Cronache
Conflitto a fuoco con la polizia, il complice arrestato del rapinatore ucciso è il figlio di Genny a carogna
Il ragazzo di 18 anni ferito arrestato dopo un conflitto a fuoco tra due giovani rapinatori e la polizia a Napoli è Ciro De Tommaso, 18 anni, figlio di Gennaro, detto Genny, conosciuto come ‘Genny ‘a carogna’, il capo ultras che il 3 maggio 2014 trattò con dirigenti del Napoli l’avvio della match Napoli-Fiorentina all’Olimpico dopo lo scontro tra tifosi violenti che aveva generato il ferimento grave di un napoletano, Ciro Esposito, poi deceduto. Ciro De Tommaso è figlio di Gennaro De Tommaso, affiliato al clan camorristico del Rione Sanità dei Misso. La sua leadership nel tifo organizzato del San Paolo era iniziata dapprima come capo del gruppo dei ‘Mastiffs’, e successivamente alla guida dell’intera curva A del San Paolo. L’uomo e’ stato arrestato per traffico di droga e successivamente condannato a 16 anni, ridotti poi in Appello a 7 dopo la sua scelta di collaborare con la giustizia.
Cronache
Mieli sul sondaggio per Ranucci: «Il mio contributo? Zero. Pensavo a Gratteri»
In un’intervista al Corriere della Sera, Paolo Mieli ridimensiona il proprio ruolo nel sondaggio pensato da Lavitola per Ranucci premier. Dice di non avere modificato il documento e di aver scoperto il nome soltanto dopo l’apertura dell’inchiesta.
Paolo Mieli ridimensiona drasticamente il proprio coinvolgimento nel sondaggio con cui Valter Lavitola voleva valutare una possibile candidatura politica di Sigfrido Ranucci. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’ex direttore del quotidiano assicura di non avere scritto né modificato alcuna domanda e di avere scoperto soltanto successivamente che il personaggio indicato da Lavitola era il conduttore di Report.
Mieli affronta la vicenda con ironia, ma chiarisce con precisione tempi e modalità dei rapporti con Lavitola. Lo conobbe circa otto mesi prima, dunque dopo l’attentato del 16 ottobre 2025 contro Ranucci, durante una cena al ristorante Cefalù.
Gli incontri al Cefalù
A colpire inizialmente Mieli fu soprattutto l’accoglienza del proprietario e una porzione di spaghetti alle vongole servita senza gusci, aglio o spezie. Il Cefalù viene descritto come un ristorante nel quale Lavitola amava sedersi ai tavoli, raccontare le proprie avventure e presentare i numerosi frequentatori.
Mieli tornò diverse volte nel locale. In una sola occasione vi incontrò Ranucci, che peraltro conosce da anni e vede abitualmente negli studi Rai di via Teulada.
Con il tempo Lavitola prese l’abitudine di accompagnarlo a casa dopo cena, raccontandogli retroscena sul berlusconismo, Marcello Dell’Utri, Gianni Letta e gli anni trascorsi in carcere. Mieli spiega di avere ascoltato con interesse le storie politiche, mentre prestava molta meno attenzione ai progetti economici dell’imprenditore, come quelli sui crediti di carbonio.
Il misterioso candidato del centrosinistra
Una sera Lavitola gli parlò di un progetto per il centrosinistra e di una personalità che, a suo dire, avrebbe potuto battere tutti. Mieli gli chiese espressamente di non conoscere il nome, per evitare di essere associato all’operazione.
Non immaginò neppure che si trattasse di Ranucci. Era invece convinto che Lavitola stesse pensando al procuratore Nicola Gratteri.
L’imprenditore gli annunciò poi l’intenzione di realizzare un sondaggio e propose una riunione per discuterne. Mieli, non interessato a partecipare all’incontro, accettò soltanto di ricevere la bozza attraverso WhatsApp.
«Non scrissi una virgola»
Quando il documento arrivò, Mieli rispose immediatamente che andava bene, senza esaminarlo nel dettaglio e soprattutto senza proporre modifiche. Il suo contributo, assicura nell’intervista, fu pari a zero.
La ricostruzione differisce quindi da quella di una partecipazione congiunta di Mieli e Stefano Cappellini alla preparazione del sondaggio. Cappellini ha effettivamente inviato a Lavitola una griglia con alcune domande generiche; Mieli sostiene invece di non aver aggiunto nulla al testo ricevuto.
L’ex direttore afferma inoltre che Lavitola non gli parlò mai del presunto sondaggio americano che avrebbe attribuito al misterioso candidato percentuali eccezionali.
Il nome di Ranucci scoperto dopo l’indagine
Mieli collega per la prima volta Ranucci al progetto quando Lavitola gli invia lo stesso messaggio mandato a Cappellini, informandolo di essere indagato per l’attentato e scusandosi per gli eventuali danni d’immagine causati dalle loro frequentazioni.
Fino a quel momento, sostiene Mieli, non aveva mai saputo che il sondaggio fosse destinato a misurare le possibilità politiche del conduttore di Report.
La sua valutazione sull’operazione resta molto scettica. Ranucci avrebbe forse potuto interpretare il ruolo di un «Vannacci di sinistra», conquistando uno spazio elettorale limitato, ma soltanto rimanendo alleato di Elly Schlein e Giuseppe Conte.
«La politica è come una droga»
Mieli interpreta il progetto come il tentativo di Lavitola di rientrare nei circuiti del potere. Per chi ha vissuto a lungo dentro la politica, osserva, essa può trasformarsi in una dipendenza dalla quale è difficile liberarsi anche dopo esperienze dolorose.
Quanto alla permanenza di Ranucci a Report, l’ex direttore non formula una richiesta esplicita di dimissioni. Sottolinea però il rischio che l’esposizione televisiva, il consenso pubblico e la solidarietà ricevuta possano alimentare ambizioni politiche sproporzionate.
L’intera vicenda del sondaggio viene infine descritta come una commedia all’italiana dai risvolti tragici. Ranucci resta la vittima dell’attentato e, secondo gli atti giudiziari, non esistono elementi per ritenere che fosse a conoscenza del piano dinamitardo.
Cronache
Cappellini racconta il sondaggio per Ranucci premier: «Dissi a Lavitola che era una follia»
Stefano Cappellini racconta di avere preparato alcune domande per un sondaggio commissionato da Lavitola senza sapere che il possibile candidato premier fosse Sigfrido Ranucci. Appreso il nome, giudicò il progetto privo di possibilità.
Il direttore di Repubblica Stefano Cappellini (foto Imagoeconomica) ricostruisce il proprio ruolo nella preparazione del sondaggio con il quale Valter Lavitola voleva misurare le presunte potenzialità elettorali di Sigfrido Ranucci. Un contributo limitato alla stesura di alcune domande e fornito, precisa il giornalista, quando ancora non conosceva il nome del possibile candidato.
La vicenda assume rilievo perché, secondo la ricostruzione della gip Iole Moricca, il progetto politico rappresenterebbe uno dei possibili moventi dell’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 contro il conduttore di Report. Lavitola sostiene invece di avere organizzato l’azione soltanto per far rafforzare la scorta dell’amico.
I primi incontri con Lavitola
Cappellini racconta di avere conosciuto Lavitola nell’agosto 2023 durante una cena al ristorante Cefalù, nel quartiere romano di Monteverde. L’incontro portò successivamente a un’intervista, pubblicata nel marzo 2024, sul ruolo dell’ex direttore dell’Avanti! nella vicenda della casa di Montecarlo legata a Gianfranco Fini.
Il terzo incontro avviene nel febbraio 2026, ancora al ristorante. Lavitola parla di una personalità molto conosciuta che starebbe valutando un ingresso in politica e potrebbe aspirare alla candidatura a presidente del Consiglio per il centrosinistra. Non ne rivela però l’identità.
Sostiene inoltre di avere visto un sondaggio americano con risultati eccezionali per il misterioso candidato e propone di realizzare una rilevazione anche in Italia. Chiede quindi a Cappellini quali domande inserire e a quale istituto rivolgersi.
La griglia inviata senza conoscere il candidato
Il 7 aprile Lavitola torna a sollecitare il giornalista. Il 20 aprile Cappellini gli invia un file contenente una decina di domande generiche: lo spazio per un candidato proveniente dalla società civile, i temi sui quali dovrebbe puntare e le possibilità di competere con Giorgia Meloni.
Cappellini presenta il proprio intervento come uno sforzo limitato, compiuto nella speranza di ottenere una possibile notizia. In quella fase, ribadisce, non sapeva che il candidato indicato da Lavitola fosse Ranucci.
Il 29 aprile l’imprenditore gli comunica che la bozza sarebbe passata al vaglio di Paolo Mieli e dello stesso Ranucci. Cappellini interpreta inizialmente il coinvolgimento del conduttore come il consiglio fornito da un amico di Lavitola, non come quello del diretto interessato.
Il nome rivelato il 9 giugno
Dopo altri messaggi e l’invio di alcune bozze, il 9 giugno Lavitola rivela finalmente il nome: Sigfrido Ranucci. Sostiene che un precedente sondaggio americano, mai mostrato neppure al giornalista Rai, avrebbe prodotto numeri straordinari.
La risposta di Cappellini è immediata: «Per me è una follia». Il direttore ritiene che Ranucci non abbia possibilità di imporsi come candidato del centrosinistra, soprattutto in un’eventuale competizione con Elly Schlein e Giuseppe Conte.
Cappellini conclude che il progetto non sia credibile e decide di non pubblicare nulla. La storia del sondaggio americano non gli appare verificabile, la candidatura poco plausibile e Lavitola una fonte non sufficientemente attendibile.
L’ultimo messaggio dopo l’apertura dell’inchiesta
Il 2 luglio, dopo l’arresto dei presunti esecutori dell’attentato, Lavitola comunica di voler sospendere il sondaggio. Cinque giorni più tardi informa Cappellini di essere indagato come possibile mandante della bomba contro Ranucci.
La testimonianza del direttore conferma quindi l’esistenza del progetto per valutare una possibile candidatura politica del conduttore. Non dimostra però che quel sondaggio fosse effettivamente destinato a trasformarsi in un’iniziativa politica né prova, da solo, il movente dell’attentato.
Ranucci avrebbe fornito alcuni suggerimenti sulla bozza, ma gli atti giudiziari escludono, allo stato, che fosse a conoscenza del progetto dinamitardo organizzato da Lavitola. Il giornalista resta la persona offesa dell’inchiesta.
Cronache
Attentato a Ranucci, la gip smonta la versione di Lavitola: «Ricostruzioni inverosimili»
Valter Lavitola resta in carcere. La gip Iole Moricca ritiene inverosimili le sue spiegazioni sul movente dell’attentato a Ranucci, sull’uso dell’esplosivo e sul ruolo di Gomes Tavares.
Valter Lavitola resta nel carcere romano di Rebibbia. La gip Iole Moricca ha respinto la richiesta degli arresti domiciliari, giudicando inattendibili diversi passaggi della ricostruzione fornita dall’ex editore durante l’interrogatorio sull’attentato a Sigfrido Ranucci.
Lavitola ha ammesso di essere stato il mandante dell’azione intimidatoria, ma ha negato di avere ordinato l’impiego dell’esplosivo e ha indicato come unico obiettivo il rafforzamento della scorta del conduttore di Report. Spiegazioni considerate dalla giudice non credibili e contraddette dagli elementi raccolti durante le indagini.
Il difensore Sergio Cola potrebbe adesso chiedere un nuovo interrogatorio davanti al pubblico ministero antimafia Edoardo De Santis. Al momento, però, non risulta presentata alcuna istanza.
La pista israeliana senza riscontri
Uno dei punti più controversi riguarda la presunta minaccia dell’intelligence israeliana. Lavitola ha raccontato di avere appreso dell’esistenza di un progetto contro Ranucci collegato a un servizio di Report sul Cantiere Vittoria. Sarebbe stata questa preoccupazione, secondo la sua versione, a spingerlo a organizzare un attentato dimostrativo per ottenere un aumento della protezione.
La pista non avrebbe però trovato alcun riscontro investigativo. Agli atti figura invece la testimonianza del giornalista Daniele Autieri, secondo il quale Lavitola avrebbe cercato di convincerlo ad approfondire proprio l’ipotesi israeliana.
Per la gip si tratta di una contraddizione evidente: se Lavitola temeva realmente per la vita dell’amico, non si comprenderebbe perché avrebbe incoraggiato Report a indagare ulteriormente sulla pista che, secondo lui, esponeva Ranucci a nuovi pericoli. La giudice parla di una capacità di condizionare le indagini attraverso possibili «opere di depistaggio».
La scorta e il possibile movente politico
Lavitola ha escluso che l’attentato servisse ad accrescere la popolarità di Ranucci in vista di un’eventuale carriera politica. Ha sostenuto di avere agito esclusivamente per ottenere un potenziamento della scorta.
Anche questa spiegazione non ha convinto la giudice. Le preoccupazioni espresse dall’indagato sull’incolumità di Ranucci risulterebbero prevalentemente successive all’esplosione, mentre il livello di protezione del giornalista era già stato valutato dalle autorità competenti.
Resta inoltre senza risposta un altro interrogativo: Ranucci potrebbe avere sospettato, dopo l’attentato, un coinvolgimento dell’amico? La questione, riferita dal difensore di Lavitola, non è stata chiarita. La posizione processuale del conduttore resta comunque quella di persona offesa: non sono emersi elementi che indichino una sua precedente conoscenza o condivisione del progetto.
«Avevo ordinato soltanto degli spari»
Lavitola ha poi sostenuto di avere chiesto a Gomes Clesio Tavares un gesto meramente simbolico: quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della casa di Ranucci. Sarebbe stato il suo collaboratore, disobbedendo alle indicazioni ricevute, a scegliere l’utilizzo della gelatina da cava.
La gip considera anche questa versione «totalmente inverosimile». Tavares viene descritto nelle carte come uomo di assoluta fiducia e factotum di Lavitola, nonché come presunto intermediario con il gruppo campano accusato di avere materialmente compiuto l’attentato.
Gli investigatori sottolineano inoltre che, quando Antonio Passariello avrebbe manifestato alcune difficoltà, Tavares gli avrebbe indicato proprio l’avvocato Cola, storico difensore di Lavitola. Una circostanza ritenuta significativa della stretta relazione esistente tra i protagonisti.
Il rischio di inquinamento delle prove
Il pericolo che Lavitola possa concordare con Tavares una versione comune è una delle ragioni alla base del rigetto dei domiciliari. Per la giudice rimangono concreti sia il rischio di inquinamento probatorio sia quello di fuga, considerati i contatti e gli interessi dell’indagato all’estero.
L’inchiesta resta nella fase delle indagini preliminari. Le responsabilità delle persone coinvolte, oltre alle ammissioni rese da Lavitola, dovranno essere accertate nel processo e nel pieno rispetto della presunzione d’innocenza.


