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Covid, l’Oms rende omaggio all’Italia con in video per sottolineare la battaglia contro il virus

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!”L’#Italia è stato il primo Paese occidentale a essere pesantemente colpito #COVID19 . Il governo e la comunità, a tutti i livelli, hanno reagito con forza e hanno ribaltato la traiettoria dell’epidemia con una serie di misure basate sulla scienza. Questo video racconta la storia di una esperienza”. Con questo testo di accompagnamento ad un video, l’OMS, ha ricordato come l’Italia si è battuta contro la pandemia. L’Italia viene additata come esempio. 

Il premier Giuseppe Conte ritwittando il video dell’Oms che racconta la storia dell’esperienza italiana attraverso testimonianze e immagini di repertorio dei mesi scorsi nell’emergenza Coronavirus, ha rilanciato così questo tributo all’Italia.

 

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Dall’eparina ai farmaci monoclonali, ecco i farmaci per curare i pazienti covid

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La battaglia contro il covid fatto non solo con i vaccini. Ci sono anche farmaci per trattare tutti i pazienti già infetti e gravemente malati. Ma se sui vaccini sono stati fatti passi da gigante, a oggi in Europa non esiste un farmaco specifico contro Covid-19 e se ne parlerà al 40° congresso della Società italiana di Farmacologia di marzo.
I farmaci per i pazienti gravi più gravi? I contagiati sono trattati con glucocorticoidi come il desametasone, un corticosteroide molto potente utilizzato da anni. È un antinfiammatorio che non agisce direttamente contro il virus ma è indicato per quei pazienti che richiedono ossigeno supplementare, per bloccare la cosiddetta “tempesta di citochine”, la risposta immunitaria così violenta che può portare alla morte.
Il Remdesivir è un altro farmaco importante.  A inizio pandemia questo antivirale era stato giudicato uno dei farmaci più promettenti perché si pensava che fosse in grado di inibire la replicazione del virus. I dati preliminari del trial Solidarity, che gode dell’ appoggio dell’Oms, ne ha però messo in discussione l’efficacia clinica perché non sembra ridurre la mortalità e funzionare nei pazienti più gravi. Oggi è utilizzato esclusivamente in casi selezionati dopo un’ accurata valutazione costi-benefici.
Altro farmaco è l’eparina. Per l’alterazione della coagulazione indotta dal covid è raccomandata l’eparina, farmaco anticoagulante per prevenire eventi trombo-embolici. Il basso dosaggio è raccomandato per pazienti allettati, anche a domicilio. Dosi più alte vanno somministrate solo in ospedale, valutando attentamente rischi e benefici.

Fiducia è stata posta anche nel plasma iperimmune. Quello proveniente da pazienti convalescenti, porta benefici quando l’infusione avviene entro pochissimi giorni dalla comparsa dei sintomi riducendo la probabilità di progressione della malattia verso gravi forme respiratorie. È però necessario che siano presenti nel siero anticorpi neutralizzanti, che in genere producono pazienti che hanno sviluppato una malattia grave. Difficilmente un asintomatico o paucisintomatico avrà nel suo plasma anticorpi neutralizzanti in grado di aiutare un altro malato.
Su cosa si sta puntando oggi? L’attenzione è tutta per i farmaci monoclonali, prodotti in laboratorio, che agiscono attaccando il virus mentre è in circolo e sono indicati in una fase precoce della malattia. Nel novembre scorso la Food and Drug Administration negli Stati Uniti ha approvato l’uso in emergenza di due anticorpi monoclonali, uno prodotto da Regeneron (quello con cui è stato curato Donald Trump) e l’altro studiato da Eli Lilly. L’ Ema non li ha ancora autorizzati perché ritiene che i benefici non siano così chiari.
Quali sono i problemi con i monoclonali?
Allo studio ci sono circa 200 farmaci monoclonali, ma almeno i due approvati negli Stati Uniti non sembrano efficaci su pazienti gravi. Per ottenere un beneficio devono essere somministrati entro 48-72 ore dalla manifestazione dei sintomi e la terapia va effettuata in ospedale per monitorare eventuali reazioni allergiche, causando ulteriore stress negli ospedali. Ma come si fa a decidere chi trattare con un farmaco tanto costoso? A oggi sappiamo che rischiano un aggravamento della malattia pazienti anziani e con malattie pregresse, ma non è sempre così dal momento che, seppur più raramente, hanno perso la vita per Covid-19 anche pazienti più giovani, in precedenza sani.
Al momento, dunque, a oltre anno dall’avvento del covid, non abbiamo ancora un farmaco specifico per chi si ammala in modo grave. La speranza arriva dai monoclonali ma è da chiarire se tra quelli che oggi sono arrivati in fase 3 ce ne sia qualcuno che funzioni anche su pazienti gravi o se invece questa classe di farmaci può funzionare solo se utilizzata in fase precoce della malattia.
Dal momento che il problema sembra essere l’ abnorme risposta immunitaria sviluppata contro il virus il futuro della ricerca potrebbe concentrarsi sull’ identificare un anticorpo monoclonale antinfiammatorio/immunosoppressivo. Ne esistono una quindicina utilizzati per trattare malattie autoimmuni, alcuni sono in sperimentazione contro il Covid.

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Coronavirus, nessun rischio contagio da animali di compagnia: studio di scienziati italiani sulla rivista Animals

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“Non esistono evidenze che gli animali da compagnia svolgano un ruolo epidemiologico nella diffusione all’uomo di Sars-Cov-2. Al contrario, i dati raccolti finora sembrano escludere che gli animali domestici abbiano un ruolo epidemiologico nella diffusione all’uomo del virus” responsabile di Covid-19. A tranquillizzare sulla sicurezza del rapporto con i nostri amici a quattro zampe anche in tempi di pandemia sono Anna Costagliola, ricercatrice del Dipartimento di Medicina veterinaria e Produzioni animali dell’università di Napoli Federico II, e Giovanna Liguori, dirigente veterinario dell’Asl di Foggia, prime firmatarie di un intervento pubblicato sulla rivista ‘Animals’. Sotto i riflettori un tema ritornato ‘caldo’, ricorda Antonio Giordano, direttore e fondatore dell’Istituto Sbarro di Philadelphia, Usa, professore di Anatomia e Istologia patologica all’università di Siena, e autore senior dell’articolo, “a causa del ritrovamento del coronavirus Sars-CoV-2 nei visoni da pelliccia di allevamento intensivo, trasmesso loro da operai Covid-positivi. Scoperta che ha aperto la strada all’ipotesi verosimile di una possibile trasmissione del virus dall’animale all’uomo”. Da qui questo “‘commentary’ in cui abbiamo cercato di evidenziare il ruolo che gli animali potrebbero svolgere nella diffusione di Sars-CoV-2 all’uomo e quindi nell’epidemiologia della malattia stessa”.

A fronte dei “pochissimi casi di infezioni da Sars-CoV-2 negli animali domestici (gatti, furetti e cani) riportati dalla sorveglianza veterinaria e dagli studi sperimentali”, gli scienziati affermano che “la suscettibilità” al nuovo coronavirus “degli animali da compagnia è strettamente dipendente da uno stretto contatto con persone che sono risultate positive”. E che appunto, allo stato attuale, non esiste alcuna evidenza che possa giustificare sospetti intorno a questi preziosi compagni di vita. Gli studi sperimentali e le evidenze epidemiologiche, tuttavia, indicano che i pet possono contrarre l’infezione da Sars-CoV-2 attraverso il contatto stretto con persone infette. “Risulta quindi indispensabile – raccomandano Francesca Ciani e Danila d’Angelo, ricercatrici del Dipartimento di Medicina veterinaria e Produzioni animali della Federico II – che i medici veterinari si facciano carico della tutela del benessere degli animali da compagnia consigliando i proprietari positivi al coronavirus di limitare l’esposizione al virus dell’animale, affidandoli temporaneamente a parenti, amici o associazioni per garantire i loro fabbisogni comportamentali non sempre compatibili con l’isolamento obbligatorio dei proprietari”.

“La comparsa della Severe Acute Respiratory Syndrome (Sars) nel 2003 e della Middle East Respiratory Syndrome (Mers) nel 2012, causate rispettivamente da Sars-CoV e Mers-CoV – premettono gli studiosi nell’intervento – hanno dimostrato il potenziale zoonosico dei coronavirus. Il nuovo coronavirus umano Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus type 2 (Sars-Cov-2), responsabile della Coronavirus disease 2019 (Covid-19), lasciato il suo probabile serbatoio animale selvatico si è diffuso rapidamente in tutti i continenti, trovando nella specie umana una popolazione recettiva e in grado di permettergli un’efficiente trasmissione intraspecifica”.  Giordano si dice “fermamente convinto che, laddove non vengano attuati idonei piani di tutela ambientale e salvaguardia del benessere di animali selvatici, che in natura occupano nicchie ecologiche ben definite che non verrebbero mai a contatto con una a maggiore pressione antropica, il rischio zoonosico aumenta in modo considerevole. Tutto ciò può essere inglobato nella visione One Health che prevede un approccio olistico volto a garantire la salute umana, animale e la tutela dell’ambiente”.

 

Concorda Caterina Costa dell’Istituto nazionale tumori di Napoli, Fondazione Pascale: “E’ importante promuovere e potenziare lo scambio di informazioni tra i medici veterinari e l’Istituto superiore di sanità (Iss), per formulare le raccomandazioni giuste e attuare le misure efficaci di gestione del rischio Sars-CoV-2 utilizzando un approccio One-Health”.

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Covid: Seconde case, si può andare se di proprietà o in affitto

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Rebus seconde case, nuova precisazione. Possono essere raggiunte da un’altra regione purche’ si tratti di un’abitazione di proprieta’ o in affitto; resta invece il divieto se il proprietario e’ un parente. In attesa che le ‘Faq’ della presidenza del Consiglio chiariscano in maniera piu’ netta le indicazioni del Dpcm in vigore da sabato scorso, e’ il sottosegretario all’Interno, Achille Variati, a fissare i paletti agli spostamenti degli italiani fino al prossimo 15 febbraio. Intanto, il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, offre una ‘tregua’ alle Regioni, dopo lo stop della Corte Costituzionale alla legge della Valle d’Aosta che alleggeriva le misure anti-Covid rispetto a quelle statali: il Governo, annuncia Boccia, ritirera’ le impugnative delle leggi regionali se le Regioni si muoveranno nella rotta della “leale collaborazione” tracciata dalla Consulta. La circolare inviata ieri a tutti i prefetti dal capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, Bruno Frattasi, ricalca sostanzialmente quanto filtrato nei giorni scorsi da Palazzo Chigi: e cioe’ che, rispetto al decreto in vigore per le festivita’ natalizie, il provvedimento del 14 gennaio apre alla possibilita’ di spostarsi da una regione all’altra per andare in una seconda casa. La novita’ – sulla quale non c’era una posizione unanime nel Governo, con l’ala prudente, in testa il ministro della Salute, Roberto Speranza, che era contraria – non e’ stata pero’ esplicitata: la circolare si limita infatti a definire consentiti gli spostamenti tra regioni in caso di “rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione”. Mentre il precedente decreto vietava nero su bianco gli spostamenti verso le seconde case. Il sottosegretario Variati ha oggi chiarito che “si puo’ sempre, eccetto nelle ore di coprifuoco, tornare nella propria residenza o abitazione. Una seconda casa e’ un’abitazione e non e’ esplicitato nel nuovo Dpcm il divieto di andare nella seconda casa purche’ si tratti di una propria proprieta’ o ci sia comunque un contratto di affitto, ergo e’ possibile spostarsi”, anche fuori regione. “Se la casa e’ proprieta’ di un altro, anche se parente – ha aggiunto – non puo’ essere considerata seconda casa. Ovviamente la norma puo’ essere oggetto di una precisazione, al momento non prevista”. Le Regioni, da parte loro, possono interpretare in maniera piu’ restrittiva l’indicazione del Governo. Il presidente della Toscana, Eugenio Giani, ha gia’ annunciato un’ordinanza per prevedere l’obbligo della presenza in loco del medico di famiglia per chi intende spostarsi nella regione. Ed anche il governatore altoatesino, Arno Kompatscher, non esclude un inasprimento delle misure anti-Covid in Alto Adige, se la situazione delle terapie intensive dovesse peggiorare. L’Unione delle comunita’ montane (Uncem), da parte sua, definisce invece “un segnale di apertura positivo” quello sulle seconde case. Ma ora, aggiunge, “occorre sancire in modo definitivo che le attivita’ sportive amatoriali sulla neve, in particolare ciaspole e scialpinismo, passeggiate e gite, si possono svolgere raggiungendo tutte le localita’ montane”. Questo perche’, secondo l’Uncem, “consentire di raggiungere localita’ montane per svolgere attivita’ sportiva amatoriale individuale non alimenta il contagio”. Si vedra’ se nei prossimi giorni dalla presidenza del Consiglio, alle prese con la crisi di Governo, arriveranno chiarimenti: per ora sul sito la sezione sulle ‘Faq’ e’ in aggiornamento e le risposte contenute sono ancora quelle relative alle disposizioni scadute il 15 gennaio. Nel frattempo, Boccia ha scritto al presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, per informarlo dell’ “insegnamento e dell’opportunita’” che la sentenza della Consulta sulla Valle d’Aosta offre a tutte le Regioni. “Proporro’ al Consiglio dei ministri – informa – il ritiro dell’impugnativa sulla legge della Valle d’Aosta e dei provvedimenti simili delle altre Regioni di fronte ad un ulteriore raccordo tra Stato e Regioni e relative integrazioni nella gestione dell’emergenza sanitaria e nel rafforzamento delle misure di contrasto al Covid-19”.

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