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Ciro Mertens deve restare a Napoli: la petizione di Ultrámici su Change.org

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Una petizione perchè Dries Mertens rimanga a Napoli:  gli ‘Ultramici’ del Napoli, gruppo Facebook con più di 6 mila tifosi azzurri nel mondo, l’ha lanciata sulla piattaforma Change.Org. Il calciatore è considerato un ‘napoletano’ vero ed anche se il calcio moderno ci ha insegnato che non esistono più ‘le bandiere’ come una volta, questo non vale per Napoli e per il Napoli quando si parla di lui, Dries Mertens. Il folletto belga che ha segnato in maglia azzurra più di qualunque altro giocatore nella storia del club partenopeo è entrato a pieno titolo nel cuore della città (oltre che dei tifosi), ambientandosi nella quotidianità napoletana, come nessuno mai e come più volte egli stesso ha dichiarato e dimostrato.


Un tutt’uno non solo con la squadra (ultimo gol, il numero 143, bellissimo contro la Fiorentina in Coppa Italia, due giorni fa) per amore della maglia, ma soprattutto per la città e per la gente di Napoli . Un amore che Dries, per tutti Ciro, e la moglie Kat non mancano di sottolineare. E nascerà all’ombra del Vesuvio il loro primo bambino che verrà alla luce a marzo.


Il contratto del campione belga, che a maggio compirà 35 anni, è in scadenza a giugno, dopo 9 anni in azzurro. Non è un mistero che Dries voglia restare ma De Laurentiis, dopo aver più volte fatto presente la politica del Napoli di ridurre il monte ingaggi della rosa – confermata dalla partenza di Lorenzo Insigne a fine della stagione destinazione Toronto – probabilmente non eserciterà l’opzione del rinnovo di un anno all’attuale cifra (5 milioni). Tutti si augurano che possa avviarsi una nuova trattativa volta a non perdere il giocatore, ragazzo di rara sensibilità, cultura, intelligenza e simpatia tanto da essere gradito al popolo napoletano con un ruolo nella società anche quando avrà appeso le scarpette al chiodo. Perché conoscendo l’atleta, l’attaccamento a Napoli e al Napoli va oltre la questione economica e allora la soluzione potrà essere sicuramente trovata.
Singolare comunque l’iniziativa che gli Ultràmici hanno lanciato sulla piattaforma Change.Org : una petizione per la raccolta firme intitolata “Ciro Mertens deve restare a Napoli” che in poche ore ha raccolto oltre 1.000 adesioni.


“Ci sono calciatori che ti restano nel cuore a prescindere dal loro rendimento in campo. Se poi sono dei campioni in grado di infiammarci l’anima ad ogni invenzione geniale, allora forse è il caso di far sì che non restino soltanto nel nostro cuore, ma anche a casa nostra – ha dichiarato Alberto Feola, presidente Ultràmici – e Dries Mertens è entrato nella storia del Napoli, perché fa spogliatoio, perché accetta qualsiasi avversità della vita col sorriso sulle labbra, perché quel sorriso ci illumina la vita ogni volta che fa gol. NAPOLI ha proprio bisogno di persone come lui”.

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Cronache

Il “prete di strada” Cardinale Matteo Zuppi alla guida della Cei

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Sogna una Chiesa che “sta per strada” che “parla a tutti e vuole raggiungere il cuore di tutti” e “parla l’unica lingua che e’ quella dell’amore” per farsi capire “nella babele del mondo”. Sono le prime parole che il cardinale Matteo Zuppi pronuncia come neopresidente della Conferenza episcopale italiana davanti ai giornalisti ai quali, con una battuta, chiede di “essere clementi e misericordiosi”. Misericordia e sostegno la chiede pero’ innanzitutto alla Madonna di San Luca che “a Bologna qualche volta viene prima del Padreterno”. Poi ringrazia il Papa “per la fiducia” e i vescovi dei quali sente “il sostegno”, e allora questa nuova responsabilita’, quella di guidare la Chiesa italiana, pesa un po’ meno. Tra i tanti auguri arrivati, Zuppi riceve anche quelli del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, riconoscendo “la gia’ rilevante e riconosciuta azione pastorale svolta come arcivescovo di Bologna”, confida in questo nuovo ruolo “alla guida e al servizio della Chiesa nel nostro Paese, confermandola quale prezioso punto di riferimento per la societa’ italiana”. Con Zuppi la Cei volta pagina e si appresta ad incarnare quel modello di ‘Chiesa in uscita’ tanto cara a Papa Francesco . Oggi il saluto, a tratti un po’ commosso, del cardinale Gualtiero Bassetti che ha guidato la Chiesa italiana in anni complicati, specialmente gli ultimi segnati dalla pandemia che lo ha toccato anche di persona. Torna a parlare anche della necessita’ di un rinnovato impegno dei cristiani in politica, un impegno “laico” e non clericale, auspica l’arcivescovo di Perugia-Citta’ della Pieve che si appresta a lasciare anche la guida della diocesi. Bassetti tocca nell’introduzione anche un tema delicato, quello della pedofilia: “Confermiamo il nostro impegno per la tutela dei minori e la prevenzione degli abusi. Vogliamo ambienti sicuri e a misura dei piu’ piccoli e vulnerabili. Per questo, come gia’ ribadito in altre occasioni, intendiamo promuovere una migliore conoscenza del fenomeno degli abusi per valutare e rendere piu’ efficaci le misure di protezione e prevenzione”. Un impegno, a dire il vero, ancora vago e generico, che forse non sara’ ritenuto sufficiente dalle associazioni delle vittime che proprio questa settimana hanno indetto una campagna per sollecitare la Chiesa italiana ad una indagine indipendente, come fatto da altri episcopati nel mondo. Zuppi, una vita nelle periferie della Capitale, prima di arrivare a Bologna, si e’ formato nella Comunita’ di Sant’Egidio ed e’ pensabile che anche da presidente Cei terra’ fisso lo sguardo sugli ultimi ma anche sui conflitti. Parla della “terribile” guerra in Ucraina ma sottolinea che “non bisogna dimenticare tutti gli altri pezzi delle altre guerre” che fanno parte di quella terza guerra mondiale a pezzi di cui parla sempre il Papa. L’attesa e’ che imprimera’ una svolta ma mantenendo anche una continuita’ del cammino della Chiesa italiana: per questo ringrazia Bassetti e cita i defunti Antonio Poma e Ugo Poletti che guidarono in passato la Cei. Vedra’ nei prossimi giorni anche Camillo Ruini e Angelo Bagnasco, annuncia subito dopo l’elezione, lasciando intendere che la sua presidenza non vuole essere di rottura con il passato. Camminare insieme nella Chiesa e andare per strada dove e’ la gente. “Ascoltare”, e’ l’altro verbo che ripete avvertendo che “l’ascolto ferisce ma ascoltando si fanno proprie e si capiscono le tante sofferenze” che la Chiesa come “madre” e’ chiamata a sanare. Nella terna erano stati indicati anche il cardinale di Siena Paolo Lojudice e il vescovo di Acireale monsignor Antonino Raspanti. E’ da vedere se questo gradimento arrivato dai vescovi sara’ considerato da Papa Francesco per altri ruoli.

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Esteri

Isis pronto a uccidere Bush a Dallas, Fbi sventa piano

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Uccidere il responsabile della distruzione dell’Iraq in quella Dallas gia’ teatro nel 1963 dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Era questo il piano di una cellula dell’Isis per assassinare l’ex presidente George W. Bush. Un complotto organizzato nel dettaglio ma sventato dall’Fbi grazie a due suoi informatori e al monitoraggio online. La mente dell’operazione, l’iracheno Shihab Ahmed Shihab, covava da anni odio contro Bush e cercava vendetta per l’invasione dell’Iraq nel 2003. Giunto negli Stati Uniti nel 2020 e in attesa di una risposta alla sua domanda di asilo, l’uomo viveva a Columbus, in Ohio, da dove tesseva la tela per portare a termine la sua missione, uccidere il 43mo presidente degli Stati Uniti. Dopo mesi trascorsi a elaborare strategie con presunti complici in altri paesi del Medio Oriente, Shihab alla fine del 2021 era pronto a colpire con l’aiuto di un commando fatto entrare dal Messico. Lo scorso novembre e’ volato in Texas per un sopralluogo: ha filmato la casa dell’ex presidente e il George W. Bush Institute, secondo quanto emerge da una richiesta di mandato di perquisizione depositata dall’Fbi lo scorso 23 marzo. Nello stesso periodo ha rivelato a uno degli informatori sotto copertura dell’agenzia federale il suo piano e gli ha chiesto aiuto per ottenere un “badge falso” della polizia con cui poter agire piu’ liberamente. Il suo piano includeva anche trovare e uccidere un ex generale iracheno che ha aiuto’ gli americani durante la guerra del 2003 e che, secondo indiscrezioni, vive negli Usa sotto copertura. Dei due informatori, con i quali era entrato in contatto per ottenere documenti falsi dell’immigrazione, Shahib si fidava tanto da accettare di usare un cellulare che gli avevano fornito. Uno smartphone che poi si e’ rivelato fatale per la sua operazione. A loro aveva raccontato di essere parte dell’unita’ di ‘Al-Raed’ e rivendicato di aver ucciso molti americani in Iraq fra il 2003 e il 2006 con auto imbottite di esplosivo. E con loro era entrato anche nei dettagli della sua missione, rivelando che un gruppo di sette persone sarebbe stato inviato negli Stati Uniti per uccidere Bush. Il commando includeva quattro suoi connazionali che sarebbero dovuti arrivare da Iraq, Turchia, Egitto e Danimarca. Uno di questi era il “segretario di un ministro delle finanze dell’Isis”, aveva raccontato a uno degli informatori, spiegandogli che i quattro uomini appartenevano all’ex partito Baath di Saddam Hussein ed erano in “esilio politico” perche’ contrari all’attuale governo iracheno. Il commando sarebbe dovuto entrare negli Stati Uniti illegalmente dal Messico, dove doveva atterrare con semplici visti turistici. Una volta portata a termine l’operazione avrebbe lasciato gli States con le stesse modalita’. Shihab sembrava fiducioso considerato che era gia’ riuscito a far entrare negli Stati Uniti almeno due uomini associati ad Hezbollah al prezzo di 50.000 dollari l’uno. Grazie ai suoi due informatori a pagamento, l’Fbi e’ riuscita pero’ a sventare il complotto e a fermare l’uomo, attualmente sotto la custodia delle autorita’. “Il presidente Bush ha tutta la fiducia del mondo nel Secret Service e nell’intelligence”, afferma un portavoce dell’ex presidente. Proprio Bush negli ultimi giorni e’ scivolato sull’Iraq. In una gaffe che non e’ passata inosservata ha confuso l’Ucraina con l’Iraq mentre criticava Vladimir Putin per la sua “ingiustificata e brutale invasione”. Le stesse parole che furono rivolte alla sua amministrazione nel 2003, quando il presidente autorizzo’ l’operazione in Iraq, motivandola con la necessita’ di eliminare quelle armi di distruzioni di massa che poi non furono mai trovate.

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Esteri

Erdogan verso un blitz in Siria, sfida alla Nato

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Ankara e’ pronta a colpire ancora i curdi nel nord della Siria. Mentre si tiene ben strette le chiavi della porta d’ingresso della Nato, continuando a minacciare il veto contro Svezia e Finlandia proprio per il sostegno ai “terroristi” curdi, Recep Tayyip Erdogan torna a minacciare un’offensiva oltre confine. “I principali obiettivi di queste operazioni saranno aree che sono centri per attacchi contro il nostro Paese”, ha affermato il presidente turco, annunciando una campagna che iniziera’ “presto”. Sebbene il presidente non lo abbia detto esplicitamente, e’ chiaro che i territori nel mirino dell’intervento armato sarebbero quelli ancora controllati dai curdi siriani, a lungo sostenuti dagli Usa in funzione anti-Isis. Ankara li ritiene invece terroristi, allo stesso modo dei militanti curdi di Turchia del Pkk, le cui basi in nord Iraq sono al centro di un’altra operazione turca iniziata solo poche settimane fa. In Siria, l’obiettivo e’ completare “una zona di sicurezza profonda 30 km al nostro confine meridionale”, ha detto Erdogan, rispolverando il progetto di un’area sotto il completo controllo di Ankara al confine tra Siria e Turchia. Un’idea accarezzata gia’ alla fine del 2016 quando, nella Siria settentrionale, prese il via una campagna militare non solo contro i curdi ma anche contro il sedicente Stato islamico, che all’epoca si stava ritirando. In quasi 6 anni, l’Isis e’ stato neutralizzato e la Turchia ha davvero preso il controllo di una vasta porzione della Siria del nord, dove i soldati turchi proteggono i siriani oppositori del presidente Bashar al Assad e lo spazio per i curdi si e’ ridotto sempre di piu’. I toni usati da Erdogan fanno pensare a un’azione imminente, mentre domani si recheranno ad Ankara delegazioni di Svezia e Finlandia, a cui la Turchia ha chiesto di abbandonare il sostegno -finanziario e con la fornitura di armi – agli stessi curdi obiettivo dell’operazione. E’ questo che vuole Ankara in cambio dell’appoggio all’adesione alla Nato di Helsinki e Stoccolma. L’annuncio di un’operazione militare alla vigilia della visita delle delegazioni scandinave rende piu’ complessa la decisione che i due Paesi si troveranno a prendere. E il contesto della guerra in Ucraina gioca a favore di Erdogan, rappresentando un possibile elemento di distrazione nell’opinione pubblica occidentale, e magari anche di alcune cancelliere interessate al ruolo di mediazione di Ankara con Mosca. La nuova campagna militare ha anche una dimensione legata alla politica interna. Se Ankara riuscira’ a prendere completamente il controllo dell’area, sara’ piu’ facile per Erdogan trasferire in quella zona un milione dei siriani rifugiati in Turchia, sui 3,7 milioni totali. Un obiettivo gia’ annunciato dal presidente a inizio mese. E l’idea potrebbe essere apprezzata non solo dai suoi elettori, ma anche da molti altri considerato che, secondo numerosi sondaggi, la maggior parte della popolazione percepisce con sempre piu’ frustrazione la presenza dei rifugiati, che da anni sono ospitati nelle citta’ turche.

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