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Ciro Dries Mertens a Capri, bagno di folla in Piazzetta e festa con lacrime da Verginiello

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È sbarcato a Capri con la moglie Kate e il loro bambino, Ciro. Capelli biondi, in forma perfetta, solito sorriso da scugnizzo e consueto bagno di folla in piazzetta. Decine di tifosi del Napoli e non solo l’hanno voluto salutare, chiedere autografi, foto. Come di consueto Dries Mertens  non si è mai sottratto. Il campione belga, top scorer di tutti i tempi nel Napoli, resterà qualche giorno nell’isola azzurra. Relax assoluto, un po’ di mare e qualche incontro con amici capresi. Dries a Capri è di casa. In serata ha cenato da Nino Florio alias Verginiello, a pochi passi dalla mitica Piazzetta.Qui ha trovato una torta caprese con una spolverata di zucchero a velo e la scritta “Grazie di tutto Dries.

Chi c’era racconta di lacrime e molto dispiacere per Dries e la sua signora per come si è conclusa l’avventura napoletana. Ma come sempre un comportamento misurato, elegante, mai polemico. Resta però l’amore di Dries e Kate per Napoli e i napoletani. L’anno prossimo Mertens non sarà più in azzurro, ma a Napoli nessuno lo dimenticherà mai. Al pari di Maradona, Mertens è entrato nel cuore di tutti non solo come calciatore ma come napoletano. Nelle prossime ore sapremo dove giocherà Mertens che ha tante richieste e anche da club importanti in Italia e all’estero. A Verginiello che gli ha regalato l’emozione della torta e dei ringraziamenti, Droga ha donato una maglietta dei diavoli rossi del Belgio col numero 14 autografata.

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Esteri

Snowden giura fedeltà a Putin, prende passaporto russo

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Edward Snowden ha completato il guado del suo Rubicone. Nove anni dopo la sua valanga di rivelazioni di documenti segretissimi sulle intrusioni nella vita privata da parte delle agenzie d’intelligence di tutto il mondo e la sua fuga all’estero, due anni dopo aver ottenuto la residenza permanente in Russia e tre mesi dopo dopo essere diventato cittadino russo, l’esperto informatico ed ex consulente dell’Nsa ha pagato il prezzo dell’asilo: il primo dicembre – ma la notizia è trapelata il giorno dopo – ha giurato la sua fedeltà alla Federazione russa in cambio della consegna del passaporto, che gli mancava da quasi 10 anni.

Un traguardo che non era probabilmente quello che Snowden avrebbe scelto quando nel 2013 decise di violare le sue consegne professionali e di desecretare migliaia di documenti top secret. Subito dopo essersi licenziato da contractor dell’Nsa alle Hawaii, l’allora trentenne Snowden volò a Hong Kong, da dove fece le sue rivelazioni alla fine di maggio. Inseguito a breve giro da mandato di cattura emesso il 21 giugno 2013 dal Dipartimento di Giustizia Usa per violazione della legge sullo spionaggio e per furto di proprietà governative, Snowden s’imbarcò per Mosca: un semplice scalo verso Cuba e poi l’Ecuador, al quale voleva chiedere asilo.

Ma la sua corsa si fermò all’aeroporto moscovita di Sheremetyevo, dove gli agenti gli tolsero il passaporto, che il governo degli Stati Uniti gli aveva nel frattempo annullato. Rimase in una sorta di limbo per oltre un mese, prima che le autorità russe gli concedessero – anche in funzione anti-americana – un permesso di soggiorno con diritto d’asilo per un anno, che poi divenne di due, eccetera. Che fosse o meno la sua nuova patria d’elezione, la Grande Madre Russia divenne de facto la sua prigione: una prigione in cui si è sicuramente rifatto una vita, conscio di essere una pedina in un gioco politico che la guerra in Ucraina ha poi intensificato all’infinito.

Come per Julian Assange, Snowden è diventato eroe della libera informazione per alcuni, traditore e codardo per altri. E le sue battaglie simboliche sono continuate mentre lui percorreva il lungo guado del suo Rubicone. Nel 2016 fu nominato presidente della Freedom of the Press Foundation, ong di San Francisco dedita a proteggere la libertà di parola e la tutela dei giornalisti. Nel 2019 presentò online il suo libro autobiografico Permenent Record, che diede forma alle sue rivelazioni sulla sorveglianza segreta e la libertà individuale, pubblicato dalla newyorkese Metropolitan Books. Da aspirante cittadino russo, ha continuato a lavorare nel campo dell’IT e ha sposato Lindsay Mills con la quale ha avuto due figli.

In un’intervista dell’ottobre 2018 disse: “In Russia non posso dire di essere al sicuro. Ma la vera domanda è: questo è importante? Non mi sono fatto avanti per stare al sicuro. La Russia – disse – non è casa mia, è il mio luogo di esilio”. Le rivelazioni del ‘whistleblower’ Snowden, che disse di aver così finalmente liberato la sua coscienza, dopo averci lottato per anni da addetto all’intelligence, aprirono un vaso di Pandora sulle molte e variegate sfaccettature dei programmi di sorveglianza globale, senza confini nazionali. Cose che nel 2013 erano solo oggetto di congetture e di sui si sapeva pubblicamente poco o nulla. Tirò in ballo non solo l’Nsa, per la quale lavorava, ma anche l’alleanza d’intelligence dei Five Eyes (fra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda) e varie compagnie di telecomunicazioni, accusati di intrusioni indebite nelle vite delle persone, per motivi leciti e illeciti, comunque senza permesso. Snowden fece le sue rivelazioni a un pool di giornalisti e le sue storie apparvero sul Guardian, sul Washington Post e altri giornali. Il numero dei file segreti pubblicati resta incerto, ma si stima che siano fino a 200.000 solo per gli Stati Uniti e un numero che oltrepassa il milione e mezzo in totale.

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Esteri

Musk svela i Twitter Files sui segreti di Hunter Biden

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Lo aveva promesso e l’ha fatto. In una nuova controversa mossa Elon Musk svela i ‘Twitter Files’ su come la precedente gestione della società che cinguetta è giunta alla conclusione di limitare e bloccare l’accesso all’articolo del New York Post sui ‘segreti’ contenuti nel personal computer di Hunter Biden – dalla sua vita privata ai suoi affari esteri – nei giorni precedenti alle elezioni del 2020.

Il patron di Tesla non pubblica direttamente i documenti ma ne concede l’accesso a Matt Taibbi, il giornalista da sempre critico della censura online e sui media, con cui lascia intendere di aver collaborato nella valutazione. Taibbi in una lunga serie di tweet descrive il contenuto delle carte visionate, ne allega alcune e giunge alle sue conclusioni.

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Nel tweet numero 18 afferma: “Twitter ha preso misure straordinarie per sopprimere la storia” del computer di Hunter Biden del New York Post “rimuovendo link e mettendo in guardia su quello che poteva essere ‘non sicuro’. Hanno anche bloccato la sua trasmissione diretta via messaggio, uno strumento riservato ai casi estremi come la pedopornografia”.

I documenti fanno luce sul dibattito interno a Twitter sul blocco dell’articolo, mettendo in evidenza il dissenso e la confusione su una decisione successivamente definita sbagliata anche dall’ex amministratore delegato di Twitter, Jack Dorsey. Sullo stop all’articolo del New York Post da parte di Twitter il dibattito impazza da anni, con i conservatori che da sempre parlano di censura.

I ‘Twitter Files’ sono accolti con soddisfazione proprio dai repubblicani e dai media conservatori, che vi leggono una rivincita sulla veridicità della storia – già confermata comunque in precedenza – e soprattutto su come le decisioni all’interno di una Twitter liberal venivano prese. Per Musk la nuova provocazione serve a dimostrare come in passato avveniva una sorta di ‘soppressione’ della libertà di espressione, alla quale la sua Twitter 2.0 sfuggirà. E quasi – secondo alcuni osservatori – a giustificare la sua riammissione di figure controverse sulla piattaforma, fra le quali esponenti di estrema destra.

L’impegno alla libertà di parola a tutti i costi di Musk è stato comunque già messo alla prova dal rapper Kanye West: l’ex marito di Kim Kardashian, appena riammesso, è stato sospeso di nuovo dalla piattaforma per incitamento alla violenza dopo una serie di cinguettii antisemiti. Secondo alcune recenti ricerche su Twitter si è assistito a un aumento senza precedenti di messaggi di odio da quando Musk ne ha assunto la guida.

Prima del patron di Tesla gli insulti contro gli afroamericani comparivano sul social in media 1.282 volte al giorno, ora invece il numero è salito a 3.876. Lo stesso vale per gli insulti ai gay: si è passati da 2.506 volte al giorno alle attuali 3.964. I post antisemiti sono schizzati del 61% nelle prime due settimane di Musk alla guida. Dati preoccupanti ai quali il patron di Tesla risponde con la promessa di una seconda puntata dei ‘Twitter Files’.

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Esteri

Il Venezuela e la crisi russo-ucraina: interessi strategici, geopolitica dell’energia, culture morali della guerra

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Si potrebbe dire che il Venezuela è il più sofisticato sistema d’arma, di nuovissima generazione, impiegato dal “fronte Biden” nel conflitto russo-ucraino. E tuttavia non lo dirò. Tocca all’intelligenza collettiva rendersene conto. Metabolizzando l’idea che si possono combattere guerre atroci, senza soldati propri, bensì servendosi di militari altrui e, soprattutto, di strumenti bellici privi di uomini in armi (droni, profughi, sanzioni).

Qualcuno, a proposito dell’attuale America first, parla di doppiopesismo. E sarebbe facile unirsi al coro di quanti sostengono l’uso strumentale della moralità nella politica internazionale degli Stati Uniti. Stabilendo arbitrariamente chi è buono e chi è cattivo. Quanto uno Stato sia buono o cattivo. Quale sia il calendario delle punizioni, con la loro modulabile intensità. Béh, sì: grande è la tentazione di dire: insopportabile. Ma neppure questo dirò.

Il conflitto russo-ucraino. C’è la guerra sul campo e c’è quello che accade sui mercati per leadership globale della Cina di Xi e gli Usa di Biden

Dirò invece: si può fare. Il Venezuela ha messo sotto gli occhi di tutti, in modo chiaro e irrefutabile, che si può fare. Quel che sosteniamo da tempo su questo giornale: qualsiasi accordo si può fare, anche se n.o.n. un accordo qualsiasi. Sulla base di un compromesso, un’intesa si trova: purché si abbia la volontà di venirsi incontro. Rinunciando alle pre-condizioni capestro, alle imposizioni, allo spirito punitivo. E dunque: si è chiuso un preliminare, complesso negoziato a Città del Messico, con la mediazione della Norvegia, della Francia, della Colombia, del Messico ospitante. Un negoziato tra il Venezuela e gli USA, tra il potere in carica a Caracas e la variegata piattaforma delle opposizioni. Si, avete capito bene: quelle opposizioni a cui Nicholas Maduro dava la colpa di tutto, quella inconcepibile “destra golpista, interventista, terrorista e progringa”. 

Nicholas Maduro. Il regime chavista è da sempre nel mirino degli Usa 

Senza dimenticare che nell’accordo è incluso l’impegno per libere e trasparenti elezioni nel 2024, con supervisione internazionale. 

E ciò, nel nome altamente morale del popolo venezuelano, con i suoi sette milioni di profughi disperati (numerosi come quelli ucraini), con la violenza endemica, con la malnutrizione, con l’impossibilità di curarsi, con la degradazione della società e del territorio. 

Grazie a questo accordo, il cattivissimo Maduro si veste di nuovi panni, ora che il petrolio venezuelano (la prima riserva mondiale) può servire a parare le defaillances lasciate dal petrolio russo in giro per il mondo a causa dell’embargo americano e Occidentale. 

Shanghai Cooperation Organization. Di recente anche l’Iran è stato ammesso allo SCO

Dal suo canto, la Chevron (profitti per oltre 11 miliardi di $ nel 3° trimestre 2022, con utili addirittura sestuplicati per le vendite fuori dagli USA), ha avuto dalla Casa Bianca un “permesso” di sei mesi per riavviare un processo estrattivo ridotto al lumicino con la PDVSA, l’azienda di Stato venezuelana per il petrolio. E’ solo il primo passo, s’intende. Sarà necessario almeno un quinquennio ed investimenti di 12 miliardi di $ l’anno per rimodellare una geopolitica dell’energia destrutturata dalla crisi ucraina. Una geopolitica degli idrocarburi che:

  1. Faccia sparire (o quasi) la Russia dalla mappa delle relazioni energetiche fossili dell’Occidente,
  2. Ri-orienti in modo ancora più accelerato la dimensione “asiatica” delle politiche energetiche russe, con in primo piano la Cina, l’India, e i paesi della SCO (Shanghai Cooperation Organization) di cui si è riaffermato il senso geopolitico di vasto respiro lo scorso settembre a Samarcanda (ne abbiamo ragionato su juorno.it).
  3. Conviva con un punto interrogativo enorme sulle ralazioni nucleari civili, dominate alla Russia e tutt’oggi attivissime, grazie al gigante atomico Rosatom: più di 300 imprese, 275.000 impiegati, operai, tecnici, contratti firmati con 50 Paesi in tutto il mondo; sui 440 reattori nucleari in esercizio sul nostro pianeta, almeno 80 sono di concezione russa. 
  4. Recuperi a questo vasto disegno incentrato per ora sul Venezuela in funzione antirussa, i riottosi Paesi del Golfo e primariamente l’Arabia Saudita che, sebbene sia stata recentemente “riabilitata” da Washington,  non dimenticherà facilmente di aver sperimentato sulla sua pelle il doppiopesismo americano, con il padrone di Ryad, il principe Mohammed bin Salman, accusato di essere un assassino, mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi presso il consolato saudita di Istanbul (2018).
  1. Sganci il Venezuela dalla rete di alleanze –Cina e Russia, soprattutto- che ne ha garantito la sopravvivenza negli anni bui delle sanzioni americane.
  2. Rimetta in moto, in questi nuovi scenari, a tutela degli interessi sub-continentali, i Paesi latino-americani, le “nuove sinistre” in grado di dialogare con quel Venezuela che uscirà dalle elezioni del 2024, e primariamente il Brasile di Lula, dopo il letargo bolsonarista. 

Si è fatto a Città del Messico per Caracas? Si può fare a Istanbul per Kiev e per Mosca, anche se la Russia, potenza atomica, non è il Venezuela. Ebbene si faccia! Si trovino i punti di intesa, le composizioni possibili, fuori dalla territorial trap, i compromessi accettabili per gli ucraini e, ad un tempo, non umilianti per i russi. Si chiuda infine questa guerra, tanto lunga quanto inutile, per la quale nessuno sembra coltivare il buon senso di una praticabile ipotesi di pace      

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