Politica
Confalonieri e il ricordo di Berlusconi: «Ha fatto grande il Milan e ha cambiato l’Italia»
A tre anni dalla scomparsa di Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri custodisce il ricordo dell’amico di una vita e ne rivendica il ruolo nell’impresa, nello sport e nella politica italiana.
Ci sono amicizie che sopravvivono al tempo e perfino all’assenza. Per Fedele Confalonieri, storico presidente di Mediaset e compagno di viaggio di una vita, il ricordo di Silvio Berlusconi resta qualcosa di profondamente privato. Un patrimonio custodito nel silenzio più che nelle parole.
Da quando il fondatore di Fininvest è scomparso, Confalonieri ha scelto di esporsi sempre meno. Chi lo frequenta racconta di un uomo che preferisce il pianoforte ai riflettori, i ricordi alle celebrazioni pubbliche. Eppure, quando accetta di parlare dell’amico, c’è un tema che torna sempre: il Milan.
«Ha fatto grande il Milan»
«E poi ha fatto grande il Milan, che senza di lui è finito com’è finito». È una frase che Confalonieri ripete spesso. Non per ridurre Berlusconi al calcio, ma perché proprio nell’avventura rossonera vede la dimostrazione più evidente del suo talento.
Secondo l’ex presidente di Mediaset, mettere insieme una squadra vincente, costruire un ciclo irripetibile e trasformare un club in un simbolo mondiale richiedeva la stessa genialità che Berlusconi ha mostrato negli affari e nella politica.
Per Confalonieri, il Milan non è soltanto una squadra di calcio. È la prova concreta della capacità del Cavaliere di immaginare il futuro prima degli altri e di trasformare le idee in risultati.
L’imprenditore, il politico, il leader
Nel racconto dell’amico di sempre emerge una figura che va oltre le divisioni politiche. Confalonieri continua a sostenere che molti avversari di Berlusconi non abbiano ancora riconosciuto pienamente ciò che ha rappresentato per il Paese.
L’ex premier viene descritto come un uomo capace di costruire contemporaneamente un grande gruppo editoriale, una squadra vincente e una coalizione politica destinata a segnare la storia della Seconda Repubblica.
È una lettura inevitabilmente affettuosa e personale, che non ignora errori e controversie, ma che mette al centro il ruolo innovatore svolto da Berlusconi in diversi ambiti della vita pubblica italiana.
La differenza con i leader di oggi
Confalonieri guarda con distacco anche alla politica internazionale contemporanea. Chi lo conosce racconta una certa amarezza per un mondo in cui, a suo giudizio, si è persa l’arte della diplomazia.
Nel ricordo riaffiora spesso il Berlusconi protagonista dei grandi vertici internazionali, capace di costruire rapporti personali con leader di schieramenti diversi e di ritagliarsi uno spazio nei momenti più delicati della politica mondiale.
È in questo contesto che viene ricordata anche la distanza che il Cavaliere avrebbe sempre rivendicato rispetto a figure come Donald Trump, ritenendo improprio qualsiasi paragone tra le due esperienze politiche.
Giorgia Meloni e il dopo Berlusconi
Confalonieri è stato tra i primi a comprendere che, dopo Berlusconi, il centrodestra avrebbe trovato il proprio punto di equilibrio attorno a Giorgia Meloni. Non per continuità diretta, ma per forza politica e capacità di leadership.
Per anni ha ripetuto che in politica la successione non si eredita come accade nelle aziende o nelle famiglie. Una convinzione che lo ha portato a riconoscere rapidamente il nuovo scenario emerso nel centrodestra italiano.
Pur apprezzando il percorso della premier, Confalonieri continua però a considerare Berlusconi un fenomeno irripetibile, difficilmente replicabile nelle forme e nelle dimensioni.
Il peso di un’eredità
A tre anni dalla scomparsa del fondatore di Forza Italia, ciò che colpisce nel racconto di Confalonieri non è la nostalgia politica ma quella personale. L’assenza dell’amico viene prima dell’assenza del leader.
Eppure, nel suo ragionamento, le due cose finiscono per intrecciarsi. Perché Berlusconi, sostiene, è stato insieme imprenditore, editore, presidente di calcio e uomo di governo. Un protagonista capace di attirare consenso e critiche, entusiasmo e opposizione, ma sempre al centro della scena.
«Tengo per me il mio Silvio»
Alla fine, però, il tratto più significativo resta il riserbo. Confalonieri continua a custodire molti ricordi senza condividerli. «Tengo per me il mio Silvio», è la frase che sintetizza meglio il suo atteggiamento.
Un modo per proteggere una storia personale lunga oltre mezzo secolo e per preservare il ritratto di un uomo che, nel bene e nel male, ha segnato una stagione della vita italiana. E che, agli occhi dell’amico di sempre, resta ancora oggi una figura impossibile da sostituire.
Politica
Campo largo, salta anche la manifestazione di Roma: tensioni tra Pd e M5S su Russia e legge elettorale
Dopo il rinvio della manifestazione di Padova, sfuma anche l’ipotesi di una nuova iniziativa unitaria del centrosinistra a Roma. Restano le tensioni tra Pd e M5S sulle posizioni di Giuseppe Conte nei confronti della Russia e sull’emendamento per introdurre le preferenze nella nuova legge elettorale.
Dopo Padova, rischia di saltare anche Roma. Il progetto di una nuova manifestazione unitaria di Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, ipotizzata per la prossima settimana, sembra ormai destinato a essere accantonato.
L’iniziativa romana non era stata ancora formalmente convocata. I partiti stavano valutando la possibilità di trasferire nella Capitale l’appuntamento inizialmente previsto a Padova il 15 luglio, rinviato ufficialmente per la concomitanza con la discussione parlamentare sulla nuova legge elettorale. Le perplessità emerse nel Pd e nel M5S rendono però sempre meno probabile una nuova piazza comune a breve.
Le tensioni dopo la manifestazione di Napoli
Dietro le difficoltà organizzative si intravede una tensione politica che i dirigenti dei due principali partiti del centrosinistra continuano ufficialmente a ridimensionare.
Nel Pd non sono state dimenticate le parole pronunciate da Giuseppe Conte durante la manifestazione di Napoli, quando il presidente del Movimento 5 Stelle ha contestato la rappresentazione della Russia come una minaccia imminente per l’Europa.
L’intervento non sarebbe stato concordato con gli alleati e ha provocato una dura reazione dell’area riformista del Partito democratico. Conte ha successivamente sostenuto di essere stato frainteso, mentre il M5S ha negato l’esistenza di uno scontro personale con Elly Schlein. Le differenti posizioni su Ucraina, Russia e riarmo restano tuttavia evidenti.
Lo scontro sulla legge elettorale
Un nuovo elemento di attrito è emerso durante il confronto tra gli esperti di Pd, M5S e Avs sulla riforma elettorale in discussione alla Camera.
Le opposizioni hanno annunciato una battaglia comune contro il testo della maggioranza, ma il Movimento 5 Stelle ha presentato un proprio emendamento sulle preferenze. La scelta non sarebbe stata apprezzata dal Pd e da Avs, che avrebbero preferito una linea completamente condivisa.
La maggioranza ha depositato a sua volta una proposta che prevede capilista bloccati e fino a tre preferenze, mentre tra i partiti restano differenze anche sulle modalità di selezione dei candidati.
La veglia davanti a Montecitorio
L’unica iniziativa unitaria già confermata è la “Notte della democrazia”, la veglia promossa dal segretario di +Europa Riccardo Magi davanti alla Camera dei deputati.
L’appuntamento è fissato per oggi, martedì 14 luglio, dalle 18 in piazza Montecitorio e proseguirà durante la notte, in coincidenza con l’arrivo in Aula della riforma elettorale. Sono stati invitati i leader delle opposizioni, tra cui Schlein, Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.
Il Movimento 5 Stelle manterrà comunque una propria iniziativa autonoma. Sabato 18 luglio è prevista a Ostia una manifestazione contro il riarmo, intitolata “La guerra la paghi tu”, alla quale parteciperanno dirigenti ed esponenti pentastellati.
Schlein insiste sull’unità
Di fronte alle divisioni, Elly Schlein continua a invitare il proprio partito a non alimentare lo scontro.
La segretaria resta convinta che l’unica possibilità di battere il centrodestra alle prossime elezioni sia costruire una coalizione larga, capace di comprendere il Movimento 5 Stelle, Avs e anche le forze centriste e riformiste.
È una strategia che incontra resistenze dentro il Pd. Una parte dei democratici teme che inseguire Conte sui temi della politica estera e del riarmo possa allontanare gli elettori moderati e rendere più difficile un accordo con Matteo Renzi, Carlo Calenda e le altre formazioni di centro.
I riformisti dem attaccano Conte
Le dichiarazioni del leader pentastellato continuano intanto a provocare reazioni.
Il senatore democratico Filippo Sensi ha paragonato la linea del M5S sulla Russia a quella delle forze sovraniste europee. Alessandro Alfieri, responsabile Riforme e Pnrr del Pd, ha contestato apertamente l’affermazione secondo cui non esisterebbe una minaccia russa.
Il dissenso conferma una frattura politica che va oltre la polemica del momento. Pd e M5S condividono l’opposizione al governo Meloni, ma mantengono posizioni differenti sulla sicurezza europea, sull’Ucraina e sulle spese militari.
Picierno: «Non mi pento di aver lasciato il Pd»
A osservare lo scontro dall’esterno è Pina Picierno, che ha lasciato il Partito democratico a giugno sostenendo di non riconoscersi più nella linea della segreteria Schlein.
L’eurodeputata, da tempo critica verso l’avvicinamento ai Cinque Stelle e verso le posizioni del campo largo sulla politica internazionale, afferma che gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno rafforzato le ragioni della sua scelta.
La coalizione resta dunque unita quando deve contrastare le iniziative della maggioranza, ma fatica a trasformare questa opposizione in una piattaforma politica comune.
Il problema non è soltanto organizzare una manifestazione. È stabilire quale centrosinistra debba presentarsi agli elettori e quale linea debba prevalere quando le differenze riguardano temi decisivi come la guerra, la Russia, il riarmo e le regole del voto.
Economia
Ferrovie dello Stato, Gianpiero Strisciuglio nuovo amministratore delegato: le sfide del gruppo
Gianpiero Strisciuglio è il nuovo amministratore delegato e direttore generale di Ferrovie dello Stato. Il manager, proveniente da Trenitalia, guiderà il gruppo nel triennio 2026-2028. Tra le priorità, cantieri, grandi opere, nuovi treni e sviluppo internazionale.
Comincia il nuovo corso di Ferrovie dello Stato Italiane. Gianpiero Strisciuglio è stato nominato amministratore delegato e direttore generale del gruppo controllato interamente dal ministero dell’Economia.
La nomina è stata deliberata il 13 luglio dal nuovo consiglio di amministrazione, riunito sotto la presidenza di Tommaso Tanzilli. Il mandato del consiglio coprirà il triennio 2026-2028.
Il nuovo consiglio di amministrazione
L’assemblea degli azionisti ha accolto le dimissioni dei precedenti amministratori e nominato il nuovo consiglio, composto da Tommaso Tanzilli, Gianpiero Strisciuglio, Pietro Bracco, Franco Fenoglio, Silvia Marzot, Loredana Ricciotti e Daniela Rota.
Tanzilli è stato confermato alla presidenza, mentre al consiglio è stata indicata la nomina di Strisciuglio, successivamente ratificata con l’attribuzione anche dell’incarico di direttore generale.
Il cambio al vertice arriva dopo le dimissioni presentate il 30 giugno da Stefano Antonio Donnarumma, che guidava il gruppo dal 2024.
Una carriera costruita nelle Ferrovie
Cinquantenne di origine pugliese, Strisciuglio ha trascorso gran parte della propria carriera professionale all’interno del gruppo. Il suo percorso è cominciato nella direzione territoriale di Bari di Rete ferroviaria italiana, fino agli incarichi di vertice in Rfi e Trenitalia.
Nel marzo del 2025 era stato nominato amministratore delegato della società che gestisce i servizi ferroviari passeggeri, dopo avere lasciato la guida di Rfi ad Aldo Isi.
La sua promozione rappresenta quindi una scelta interna, orientata alla continuità gestionale e alla conoscenza diretta delle diverse articolazioni industriali del gruppo.
L’incontro con Salvini
Tra i primi impegni del nuovo amministratore delegato c’è stato l’incontro con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, che nelle scorse settimane aveva espresso apprezzamento per il lavoro svolto da Strisciuglio alla guida di Trenitalia.
Sul manager resta aperta la vicenda giudiziaria relativa all’incidente ferroviario di Brandizzo, nel quale, nella notte tra il 30 e il 31 agosto 2023, persero la vita cinque operai impegnati sulla linea Torino-Milano.
La Procura di Ivrea ha chiesto il rinvio a giudizio di Strisciuglio e di altre persone. L’udienza preliminare è stata fissata per il 30 settembre 2026. Il nuovo amministratore delegato, come tutti gli indagati e imputati, deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.
Cantieri e grandi opere tra le priorità
La nuova gestione dovrà affrontare innanzitutto il tema dei cantieri ferroviari. L’elevato numero di lavori finanziati anche attraverso il Pnrr ha prodotto negli ultimi anni interruzioni, modifiche alla circolazione e disagi per i passeggeri.
Tra gli obiettivi indicati dagli osservatori del settore figurano una migliore programmazione degli interventi e l’accelerazione delle grandi infrastrutture ferroviarie, comprese la Brescia-Verona, la Napoli-Bari e la Palermo-Catania-Messina.
Strisciuglio potrebbe aggiornare il piano industriale 2025-2029 ereditato dalla precedente gestione, che prevede importanti investimenti sulla rete, sui servizi e sullo sviluppo internazionale del gruppo.
Il rinnovo della flotta Frecciarossa
Un altro capitolo centrale riguarda il rinnovo dei treni. Il programma di Trenitalia prevede l’entrata in servizio di 74 Frecciarossa 1000 di nuova generazione entro il 2031, con 57 nuovi convogli attesi entro il 2029.
Il 2027 dovrebbe essere l’anno con il maggior numero di consegne, con 16 nuovi treni. L’investimento punta a migliorare capacità, efficienza energetica, affidabilità e possibilità di utilizzo sulle diverse reti ferroviarie europee.
La crescita sui mercati internazionali
Ferrovie dello Stato intende rafforzare la propria presenza anche fuori dall’Italia. Il piano del gruppo prevede nuovi collegamenti in Germania e l’espansione delle attività in Francia, Spagna e Grecia.
Tra i progetti più ambiziosi figura l’ingresso sulla tratta ad alta velocità Parigi-Londra attraverso l’Eurotunnel, con l’obiettivo di avviare il servizio nel 2029. FS punta inoltre ad aumentare del 50 per cento entro il 2030 il numero dei passeggeri trasportati sulle proprie attività internazionali.
La partita delle società controllate
Per il momento Strisciuglio dovrebbe conservare anche alcune deleghe operative su Trenitalia, in attesa della definizione dei nuovi vertici delle partecipate.
Per la guida della società circolano i nomi di Sabrina De Filippis, attuale amministratrice delegata di FS Logistix, di Simone Gorini, responsabile delle attività dell’Alta velocità, e del direttore tecnico Domenico Scida. Per Rfi, invece, resta accreditata la conferma di Aldo Isi, mentre viene indicato anche Dario Lo Bosco, oggi alla guida di FS Engineering. Si tratta, allo stato, di ipotesi non ancora formalizzate.
Sullo sfondo resta anche il possibile scorporo di Anas dal perimetro di Ferrovie dello Stato, dopo l’ingresso della società stradale nel gruppo avvenuto nel 2017.
Per Strisciuglio comincia così una fase complessa: garantire maggiore regolarità del servizio durante la stagione dei cantieri, completare gli investimenti del Pnrr, rinnovare i treni e trasformare Ferrovie dello Stato in un operatore sempre più competitivo sui mercati europei.
Politica
Iran, nessuna “kill list” ufficiale contro Meloni: il caso Hamshahri e gli interessi economici dell’Italia
Secondo il giornalista Davood Abbasi, le autorità iraniane avrebbero escluso l’esistenza di una lista governativa di leader da colpire e preso le distanze dall’immagine pubblicata dal quotidiano Hamshahri con il volto di Giorgia Meloni. Il caso riapre il tema dei rapporti politici ed economici tra Roma e Teheran.
Non esisterebbe una lista ufficiale del governo iraniano, né tantomeno della nuova Guida suprema, con i nomi dei leader stranieri da uccidere. L’immagine con il volto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pubblicata dal quotidiano iraniano Hamshahri, sarebbe invece un’iniziativa riconducibile alla linea ultraconservatrice del giornale e dell’amministrazione comunale di Teheran.
A sostenerlo è il giornalista Davood Abbasi, che afferma di avere interpellato il ministero degli Esteri iraniano e l’ufficio della Guida suprema. Secondo la risposta ricevuta, l’autore del contenuto sarebbe stato licenziato e le autorità di Teheran starebbero preparando un comunicato ufficiale.
Questa ricostruzione non risulta ancora confermata pubblicamente da un documento delle istituzioni iraniane e deve quindi essere attribuita alla fonte che l’ha riferita.
L’immagine pubblicata da Hamshahri
Il caso è nato dopo la pubblicazione da parte di Hamshahri, quotidiano di proprietà del Comune di Teheran, di un’immagine raffigurante una serie di leader internazionali indicati come destinatari della “vendetta” iraniana per l’uccisione di Ali Khamenei.
Accanto a Donald Trump e Benjamin Netanyahu comparivano, tra gli altri, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e Giorgia Meloni. L’immagine era accompagnata da frasi attribuite alla nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, che aveva promesso una risposta contro i responsabili della morte del padre.
La pubblicazione di un giornale vicino agli ambienti ultraconservatori non equivale tuttavia automaticamente a una decisione operativa del governo o degli apparati di sicurezza iraniani.
La presa di distanza riferita da Abbasi
Abbasi sostiene che la risposta ricevuta dagli uffici iraniani sia stata netta: «Per l’Italia c’è stima, non vogliamo uccidere nessuno».
Secondo il giornalista, la scelta editoriale di Hamshahri sarebbe espressione delle posizioni del sindaco di Teheran Alireza Zakani, esponente dell’ala più radicale del sistema iraniano, e avrebbe creato un problema diplomatico non utile agli interessi nazionali.
La distinzione è importante. L’Iran è attraversato da una competizione interna tra governo, Pasdaran, istituzioni religiose, amministrazioni locali e mezzi di informazione legati alle diverse componenti del potere. Non tutte le dichiarazioni pubblicate da organi vicini al regime possono essere considerate automaticamente espressione di una linea unitaria dello Stato.
L’Italia esclusa dai funerali di Khamenei
La tensione politica tra Roma e Teheran resta comunque reale.
Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato di non avere invitato alle esequie di Ali Khamenei i Paesi che avevano assunto una posizione ritenuta «inappropriata» sull’attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
L’Italia non ha partecipato alle cerimonie con una delegazione politica di primo livello. L’esclusione è stata interpretata come un segnale del deterioramento dei rapporti, dopo il sostegno politico espresso dal governo Meloni agli alleati occidentali.
Non è possibile stabilire ora se questa frattura avrà conseguenze durature né quale spazio sarà riservato alle imprese italiane nell’eventuale ricostruzione del Paese.
Una relazione economica costruita nel tempo
Italia e Iran hanno mantenuto per decenni rapporti economici significativi, anche durante le fasi di maggiore isolamento internazionale di Teheran.
Dopo l’accordo nucleare del 2015 e la sua entrata in vigore nel gennaio 2016, gli scambi commerciali aumentarono rapidamente. Nel 2017 l’Italia risultava il principale partner commerciale europeo dell’Iran, con un interscambio complessivo superiore ai cinque miliardi di euro.
Il ritorno delle sanzioni statunitensi nel 2018 ridusse drasticamente il volume degli affari. Il valore delle esportazioni italiane, che nel 2017 aveva superato 1,3 miliardi di euro, è poi sceso a poche centinaia di milioni.
Nel testo di partenza compare la cifra di 663 miliardi di euro per il 2024, ma si tratta evidentemente di un errore: il dato corretto è nell’ordine di 663 milioni, non miliardi. Per il 2025, i dati basati sul commercio internazionale indicano esportazioni italiane verso l’Iran per circa 505 milioni di dollari.
Macchinari, farmaceutica e tecnologie
L’interesse delle imprese italiane è legato soprattutto alla struttura dell’economia iraniana.
Il Paese dispone di grandi riserve di petrolio e gas, di una popolazione giovane e istruita e di una posizione geografica strategica tra Medio Oriente, Asia centrale e subcontinente indiano. Allo stesso tempo necessita di macchinari industriali, componenti, prodotti semilavorati, tecnologie e competenze per aggiornare le proprie infrastrutture.
La meccanica strumentale ha storicamente rappresentato una delle principali voci dell’export italiano, seguita da farmaceutica, apparecchiature mediche e prodotti chimici.
L’Iran rimane una delle maggiori economie dell’area mediorientale, ma il suo accesso ai mercati è limitato dalle sanzioni, dalle difficoltà nei pagamenti internazionali e dall’instabilità politica.
Affari e diritti umani
Il possibile ritorno delle imprese occidentali apre inevitabilmente una questione politica e morale.
La Repubblica islamica continua a essere accusata da organizzazioni internazionali di repressione del dissenso, esecuzioni capitali e violazioni dei diritti fondamentali. È quindi legittimo chiedersi fino a quale punto i rapporti economici possano essere separati dalla natura del regime.
La storia dimostra che gli interessi commerciali raramente seguono criteri esclusivamente etici. Ma questo non significa che i diritti umani debbano essere ignorati.
Il confronto resta tra due impostazioni: isolamento e sanzioni, nella convinzione che possano indebolire il regime, oppure dialogo economico e diplomatico, nella speranza che investimenti, scambi e apertura internazionale migliorino le condizioni della popolazione.
Il valore del dialogo
L’immagine pubblicata da Hamshahri è stata grave e intimidatoria, indipendentemente dal suo effettivo valore politico. Una presa di distanza ufficiale e inequivocabile di Teheran sarebbe quindi necessaria.
Allo stesso tempo, trasformare automaticamente quella pubblicazione in una “kill list” governativa rischia di attribuire alle istituzioni iraniane una decisione che, allo stato, non è stata dimostrata.
Tra propaganda, rivalità interne e tensioni diplomatiche, la prudenza resta indispensabile. Anche perché i rapporti tra Italia e Iran non riguardano soltanto i governi: coinvolgono imprese, lavoratori, università e una relazione economica costruita in oltre quarant’anni.
La politica dovrà decidere se conservarla, ridimensionarla o interromperla. Ma dovrebbe farlo sulla base di fatti verificati, non di immagini propagandistiche né di interessi economici presentati come se fossero neutrali.


