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Coronavirus, Confesercenti: rischio consumi, perdita stimata in -2,2miliardi di euro

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“E’ prevedibile un peggioramento, dovuto agli effetti dell’emergenza Coronavirus, sul recupero di fiducia da parte delle imprese segnalato a febbraio. Le famiglie, secondo le nostre ultime elaborazioni, saranno spinte ad un comportamento piu’ prudente e rinvieranno le decisioni di spesa: l’effetto puo’ tradursi in un abbassamento di 0,2 punti della propensione al consumo, con la perdita di 2,2 miliardi di spesa entro giugno”. Cosi’ l’Ufficio economico di Confesercenti commenta i dati dell’Istat sul clima di fiducia di imprese e famiglie. D’altra parte l’indice sulla fiducia diffuso oggi e’ frutto di un’indagine pre-coronavirus, “in quanto i dati sono raccolti entro i primi 15-18 giorni del mese”, ricorda Confesercenti. “Ciononostante, per quanto riguarda i consumatori si registra gia’ una flessione dell’indice, seppur limitata”, sottolinea. “Ma l’impatto economico dovuto alle misure adottate per la prevenzione del contagio costringe a rivedere, in negativo, le stime sull’effetto complessivo dell’epidemia sui settori produttivi: dai nostri calcoli – spiega l’associazione – le maggiori conseguenze negative arriveranno proprio da un crollo della fiducia, un dato che interessera’ tutto il territorio nazionale e si protrarra’ almeno per tutto il secondo trimestre”. E, si sottolinea, “la situazione si sta dimostrando gia’ particolarmente grave nel comparto turistico, col rischio di perdita di almeno 18 mila esercizi, tra alberghi e pubblici esercizi, e 90 mila posti di lavoro in meno”. Ecco che “abbiamo delineato al Governo – afferma la presidente d Confesercenti Patrizia De Luise – che le ricadute economiche sulle imprese possono tradursi in un urto fortissimo: per questo bisogna agire prontamente e bene”.

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Decreto semplificazioni, l’Ance chiede più coraggio

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L’Italia veloce promessa dal decreto semplificazioni approvato salvo intese nella notte di lunedi’ sembra un sogno nel paese degli appalti lumaca raccontato dai costruttori. Ci vogliono 16 anni per realizzare un’opera pubblica sopra i 100 milioni di euro e 4/5 anni per le più semplici opere di manutenzione, secondo i dati presentati dall’Ance al convegno “Il coraggio di semplificare”. “Dieci anni di tentativi di semplificare il paese sono naufragati nel nulla, non possiamo perdere l’ennesima occasione”, ha detto il presidente dell’associazione, Gabriele Buia, chiedendo al governo piu’ coraggio e un indirizzo chiaro che guardi al futuro. L’esecutivo intanto sta continuando a lavorare al testo, che sara’ pronto in due-tre giorni, ha promesso la ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, parlando di “clima positivo” in consiglio dei ministri, nonostante le differenze di vedute tra i partiti della maggioranza. “Gia’ ieri abbiamo lavorato, ci sono le condizioni per arrivare alla chiusura in pochi giorni”, ha dichiarato De Micheli a Radio 24, rimandando al ritorno del premier Giuseppe Conte dalla missione a Lisbona e Madrid, “e’ bene che ci sia anche lui”. Il presidente del Consiglio, del resto, punta molto sul testo che ha definito, in conferenza stampa, “una rivoluzione, una semplificazione mai fatta”. Ma il decreto, che stabilisce nuove regole sull’affidamento degli appalti, senza gara fino a 150 mila euro, ed estende il cosiddetto “modello Genova” con commissari per i grandi cantieri, solleva diverse perplessita’ nei costruttori. Pur riconoscendo al governo di “affrontare con forza” temi chiave per disincentivare la burocrazia difensiva come il danno erariale e l’abuso d’ufficio, l’Ance non condivide la decisione di eliminare le gare invece di tagliare le procedure a monte, quella “selva di pareri, valutazioni e procedure che non si sono mai riuscite a tagliare”. E’ in quella fase che precede la gara, secondo uno studio su un campione selezionato di 230 grandi opere, che si concentrerebbe quasi il 70% delle cause di blocco degli appalti. Il 17% delle cause riguarderebbe la fase di gara mentre meno del 2% dipenderebbe dal contenzioso delle imprese. Per esempio, per approvare i contratti di programma Anas e Rfi ci vogliono 11 passaggi autorizzativi. E per ottenere un permesso di costruire e’ necessario allegare più di 30 documenti tra dichiarazioni, autocertificazioni e documentazioni tecniche, che a loro volta richiedono altri passaggi burocratici. E’ un vero labirinto, complicato ulteriormente dell’emergenza Coronavirus, quando lo smart work della pubblica amministrazione ne ha, per Buia, peggiorato l’efficienza. Dall’Ance arriva, infine, un appello a evitare, almeno nel decreto semplificazione, il continuo rimando a norme attuative che ritardano l’entrata in vigore dei provvedimenti. Tra i Governi Conte I e Conte II ci sarebbero ancora, calcolano i costruttori, 570 decreti attuativi da approvare.

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Autostrade, l’Ad Tomasi fa lo gnorri: serve una norma per chiarire cosa fare

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“Nessuno vuole venir meno agli obblighi e anzi siamo consapevoli che sono interventi fondamentali per la sicurezza. Ma per una corretta gestione del patrimonio infrastrutturale serve una norma che chiarisca cosa dobbiamo fare”. Cosi’ l’ad di Autostrade Roberto Tomasi sul Corriere della sera, riferendo dei disagi sulla A26 per i quali dice subito: “siamo tutti profondamente amareggiati. E’ una situazione limite e bisogna dire con trasparenza che non si normalizzera’ del tutto prima della fine del mese, se non cambiano le regole. Stiamo facendo il possibile per ridurre i disagi, abbiamo previsto la totale esenzione dei pedaggi sui 150 chilometri di autostrada, un caso unico in Italia. E’ importante spiegare cos’ e’ accaduto: il 29 maggio siamo stati costretti dal Mit a stravolgere il cronoprogramma di interventi sulle gallerie liguri che abbiamo in gestione”. “Lungi da noi fare polemica con il Mit – dice – ma i documenti tra noi e loro, da inizio gennaio, sono trasparenti e limpidissimi. Chiediamo a questo punto di sapere se quanto vale per noi in Liguria vale anche per il resto d’Italia e per tutti gli altri gestori”. Sul protocollo adottato dalla ministra De Micheli per l’utilizzo del georadar per vedere lo stato dei rivestimenti osserva che e’ “un primo segnale che conferma che quanto dicevamo era corretto. In ambito tecnico non bisogna lasciare spazio ad ambiguita’. Questa e’ l’unica via percorribile. Il protocollo va ulteriormente approfondito, perche’ non e’ completo”. “Il problema del Paese e’ che serve un codice appalti che consenta di attuare manutenzioni e investimenti nei tempi adeguati – conclude – l’unica soluzione e’ avere un codice allineato alla normativa europea”. E sulla lamentela del presidente dell’Anac, Francesco Merloni, per la ‘scarsa trasparenza informativa’, Tomasi risponde: “Mi stupisco che un’autorita’ indipendente faccia affermazioni su dati elaborati in modo superficiale. Se ci sara’ l’occasione, spiegheremo loro che entro il 2023 spenderemo 7,5 miliardi di euro per ammodernare la rete. E che il nuovo viadotto sul Polcevera, con tutti gli oneri, l’abbiamo pagato noi, com’era giusto che fosse, per un totale di 700 milioni di euro, liquidando le fatture a cinque giorni”.

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Ristrutturazioni, cappotto termico e condomini: ecco tutte le novità del Dl Rilancio

Le nuove soglie premiano la presenza di più unità di minori dimensioni; in alcuni casi il plafond per il “cappotto termico” non coprirà tutta la spesa

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I nuovi tetti di spesa per i condomìni dettati dal Parlamento nel corso della conversione in legge del decreto Rilancio, a conti fatti, possono rappresentare un deterrente per gli edifici dove tutti o alcuni degli appartamenti siano più grandi della media.

Ora (ma a questo punto i giochi delle modifiche sembrano fatti, il Governo porrà la fiducia su questa versione del Dl 34/2020) è prevista una distinzione tra i condomìni da due a otto unità immobiliari. Dove per unità immobiliari (definizione presa pari pari dal catasto) non ci si riferisce certo alle sole abitazioni ma anche a box, negozi, uffici eccetera, purché forniti di identità catastale autonoma. Per l’isolamento termico (il cosiddetto ”cappotto termico”) che riguarda interventi su pareti, tetti e lastrici solari che interessano l’involucro dell’edificio con un’incidenza superiore al 25% della superficie disperdente lorda, prima si potevano spendere in ogni caso 60mila euro a unità, ora il limite è a 40mila euro nei condomìni da due a otto unità (non solo abitative, tra l’altro) e per quelli da nove unità in su scende a 30mila euro.

Per gli edifici unifamiliari o plurifamiliari (in cui ogni unità abbia una sua autonomia funzionale e la possibilità di accesso dall’interno) il tetto è di 50mila euro per unità. Tra l’altro non è che sia ben chiara la differenza tra un condominio e un edificio “plurifamiliare” anche se il riferimento sembra essere alle villette.

Questo, in concreto, vuol dire che un edificio di otto unità immobiliari, a prescindere se sono grandi o piccole, avrà un plafond di 320mila euro, e un edificio di nove unità immobiliari lo avrà di 270mila euro. Insomma, paradossalmente la “parità” tra “piccoli” e “grandi” sarà più o meno raggiunta solo con 11 appartamenti. Ma non è il solo effetto di questo correttivo che premia i piccoli edifici, esiste anche un aspetto più “sociale”: saranno infatti avvantaggiati i condomìni con piccole ma numerose unità immobiliari (immaginiamo le case economiche con monolocali da 30 metri quadrati calpestabili, bilocali da 45 e trilocali da 80), a fronte di edifici con appartamenti con abitazioni più costose con bilocali da 70, trilocali da 100 e quadrilocali da 120. È chiaro che il numero di unità, a fronte di una superficie da isolare di pari metratura, sarà assai superiore nel primo caso, quindi il plafond sarà maggiore.

Sempre restando sul “cappotto”, poi, la villetta unifamiliare (non importa quanto grande ma non una villa classificata catastalmente A/8 perché queste sono escluse dal superbonus) oppure l’unità immobiliare all’interno di un edificio plurifamiliare (con autonomia funzionale, requisito piuttosto oscuro ma si immagina che abbia tutti gli impianti autonomi, e ingresso indipendente) avranno invece un plafond di 50mila euro.

Per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con altri, centralizzati, per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda, a condensazione o a pompa di calore, compresi impianti ibridi o geotermici, anche abbinati all’installazione di impianti fotovoltaici, oppure con impianti di microcogenerazione o a collettori solari, i limiti sono scesi da 30mila a 20mila euro (edifici da una a otto unità, ma è ovvio che con una sola unità, se «unifamiliare», si potrà accedere al limite di 30mila) e 15mila euro (dalle nove in su). Per gli edifici unifamiliari (o per le unità immobiliari in edifici plurifamiliari con le caratteristiche di autonomia spiegate prima) il tetto di spesa è rimasto a 30mila euro.

Tutte le agevolazioni sono state estese, per l’allaccio a sistemi di teleriscaldamento efficiente, ai Comuni non interessati dalle procedure europee di infrazione per l’inottemperanza dell’Italia agli obblighi previsti dalla direttiva 2008/50/CE.

Nel testo finale è stato inserita la possibilità, per gli immobili vincolati dove certi interventi siano vietati, di accedere al superbonus anche se non si esegue nessun intervento trainante. Ma vanno raggiunti i requisiti minimi previsti dalle norme si deve salire di almeno due classi energetiche

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