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Salute

Coronavirus, accordo Regione Campania-sanità privata che mette a disposizione 3mila posti letto

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Chiuso l’accordo con il privato convenzionato. Le cliniche della Campania mettono a disposizione della sanità regionale tremila posti letto tra covid e non covid. Tutto già pronto, accordo già operativo. La Regione Campania ha chiuso l’accordo al termine di una riunione con i rappresentanti della sanità privata convenzionata. Le cliniche hanno messo a disposizione anche alcuni posti di terapia intensiva. Sono pochi, ma tutto fa brodo in questo momento difficile. Però l’aiuto per l’emergenza arriverà sulla degenza dei positivi che non possono stare a casa: ci saranno posti per la degenza a media e bassa intensità, ma anche per il ricovero dei clinicamente guariti. Le cliniche mettono a disposizione anche posti letto per pazienti che hanno altre patologie non covid19. Questo è importante nella prospettiva di poter liberare dei reparti negli ospedali da dedicare ai covid19 e ai sospetti casi di coronavirus.

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Aborto, dal ministero le nuove linee guida su Ru486

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Sull’aborto farmacologico l’Italia si allinea alla gran parte dei paesi europei e alle indicazioni dell’Oms, dopo anni in cui il nostro paese ha avuto la legislazione piu’ restrittiva. Sono state pubblicate oggi infatti le nuove linee guida sull’uso della pillola Ru-486, che annullano l’obbligo di ricovero dall’assunzione del farmaco fino alla fine del percorso assistenziale e allungano il periodo in cui si puo’ ricorrere alla procedura fino alla nona settimana di gravidanza. Il documento accoglie il parere del Consiglio Superiore di Sanita’ pubblicato lo scorso 4 agosto, e raccomanda anche “di effettuare il monitoraggio continuo ed approfondito delle procedure di interruzione volontaria di gravidanza con l’utilizzo di farmaci, avendo riguardo, in particolare, agli effetti collaterali conseguenti all’estensione del periodo in cui e’ consentito il trattamento in questione”. Il farmaco era stato approvato dall’Aifa nel 2009, ma l’impiego era limitato al regime di ricovero per i tre giorni necessari, anche se molte regioni con ordinanze proprie permettevano invece il day hospital. Proprio la decisione della governatrice dell’Umbria Donatella Tesei di annullare la delibera della precedente amministrazione che permetteva il day hospital, una delle piu’ avanzate in materia e che conteneva anche l’uso della telemedicina per assistere le donne, ha portato il ministro della Salute Roberto Speranza a chiedere un parere al Consiglio Superiore di Sanita’, che ha quindi rimosso il vincolo dopo meno di due mesi di dibattito, un tempo record rispetto alla media dei pareri della commissione. Il parere e’ stato accolto da forti polemiche da parte del mondo ‘pro life’ e dalla stessa Chiesa, contrari all’estensione, che invece, si legge anche nella circolare ministeriale, e’ la prassi in molti altri paesi. “Tenuto conto della raccomandazione formulata dall’Organizzazione Mondiale della Sanita’ (OMS) – scrive infatti il ministero – in ordine alla somministrazione di mifepristone e misoprostolo per la donna fino alla 9 settimana di gestazione, delle piu’ aggiornate evidenze scientifiche sull’uso di tali farmaci, nonche’ del ricorso nella gran parte degli altri Paesi Europei al metodo farmacologico di interruzione della gravidanza in regime di day hospital e ambulatoriale, la scrivente Direzione generale ha predisposto le “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine”.

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Dai ricercatori Neuromed arrivano gli elettrodi innovativi per collegare il cervello al computer

Marina Delfi

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Una ricerca Neuromed avvicina la possibilità di utilizzare nuovi tipi di elettrodi, realizzati con nanotubi di carbonio, per registrare i segnali della corteccia cerebrale in cronico e utilizzarli per applicazioni di Brain Computer Interface. In altre parole un modo si può ridare autonomia  a pazienti paralizzati, parzialmente o del tutto, grazie alle istruzioni trasmesse attraverso questi elettrodi.

Infatti si potranno acquisire i segnali cerebrali in modo da elaborarli al computer per controllare protesi robotiche. È una delle frontiere più avanzate negli studi volti ad aiutare i pazienti paralizzati in seguito ad eventi acuti come l’ictus o a causa di patologie degenerative. Una ricerca condotta dall’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS) in collaborazione con l’Università Tor Vergata di Roma e altri centri di ricerca italiani, dimostra ora la possibilità di usare nanotubi di carbonio al posto degli elettrodi tradizionali, basati su metalli, per effettuare registrazioni di segnali cerebrali a lungo termine.

La precisa registrazione dei segnali elettrici del cervello si ottiene applicando, attraverso un intervento di neurochirurgia, particolari elettrodi sulla corteccia cerebrale. I segnali così rilevati possono essere elaborati e interpretati da dispositivi informatici che li potranno poi trasformare in istruzioni dirette a protesi robotiche o utilizzare per modulare l’attività cerebrale. In questo modo, diventa possibile comandare con il pensiero un braccio meccanico, oppure un “esoscheletro” robotico. Significa ridare autonomia e qualità della vita a pazienti parzialmente o interamente paralizzati.

Ingegner Luigi Pavone, Unità di Bioingegneria del Neuromed

“Gli elettrodi tradizionalmente usati nelle ricerche in questo campo – dice l’ingegner Luigi Pavone, dell’Unità di Bioingegneria del Neuromed, primo firmatario del lavoro scientifico assieme alla professoressa Slavianka Moyanova– sono costituiti da dischi metallici, depositati su film di materiale plastico o polimerico, che vengono impiantati, tramite intervento chirurgico, sulla corteccia cerebrale. Noi puntiamo a utilizzare, invece, i nanotubi di carbonio, un materiale più flessibile e quindi maggiormente capace di seguire tutte le curvature e le irregolarità della superficie del cervello e che consente di realizzare dispositivi di dimensioni molto piccole”.

Proprio per studiare le capacità tecniche di questo nuovo materiale, e soprattutto l’assenza di effetti negativi per l’organismo, la ricerca, pubblicata sulla rivista Journal of Neural Engineering, ha utilizzato modelli animali sui quali sono stati impiantati gli elettrodi a nanotubi di carbonio in cronico. “Abbiamo potuto dimostrare – continua Pavone – che i nostri elettrodi sono biocompatibili. Nonostante il lungo periodo in cui sono stati mantenuti in sede, infatti, non sono stati registrati effetti negativi per la salute degli animali, come ad esempio fenomeni infiammatori. Inoltre i segnali registrati con i nostri elettrodi presentano un’efficienza maggiore a lungo termine rispetto agli elettrodi fatti con materiali tradizionali come il platino. Infine abbiamo dimostrato come essi siano molto più flessibili rispetto agli elettrodi tradizionali. Questo significa far aderire meglio i dispositivi alle cellule nervose, aumentando la precisione delle rilevazioni e, quindi, inviando al computer dati migliori sui quali basare le elaborazioni”.

“Questo è un campo emergente – commenta la professoressa Slavianka Moyanova – che potrebbe aprire nuove frontiere per aiutare alcune categorie di pazienti. Questi dispositivi neurali, basati su materiali conduttivi innovativi, potrebbero essere utilizzati per sviluppare interfacce uomo-macchina per aiutare le persone paralizzate a condurre una vita più indipendente, essendo in grado di controllare dispositivi esterni utilizzando i segnali elettrici del cervello. Ad esempio, un paziente paralizzato potrebbe essere in grado, con l’aiuto di tale impianto nel suo dispositivo cerebrale, di bere un bicchiere d’acqua o di camminare attraverso l’uso di esoscheletri. Potremmo anche pensare di utilizzare questi elettrodi nei pazienti epilettici per inviare stimoli elettrici nell’area epilettogena per interrompere le crisi epilettiche. Queste sono le principali applicazioni possibili in cui l’affidabilità, la sicurezza e la precisione dei sensori sono cruciali”.

Fabio Sebastiano, Consigliere delegato alla ricerca del Neuromed

“La ricerca sulle nuove tecnologie volte ad aiutare i pazienti – dice l’ingegner Fabio Sebastiano, Consigliere delegato alla ricerca del Neuromed – è una sfida che non è stata fermata dall’emergenza che stiamo vivendo. Il virus ha forse messo in ombra tutte le altre patologie, ma di sicuro non le ha fatte sparire. Proprio per questo dobbiamo continuare a esplorare strade nuove, uno sforzo per il quale è cruciale una rete di collaborazioni internazionali. Dobbiamo poi fare una riflessione: nella ricerca multidisciplinare, discipline diverse collaborano per trovare insieme soluzioni, ma ognuna contribuisce per le proprie competenze, che quindi rimangono separate. Al contrario, il progetto del nostro Istituto dimostra che nella ricerca ‘interdisciplinare’ le conoscenze in campi diversi permettono di creare nuovi modelli, strumenti, approcci che non sarebbero potuti emergere altrimenti. È così che si sviluppano sistemi innovativi per trovare nuove risposte”.

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Salute

Scoperta una nuova sindrome, oggi ha solo 7 bimbi malati

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 E’ stata scoperta una nuova sindrome, ora riscontrata in soli 7 bimbi in tutto il mondo. E’ legata alla mutazione di un gene, il Mapk1, e tocca lo sviluppo neurologico. Fa parte delle Rasopatie, un gruppo di malattie rare di origine genetica che coinvolge le proteine Ras, che trasmettono le informazioni dalla superficie della cellula al suo interno e che sono caratterizzate da un quadro clinico che include bassa statura, dismorfismi facciali, deficit cognitivo variabile, un ampio spettro di difetti cardiaci, anomalie a carico dell’apparato scheletrico e anche una predisposizione all’insorgenza di tumori in eta’ pediatrica. Questa scoperta vede la firma degli studiosi dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesu’, dell’Istituto superiore di sanita’ e di altri centri europei e statunitensi ed e’ stata pubblicata sulla rivista scientifica American Journal of Human Genetics. I 7 bimbi avevano un disordine del neurosviluppo associato a bassa statura, malformazioni cardiache e caratteristiche di viso e cranio riconducibili alla sindrome di Noonan, una delle Rasopatie piu’ comuni. La causa molecolare e’ stata identificata grazie all’uso delle nuove tecnologie di sequenziamento genomico nell’ambito di uno studio condotto all’interno del programma di ricerca “Vite Coraggiose” dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesu’. Sono passati 20 anni da quando e’ stato identificato il primo gene coinvolto nella piu’ frequente tra le Rasopatie, la sindrome di Noonan. Si trattava del gene Ptpn11, alla cui scoperta hanno contribuito le ricerche di Marco Tartaglia, responsabile dell’area di ricerca Genetica e Malattie Rare dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesu’. Da allora sono stati identificati numerosi altri geni responsabili della stessa sindrome di Noonan e delle altre Rasopatie correlate. “Il gene Mapk1 – spiega Tartaglia – era l’ultima proteina di questa importante via di comunicazione cellulare a non essere stata associata a una malattia genetica, quando mutata. Oggi si unisce alla famiglia dei geni implicati in una delle piu’ frequenti famiglie di malattie genetiche che colpiscono lo sviluppo e la crescita dei bambini”.(

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