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Conte, Fico e Di Maio portano in tour il candidato della sinistra, Pd e 5s a Roma si accoltellano

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Mentre il Movimento 5 stelle e’ alla prese con un complesso processo di rifondazione e il Pd si prepara alla sfida delle primarie in altre due citta’, l’alleanza giallorossa vive momenti di alterna fortuna. Giuseppe Conte da Napoli rivendica la scelta unitaria di Gaetano Manfredi insieme a Luigi Di Maio e Roberto Fico, espressioni delle diverse anime del Movimento. Quasi contemporaneamente, a Roma le esternazioni del candidato dem Roberto Gualtieri (“Non vedo spazi” per i Cinque Stelle stelle in giunta) creano qualche malumore tra i pentastellati. “Avanti nel dialogo” con il Pd, ma “laddove non e’ possibile non mi straccio le vesti”, scandisce il leader in pectore del M5s chiedendo, per esempio, “rispetto” per la decisione di sostenere Virginia Raggi nella Capitale. Conte a giorni presentera’ il progetto del nuovo Movimento, poi, “se gli iscritti lo vorranno saro’ il leader. Voglio portarlo ad essere partito di assoluta maggioranza. Avra’, sempre piu’, una chiara identita’ e una vocazione autonoma”, afferma. Nel capoluogo partenopeo, davanti a Di Maio e a Fico, l’ex premier risponde anche ad una domanda sul nodo, ancora insoluto, del terzo mandato (e sul futuro politico dei due big in questione): “Decido io quando sara’ il momento e poi decideremo insieme la soluzione con tutta la comunita’ M5s”, taglia corto. In casa dem, dopo il calo di affluenza alle primarie di Torino, si teme uno scenario del genere anche altrove. “Non ci possiamo permettere una scarsa partecipazione che potrebbe condizionare tutto il percorso elettorale”, avverte Giovanni Caudo, tra i candidati nella Capitale. “E’ chiaro che dopo l’esperienza del Covid, in cui non si e’ piu’ usciti, non si poteva immaginare di avere risultati di altre epoche”, mette le mani avanti Gualtieri, fiducioso di fare meglio di Torino. Intanto, la location scelta per un confronto tra i sette aspiranti candidati al Campidoglio, lo Spin Time Labs, genera polemiche. “A Roma un palazzo occupato – sede di bivacco e illegalita’ – diventa il luogo di confronto tra i candidati alle primarie. Una vicenda sconcertante”, attacca Giorgia Meloni. “Le rispondiamo con le proposte dicendo: casa, beni comuni, cultura e ambiente”, la replica dell’ex ministro dell’Economia. Anche a Bologna incombe lo spettro della scarsa affluenza e nessuno vuole fissare un’asticella di partecipazione. Ma avere 20 mila iscritti tra gazebo e voti online viene considerato il minimo sindacale. Non solo. Qui, piu’ che altrove, pesa l’incognita del risultato e di certo una vittoria di Isabella Conti (sostenuta da Iv), sarebbe un macigno sui giallorossi. A maggior ragione dopo l’endorsement di Conte per Matteo Lepore e la discesa in campo di Enrico Letta, atteso in serata ad una sua cena di autofinanziamento. In Calabria dopo il ritiro di Irto, l’obiettivo comune e’ trovare un candidato civico e competitivo. “Ci sono le condizioni per un patto anche per la Calabria. – esorta l’ex presidente del consiglio – Si tratta di fare un passo indietro rispetto al rispettivo protagonismo, per essere protagonisti tutti insieme”. Insomma, al netto delle incognitee delle scintille sui territori, Enrico Letta e Giuseppe Conte puntano alla convergenza: marciare divisi, rimarcare le differenze identitarie (vitali per ciascuno) e poi colpire uniti.

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Draghi a G20: la cultura è cruciale per la ripartenza

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Lo scenario dell’arena del Colosseo al tramonto e poi il concerto dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini diretta dal maestro Riccardo Muti al Quirinale hanno fatto da cornice alla prima ministeriale della Cultura nella storia del G20 aperta dal premier Mario Draghi e dal ministro Dario Franceschini alla presenza dei ministri delle 20 maggiori economie mondiali e di oltre 40 delegazioni. A rappresentare l’Italia c’erano anche il direttore del museo Egizio Christian Greco e la “padrona di casa”, la direttrice del parco del Colosseo Alfonsina Russo. “Il sostegno alla cultura e’ cruciale per la ripartenza del Paese” ha detto il premier non nascondendo il grande orgoglio “che questo debutto avvenga in Italia” e citando anche il gran bel record di 58 siti sul suolo italiano considerati patrimonio dell’Unesco. E ha raccontato: “Qualche giorno fa, scherzando con il ministro Franceschini, ho detto che sarebbe da considerare l’intero Paese come sito Unesco”. “Storia e bellezza – ha continuato Draghi – sono parti integranti dell’essere italiani. Quando il mondo ci guarda, vede prima di tutto arte, musica e letteratura. Voglio quindi ringraziare chi lavora nei nostri teatri, nelle nostre biblioteche e nei nostri musei. Perche’ la riscoperta del passato e’ condizione necessaria per la creazione del futuro”. Ma la conservazione del patrimonio, secondo Draghi, “non deve essere sinonimo di immobilismo. E’ per questo che agli investimenti associamo un programma di riforme e semplificazioni. Dobbiamo permettere ai nostri giovani di liberare le proprie energie e il proprio dinamismo. E promuovere l’uso della tecnologia, ad esempio nella digitalizzazione di archivi e opere d’arte. Perche’ l’Italia sia, allo stesso tempo, custode di tesori e laboratorio di idee”. Il premier ha ricordato anche che “il settore dei viaggi e del turismo vale il 13% del prodotto interno lordo e impiega in maniera diretta o indiretta tre milioni e mezzo di persone e nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza approvato dall’Unione Europea, investiamo in queste attivita’ quasi 7 miliardi di euro” e anche che la tutela del patrimonio “richiede anche maggiore sostenibilita’ ambientale”. In Italia, piu’ di dieci siti Patrimonio dell’Umanita’ sono in pericolo per l’innalzamento del livello del mare. “Il rischio di alluvioni – ha spiegato – minaccia tra il 15 e il 20% dei beni culturali del nostro Paese. Dobbiamo agire subito, perche’ le generazioni di domani possano godere dei tesori che noi ammiriamo oggi”. “Il nostro patrimonio culturale – ha concluso – e’ il frutto dell’immaginazione dei nostri antenati. Quello dei nostri nipoti dipende da cosa sapremo fare noi. Questo G20 e la sua Dichiarazione finale mi rendono ottimista sulla nostra capacita’ di coniugare memoria e visione”. ”Ci incontriamo – ha detto Franceschini – in un momento cruciale: la pandemia ha reso ancora piu’ evidente quanto siamo interdipendenti, quanto sia necessario che i Paesi lavorino insieme: perche’ problemi globali esigono risposte globali. Allo stesso tempo la pandemia ci ha anche fatto capire quanto la cultura sia la linfa delle nostre vite. Le piazze vuote, i musei chiusi come i cinema, i teatri, le biblioteche, hanno reso le nostre citta’ tristi, spente. Per questo ora sappiamo che sara’ la cultura la chiave della ripartenza, il motore di una crescita innovativa, sostenibile ed equilibrata”. In fondo anche oggi, dopo la pandemia, secondo Franceschini, siamo tutti come dopo una grande guerra. “Sara’ la cultura ad aiutarci. Sara’ lo strumento decisivo per una crescita economica e uno sviluppo sostenibile delle nostre societa’. Sara’ la frontiera su cui incrementare l’innovazione, la creativita’, le opportunita’ dell’era digitale. Sara’ la memoria del passato ma anche la bussola che ci indichera’ la rotta per il futuro”. Del futuro dei musei e del nuovo “umanesimo digitale” parla il direttore del museo Egizio Greco: “Deve essere un tempo – spiega – in cui storici, architetti filosofi, neuroscienziati, psicologi possano lavorare fianco a fianco con chimici, fisici, esperti informatici perche’ si possa arrivare alla definizione di una nuova semantica per capire ed elaborare la complessita’ della realta’”. Durante la serata sia Draghi che Franceschini hanno ricordato il grande passo compiuto con lo stop alle grandi navi nella Laguna. Successo messo in luce anche dalla direttrice generale dell’Unesco Audrey Azoulay: “Volevo congratularmi per le misure adottate recentemente per la salvaguardia di un tesoro che noi tutti amiamo come Venezia”. La Azoulay ha fatto anche un tributo allo scrittore ed editore Roberto Calasso scomparso oggi: “Un grande uomo italiano il cui lavoro ha spaziato tra letteratura e mitologia di molti Paesi qui presenti”.

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Primo confronto tra candidati a Roma, tutti contro tutti

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 Partito all’insegna del fair play, tra photo opportunity e saluti gomito a gomito, il primo confronto pubblico tra i quattro candidati a sindaco di Roma finisce in uno scontro verbale ‘tutti contro tutti’ e senza esclusione di colpi. Allineati sul palco della Casa dell’Architettura, Virginia Raggi (M5s), Roberto Gualtieri (Pd), Carlo Calenda (Azione) ed Enrico Michetti (centrodestra) rispondono, per cinque minuti ciascuno, a domande su Recovery Plan, riforme, futuro della citta’ e poteri speciali per la Capitale. Ma soprattutto non si risparmiano valanghe di critiche, recriminazioni e sfotto’. Tanto che, poco prima della fine, Michetti lascia in polemica la reunion sbuffando: “Roma non merita questa rissa, arrivederci…”. “Chi va via da un confronto perde sempre”, affonda Raggi. La prima a prendere la parola e’ proprio lei, la sindaca che corre per il bis. Sostiene che la “trasformazione di Roma” sia “gia’ in atto” e che con lei alla guida “continuera’ ad andare avanti”. Poi il paragone della Citta’ Eterna con una Ferrari: “Quando sono arrivata era ferma, io ho iniziato a farla ripartire, a farla correre, l’ho rimessa in pista”. Calenda non aspetta altro: “Se Roma e’ una Ferrari, allora e’ un 348, dove non entravano le marce…Non c’e’ un chilometro di metropolitana progettata, la raccolta differenziata e’ disastrosa. E’ peggiorata in tutti settori di base. Noi con 500 persone abbiamo scritto le linee di sviluppo per la citta’”. Michetti il ‘tribuno’, rispolvera l’Antica Roma, la sua passione: “La Roma di Augusto e di Cesare guardava al dialogo. Noi abbiamo bisogno di questo dialogo, abbiamo bisogno della Roma della Pax augustea.

Il sogno e’ riportare subito la citta’ alla normalita’. Il sindaco deve stare tra la gente non nella stanza dei bottoni”. Questa volta a giocare di fioretto e’ il professor Gualtieri che, inaspettatamente, punzecchia l’avversario: “Non riporteremo Roma all’Impero romano, Michetti, non abbiamo questa ambizione…”. “Parlero’ tanto della Roma dei Cesari ma quella era la Roma del successo”, replica placido l’avvocato scelto dal centrodestra. Per lui il secondo affondo arriva dal leader di Azione: “Non possiamo parlare ai romani dei Cesari. E’ una cosa ridicola”. “Io non replico alle provocazioni – la sua risposta -. Il cittadino e’ sempre stato cittadino di Roma, da Romolo e Remo”. Subito dopo, arriva il round ‘Calenda-Gualteri vs Raggi’. Entrambi gli ex ministri citano le loro esperienza di governo con l’intenzione di farne tesoro in Campidoglio. “Tante chiacchiere…”, tuona Raggi rinfacciando loro di non aver fatto nulla per la citta’ quando potevano. A questo punto Gualtieri si scalda: “La situazione e’ disastrosa. I soldi non sono stati spesi per imperizia. Quando ero ministro abbiamo fatto due bandi per il trasporto pubblico di massa, a Roma c’erano solo le funivie! Il Recovery e’ l’ultima occasione per ripartire”. Dulcis in fundo, la querelle con il capo politico di Azione che tira in ballo anche la Regione Lazio di Nicola Zingaretti per spiegare i disservizi di Roma. “Carlo, sono stupito dal tuo cerchiobottismo – lo difende il parlamentare dem -, nel disastro dei rifiuti non puoi mettere sullo stesso piano il lavoro della Regione che ci rende orgogliosi e quello del Comune”. “Quando c’e’ di mezzo Zingaretti parti ….”, ironizza tagliente Calenda. E la sindaca chiosa divertita: “Litigano…”. Non deve essersi troppo divertito (a causa dei tempi del confronto nel merito erosi dai litigi) il candidato Michetti che pochi minuti prima della fine si alza, saluta e se ne va in polemica con la “rissa” degli altri contendenti. “Quello di oggi era un confronto da campagna elettorale, non un pic-nic”, commenta Calenda. Gualtieri e’ l’unico che si dice dispiaciuto ma poi rincara la dose: “Noi abbiamo ascoltato con grande rispetto. Certo, abbiamo ascoltato parole sull’impero romano…”.

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Giustizia: battaglia a Palazzo Chigi, poi Draghi trova accordo su prescrizione

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Al termine di una giornata di incertezza, in cui si sono susseguite voci di accordi e di rotture, il Consiglio dei ministri ha sancito l’accordo di tutti i partiti della maggioranza sulla riforma del processo penale. Il premier Mario Draghi, dopo aver mediato con i partiti e al culmine di un confronto molto teso con il Movimento 5 stelle, ha rivolto a tutti i suoi ministri un appello alla “responsabilita’”. Il governo – e’ stato il messaggio – non puo’ avere incertezze sulle riforme e ognuno dei partiti della larga maggioranza deve rinunciare a qualcosa in nome dell’obiettivo strategico – in questo caso accelerare i tempi della giustizia – e dell’impegno assunto con il Recovery plan. I Cinque stelle fino all’ultimo “hanno tirato la corda”, osservano dal governo, ipotizzando l’astensione in Consiglio dei ministri, nonostante una prima proposta di mediazione che allungava i tempi dei processi per mafia, terrorismo, violenza sessuale e droga. Ma alla fine a far rientrare il dissenso e registrare l’unanimita’ in Consiglio dei ministri e’ stata un’ultima mediazione sui tempi dell’improcedibilita’ per i reati con aggravante mafiosa ( fino a 6 anni in appello nella fase transitoria e poi dal 2025 fino a 5 anni). Ora la maggioranza dovrebbe ritirare tutti gli emendamenti in commissione e il testo arrivera’ domenica in Aula alla Camera. Ne’ vincitori, ne’ vinti, sottolineano a sera dal governo. Si raggiunge l’obiettivo sottolineato anche dal ministro Marta Cartabia al termine del Cdm: “Accelerare” la riforma per processi piu’ rapidi, in tempi giusti e senza “mandare in fumo” nessun giudizio. Tutti i partiti hanno ottenuto qualcosa e rinunciato a qualcos’altro, il che consente a ciascuno di essi di affermare di aver vinto. Sulla riforma era giunto, prima dell’accordo, anche il giudizio negativo del Csm. Il Consiglio dei ministri e’ stato piu’ volte rinviato e sospeso, per permettere soprattutto ai ministri di M5s,assenti nella prima fase della riunione, di sentire Giuseppe Conte. A ricasco sono via via slittati tutti i passaggi parlamentari che dipendevano dalla definizione di un accordo su un testo. Di qui i continui rinvii della Commissione Giustizia della Camera, che vota gli emendamenti, e della Capigruppo, che decide i tempi degli esami successivi in Aula. Bozze, via via aggiornate, sono circolate nei Palazzi della politica, fino alla fumata bianca alle 18,30, quando il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimita’ l’accordo. Draghi ha avuto un assaggio di quelle fibrillazioni politiche che si annunvciano nel semestre bianco, quando non sara’ piu’ possibile sciogliere le Camere, ma ha anche dimostrato le sue capacita’ di imporre alla fine una decisione, come aveva mostrato di saper fare all’Eurotower. In Consiglio dei ministri Draghi ha fatto un appello al “senso di responsabilita’”. “Ciascuno – il ragionamento del premier – deve rinunciare a qualcosa di specifico per riconoscersi pero’ in una riforma complessiva, che da’ ulteriore credibilita’ all’Italia”. La riforma Cartabia ne esce un po’ ammaccata ma non stravolta: prevede che in Appello i processi debbano durare due anni e in Cassazione uno, con la possibilita’ che i procedimenti piu’ complessi arrivino rispettivamente fino a tre anni e a 18 mesi. L’accordo prevede che per i reati piu’ gravi (mafia, terrorismo, violenza sessuale e traffico di droga) il giudice procedente possa chiedere ulteriori proroghe di un anno.C’e’ anche una fase transitoria, fino a tutto il 2024, in cui le Corti di Appello avranno tempi ancora piu’ ampi, per permettere loro di smaltire l’arretrato anche grazie a assunzioni e investimenti nei Tribunali. Giuseppe Conte esulta perche’ “i processi per mafia non vanno in fumo”. Matteo Salvini si compiace che tra i reati gravi siano annoverati anche lo stupro e lo spaccio, come chiedeva la Lega. Matteo Renzi irride M5s, perche’ “ora la riforma Bonafede non c’e’ piu'”. Forza Italia con Maria Stella Gelmini sottolinea l’introduzione della ragionevole durata del processo con tutte le altre garanzie. E il segretario del Pd Enrico Letta loda il ministro Cartabia che “ha trovato il giusto equilibrio per superare la riforma precedente senza scadere nell”impunita’” e rivendica ai Dem il ruolo decisivo nella mediazione. Il che e’ anche vero visto che il Pd si sarebbe trovato in difficolta’ con un “niet” di M5s che, promette Conte, “sara’ compatto in Aula”.

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