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Musica

Clementino, dal 25 luglio il nuovo album Grande Anima

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Clementino è pronto a raccontare la sua storia come mai ha fatto prima nel nuovo album Grande Anima (Epic Records Italy/Sony Music Italy), fuori ovunque dal 25 luglio. Un vero e proprio manifesto della storia del rapper, tra ricordi di famiglia, sogni realizzati con fatica e uno sguardo sempre orientato al futuro. L’ispirazione nasce dai suoi viaggi nel mondo, dalla pratica della meditazione e dalla passione per la lettura. Tutti elementi che contribuiscono a dare consapevolezza ai brani di quest’album, che si distingue come il più cantautorale della carriera di Clementino.

Anticipato dai singoli Sorridi e Vuoi Fumare e Batte il Cuore, il nuovo album mostra l’amore viscerale di Clementino per Napoli, come cornice viva di un racconto fatto di strade, volti e storie autentiche. L’artista porterà il suo nuovo album dal vivo con due date, prodotte e organizzate da Promomusic Italia, che si preannunciano essere indimenticabili: il 20 novembre al Fabrique di Milano e il 28 dicembre al Palapartenope di Napoli. Sul palco insieme a lui, durante gli show, ci saranno i breaker Gino Rota e Salvatore Deflow e una band d’eccezione, composta da: Pj Gionson (consolle), Greg Rega (voci), Francesco Varchetta (batteria), Raffaele Salapete (chitarra), Silvestro Saccomanno (tastiere), Luigi ‘Calmo’ Ferrara (basso). Clementino è reduce dal suo percorso televisivo con The Voice Senior, dopo aver accompagnato anche i giovani concorrenti nell’edizione Kids. Mentre a settembre prenderà parte a Jukebox – La notte delle hit, due serate evento dedicate alla musica dagli anni ’70 ai 2000, in onda in prima serata su Rai1.

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È morto Francesco Guccini, addio al cantastorie dell’Italia: aveva 86 anni

Francesco Guccini è morto a 86 anni nella sua casa di Pavana, circondato dalla moglie Raffaella, dalla figlia Teresa e dai familiari. Le esequie saranno private; a settembre si terrà una commemorazione pubblica.

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Francesco Guccini è morto questa mattina nella sua casa di Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano. Aveva 86 anni. Accanto a lui c’erano la moglie Raffaella, la figlia Teresa e i familiari.

A comunicare la scomparsa è stata la famiglia, precisando che le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni «in forma strettamente privata», secondo la volontà del cantautore.

I familiari hanno chiesto che il dolore possa essere vissuto nella più profonda intimità e ringraziato quanti parteciperanno al lutto con affetto, discrezione e rispetto. Una cerimonia commemorativa pubblica sarà organizzata nel mese di settembre, per consentire alle persone che hanno amato Guccini e le sue canzoni di salutarlo.

L’infanzia a Pavana e l’adolescenza a Modena

Francesco Guccini era nato a Modena il 14 giugno 1940, pochi giorni dopo l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. Trascorse gli anni dell’infanzia a Pavana, nella casa dei nonni paterni, mentre il padre Ferruccio era al fronte e poi internato in un campo di prigionia tedesco.

La montagna, i boschi, il mulino e la lingua dell’Appennino sarebbero diventati le sue radici più profonde. Tornato a Modena, visse un’adolescenza inquieta, raccontata molti anni dopo in Piccola città e nel romanzo Vacca d’un cane.

Tra il 1959 e il 1960 lavorò come cronista alla Gazzetta di Modena, occupandosi anche di giudiziaria. Lasciò il giornalismo, che amava ma considerava troppo faticoso e poco remunerato, per suonare nelle orchestre da ballo.

L’arrivo a Bologna e il lavoro da insegnante

Nel 1961 si trasferì con la famiglia a Bologna e si iscrisse all’università. Non completò gli studi, anche se nel 2002 gli sarebbe stata conferita una laurea honoris causa in Scienze della formazione.

Per vent’anni insegnò lingua italiana agli studenti americani del Dickinson College nella sede bolognese. Continuò a farlo anche quando era ormai diventato uno dei cantautori più importanti del Paese.

Bologna fu la città della formazione, delle osterie, delle amicizie e della vita artistica. L’abitazione di via Paolo Fabbri 43 diventò persino il titolo di uno dei suoi album più celebri.

Le canzoni scritte per gli altri

Guccini entrò nel mondo della musica quasi controvoglia. Prima ancora di affermarsi come interprete, scrisse per Caterina Caselli e soprattutto per i gruppi beat degli anni Sessanta.

Equipe 84 e Nomadi portarono al successo brani come Auschwitz, Per fare un uomo, Dio è morto e Noi non ci saremo. Canzoni che già contenevano i temi centrali della sua produzione: la guerra, l’ingiustizia, la memoria, il tempo e la dignità dell’uomo.

Il debutto discografico arrivò nel 1967 con Folk beat n. 1. Il primo grande riconoscimento giunse nel 1972 con Radici, l’album che conteneva La locomotiva, Il vecchio e il bambino, Incontro e Piccola città.

Il cantautore con l’eskimo

Negli anni Settanta Guccini divenne una delle voci più ascoltate della stagione dell’impegno politico e civile. Fu identificato con l’eskimo, la barba, la chitarra e una sinistra libertaria che non rinunciava mai al dubbio e all’autocritica.

I suoi concerti erano molto più di esibizioni musicali. Le canzoni si alternavano a lunghi monologhi, racconti, divagazioni e battute con accenti da cabaret. Il pubblico lo ascoltava per ore, riconoscendosi tanto nei versi quanto nelle storie raccontate tra un brano e l’altro.

La locomotiva, Vedi cara, Canzone per un’amica, Autogrill, Incontro, L’avvelenata e Cirano sono diventate parte della memoria collettiva italiana.

Una scrittura ricca di letteratura e storia

La scrittura di Guccini attraversava poesia, filosofia, storia e cultura popolare. Nei suoi testi convivono la Bibbia e Bob Dylan, Borges e la Beat Generation, Cervantes e Dumas, la poesia italiana e Procopio di Cesarea.

Poteva raccontare una ragazza incontrata in un autogrill, un anarchico lanciato con una locomotiva contro l’ingiustizia, un bambino morto ad Auschwitz o l’ultimo cittadino di una Bisanzio vicina alla fine.

Non ha mai accettato volentieri la definizione di poeta. Preferiva considerarsi un artigiano delle parole e delle canzoni. Eppure i suoi testi sono stati studiati nelle scuole e nelle università, diventando uno dei riferimenti culturali di più generazioni.

Il ritiro dai concerti e il ritorno alla scrittura

Nel 2012 pubblicò L’Ultima Thule, registrato nel mulino della famiglia a Pavana, e annunciò il ritiro dai concerti e dalla produzione di nuovi brani.

Non abbandonò completamente il canto. Nel 2022 tornò con Canzoni da intorto e l’anno successivo con Canzoni da osteria, due raccolte nelle quali reinterpretava brani popolari, canzoni amate e melodie della memoria.

Il suo ultimo album di composizioni originali rimase però L’Ultima Thule, quasi un testamento musicale affidato all’immagine di un navigatore diretto verso i confini estremi del mondo.

Lo scrittore di Pavana

Terminata l’attività concertistica, Guccini si dedicò soprattutto alla letteratura. Scrisse romanzi, racconti autobiografici, libri gialli insieme con Loriano Macchiavelli e opere dedicate alla lingua e alla cultura dell’Appennino.

Nel 2020 entrò nella cinquina finalista del Premio Campiello con Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto, racconto della scomparsa del mondo contadino e delle parole che lo avevano custodito.

Francesco Guccini è morto proprio a Pavana, nel luogo dal quale era partito e al quale aveva sempre sentito di appartenere. Se ne va un cantautore, insegnante, narratore e instancabile esploratore della memoria. Restano le sue canzoni, capaci di raccontare l’Italia e le sue trasformazioni senza mai smettere di interrogare il presente.

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Gigi D’Alessio perde la causa sui primi album, il Tribunale conferma i diritti alla Zeus Record

Il Tribunale civile di Napoli ha respinto la richiesta di Gigi D’Alessio di sciogliere i contratti firmati con la Zeus Record agli inizi della carriera. Il giudice ha riconosciuto la prevalente natura di cessione dei diritti. Il cantante presenterà appello.

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Sconfitta in tribunale per Gigi D’Alessio nella causa intentata per riottenere la disponibilità dei diritti legati ai suoi primi lavori discografici.

La sezione specializzata in materia d’impresa del Tribunale civile di Napoli ha respinto la domanda con la quale il cantautore chiedeva la risoluzione dei contratti stipulati con la Zeus Record agli inizi degli anni Novanta, quando la sua carriera era ancora legata soprattutto al circuito musicale napoletano.

Il giudice ha ritenuto prevalente la natura di cessione dei diritti prevista dagli accordi sottoscritti all’epoca. La decisione è di primo grado e sarà impugnata dalla difesa dell’artista.

La contestazione sulla valorizzazione del catalogo

D’Alessio sosteneva che la società non avesse valorizzato adeguatamente negli anni il repertorio acquisito attraverso quei contratti.

Al centro della controversia non c’era dunque soltanto la titolarità formale dei diritti, ma anche il comportamento richiesto all’editore e al produttore discografico nella gestione e nello sfruttamento commerciale delle opere.

La difesa del cantante chiedeva che gli accordi fossero riletti alla luce dell’evoluzione del mercato musicale, profondamente trasformato dalla diffusione delle piattaforme digitali e dello streaming.

Ancora oggi alcune registrazioni del primo periodo artistico di D’Alessio risultano distribuite con l’indicazione della Zeus Record quale titolare dei diritti fonografici.

Per il Tribunale prevale la cessione dei diritti

Il Tribunale non ha però accolto questa impostazione.

Secondo la decisione, gli accordi conclusi nei primi anni della carriera del cantautore devono essere considerati prevalentemente come contratti di cessione, con il conseguente trasferimento dei diritti indicati nelle clausole sottoscritte.

Non sarebbe stata quindi riconosciuta l’esistenza di obblighi tali da giustificare la risoluzione dei contratti per una presunta insufficiente valorizzazione del catalogo.

La sentenza mantiene così inalterato, almeno per il momento, l’assetto dei diritti sulle opere interessate dal procedimento.

La difesa annuncia appello

L’avvocato Eugenio D’Andrea, difensore di D’Alessio, ha già annunciato il ricorso in appello.

«Sapevamo che l’azione giudiziaria era un po’ pionieristica e che sarebbe stata una causa da apripista», ha spiegato il legale a LaPresse.

Per la difesa si tratta di una questione «di giustizia e di equità». La sentenza, secondo D’Andrea, avrebbe però sovrapposto il ruolo del produttore discografico con quello dell’editore musicale, senza cogliere pienamente il principio sul quale era stata costruita la domanda.

La differenza tra editore e produttore discografico

La causa tocca una distinzione importante nel settore musicale.

L’editore amministra normalmente i diritti legati alla composizione, quindi alla musica e al testo. Il produttore discografico detiene invece i diritti sulla registrazione, il cosiddetto master, e ne cura la riproduzione e la distribuzione.

Nella pratica, soprattutto nei contratti più risalenti, i ruoli possono intrecciarsi e una stessa società può acquisire differenti categorie di diritti.

È proprio sulla natura degli accordi firmati da D’Alessio e sugli obblighi che ne derivavano che si è concentrato il procedimento napoletano.

Una causa che può interessare molti artisti

La controversia assume un valore che va oltre il catalogo del cantante napoletano.

Molti artisti hanno firmato i primi contratti in una fase iniziale della carriera, quando avevano un potere negoziale molto inferiore rispetto alle case discografiche. Opere che all’epoca avevano un valore limitato possono oggi produrre ricavi continuativi grazie allo streaming, alle riedizioni e all’utilizzo sulle piattaforme social.

La domanda posta dalla difesa di D’Alessio è se chi acquisisce quei diritti debba limitarsi a conservarli e sfruttarli oppure sia tenuto anche a promuovere e valorizzare concretamente il repertorio.

Il Tribunale di Napoli ha dato una prima risposta favorevole alla Zeus Record. La parola passa ora alla Corte d’Appello, che dovrà stabilire se confermare la validità dell’impostazione contrattuale o accogliere la lettura proposta dal cantautore.

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Edoardo Bennato compie 80 anni: grazie al maestro che ci ha insegnato a restare liberi

Edoardo Bennato compie 80 anni. Il ricordo personale di un artista che, attraverso il rock, l’ironia e il dubbio, ha formato intere generazioni e insegnato a guardare il mondo con libertà e senso critico.

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Ci sono artisti che ascolti. E poi ci sono artisti che, senza accorgertene, ti formano. Per me Edoardo Bennato è stato questo.

Oggi, 23 luglio, compie 80 anni e sento il bisogno di dirgli semplicemente grazie.

Grazie perché le sue canzoni hanno accompagnato la mia vita e, in tanti momenti, mi hanno aiutato a capire il mondo. Dietro l’energia del rock, l’ironia e quella leggerezza soltanto apparente — altro che “sono solo canzonette” — ho sempre trovato un uomo di straordinaria intelligenza e di rara sensibilità.

Un uomo capace di leggere il potere

Ho sempre visto in Edoardo qualcosa che andava oltre il musicista.

Uno psicologo dell’animo umano, un sociologo capace di leggere i meccanismi del potere, un anticonformista autentico, un anarchico nel senso più nobile del termine. Un ambientalista e un animalista quando queste battaglie erano ancora patrimonio di pochi.

Le sue canzoni non si limitavano a raccontare. Smontavano le convenzioni, mettevano in discussione le gerarchie, svelavano le ipocrisie.

Dotti, medici e sapienti, In fila per tre, Un giorno credi, A cosa serve la guerra: brani scritti decenni fa che continuano a interrogare il presente.

La lezione più importante: imparare a dubitare

La cosa che più mi ha affascinato di lui, però, è un’altra.

Bennato non ha mai preteso di insegnarci che cosa pensare. Ci ha insegnato a dubitare. A non fidarci delle verità confezionate. A coltivare il senso critico. A restare liberi.

Da giornalista, con il passare degli anni, mi sono accorto che quella lezione mi è rimasta dentro.

Ogni volta che cerco una notizia, ogni volta che provo a capire invece di giudicare, ogni volta che diffido delle semplificazioni, ritrovo qualcosa di quella libertà che Edoardo ha seminato nelle sue canzoni.

Per questo oggi non festeggio soltanto un compleanno. Festeggio un artista che ha lasciato un segno profondo nella mia vita.

Il Peter Pan del rock italiano

Nato a Bagnoli il 23 luglio 1946, Bennato celebra gli ottant’anni senza alcuna intenzione di trasformarsi in un monumento. Il titolo scelto per il tour del 2026, “Quando sarò grande”, è già uno dei suoi sberleffi: il Peter Pan del rock italiano continua a guardare il mondo con la curiosità e l’irriverenza di chi rifiuta di diventare adulto secondo le regole degli altri.

È reduce dal concerto del 20 luglio al Circo Massimo di Roma, una delle tappe principali del tour estivo, che proseguirà il 3 settembre a Empoli, il 12 settembre al Teatro Grande di Pompei e il 18 settembre a Milano.

Quarantasei anni fa, il 19 luglio 1980, fu il primo artista italiano a richiamare più di 60mila persone a San Siro. In quello stesso periodo attraversò gli stadi d’Italia con chitarra, armonica, tamburello a pedale e kazoo, trasformando il concerto rock in una festa collettiva e in un atto di libertà.

La scossa arrivata da Bagnoli

Edoardo Bennato è stato, ed è ancora, la grande scossa dei Campi Flegrei.

Bagnoli non è soltanto il luogo in cui è nato. È la sua patria, il punto dal quale partono le radici, i ricordi, gli amici e la visione del mondo.

Ogni racconto della sua infanzia torna alla madre Adele, che affidò Edoardo e i fratelli Eugenio e Giorgio a un’insegnante di musica per tenerli impegnati durante l’estate. Da quel primo apprendistato sarebbe nato un percorso unico, capace di mescolare rock, blues, punk, musica popolare napoletana e tradizione cantautorale.

Poi Milano, gli studi di Architettura, la tesi dedicata a una metropolitana per i Campi Flegrei, le porte chiuse dalle case discografiche, il primo album Non farti cadere le braccia accolto con freddezza e persino quella voce definita sgraziata.

Bennato reagì trasformandosi in una one man band: chitarra, armonica, kazoo e tamburelli suonati con i piedi. Una scelta nata dalla necessità e diventata un linguaggio artistico inconfondibile.

Pinocchio, Peter Pan e i personaggi dei nostri telegiornali

Il successo arrivò con album destinati a cambiare la musica italiana: I buoni e i cattivi, Io che non sono l’imperatore, Burattino senza fili, Sono solo canzonette.

Bennato prese Pinocchio, Geppetto, Mangiafuoco, Peter Pan e Capitan Uncino e li trasformò in metafore contemporanee.

Attraverso le fiabe parlò di conformismo, autorità, opportunismo, guerra, manipolazione e perdita dell’innocenza. Non serviva indicare nomi e cognomi: quei personaggi erano già nelle istituzioni, nei palazzi del potere e nei telegiornali.

Il bambino che non voleva crescere diventò il simbolo della libertà. Il burattino che desiderava diventare uomo raccontò invece il prezzo dell’omologazione.

L’artista che non ha mai smesso di creare

Gli ottant’anni arrivano in una stagione particolarmente intensa.

Tra maggio e giugno il Palazzo Esposizioni di Roma ha ospitato “Edoardo Bennato. In cammino…”, una mostra dedicata alla sua produzione pittorica, centrata anche sui temi delle migrazioni e delle contraddizioni del mondo contemporaneo.

Bennato sta inoltre lavorando all’inno dell’America’s Cup che si svolgerà a Napoli nel 2027. Una competizione che avrà la propria base operativa proprio a Bagnoli, davanti a quel mare che attraversa da sempre le sue canzoni e la sua vita.

Dove Nisida è un’isola e quasi nessuno lo sa.

Buon compleanno, Edo

Ottant’anni vissuti da uomo libero.

Ottant’anni senza inchinarsi alle mode, alle convenienze, alle ideologie dominanti e alle verità imposte.

Buon compleanno, Edo.

Grazie per averci insegnato che si può essere popolari senza diventare conformisti, ironici senza essere superficiali, ribelli senza smettere di pensare.

E grazie soprattutto per averci insegnato a dubitare.

Credimi: di uomini liberi come te abbiamo ancora un enorme bisogno.

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