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Choc pedofilia in Germania, smascherata una rete degli orrori con 30mila sospettati: abusi su bimbi e scambi di materiali pedopornigrafici on line

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I procuratori tedeschi ritengono di aver sgominato la più grande rete di pedofili che la Repubblica Federale tedesca ricordi.  Una rete che aveva la sua base nel Nordreno-Vestfalia. È qui che l’unità contro i crimini cibernetici indaga su 30mila persone. Sono trentamila sospetti pedofili.

Questo è quanto ha dichiarato alla stampa il ministro della giustizia del Land Peter Bisenbach. “Vogliamo far uscire dall’anonimato di Internet le persone che abusano dei bambini e quelli che li sostengono” ha detto Peter Bisenbach. L’indagine riguarda la distribuzione e il possesso di materiale pedopornografico oltre che diverse forme di abusi come gli utenti che sui forum si danno persino consigli su come rendere i piccoli più docili quando subiscono vessazioni sessuali.

Ministero della Giustizia del Land Nordreno-Vestfalia

Il primo luglio il ministero della Giustizia varerà una task force speciale contro i pedofili e i crimini orrendi della rete di pedofili. La ZAC (Zentrale Anlaufstelle Cybercrime ovvero unità centrale crimini informatici)  è guidata da Markus Hartmann. L’inchiesta è partita nell’ottobre 2019 quando la polizia ha arrestato un uomo di 43 anni a Bergish Gladbach con l’accusa di aver abusato della figlia quando era bambina. Secondo gli investigatori questo uomo, che per le accuse contestategli è da definire un orco, avrebbe filmato l’orrore di aver abusato della sua figlia e avrebbe condiviso il materiale video delle turpitudini commesse online con altri pedofili. È così che si è arrivati a smascherare un network di pedofili che arriva fino all’Austria e alla Svizzera. Fino ad oggi sono 70 le persone identificate e, lo scorso maggio, uno di loro è stato condannato a 10 anni di prigione.

Il ministro della giustizia del Land Nord-Reno Vestfalia Peter Bisenbach

Gli investigatori sono alle prese con una grande quantità di materiale che li sommerge di lavoro e rischia di rendere l’indagine molto lenta. In molti casi i sospettati sono degli sconosciuti, non ci sono nomi, ma indirizzi informatici che andrebbero identificati per arrivare a persone che fanno parte della rete di pedofili. Lo scorso giugno il ministro dell’interno di Nordreno-Vestfalia, Herbert Reul, aveva ammesso che “tanto più a lungo si cerca più casi si scoprono”.

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La rabbia in piazza a Beirut, rischio guerra civile: attacco ai ministeri e assalti alle sedi di Hezbollah

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La rabbia di una citta’ devastata e di un intero paese, scivolato da mesi nel baratro del collasso economico e politico, e’ scoppiata, con azioni senza precedenti da parte dei manifestanti anti-governativi. Dimostranti hanno preso d’assalto e occupato la sede del ministero degli esteri, nel cuore di Beirut colpita dall’esplosione di martedi’ scorso. Altri manifestanti hanno ‘impiccato’ un manichino del leader degli Hezbollah, Hasan Nasrallah, a un finto patibolo eretto a piazza dei Martiri. Nelle violenze di strada un poliziotto e’ morto e i feriti sono almeno 150. Questo mentre i vertici istituzionali continuano a prendere tempo rispetto alla pericolosa spirale di violenza in corso nel paese: il premier Hassan Diab e’ intervenuto con un laconico discorso tv, lanciando ai suoi stessi alleati governativi un “ultimatum” di due mesi, evocando elezioni anticipate. “Sono pronto ad assumere la responsabilita’ per i prossimi due mesi fino a che i partiti non troveranno un accordo sulla prossima fase. Lunedi’ proporro’ al governo elezioni anticipate”, ha detto Diab dal Serraglio, la sede governativa che sovrasta la zona del parlamento e Piazza dei Martiri, teatro di una vera e propria guerriglia urbana. Diab invoca “il momento della responsabilita’ collettiva. Vogliamo una soluzione per tutti i libanesi”, ha detto il premier, promettendo, come gia’ fatto nei giorni scorsi, che “presto emergera’ la verita’” sull’esplosione di martedi’ scorso, nel quale sono state uccise piu’ di 150 persone, 5mila sono rimaste ferite, anche gravemente, 300mila sono rimasti senza casa. In quello che appare come una svolta negli eventi in rapida evoluzione, i manifestanti in piazza hanno espresso la loro ira anche, e soprattutto, contro il leader degli Hezbollah filo-iraniani, Hasan Nasrallah.

E’ considerato dalla comunita’ sciita libanese e mediorientale un leader politico e religioso “intoccabile” soprattutto per il fatto che e’ un ‘sayyid’, un discendente del profeta Maometto. La scena del manichino di Nasrallah ‘impiccato’ a un finto patibolo in piazza dei Martiri ha suscitato l’attesa reazione di centinaia di suoi seguaci, che dal vicino quartiere di Zoqaq al Blatt hanno provato a scendere verso la piazza ma sono stati fermati da un cordone di militari sul Ring, la sopraelevata che si affaccia su piazza dei Martiri. Negli stessi concitati momenti, nel cuore di Ashrafiye, uno dei quartieri di Beirut piu’ colpiti dalla potente esplosione del 4 agosto, decine di attivisti guidati da un manipolo di veterani dell’esercito in pensione, hanno assaltato la sede del ministero degli esteri, considerato da tempo un feudo del partito del presidente della Repubblica Michel Aoun e di suo genero, l’ex ministro Gibran Bassil. Gli assalitori hanno sfondato la porta sopra le antiche scale di pietra e hanno strappato dal muro foto di Bassil e di Aoun, fracassandole a terra, pestandole, sputandoci sopra e pronunciando pesanti offese. Gli assalitori hanno appeso degli striscioni alle finestre di palazzo Bustros, con su scritto: “Beirut capitale della rivoluzione”. Stesse scene, qualche ora dopo, al ministero dell’economia. Un altro striscione recita: “Fuori le armi da Beirut”, in riferimento al fatto che da piu’ parti si e’ affermato in questi giorni che l’esplosione del porto possa essere stata provocata non da un “incidente” – come hanno affermato le autorita’ in un primo momento e come ha detto lo stesso Nasrallah nel suo discorso di venerdi’ – ma dalla detonazione di un deposito di missili di Hezbollah. In serata, altri manifestanti hanno preso d’assalto la super-fortificata sede dell’Associazione delle Banche, vicino a piazza dei Martiri. E altri attivisti si sono diretti alla sede del ministero dell’energia. Una guerriglia che rischia di non fermarsi.

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Decine i dispersi a Beirut, si cerca ancora ma le speranze sono poche

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Il fumo sale ancora da cumuli di cenere e macerie nel ‘Ground Zero’ del porto di Beirut, dove squadre di soccorritori libanesi, italiani e di altri paesi, giunti in Libano subito dopo la potentissima esplosione di martedi’ scorso, fanno una corsa contro il tempo sperando di salvare gli ultimi superstiti. La detonazione ha distrutto gran parte del porto di Beirut, dove rimangono ancorate relitti di imbarcazioni. La nave da crociera Orient Queen e’ riversa sul fianco destro. I membri dell’equipaggio sono morti. E sono tra le 154 persone uccise. Tra queste vittime ci sono anche 43 siriani, molti dei quali operai del porto. Delle oltre 5mila persone ferite, 120 sono in condizioni gravi e il bilancio potrebbe aggravarsi. E si contano ancora 60 dispersi. “Lavoriamo giorno e notte per trovare i dispersi ma le speranze sono appese a un filo”, afferma il generale Jean Nohra, a capo delle operazioni di soccorso dell’esercito libanese, durante una caotica conferenza stampa improvvisata di fronte a decine di giornalisti locali e stranieri assiepati nell’area del porto di Beirut. Secondo il ministero della sanita’ libanese, delle 154 vittime 25 non sono state ancora identificate. “Per ora abbiamo ritrovato soltanto brandelli di corpi… difficile dire a chi appartengano… alcuni sono stati identificati come i vigili del fuoco giunti qui dopo la prima esplosione. Sono stati disintegrati, erano vicinissimi al luogo della seconda e piu’ potente esplosione”. Ma il generale Nohra e il suo collega, il colonnello Roger Khoury, non vogliono rispondere alle insistenti domande dei giornalisti sulle cause del primo incendio, verificatosi martedi’ pomeriggio, dentro o forse vicino l’Hangar n.12, dove erano stoccate le 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio esploso in maniera devastante pochi istanti dopo. I due militari si limitano a dire che sono incaricati di fornire “informazioni tecniche sulle operazioni di soccorso”. L’Italia e’ presente nel ‘Ground Zero’ del porto di Beirut con una squadra di 17 esperti, tra vigili del fuoco e esercito, specializzati nel monitoraggio dell’ambiente potenzialmente contaminato proprio per proteggere il lavoro delle squadre di soccorritori. Queste sono coordinate dal Gruppo dell’Onu per la ricerca e il soccorso internazionale (Insarag) di cui fanno parte, oltre ai militari libanesi, squadre di soccorritori di vari paesi arabi ed europei. I loro gazebo si distinguono dall’imbarcazione militare messa a disposizione dalla marina libanese per mostrare ai giornalisti la zona disastrata dal mare. La sagoma sfigurata dei granai mostra il lato occidentale intatto, quello orientale distrutto. Gommoni militari si alternano sulle zone della ricerca subacquea. La linea dell’orizzonte e’ sempre la stessa ma le facciate dei palazzi sono tutte devastate. Un’ambulanza corre da una parte all’altra del porto. Si sparge la voce del ritrovamento di un corpo, “ma e’ senza vita”, afferma il generale Nohra. “Era uno dei tecnici della sala operativa, travolta da un pontile di ferro spesso diversi metri. Sapevamo che era ancora li’ sotto. Sono giorni che cercavamo di tirarlo fuori”.

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Beirut: bilancio sale a 157 morti e oltre 5mila feriti

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Sale a 157 uccisi e oltre 5mila feriti il bilancio ufficiale fornito dalle autorita’ libanesi delle esplosioni di martedi’ scorso avvenute al porto di Beirut e che hanno devastato diversi quartieri della citta’. Lo riferiscono media locali e regionali.

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