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Claudio Pelizzeni, da bancario a travel blogger: vi racconto il giro del mondo che mi ha cambiato la vita

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Claudio Pelizzeni aveva trentadue anni e una carriera avviata in banca come vicedirettore di filiale, un buon posto fisso che lo rendeva però insoddisfatto, inquieto. Ad un certo punto comprende che quella vita non gli appartiene e che è arrivato il momento di imprimere una svolta. Una sterzata netta. Rassegna le dimissioni per inseguire il suo sogno più grande: fare il giro del mondo senza aerei. Il suo è un viaggio lento, per riappropriarsi delle distanze ed entrare in contatto con i popoli del mondo. Dura mille giorni, fra il 2014 e il 2017, snodandosi attraverso quarantaquattro Paesi e cinque continenti. Le storie, gli incontri e le emozioni di quell’avventura sono confluiti nel romanzo autoprodotto “L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là”. Oggi Pelizzeni è travel blogger e tour operator. E nonostante la pandemia, non perde l’ottimismo: “appena sarà possibile torneremo a viaggiare per il mondo”. 

Pelizzeni, partiamo dal momento in cui ha deciso di stravolgere la sua vita.

Lavoravo ancora in banca, a Milano. Un giorno, dal treno che mi avrebbe riportato a casa a Piacenza vidi un tramonto e fu come un’epifania: mi chiesi se fossi felice e la risposta fu negativa. Osservata dall’esterno, quella vita poteva sembrare soddisfacente ma per me era vuota, non mi apparteneva. Pensai allora che avrei dovuto provare ad essere veramente felice almeno una volta nella vita. Viaggiare era la mia passione più grande e decisi così di provare a fare del viaggio la mia vita. Allora mi licenziai e dopo alcuni mesi di preparazione partii per il mio giro del mondo senza aerei; da lì è cominciato tutto. 

Quanto è durato il suo viaggio? Quale itinerario ha seguito?

Ci ho messo mille giorni, quasi tre anni. Ho visitato quarantaquattro Paesi e cinque continenti. Sono partito da Piacenza e mi sono diretto verso est, verso il sorgere del sole. Ho fatto la Transiberiana e poi giù in Cina. Mi sono fermato per alcuni mesi nel subcontinente indiano fra Nepal – dove ho fatto volontariato in un orfanotrofio – e India. Poi verso il sud-est asiatico; da qui mi sono imbarcato su un cargo mercantile diretto in Australia, il primo grande obiettivo del mio viaggio. Sempre a bordo di un cargo sono arrivato in Nord America; sono sceso in America Latina e poi ancora un cargo fino all’Africa occidentale. Da lì infine, il mio ritorno in Europa. 

Come impiegava il tempo durante i lunghi spostamenti a bordo dei cargo mercantili?

Quella del cargo è un’esperienza noiosa e lunghissima. Per attraversare il Pacifico ho impiegato ventisei giorni, è stata dura. Dopo aver visto tutte le serie tv e i film che avevo sull’hard disk ho iniziato ad annoiarmi terribilmente. Durante quei giorni tutti uguali ho trovato però la concentrazione per iniziare a scrivere il libro del mio viaggio, “L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là”. Sono tornato in Italia che non avevo più un euro, quel libro autoprodotto mi ha dato lo slancio per ripartire. 

Durante la sua avventura, incominciava però già a raccontare il viaggio attraverso un blog, Trip Therapy. 

Nel blog ci ho investito tanto, concependolo come un lavoro sin dal principio, quando non ci guadagnavo niente. Su Trip Therapy raccontavo il viaggio mentre lo vivevo. Avevo anche una pagina dedicata al budget quotidiano. Ho finanziato il mio viaggio con la liquidazione, poco meno di quindicimila euro, una media di quindici euro al giorno per mille giorni. Poi ho incominciato a collaborare con il programma di Licia Colò, “Il mondo insieme”, inviando i miei video dal mondo. Così ho iniziato ad avere maggiori disponibilità economiche. In Sud America ho anche lavorato tanto negli ostelli in cambio di ospitalità. C’è anche un altro motivo per cui decisi di raccontare il mio viaggio. Io soffro di diabete e ho scoperto che tante persone con questa patologia si precludono moltissime esperienze. Con la mia avventura spero di aver dimostrato che con le giuste accortezze chi soffre di diabete può fare qualsiasi cosa.

Quali sono stati i momenti più significativi del suo giro del mondo?

Il primo fu la complessa frontiera fra India e Birmania. La passai alla fine del 2014, il 28 dicembre e la mia era la firma n.12 su quel registro: non l’aveva attraversata nessuno. Fui fortunato: in quel periodo la regione indiana del Manipur si stava aprendo al turismo e realizzando un video per la camera del turismo della regione riuscii ad ottenere il permesso. Dopo poco però, dovetti interrompere il viaggio. Mio padre stette male e rientrai in Italia giusto in tempo per salutarlo. Dopo il funerale, ripartii esattamente da dove mi ero fermato, a Bangkok. Raggiungere l’Australia rappresentò un altro snodo fondamentale, era quello in origine il primo grande obiettivo che mi ero prefissato. Arrivarci significava già tanto, ma decisi di continuare e di completare il giro del mondo. Anche l’India e la Patagonia sono stati dei periodi formativi. Ma ogni Paese è unico e proprio non riesco a fare classifiche.

Qual è l’insegnamento più importante che ha tratto dal viaggio?

L’insegnamento più grande è l’importanza di avere consapevolezza di sé e di riuscire a dialogare con se stessi, che non è sempre facile. Spesso viviamo secondo i condizionamenti sociali, andiamo avanti col pilota automatico e a volte non ci accorgiamo che stiamo vivendo una vita che non ci appartiene. Io credo che se hai coscienza di chi sei e di ciò che vuoi fare della tua vita, puoi vivere felice mentre provi a realizzare il tuo sogno.

Come ha trasformato la sua passione in un lavoro, una volta rientrato in Italia?

Il libro andò molto bene e fu un trampolino di lancio. Il blog continuò ad essere seguito e iniziarono ad invitarmi in radio e in televisione per raccontare la mia storia. Dopo due apparizioni sul palco di TED iniziai anche a fare speech motivazionali per le aziende. Al primo libro sono seguite altre due pubblicazioni, ora sto scrivendo il quarto. E poi, dopo tanti viaggi in solitaria, ho sentito l’esigenza di condividere questa passione con altre persone, così ho iniziato ad organizzare dei viaggi di gruppo. E quello alla fine è diventato il mio lavoro: insieme ad altri cinque travel blogger abbiamo messo in piedi un tour operator. Il nostro progetto però è partito in salita: abbiamo lanciato online “Si Vola” ad ottobre del 2019, poco prima del Covid-19.

Che momento è per il settore viaggi?

Il momento è difficilissimo e i ristori non sono arrivati. Noi siamo stati anche sfortunati; ci sono aiuti per le partite Iva ma devono essere aperte almeno da quattro anni. Per gli aiuti al settore turistico invece fanno fede i bilanci del 2019, ma noi abbiamo aperto proprio in quell’anno. Il quadro è drammatico, continuiamo a programmare viaggi che poi siamo costretti ad annullare. Nonostante tutto guardiamo al futuro con positività. C’è tanta gente che vorrebbe partire con noi. Siamo convinti che, appena sarà possibile, la gente ricomincerà a viaggiare per il mondo. 

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I robot ‘agricoltori’ si preparano a scendere nei campi

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E’ un braccio robotico esperto nella potatura della vite a guidare la carica dei ‘robot agricoltori’, che si preparano a scendere letteralmente in campo: accade nel nuovo laboratorio di robotica per l’agricoltura inaugurato a Piacenza dall’Universita’ Cattolica del Sacro Cuore insieme all’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), con l’obiettivo di rendere piu’ sicuro e sostenibile il lavoro nel settore agro-alimentare. Il laboratorio congiunto e’ frutto di un accordo tra i due enti nato “per sviluppare approcci innovativi nell’ambito delle scienze agrarie, alimentari e ambientali, con particolare attenzione alla messa a punto di metodi diagnostici molecolari rapidi, di nuovi materiali derivati da sottoprodotti dell’industria agro-alimentare e di sistemi robotici per il monitoraggio e la gestione dei sistemi colturali”, spiega Pier Sandro Cocconcelli, responsabile del programma di ricerca per l’Universita’ Cattolica. “Introdurre applicazioni robotiche in ambito agricolo significa favorire la crescita sostenibile delle produzioni agricole, aiutando ad affrontare il problema della carenza di manodopera”, sottolinea Matteo Gatti, docente di viticoltura e referente del laboratorio per l’Universita’ Cattolica, che precisa come il perfezionamento di soluzioni robotiche in ambito agrario sia orientato principalmente verso tre aree applicative: la navigazione autonoma, il monitoraggio con sensori e la manipolazione delle colture.

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Volontari Antiroghi Acerra, in trincea nella Terra dei Fuochi: sorvegliamo il territorio per contrastare sversamenti e roghi tossici

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Sorvegliano il territorio giorno e notte, scovando i criminali che sversano i rifiuti e appiccano roghi tossici. Così i Volontari Antiroghi Acerra, associazione di normali cittadini costituitasi nel 2015, sacrificano ogni giorno una parte del proprio tempo in difesa di una terra martoriata. Davanti all’inerzia delle istituzioni, sono scesi in campo. “Se noi, senza soldi pubblici, riusciamo ad ottenere un risultato che lo Stato non riesce ad ottenere, vuol dire che c’è qualcosa che non va”, è il commento amaro di Vincenzo Petrella, portavoce dell’associazione. Proprio negli ultimi giorni, per mezzo di un drone, i volontari hanno incastrato due uomini intenti a scaricare rifiuti all’interno di un’enorme discarica abusiva. Le immagini sono state consegnate ai carabinieri forestali. Un’attività instancabile portata avanti per amore di una terra che per troppo tempo è stata violentata in modo sistematico e spietato. 

Petrella, quando nasce l’associazione?

L’associazione nasce nel 2015, anche se noi eravamo singolarmente attivi anche prima. Perlustriamo il territorio durante la giornata e – prima del coprifuoco – nelle ore notturne per avvistare eventuali roghi ed avvertire le autorità per lo spegnimento. A questo si è aggiunta l’attività di segnalazione di cumuli di rifiuti che potrebbero essere incendiati, così da farli rimuovere per tempo. Cerchiamo così di agire in modo preventivo, perché quando andiamo sul posto, individuando una colonna di fumo, è troppo tardi: la diossina si è già sprigionata nell’aria.

Come vi organizzate per l’attività di monitoraggio del territorio?

Nell’associazione siamo circa una ventina di iscritti, di questi i più attivi siamo cinque o sei che usciamo sistematicamente con le macchine. Col tempo è nata poi una bella sinergia con gli abitanti che, tramite la nostra pagina Facebook, ci segnalano le colonne di fumo che riescono ad avvistare dalle loro abitazioni. Da anni abbiamo anche la possibilità di impiegare il drone, regolarmente registrato ed assicurato e pilotato da una persona con il patentino. È molto utile per scovare discariche di non facile accesso e per individuare per tempo le colonne di fumo.

Si potrebbe dire che svolgete come volontari il lavoro che dovrebbe fare lo Stato…

Io credo che se nel 2021 stiamo ancora qui a parlare di roghi tossici e rifiuti di ogni genere sversati lungo le nostre strade, significa che le istituzioni non stanno facendo tutto il possibile per risolvere il problema. Noi abbiamo scelto di autotassarci e di non percepire un euro da nessuno. Se noi riusciamo, senza soldi pubblici, ad ottenere un risultato che lo Stato non riesce ad ottenere, vuol dire che c’è qualcosa che non va. All’inizio abbiamo anche dovuto confrontarci con lo scetticismo dei nostri familiari, non è stato facile sentirsi dire “perché lo devi fare proprio tu?”. Ma sono cose che fai perché ti senti di fare. Perché un argine deve essere posto e nella trincea qualcuno ci deve pur stare. Questo è il nostro contributo. 

Negli ultimi giorni avete individuato col vostro drone due criminali che sversavano rifiuti ad Acerra. Quali risultati avete conseguito in questi anni?

In quella stessa area denunciammo un contadino che nel suo appezzamento di terreno aveva incendiato dei teloni di plastica sotto la sterpaglia. Abbiamo beccato sul posto tantissime persone mentre appiccavano il fuoco. C’è stata tanta gente che veniva addirittura da Napoli a sversare i rifiuti qui ad Acerra. Non sempre però siamo così fortunati da coglierli in flagrante; per incendiare dei rifiuti bastano pochi minuti: stare lì proprio in quel momento non è semplice. 

Avete mai subito ritorsioni per la vostra attività?

Mi sono ritrovato con l’auto danneggiata e qualche volta con le ruote bucate. Sul territorio capita spesso di ricevere minacce. Quel contadino, ad esempio, un paio di giorni dopo la nostra segnalazione alle autorità, mandò una persona a casa mia per sapere come mai lo avessi denunciato. Oggi le minacce sono un po’ diverse da prima, magari vengono a dirti: ma chi te lo fa fare, perché non ti fai i fatti tuoi, lascia stare; questo è il primo approccio. Con noi c’è poi anche Alessandro Canavacciuolo, un attivista molto conosciuto sul territorio. Assieme alla sua famiglia si costituì parte civile nel processo che ha visto la condanna dei fratelli Pellini per disastro ambientale aggravato e la confisca dei beni per un valore pari a 222 milioni di euro. Alessandro in quel periodo ricevette minacce molto più serie, e ancora nei mesi scorsi hanno recapitato lettere minatorie a casa della sorella. 

Che cosa pensa di fronte al negazionismo e all’immobilismo della politica?

I politici hanno l’abilità propagandistica di convincere i cittadini che, in caso di elezione, prenderanno provvedimenti decisivi per il territorio. Poi però, nei fatti, l’ultima cosa che vogliono quelli che risiedono nei posti di comando, è avere problemi. In molti hanno persino finto che il problema non esistesse, ma sono stati smentiti dai dati scientifici. Abbiamo sotto i nostri occhi migliaia di malati oncologici, bambini nati con problemi di salute, donne sterili. La politica non ha il coraggio di dire che nulla è stato fatto fino ad ora, o comunque molto poco, e quel poco non è servito che ad illudere le persone.

Come giudica la mancata riproposizione della commissione speciale Terra dei Fuochi?

Mi sono personalmente lamentato per questa scelta con alcuni esponenti in Regione. Quella commissione non ottenne chissà quali risultati, ma proprio per questo motivo andava migliorata, non eliminata. Bisognava inserire esperti e collaborare con le associazioni e i comitati sul territorio. Toglierla significa spegnere i riflettori sulla questione Terra dei Fuochi, e al buio e nell’ombra agiscono i criminali, non le persone per bene. È uno smacco per tutti i cittadini che soffrono. 

Che cosa vuol dire vivere ad Acerra, in quello che è stato definito il triangolo della morte?

Le faccio una premessa: sbagliammo quando identificammo come pericolosi solo i comuni presenti all’interno del triangolo della morte; poi il tutto s’è allargato alla Terra dei Fuochi, e poi abbiamo scoperto che ci sono Terre dei Fuochi in tutta Italia. È stato un errore, perché i cittadini credettero che chiunque era al di fuori di quel triangolo, pure di un solo metro, fosse al sicuro. Ma l’inquinamento delle falde acquifere, del terreno e dell’aria, così come il Covid-19, non rispetta i confini. E questo ha fatto abbassare la soglia dell’attenzione a tantissima gente. Ad Acerra, su 60mila abitanti, abbiamo avuto almeno quattro o cinque casi di bambini colpiti da medulloblastoma, il tumore maligno al cervello più comune in età pediatrica, che in Italia colpisce sette bambini su un milione. Significa che c’è qualcosa che non va. È una grande sconfitta per tutti. 

Quanto tempo dovremo ancora aspettare per le bonifiche dei terreni inquinati?

Io nutro forti dubbi che si possano effettuare bonifiche in alcuni terreni dove non è mai avvenuta nemmeno la rimozione dei rifiuti. Il rifiuto non resta lì immobile, ma dà vita a tutta una serie di reazioni chimiche dalle conseguenze imprevedibili. Se quegli scarti stanno lì da vent’anni, bonificare costerà talmente tanti soldi che, se non fu fatto all’epoca, non si farà adesso. Però si doveva quantomeno rimuoverli. Io sono molto scettico sulla questione bonifiche.

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Il lago Assal in Africa potrebbe entrare nella lista Unesco

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Il lago Assal, uno dei tesori geologici del corno d’Africa potrebbe entrare nella Lista dei siti Patrimonio Mondiale dell’umanita’. L’Ufficio regionale dell’Unesco sta, infatti, supportando Gibuti perche’ possa essere inoltrata la domanda di registrazione del sito. “L’Africa, con solo 96 luoghi classificati su 1121 nella lista dei Patrimonio mondiale, e’ fortemente sottorappresentata” scrive in un tweet la Direttrice dell’Unesco Audrey Azoulay. Per questo gli uffici dell’Unesco intendono aiutare il continente africano a salvaguardare luoghi importanti come il lago Assal inserendoli nella lista.

Il lago, che si trova nella regione conosciuta come il triangolo di Afar, e’ situato a 155 metri sotto il livello del mare ed ha un’ampiezza di circa 55 km quadrati. La particolarita’ e’ che la sua salinita’ e’ cosi’ elevata che supera di ben 10 volte quella del mare. Sorge, infatti, a pochi passi dal Golfo di Tagiura, da cui e’ separato solamente da un istmo: attraverso le sue falde, le acque marine filtrano nel terreno e si riversano nel lago di Assal. Oltre ad essere il punto piu’ basso dell’Africa, il suo fondale e’ interamente ricoperto di sale, che ha formato immensi depositi all’interno dell’invaso geologico Le saline si estendono a perdita d’occhio, circondate da un panorama brullo e inospitale, abitato solo dai nomadi Afar. Questa popolazione sopravvive grazie all’estrazione e al commercio del sale, e trova nel lago l’unica fonte di approvvigionamento.

 

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