lo studio ha rilevato che, qualunque fosse la qualità del rapporto tra coniugi, i partner che continuavano a stare insieme avevano un miglior controllo della glicemia, in termini di valori di emoglobina glicata. L’analisi dei dati ha inoltre mostrato che le persone che avevano vissuto transizioni coniugali (per esempio un divorzio) tendevano ad andare incontro a cambiamenti significativi nei livelli di emoglobina glicata e a un aumento del rischio di sviluppare pre-diabete. “Un maggiore sostegno per gli anziani che stanno vivendo la perdita di una relazione coniugale a causa di un divorzio o del lutto, così come lo smantellamento degli stereotipi negativi sulle relazioni sentimentali in età avanzata possono essere punti di partenza per affrontare alcuni rischi per la salute”, scrivono i ricercatori.

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Salute

Tumori: Aiom, subito la legge sul diritto a oblio oncologico 

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Subito una legge sul diritto all’oblio oncologico, perchè “servono maggiori garanzie legali per difendere i diritti fondamentali ed evitare discriminazioni”. E’ la richiesta lanciata dal convegno ‘Quando il cancro diventa una malattia cronica’, organizzato oggi a Roma da Fondazione Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro. In Italia, affermano gli oncologi, il cancro è una malattia sempre più guaribile o cronica. Un paziente su quattro è riuscito a superare il tumore, non necessita più di trattamenti e presenta la stessa aspettativa di vita del resto popolazione. Al tempo stesso i malati oncologici cronici ammontano a 2 milioni: “per i primi si rende assolutamente necessaria l’approvazione a breve di una legge per il diritto all’oblio oncologico. Per i secondi invece una riorganizzazione della medicina territoriale in modo che l’assistenza sia la più vicina possibile al domicilio del paziente”. I malati oncologici nel nostro Paese “sono in costante crescita e ammontano ad oltre 3,7 milioni – sottolinea Giordano Beretta, presidente Fondazione Aiom -. Di questi circa un milione aspetta da tempo una legge che tuteli i loro diritti fondamentali ed eviti discriminazione nella vita di tutti i giorni. In molti Paesi europei esistono già delle norme specifiche per chi è riuscito a superare definitivamente il cancro. Queste persone all’estero riescono, senza troppi problemi, ad avere un prestito bancario o a stipulare un’assicurazione sulla vita. Da noi invece non esiste ancora alcuna garanzia legislativa. Come Fondazione Aiom, da oltre un anno promuoviamo ‘Io non sono il mio tumore’, la prima campagna nazionale per il diritto all’oblio oncologico”. Promossa anche una petizione on line e finora sono state raccolte oltre 105mila firme. “I pazienti sia cronici che guariti devono poter tornare alle normali attività lavorative – conclude Elisabetta Iannelli, segretaria della Favo (Federazione Italiana Associazioni Volontariato In Oncologia) -. Fondamentale è la riabilitazione fisica ma anche psicologica e sociale. Le associazioni dei pazienti chiedono dunque che, in linea con le indicazioni della Commissione Europea, venga garantita la riabilitazione oncologica e che questa sia inserita nei Livelli essenziali di assistenza Lea”. 

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Salute

Tumore seno, Oms punta a meno 2,5 milioni vittime entro 2040 

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Un’iniziativa globale guidata dalle Nazioni Unite per combattere il cancro al seno potrebbe salvare 2,5 milioni di vite entro il 2040. A lanciarla nella Giornata mondiale contro il cancro è l’Organizzazione Mondiale delal Sanità (Oms), che vuole combattere le disuguaglianze nella prevenzione e nella cura di questa malattia che colpisce ogni anno 2,3 milioni di donne, rendendo quello al seno il cancro più comune al mondo. Nel 95% dei Paesi, il cancro al seno è la prima o la seconda causa di morte per tumore nelle donne.

Tuttavia, quasi l’80% dei decessi per cancro al seno e cervice uterine si verificano nei Paesi a basso e medio reddito. L’Oms rileva inoltre che se un numero limitato di Paesi ad alto reddito è stato in grado di ridurre la mortalità per cancro al seno del 40% dal 1990, per le donne nei Paesi più poveri, una delle sfide principali è ricevere una diagnosi tempestiva. “La sopravvivenza al cancro al seno è del 50% o meno in molti Paesi a basso e medio reddito”, ha diachiarato Bente Mikkelsen dell’Oms, ma il tasso è “superiore al 90% per coloro che possono ricevere le migliori cure nei paesi ad alto reddito”.

“I Paesi con sistemi sanitari più deboli non sono in grado di gestire il crescente onere del cancro al seno che provoca un grande onere sugli individui, le famiglie, le comunità, i sistemi sanitari e le economie. Ridurre l’incidenza di questa malattia deve quindi essere una priorità per i ministeri della salute e dei governi di tutto il mondo”, ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms. Per rispondere alle esigenze dei paesi più poveri e fornire orientamenti ai governi, la campagna lanciata dall’Oms vuole promuovere controlli sanitari per incoraggiare la diagnosi precoce e fornire trattamenti tempestivi con terapie efficaci. Entro il 2040, si prevedono oltre tre milioni di casi e un milione di morti ogni anno in tutto il mondo. Circa il 75% di questi decessi si verificherà nei paesi a basso e medio reddito. “Il cancro al seno è la ragione più probabile per cui una donna morirà di cancro in tutto il mondo, è il cancro più comune nelle donne nell’86% dei paesi. È quindi essenziale disporre di un programma di prevenzione nei prossimi anni” conclude l’Oms.

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