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Coronavirus, da Maradona sostegno alI’Italia: a Napoli c’è parte della mia famiglia e c’è tanta gente a cui voglio bene
“Ho vissuto a Napoli 7 anni. Li’ vive parte della mia famiglia, molta gente che mi vuole bene e a cui io voglio bene. L’Italia e’ parte della mia vita e percio’ voglio mandare il mio messaggio di sostegno in questo momento difficile”. Lo scrive sui suoi social Diego Armando Maradona, postando una sua foto con la maglia del Napoli. “In Italia – scrive Maradona a proposito dell’emergenza Coronavirus – tutti hanno capito quanto sia importante rimanere a casa. Spero che in Argentina tutti risponderemo in tempo. Alcuni fanno ironia, ma la verita’ e’ che sabato scorso qui in Argentina nessuno parlava di pandemia. Tutti ci siamo salutati con un bacio e tutti gli stadi erano pieni. E’ vero quel detto secondo cui “non c’e’ peggior sordo di chi non vuol sentire”. Spero che tutti riusciremo a superare questo momento nel miglior modo possibile. Sia li’, che qui. E’ difficile educare un Paese in 15 minuti, ma possiamo riuscirci con l’educazione, l’obbedienza e il rispetto. Buona fortuna a tutti”. Maradona chiude il messaggio con gli hashtag #Andra’TuttoBene #DistantiMaUniti #ioRestoaCasa
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Trump attacca il sistema elettorale Usa: «Vulnerabile ai brogli», ma le accuse restano senza prove
Donald Trump denuncia presunte vulnerabilità del sistema elettorale americano e accusa Cina e Venezuela di interferenze. Le affermazioni, però, non sono state accompagnate da prove conclusive e sono contestate da intelligence, democratici e media statunitensi.
Donald Trump torna ad attaccare il sistema elettorale degli Stati Uniti e, a meno di quattro mesi dalle elezioni di metà mandato, denuncia il rischio che il voto possa essere «truccato e rubato».
Durante un discorso alla nazione dalla Casa Bianca, il presidente americano ha annunciato la desecretazione di documenti che, a suo giudizio, dimostrerebbero «scioccanti vulnerabilità» nelle procedure elettorali e nei sistemi informatici utilizzati per registrare gli elettori e contare i voti.
Le accuse contro Cina e Venezuela
Trump ha sostenuto che la Cina avrebbe realizzato «la più vasta violazione di dati elettorali della storia», acquisendo illecitamente informazioni relative a circa 220 milioni di elettori americani.
Secondo il presidente, Pechino avrebbe voluto ostacolare la sua rielezione nel 2020 e favorire Joe Biden, arrivando anche a valutare la produzione di schede elettorali illegali. La Cina ha respinto le accuse, affermando di non avere mai interferito nelle elezioni statunitensi.
Trump ha citato anche un presunto complotto collegato al governo venezuelano di Nicolás Maduro. Le affermazioni del presidente, tuttavia, non sono state accompagnate durante il discorso da elementi capaci di dimostrare che voti, schede o risultati siano stati effettivamente modificati.
Una valutazione pubblica dell’intelligence americana del 2021 aveva concluso che nessun attore straniero, compresa la Cina, era riuscito ad alterare tecnicamente registrazioni, schede elettorali o conteggi nelle presidenziali del 2020.
I presunti elettori non cittadini
Il presidente ha inoltre sostenuto che almeno 278 mila persone prive della cittadinanza americana risulterebbero iscritte nelle liste elettorali.
Il dato deriverebbe da una verifica parziale effettuata dal Dipartimento per la Sicurezza interna sui registri di alcuni Stati. Non è stato però chiarito quante di queste persone abbiano realmente votato né se tutte le registrazioni individuate siano effettivamente irregolari.
Gli studi indipendenti condotti negli ultimi anni indicano che il voto illegale dei non cittadini esiste, ma rappresenta un fenomeno estremamente raro e non risulta avere modificato l’esito di elezioni nazionali.
Il ritorno sul voto del 2020
Gran parte dell’intervento è stata dedicata alle presidenziali vinte da Joe Biden nel 2020. Trump continua a sostenere che quel voto sia stato manipolato, nonostante riconteggi, verifiche amministrative e numerosi procedimenti giudiziari non abbiano accertato frodi diffuse tali da cambiare il risultato.
Le accuse sulla presunta elezione rubata alimentarono la mobilitazione culminata nell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.
I critici del presidente temono che il nuovo intervento possa servire a delegittimare in anticipo un’eventuale vittoria democratica nelle elezioni di novembre o a giustificare un maggiore controllo federale su procedure che la Costituzione affida principalmente ai singoli Stati. Reuters osserva che diverse conclusioni dell’intelligence e diversi studi indipendenti contraddicono alcune delle affermazioni avanzate dal presidente.
La replica di Newsom
Immediata la reazione del fronte democratico. Il governatore della California Gavin Newsom ha ricordato che le frodi elettorali sono molto rare e ha accusato Trump di voler creare sfiducia nel sistema prima delle elezioni di metà mandato.
Anche il senatore democratico Alex Padilla ha sottolineato che riconteggi, controlli e decine di cause giudiziarie non hanno prodotto prove di una frode elettorale generalizzata nel 2020.
Le televisioni dividono la diretta
Il discorso ha provocato tensioni anche nel sistema dei media americani. Fox News lo ha trasmesso integralmente, mentre CBS ne ha mandato in onda soltanto una parte, interrompendolo per inserire analisi e verifiche giornalistiche.
ABC, NBC e CNN hanno scelto di non trasmetterlo in diretta sui loro principali canali televisivi, pur rendendolo disponibile in streaming o sulle piattaforme digitali. Le emittenti hanno valutato il rischio di diffondere in diretta affermazioni non comprovate.
Trump ha accusato ABC e NBC di voler proteggere la sinistra e ha evocato la possibilità di revocare le licenze alle emittenti. Una minaccia destinata a sollevare nuove polemiche sulla libertà editoriale e sui poteri della Casa Bianca nei confronti dei mezzi di informazione.
Iran, Venezuela ed economia
Solo pochi passaggi del discorso hanno riguardato la politica estera e l’economia. Trump ha rivendicato i risultati ottenuti in Venezuela e ha affermato che gli Stati Uniti starebbero «vincendo in Iran», promettendo che presto saranno visibili i risultati dell’azione americana.
Il presidente ha inoltre celebrato l’andamento di Wall Street e il rallentamento dell’inflazione. Ma il centro politico del messaggio è stato inequivocabile: il ritorno della battaglia sul voto del 2020 e la richiesta di nuove regole elettorali in vista delle decisive elezioni di novembre.
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Ucraina, Koretskyi nuovo premier: proteste per la rimozione del ministro della Difesa Fedorov
La Verkhovna Rada ha nominato Sergiy Koretskyi nuovo primo ministro dell’Ucraina. Il rimpasto voluto da Volodymyr Zelensky ha però provocato proteste per la rimozione del popolare ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, entrato in conflitto con il comandante dell’esercito Oleksandr Syrsky.
Un manager proveniente dal settore energetico alla guida del governo ucraino. La Verkhovna Rada ha approvato la nomina di Sergiy Koretskyi (nella foto) a nuovo primo ministro, nell’ambito del profondo rimpasto deciso dal presidente Volodymyr Zelensky.
Koretskyi, fino a oggi amministratore delegato della compagnia energetica statale Naftogaz, ha ottenuto 289 voti favorevoli. Nel suo intervento davanti al Parlamento ha indicato tra le priorità il rafforzamento della difesa, la stabilità economica, la protezione delle infrastrutture energetiche e il percorso di adesione all’Unione europea.
La sostituzione della premier Yulia Svyrydenko, rimasta in carica per circa un anno, non è tuttavia il passaggio che ha provocato le maggiori tensioni. Il vero terremoto politico è stato determinato dalla rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, uno dei componenti più giovani e popolari del governo.
Le proteste per Fedorov
La decisione di Zelensky ha provocato rare manifestazioni di piazza a Kiev e in altre città ucraine. Centinaia di persone, molte delle quali giovani, hanno sventolato bandiere nazionali ed europee chiedendo il ritorno di Fedorov e contestando la scelta del presidente.
Le proteste si sono svolte nonostante i nuovi attacchi russi contro il territorio ucraino e rappresentano un segnale di crescente disagio nei confronti delle decisioni prese ai vertici dello Stato durante la guerra.
Fedorov, 35 anni, era stato nominato ministro della Difesa appena sei mesi fa, dopo essersi affermato come responsabile della trasformazione digitale del Paese. Aveva contribuito alla creazione dell’applicazione pubblica Diia, allo sviluppo delle tecnologie militari e al potenziamento dell’impiego dei droni.
La sua immagine di modernizzatore gli aveva garantito consenso soprattutto tra i giovani, nel mondo dell’innovazione e in alcuni settori delle forze armate.
Lo scontro con il generale Syrsky
Alla base della rimozione ci sarebbe il duro conflitto tra Fedorov e il comandante delle forze armate ucraine, generale Oleksandr Syrsky.
Durante un incontro con i giornalisti, l’ex ministro ha accusato Syrsky di avere ostacolato le riforme proposte dal ministero e di essersi concentrato sugli scontri interni anziché sulla strategia necessaria per sconfiggere la Russia.
Secondo Fedorov, dopo il rifiuto di Zelensky di rimuovere il comandante dell’esercito, diverse iniziative riguardanti innovazione, organizzazione militare e tecnologie sarebbero state progressivamente bloccate.
L’ex ministro ha sostenuto di non ritenere possibile una vittoria dell’Ucraina con l’attuale struttura di comando. Si tratta di accuse molto gravi, che mostrano l’esistenza di una frattura profonda ai vertici dell’apparato militare ucraino.
Zelensky ha spiegato di essere stato costretto a intervenire perché le parti non erano riuscite a risolvere autonomamente il conflitto. Il presidente ha quindi invocato unità all’interno delle forze armate, sostenendo che un Paese in guerra non possa permettersi divisioni prolungate nella catena di comando.
Khmara ministro ad interim
In attesa di una soluzione definitiva, Zelensky ha affidato temporaneamente il ministero della Difesa a Yevhenii Khmara, dirigente di lungo corso del Servizio di sicurezza ucraino, lo Sbu.
Khmara è considerato un funzionario con esperienza nelle operazioni speciali e nella guerra tecnologica. Zelensky gli ha affidato il compito di proseguire la riforma del settore della difesa, mentre il Parlamento dovrebbe pronunciarsi successivamente sulla nomina definitiva.
Secondo le informazioni disponibili, Fedorov avrebbe rifiutato la proposta di restare nell’amministrazione presidenziale come consigliere. La sua uscita ha provocato anche altre dimissioni negli apparati militari, aumentando la pressione politica sul presidente.
I rischi per la strategia militare ucraina
La rimozione del ministro arriva in una fase particolarmente delicata. L’Ucraina sta intensificando la campagna di attacchi a lungo raggio contro raffinerie, depositi e infrastrutture petrolifere russe, nel tentativo di ridurre le entrate energetiche di Mosca e rallentarne la macchina militare.
Fedorov era considerato uno dei principali sostenitori dello sviluppo dei droni e dell’integrazione tra tecnologia civile e operazioni militari. La sua uscita alimenta quindi interrogativi sulla continuità della strategia adottata negli ultimi mesi.
Diversi osservatori ritengono che Zelensky abbia scelto di sostenere Syrsky per evitare una crisi nella catena di comando. La decisione, però, potrebbe avere un costo politico elevato e indebolire la fiducia di una parte dell’opinione pubblica.
La cautela del Cremlino
Il Cremlino ha minimizzato il peso del cambio al vertice della Difesa ucraina. Mosca sostiene che l’identità del ministro abbia un’importanza secondaria rispetto alle decisioni politiche che Kiev dovrebbe assumere per arrivare a una soluzione del conflitto.
La Russia continua tuttavia a subordinare qualsiasi accordo al riconoscimento delle proprie condizioni territoriali e strategiche, considerate inaccettabili dall’Ucraina. Non risultano al momento prospettive immediate per la ripresa di veri negoziati di pace.
La sfida del nuovo premier
Koretskyi assume la guida del governo in uno dei momenti più complessi dall’inizio dell’invasione russa. Dovrà affrontare la protezione della rete energetica in vista dell’inverno, la gestione degli aiuti internazionali, il finanziamento della difesa e le tensioni interne provocate dal rimpasto.
La sua esperienza manageriale è stata indicata da Zelensky come la ragione principale della nomina. Ma dirigere una grande azienda energetica non equivale a governare un Paese in guerra, attraversato da divisioni politiche e sottoposto a una pressione militare continua.
La prima prova del nuovo esecutivo sarà quindi ricostruire la fiducia, garantire stabilità alla macchina dello Stato e impedire che lo scontro tra vertici politici e militari finisca per indebolire la capacità dell’Ucraina di resistere all’offensiva russa.
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Iran, gli Houthi minacciano Bab el-Mandeb e gli impianti petroliferi sauditi: cresce il rischio di una guerra regionale
L’Iran avrebbe chiesto agli Houthi di prepararsi a bloccare Bab el-Mandeb in caso di attacchi statunitensi alle infrastrutture energetiche iraniane. I ribelli yemeniti minacciano anche gli impianti petroliferi sauditi, mentre continuano gli attacchi tra Washington e Teheran.
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Iran, gli Houthi minacciano Bab el-Mandeb e gli impianti petroliferi sauditi: cresce il rischio di una guerra regionale
Il conflitto tra Stati Uniti e Iran appare sempre più lontano da una soluzione e rischia di estendersi ulteriormente al Mar Rosso e alla Penisola arabica. Teheran avrebbe chiesto agli alleati Houthi dello Yemen di prepararsi a interrompere il traffico marittimo nello stretto di Bab el-Mandeb qualora Washington colpisse le infrastrutture energetiche iraniane.
L’indicazione sarebbe stata trasmessa dalla leadership della Repubblica islamica ai ribelli yemeniti, secondo fonti vicine al dossier citate dalla Reuters. Non risulta tuttavia che un ordine operativo di chiusura sia già stato impartito.
La minaccia sulle due rotte del petrolio
Bab el-Mandeb è il passaggio che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso e, attraverso il canale di Suez, al Mediterraneo. Non si tratterebbe dunque di una chiusura diretta del canale egiziano, ma del blocco della sua principale via di accesso meridionale.
Secondo una fonte vicina agli Houthi, il gruppo avrebbe già schierato missili e droni nelle aree yemenite che dominano Hodeidah, il Golfo di Aden e lo stretto, in attesa di eventuali disposizioni.
Una chiusura simultanea di Hormuz e Bab el-Mandeb metterebbe sotto pressione due delle principali rotte utilizzate per il trasporto di petrolio, gas e merci dal Medio Oriente, con conseguenze potenzialmente rilevanti sui mercati energetici e sui tempi della navigazione commerciale.
Gli Houthi minacciano l’Arabia Saudita
Il leader degli Houthi, Abdul Malik al-Houthi, ha intanto minacciato di colpire gli impianti petroliferi, gli aeroporti, i porti e le altre infrastrutture strategiche dell’Arabia Saudita qualora Riad intensificasse le operazioni militari contro lo Yemen.
«Tutte le infrastrutture petrolifere e gli impianti vitali sauditi saranno bersaglio dei nostri missili e droni», ha dichiarato al-Houthi in un discorso televisivo. La minaccia arriva dopo una nuova fase di tensione, con i ribelli che accusano l’Arabia Saudita di aver bombardato l’aeroporto di Sana’a e hanno risposto con missili e droni.
Il confronto rischia così di spezzare definitivamente la tregua che, pur senza produrre una pace formale, aveva ridotto per circa quattro anni le ostilità dirette tra Riad e il movimento yemenita sostenuto dall’Iran.
La liberazione di Dena Karari
Per alcune ore era sembrato aprirsi un possibile spiraglio diplomatico con la liberazione di Dena Karari, cittadina irano-americana alla quale le autorità di Teheran avevano impedito di lasciare il Paese dal dicembre 2024.
Donald Trump ha annunciato il suo ritorno negli Stati Uniti definendolo un «gesto di buona volontà» da parte dell’Iran. Secondo il suo avvocato, Karari non era formalmente detenuta, ma era stata interrogata più volte e accusata di spionaggio e collaborazione con uno Stato ostile.
La distensione è durata però pochissimo.
Gli attacchi americani su Bandar Abbas
Il Comando centrale statunitense ha annunciato nuovi attacchi contro centri di comando iraniani, postazioni della difesa aerea, sistemi missilistici, droni e strutture di sorveglianza costiera.
Tra le località colpite figura anche Bandar Abbas, importante centro militare e portuale affacciato sullo stretto di Hormuz. Il Centcom sostiene di aver utilizzato munizioni di precisione con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità iraniana di minacciare le navi commerciali in transito.
Washington ha inoltre rafforzato le operazioni navali per limitare i movimenti delle navi dirette verso i porti iraniani, mentre il traffico attraverso Hormuz risulta già sensibilmente ridotto.
Le rivendicazioni dei Pasdaran
Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato attacchi missilistici contro installazioni militari statunitensi in Giordania e hanno annunciato operazioni anche contro obiettivi in Kuwait e Bahrein.
La Giordania ha dichiarato di avere intercettato otto missili diretti verso il proprio territorio, senza segnalare vittime o danni. Teheran sostiene che basi situate in territorio giordano siano state utilizzate dagli Stati Uniti per condurre attacchi contro l’Iran. Le versioni delle parti restano però contrapposte e diverse rivendicazioni non possono essere verificate in modo indipendente.
Una crisi sempre più difficile da contenere
Il punto più delicato resta il possibile coinvolgimento operativo degli Houthi. Tra il 2023 e l’inizio del 2025 il gruppo aveva attaccato più di cento navi mercantili nel Mar Rosso, provocando deviazioni del traffico e un forte aumento dei costi di trasporto e assicurazione.
Un accordo raggiunto nel 2025 aveva ridotto gli attacchi contro gli Stati Uniti, ma il nuovo conflitto con l’Iran potrebbe riportare i ribelli yemeniti al centro della crisi.
La minaccia di chiudere Bab el-Mandeb resta per ora una possibilità e non un fatto compiuto. Ma la combinazione tra attacchi americani, rappresaglie iraniane, tensioni con l’Arabia Saudita e rischio di blocco delle rotte energetiche mostra quanto il conflitto stia ormai superando i confini dell’Iran e quanto sia sempre più difficile contenerne l’espansione.


