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Che cosa farà Di Maio? Dal caos dei 5s nascerà qualcosa di nuovo al Centro

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Il futuro di Luigi Di Maio. Il caos interno al M5s. Il ministro degli Esteri potrebbe giocare un ruolo di peso sia nel costruendo campo largo di centrosinistra, sia nel terzo polo a cui, con strategie diverse, stanno lavorando Matteo Renzi e Carlo Calenda. Dalle parti del Pd, la partita Di Maio viene seguita con attenzione. Gli sviluppi potrebbero complicare la ricerca di un’alleanza il piu’ possibile ampia da contrapporre alle destre, nel 2023. Dalle parti del centro, invece, per il momento porte chiuse al ministro degli Esteri. Almeno a parole. Il campo largo a cui sta lavorando Letta vuole unire la sinistra con il M5s e i partiti di centro, come Azione e Italia Viva. Finora, la saldatura c’e’ stata soprattutto con il M5s. Alle ultime amministrative, Pd e Movimento si sono presentati insieme nel 70% dei capoluoghi al voto. Se Di Maio uscisse, o se cambiasse gli equilibri all’interno dei Cinque stelle togliendo potere a Conte, il patto ne risentirebbe. Dalle parti del Pd, pero’, l’allarme non e’ ai livelli di guardia. Prima di tutto perche’ una fetta dei dem gia’ si sente piu’ vicina al Di Maio governista che al Conte col vizio di mettere i sassi nelle scarpe al presidente del consiglio Mario Draghi. E poi perche’ Letta ha buoni rapporti sia con Conte sia con Di Maio. Non solo, entrambi gli esponenti Cinque Stelle sono sempre stati a favore dell’alleanza progressista. “Se si dividessero, metterli insieme in una coalizione sarebbe un lavoraccio – scherzava un esponente Pd -. Ma gia’ adesso non e’ mica facile cercare di mettere insieme Conte con Renzi, Renzi con Calenda, Calenda con Conte… Il compito del Pd e’ provarci e continuera’ a farlo”. Nonostante Di Maio non abbia bussato alle porte dei partiti del centro, i big del terzo polo hanno gia’ detto che non le apriranno. Calenda ha palesato il suo “No” secco. Sulla difensiva anche Iv e Italia al Centro. Di Maio leader del terzo polo? “Non scherziamo – ha risposto Renzi – Di Maio ha cambiato idea su tutto”. E il presidente di Iv, Ettore Rosato: “Per noi – ha detto – non e’ una questione personale o di nomi, ma di politiche. Le politiche che mette in campo il M5s, con o senza Di Maio, sono alternative alle nostre”. Idem il governatore ligure Toti: “Ho un buon rapporto con Di Maio, ha costruito una sua credibilita’ politica. Ma che questo sia compatibile con la storia politica di tanti piccoli movimenti come il mio e’ tutto da vedere”.

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Salvini punta ai ‘politici’, ma resta sotto osservazione

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Con l’obiettivo di “costruire rapidamente la squadra di governo piu’ efficace possibile”, e fatta da ministri politici, Matteo Salvini affronta domani la prova interna del Consiglio federale. Il secondo – a distanza di 7 giorni e convocato stavolta a Roma, ufficialmente sul prossimo esecutivo – ma segnato inevitabilmente dall’allerta lanciata dalla fronda del nord, guidata da Umberto Bossi. ‘Salvini non sbagli (ancora) le sue mosse’, sembra l’avviso mandato al segretario leghista dal Comitato del nord, nato sull’onda della batosta elettorale. Implicitamente la vecchia guardia del partito chiede attenzione per farsi valere a Palazzo Chigi soprattutto sulle battaglie considerate perse. In testa c’e’ la riforma dell’autonomia e la priorita’ al nord, dalle imprese alle infrastrutture. La creatura di Bossi “non sara’ un’operazione nostalgia ma e’ il futuro” annuncia Paolo Grimoldi, tessera della Lega dal ’91 e uno dei bracci operativi scelti dal Senatur per il Comitato. Nega anche che sara’ una spina nel fianco del ‘capitano’, perche’ “si muovera’ all’interno del partito per rilanciare le priorita’ del sistema Paese che si tiene sulle imprese del nord”. Per tutto il giorno Salvini resta in silenzio, a parte l’ironia sul toto ministri (“A leggere i giornali oggi, dovrei fare il ministro in otto ministeri diversi. Lasciamoli scrivere e lavoriamo alla squadra migliore possibile”). Sul nuovo governo assicura: “Non vedo l’ora che entri in carica, abbiamo le idee chiare”. Certo e’ il profilo politico che il leader vorrebbe dare alla squadra: ministri espressione dei partiti del centrodestra, e non (altri) tecnici prestati alla politica. Non solo per differenziarsi dall’esperienza del governo Draghi, ma anche per contare nel rapporto con Giorgia Meloni, azionista di maggioranza della coalizione e probabile premier. In realta’ per la leader di FdI, il ricorso a ‘esperti’ sarebbe quasi una necessita’ in alcuni ministeri chiave come l’Economia, viste le emergenze internazionali in corso e le storiche difficolta’ dei conti nazionali. Da qui la ‘rosa’ di ministri – presumibilmente piu’ corposa nei numeri di quanto si otterra’ alla fine – che il segretario dovrebbe mettere sul tavolo domani. A parte un suo ritorno al Viminale, su cui Salvini non ha perso le speranze, i desiderata comprendono il ministero dell’Agricoltura (in pole Gian Marco Centinaio), quello delle Infrastrutture (tra i papabili, Edoardo Rixi di nuovo ‘disponibile’ dopo le vicende giudiziare che l’hanno coinvolto), lo Sviluppo economico che potrebbe restare a Giancarlo Giorgetti, la Pubblica amministrazione (anche qui un bis, con Giulia Bongiorno) e gli Affari regionali, trampolino per l’agognata autonomia (tra i papabili Erika Stefani o Lorenzo Fontana). Agli Interni si vocifera anche, quasi come un ripiego’, i nomi di Nicola Molteni, ex sottosegretario proprio al Viminale o il prefetto Matteo Piantedosi. Nomi a parte, il segretario resta sotto osservazione da parte dei ‘suoi’. Succedera’ domani in occasione del Federale, che torna a Roma dopo quasi un anno. L’ultima volta era il 14 novembre 2011 e nel partito c’era aria di redde rationem dopo le critiche di Giancarlo Giorgetti a Salvini, che fu invece ampiamente riconfermato. Ora, in piu’ ci sono i voti persi dalla Lega, e dimezzati rispetto al 2018, e specialmente al nord, dopo lo ‘scippo’ di Fdi.

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Meloni predica prudenza, ma sui ministri è alta tensione Lega-Fi

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“Prudenza”. Oltre al silenzio, suo e dei suoi piu’ stretti collaboratori, Giorgia Meloni invita tutti a non lasciare correre troppo la fantasia nel gioco del toto-ministri. La squadra quando sara’ il momento sara’ pronta e sara’ all’altezza, e’ il refrain che ripetono anche da Lega e Forza Italia, che si sono affrettati a specificare che l’esecutivo di centrodestra sara’ “politico”, dopo che la sola idea circolata nel fine settimana di una prevalenza di tecnici, e nei ruoli chiave, aveva sollevato un vespaio tra gli alleati. La leder di Fdi come oramai d’abitudine trascorre tutto il pomeriggio Montecitorio. “Leggo cose surreali che poi dovrei commentare” le uniche parole che dice prima di chiudersi negli uffici del gruppo a occuparsi dei dossier economici, la crisi dell’energia su tutti, con la “stella polare” della difesa dell’interesse nazionale. Al Consiglio europeo del 20 e del 21 ottobre molto probabilmente sara’ ancora Mario Draghi – con cui i contatti sono continui – a rappresentare l’Italia e, sottolineano da via della Scrofa, non c’e’ nessuna intenzione di creare “fratture” tra vecchio e nuovo governo. Ma i documenti, e la proposta italiana in arrivo, mettono le mani avanti da Fdi, sono quelli elaborati dall’esecutivo ancora in carica. Fazzolari e’ l’unico che si ferma a parlare coi cronisti. Oggi “c’e’ Cingolani”. E domani ancora non si sa – dice forse anche con una dose di scaramanzia – “chi avra’ le sue funzioni ne’ chi sara’ il premier”. Non entra nel merito del “borsino” dei ministri Fazzolari – che in molti vedono in pole come sottosegretario alla presidenza – ma minimizza le tensioni con gli alleati (“non c’e’ polemica sui tecnici”) e anche il polverone alzato dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Fa fede, assicura, il programma condiviso dal centrodestra che prevede, almeno per ora l’opzione minimal della flat tax incrementale e dell’aumento a 100mila euro della soglia per gli autonomi. Si vedono andare e venire anche Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli. E alla Camera si affaccia anche la neoeletta senatrice Lavinia Mennuni (che ha battuto nel suo collegio Emma Bonino e Carlo Calenda). Ma sulla composizione del puzzle nessuno si sbilancia. Bisogna fare presto, e’ la convinzione di tutti, perche’ le emergenze sono tante e servono risposte rapide. L’idea sarebbe quella di arrivare all’appuntamento del 13 ottobre con l’intesa tra alleati sul pacchetto completo, presidenze delle Camere e ministri, da sottoporre ovviamente poi al vaglio del presidente della Repubblica. Anche perche’ e’ un gioco a incastri: se, come risale nelle quotazioni di oggi, dovesse passare lo schema che vede Ignazio La Russa sullo scranno piu’ alto di Palazzo Madama e un leghista alla Camera – si fanno i nomi di Riccardo Molinari o di Giancarlo Giorgetti – Forza Italia andrebbe compensata con un ministero di peso come la Farnesina, dove resta in campo anche l’ipotesi Elisabetta Belloni ma a quel punto potrebbe andare invece Antonio Tajani, che sarebbe anche il capodelegazione di Fi al governo. Per Silvio Berlusconi, poi, in Consiglio dei ministri non potra’ mancare – e’ un suo puntiglio – la fidatissima Licia Ronzulli. Nell’idea del Cav potrebbe essere destinata alla sanita’ ma per quel dicastero si guarda a una figura con maggiori competenze specifiche. Altri papabili in casa Fi sono Alessandro Cattaneo e Anna Maria Bernini (che potrebbe anche essere riconfermata nel ruolo di capogruppo). Per gli Affari europei resta forte il nome di Raffaele Fitto, mentre al momento Giulia Bongiorno avrebbe perso il derby con Carlo Nordio per la Giustizia. E se resta ancora da riempire la casella del ministero dell’Economia (il pressing su Fabio Panetta si farebbe sempre piu’ incalzante) l’altro nodo ancora da sciogliere rimane quello del ruolo di Matteo Salvini, che domani fara’ la sua mossa riunendo il consiglio federale a Roma (Meloni fara’ un punto con l’esecutivo di Fdi mercoledi’). Il leader leghista – se davvero non dovesse spuntare il ritorno al ministero dell’Interno, cui guarda anche Tajani in alternativa agli Esteri – vorrebbe almeno la vicepresidenza del Consiglio. Che riaprirebbe all’ipotesi della prima ora di due vice.

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La Farnesina all’ambasciatore russo Razov: condanniamo i referendum farsa

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L’Italia “condanna i referendum farsa” organizzati dai russi nei territori occupati dell’Ucraina. E lo fa in modo ufficiale e diretto, attraverso le parole del segretario generale della Farnesina Ettore Sequi di fronte all’ambasciatore Serghey Razov, convocato stamattina al ministero degli Esteri. Un “messaggio comune, fermo, inequivocabile” dell’Ue, perche’ frutto di un’iniziativa coordinata, che dovrebbe portare tutti i 27 a denunciare le annessioni “illegali”. La protesta italiana, come era prevedibile, e’ stata pero’ “respinta categoricamente” dal diplomatico russo. Ad ulteriore conferma che i tradizionali buoni rapporti tra i due Paesi sono ormai un ricordo lontanissimo. Dopo il voto nei territori di Zaporizhzhia, Kherson, Lugansk e Donetsk, l’Ue ha deciso di fare muro in modo compatto contro lo strappo di Mosca, invitando tutte le cancellerie degli Stati membri a convocare gli ambasciatori russi. La macchina si e’ gia’ messa in moto in alcuni Paesi, dalla Francia alla Germania, dalla Polonia ai baltici. Inclusa l’Italia. Con Razov Sequi ha chiarito che Roma “non riconosce i referendum e non ne riconoscera’ l’esito”. Ed ha “esortato le autorita’ russe a revocare tali atti illeciti ed a ritirare immediatamente, completamente e senza condizioni” i soldati dall’Ucraina. Avvertendo che “la minaccia di impiegare armi nucleari e le gravissime violazioni dei principi e delle regole Onu minano la sicurezza globale”. Allo stesso tempo, Sequi ha ribadito che “l’Ucraina ha il diritto di liberare i territori occupati” e l’Italia “continuera’ a fornirle un forte sostegno per tutto il tempo necessario”. Proprio domani, al Copasir, e’ in programma l’audizione del ministro della Difesa Lorenzo Guerini che potrebbe illustrare i contenuti del quinto decreto per l’invio di materiali d’armamento a Kiev. Il rinnovato sostegno agli ucraini passera’ anche attraverso un rafforzamento della pressione economica su Mosca. L’ottavo pacchetto di sanzioni e’ arrivato sul tavolo del Coreper, i rappresentanti dei 27 all’Ue, con particolare attenzione al punto del price cap al petrolio. Con l’Italia “pienamente allineata ai partner nel valutare ulteriori misure restrittive”, ha assicurato il segretario generale della Farnesina. La replica russa al colloquio tra Sequi e Razov e’ stata affidata ad una nota piuttosto scarna, in cui si e’ spiegato che l’ambasciatore ha “respinto categoricamente le dichiarazioni della parte italiana e ha esposto le sue posizioni in merito alle questioni toccate nello spirito di quanto disposto dal discorso” di Vladimir Putin al Cremlino, nel giorno della cerimonia di annessione delle 4 regioni ucraine. Quello che conta, in ogni caso, e’ che per Razov si tratta della terza convocazione alla Farnesina in sei mesi. E l’intransigenza di Roma nei confronti di Mosca e’ destinata probabilmente a rimanere tale anche con un governo di centrodestra a guida Meloni. Alla Farnesina, ha puntualizzato infine Sequi, non e’ stato affrontato il tema del sabotaggio al Nord Stream, al contrario di quanto ipotizzato alla vigilia dal ministro Roberto Cingolani. Ma la crisi energetica resta tra le appendici piu’ spinose della guerra. Come dimostra, nel caso specifico dell’Italia, l’interruzione dei flussi di gas russo dall’Austria verso il Tarvisio. Questione ancora irrisolta.

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