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Cultura

Città-Stato libertarie, il sogno dei tycoon: perché Praxis punta alla Groenlandia

Dai fallimenti di Akon City e Prospera al progetto Praxis: i miliardari della tecnologia scommettono sulle città-Stato e guardano alla Groenlandia.

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Prospera, Asgardia, Bitcoin City, Puertopia, Sol, Akon City. E soprattutto Praxis.
Il tentativo di costruire città-Stato autogovernate, indipendenti da ogni autorità pubblica, è tornato ciclicamente nella storia, ma negli ultimi decenni ha assunto una forma precisa: quella dei miliardari della tecnologia, insofferenti alle regole dello Stato-nazione e alla tassazione.

Già un quarto di secolo fa Peter Thiel, ultraconservatore e cofondatore di Palantir, immaginava Stati indipendenti su isole artificiali al largo della California. Criptovalute e intelligenza artificiale hanno poi dato nuovo slancio a questi progetti di “città perfette”, fondate su un solo principio: la legge del mercato.

Monarchi-ceo e modelli autoritari

Dietro la retorica libertaria, molti di questi modelli assumono una forma fortemente autoritaria: al vertice c’è un monarca-ceo, mentre la popolazione non è composta da cittadini ma da azionisti. Non sorprende che diversi progetti siano falliti prima ancora di nascere, come Akon City, annunciata in Senegal e mai realmente decollata.

Esperimenti reali e cortocircuiti giuridici

Le sperimentazioni più concrete si sono avute in Centro America, trasformandosi di fatto in enclave esentasse.
A Porto Rico alcune aree sono diventate paradisi fiscali per cripto-imprenditori; in El Salvador il presidente Nayib Bukele ha lanciato Bitcoin City.

Il caso più emblematico resta Prospera, in Honduras: nata come “area economica speciale” sull’isola di Roatán, ispirata al progetto delle charter city del Nobel Paul Romer, ha attirato capitali grazie a tasse minime e autogoverno. Ma oggi è in un limbo: Romer l’ha disconosciuta e la Corte Suprema honduregna l’ha dichiarata incostituzionale. La disputa è ora internazionale.

Praxis e la sfida ideologica

Oggi l’attenzione si concentra su Praxis, progetto turbocapitalistico e ideologico, che incarna una visione tecnoautoritaria verso cui alcuni tycoon della Silicon Valley stanno cercando di spingere Donald Trump. La novità non è solo l’ambizione finanziaria, ma il luogo ipotizzato: la Groenlandia, territorio strategico nel mirino di Washington.

Fondata nel 2020, Praxis dichiara di voler “rivitalizzare la civiltà occidentale” attraverso città tecnolibertarie. L’ispirazione è l’utopia ultraliberista di Ayn Rand, ma con un obiettivo politico più esplicito: contrastare l’ascesa del Sud del mondo e riaffermare la centralità dell’Occidente.

I fondatori e i finanziatori

I fondatori, Dryden Brown e Charlie Callinan, non provengono dall’élite accademica. Brown racconta di aver maturato l’idea dopo i disordini seguiti all’uccisione di George Floyd. Attorno a loro, però, si è raccolto il gotha dell’economia digitale:
oltre a Thiel, Sam Altman (tramite Apollo Projects), i fratelli Winklevoss twins, Joe Lonsdale, e inizialmente anche Sam Bankman-Fried. L’ideologo è Balaji Srinivasan, autore di The Network State, manifesto che propone di superare Stato-nazione e frontiere a favore di un arcipelago di enclave digitali.

La scommessa su Trump

Finora, Praxis è rimasta un’idea: un ufficio a Soho, a New York, e una lunga lista di missioni fallite, dalla California al Mediterraneo. Ma i finanziatori sono pronti a investire centinaia di milioni di dollari.

La nuova scommessa è politica: Trump, appassionato di criptovalute e di primato tecnologico americano, potrebbe vedere di buon occhio un esperimento nei ghiacci. Se Washington dovesse davvero rafforzare il controllo sulla Groenlandia, un lembo di terra potrebbe diventare il laboratorio di questa utopia privata.

Resta il dubbio di fondo: laboratorio del futuro o enclave autoritaria travestita da libertà? La storia delle città-Stato dei tycoon, finora, invita alla cautela.

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Cultura

È morto Frederick Wiseman, maestro del documentario americano aveva 96 anni

È morto a 96 anni Frederick Wiseman, maestro del documentario e autore di 45 film. Leone d’oro alla carriera nel 2014 e Oscar onorario nel 2017.

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È morto a 96 anni Frederick Wiseman, tra i più influenti documentaristi contemporanei, regista per il cinema e il palcoscenico, produttore e fondatore della Zipporah Films.

Ad annunciarlo sono stati la sua società di produzione e la famiglia. Per quasi sessant’anni Wiseman ha costruito un corpus cinematografico unico, dedicato all’analisi delle istituzioni sociali e dell’esperienza quotidiana, soprattutto negli Stati Uniti e in Francia.

I premi e il riconoscimento internazionale

Nel corso della carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia nel 2014 e l’Oscar onorario nel 2017.

I suoi film, da Titicut Follies fino al più recente Menus-Plaisirs – Les Troisgros, sono stati celebrati per la complessità narrativa, la forza drammatica e lo sguardo umanista.

Tra le opere più note figurano High School, Law and Order, Hospital, Public Housing, Near Death, Domestic Violence, At Berkeley e National Gallery. In totale ha prodotto e diretto 45 film.

Il suo cinema tra documentario e finzione

In occasione del Leone d’oro alla carriera, Wiseman aveva spiegato di non vedere una distinzione sostanziale tra documentario e fiction.

Realizzava film con una struttura drammatica, concentrandosi sugli aspetti complessi e sottili del comportamento umano. La tecnica poteva cambiare, ma l’obiettivo restava lo stesso: mettere lo spettatore nella condizione di osservare e giudicare autonomamente.

Rivendicava la scelta di non utilizzare interviste o voci narranti, preferendo che il pubblico avesse la sensazione di essere presente nei luoghi filmati. Non indicava mai esplicitamente cosa pensare, ma costruiva un contesto in cui ciascuno potesse formarsi un’opinione.

Una vita tra cinema e riservatezza

Wiseman si definiva “un po’ solitario” rispetto all’ambiente cinematografico. Non amava le dinamiche competitive del settore e ha mantenuto per tutta la carriera una posizione indipendente.

Era rimasto sposato per 65 anni con Zipporah Batshaw Wiseman, scomparsa nel 2021. Lascia i figli David ed Eric e tre nipoti. Con lui ha lavorato per decenni anche la collaboratrice Karen Konicek.

Con la sua scomparsa si chiude un capitolo fondamentale del cinema documentario mondiale, segnato da uno sguardo rigoroso, libero e profondamente umano.

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Cultura

Allemandi rilancia: nasce il Tg dell’Arte e torna Vernissage nel 2026

La Società Editrice Allemandi chiude il primo anno con ricavi in crescita dell’80% e annuncia per il 2026 il Tg dell’Arte, il ritorno di Vernissage e nuovi progetti editoriali e librari.

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La Società Editrice Allemandi, editore de Il Giornale dell’Arte, chiude il primo anno della nuova gestione con un aumento dei ricavi dell’80% e annuncia un piano di sviluppo che punta a trasformare l’azienda in una media company a 360 gradi.

La società è oggi guidata da Intesa Sanpaolo, Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo.

Il Tg dell’Arte e il ritorno di Vernissage

Tra le novità per il 2026 spicca la creazione del Telegiornale dell’Arte, format settimanale dedicato al mondo artistico, co-ideato e condotto da Nicolas Ballario, che sarà distribuito sulle piattaforme digitali.

Torna inoltre Vernissage, storico inserto che rinasce come magazine semestrale di approfondimento e dibattito culturale. Il progetto editoriale è firmato dal direttore Luca Zuccalà insieme ad Alessio Vannetti e Jacopo Bedussi.

È previsto anche il rilancio del Giornale delle Fondazioni, lo sviluppo dei servizi museali e il potenziamento dell’attività libraria.

Un ecosistema editoriale

Il Giornale dell’Arte ha raggiunto le 200 pagine mensili nell’edizione cartacea, con una tiratura media di 20mila copie e picchi di 30mila, oltre 1,5 milioni di visualizzazioni online e un archivio digitale di 55mila pagine.

Dal 2025 sono attive un’area premium e un nuovo e-commerce. Dopo l’apertura della sede di Milano, sono previsti presìdi a Venezia e Roma.

I libri evento del 2026

Nel catalogo 2026 figurano volumi come “Bernini e Barberini”, “Giovanni Gastel. Rewind”, collegato alla mostra a Palazzo Citterio, e “Giorgio Armani. Milano per amore”, legato all’esposizione alla Pinacoteca di Brera. Torna inoltre “Le fabbriche del design”, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Salone del Mobile di Milano.

Secondo il presidente Michele Coppola, i risultati raggiunti rappresentano lo stimolo per proseguire nel percorso di innovazione e consolidamento del progetto editoriale.

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Cultura

Homo sapiens, incisioni geometriche di 60 mila anni fa su gusci di uova di struzzo

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Le più antiche forme geometriche attribuite all’Homo sapiens sono incise su centinaia di frammenti di guscio di uova di struzzo rinvenuti tra Sudafrica e Namibia e risalenti a oltre 60 mila anni fa.

È quanto emerge da uno studio dell’Università di Bologna pubblicato sulla rivista PLOS One.

Analisi geometrica e statistica su 112 frammenti

I ricercatori hanno analizzato 112 frammenti provenienti da due siti archeologici del Sudafrica e da uno in Namibia. L’indagine è stata condotta con un approccio quantitativo e sistematico, applicando metodi di analisi geometrica e statistica finora mai utilizzati su questi reperti.

La ricostruzione dettagliata di linee, angoli e traiettorie ha mostrato che i segni incisi non sono casuali. Oltre l’80% delle configurazioni presenta regolarità spaziali coerenti, con un uso ricorrente di angoli prossimi ai 90 gradi e di gruppi di linee parallele.

Pianificazione visuo-spaziale e operazioni cognitive complesse

Le composizioni più elaborate – bande tratteggiate, reticoli e motivi a rombo – rivelano operazioni cognitive come rotazione, traslazione, ripetizione e “embedding”, cioè la costruzione di livelli gerarchici di segni sulla stessa superficie.

Secondo Silvia Ferrara, coordinatrice dello studio e docente al Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’ateneo bolognese, le incisioni mostrano una vera pianificazione visuo-spaziale, come se l’autore avesse già concepito l’immagine complessiva prima di inciderla.

Valentina Decembrini, prima autrice della ricerca, sottolinea che la capacità di trasformare forme semplici in sistemi complessi seguendo regole definite rappresenta un tratto profondamente umano, che attraversa i millenni dalla decorazione ai sistemi simbolici fino alla scrittura.

Lo studio contribuisce così a ridefinire le origini del pensiero astratto, collocandole molto più indietro nel tempo di quanto finora documentato.

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