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Chat riservate e segreti militari: nuove rivelazioni sul ‘chat-gate’ che coinvolge Pete Hegseth

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Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth avrebbe condiviso informazioni riservate su un attacco militare al gruppo Houthi in Yemen anche in una seconda chat privata su Signal, oltre a quella già emersa e finita al centro delle polemiche. A rivelarlo è il New York Times, che riporta come in questa conversazione partecipassero la moglie e il fratello del segretario alla Difesa.

Non solo un giornalista: anche familiari informati sulle operazioni militari

La notizia aggrava la posizione di Hegseth, già al centro di critiche per aver incluso un giornalista in una chat Signal in cui venivano discussi dettagli di un’operazione militare sensibile. Ora si apprende che altre informazioni classificate sarebbero state condivise con persone estranee all’amministrazione, tra cui membri della sua famiglia.

Crescono le pressioni sul Pentagono

La doppia esposizione di contenuti militari in ambiti non ufficiali riapre interrogativi sulla gestione della sicurezza delle informazioni all’interno della Difesa statunitense e rischia di generare nuove pressioni politiche su Hegseth, già oggetto di una possibile indagine interna.

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Esteri

Guerra in Iran, Trump: “Non c’è più nulla da colpire”. Ma cresce il malumore nella base Maga

Donald Trump sostiene che la guerra con l’Iran potrebbe finire presto, ma negli Stati Uniti cresce il malumore nella base Maga per i costi economici e militari del conflitto.

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sostiene che il conflitto con l’Iran potrebbe concludersi a breve perché, a suo dire, “non c’è più nulla da colpire”.

In un’intervista telefonica concessa ad Axios, il presidente ha dichiarato che le operazioni militari stanno procedendo secondo i piani e che i risultati ottenuti dalle forze americane sono stati superiori alle aspettative.

Trump ha affermato che l’offensiva “sta andando alla grande” e che la guerra terminerà quando lo deciderà la Casa Bianca.

Il nodo della resa iraniana

Nei giorni scorsi lo stesso Trump aveva indicato come condizione per la fine delle operazioni militari una resa incondizionata da parte di Teheran.

Una prospettiva che, allo stato attuale, appare distante, con le forze iraniane che continuano a condurre attacchi nel quadro di un conflitto che si è progressivamente esteso in Medio Oriente.

L’allerta dell’Fbi su possibili attacchi

Secondo informazioni diffuse dall’Fbi, esisterebbe il rischio che l’Iran possa tentare azioni ostili anche sul territorio americano.

In un’allerta diffusa dall’agenzia si fa riferimento alla possibilità che Teheran avesse ipotizzato, all’inizio del 2026, un attacco con droni lanciati da una nave al largo delle coste degli Stati Uniti contro obiettivi non specificati in California nel caso di raid americani contro l’Iran.

Lo stretto di Hormuz e la sicurezza delle rotte energetiche

Il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare sull’eventuale presenza di mine nello stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti per il traffico mondiale di petrolio.

Trump ha dichiarato di non ritenere che l’Iran abbia posizionato mine nella zona e ha assicurato che le navi saranno protette con un apparato di sicurezza rafforzato.

Secondo il presidente, le forze americane avrebbero già distrutto gran parte delle capacità navali iraniane e neutralizzato i principali sistemi di difesa aerea.

Le tensioni nella base repubblicana

Nonostante le dichiarazioni della Casa Bianca, negli Stati Uniti cresce il malumore all’interno della base Maga, che vede il conflitto come lontano dalle priorità della linea politica “America First”.

Le critiche si sono concentrate in particolare sul senatore repubblicano Lindsey Graham, sostenitore di una linea ancora più dura nei confronti di Teheran. Alcuni esponenti del Partito repubblicano gli hanno chiesto di moderare i toni per evitare timori di un possibile dispiegamento di truppe americane in Iran.

I costi della guerra

Secondo stime pubblicate da Forbes, il conflitto starebbe costando ai contribuenti statunitensi quasi un miliardo di dollari al giorno.

Fonti del Pentagono citate dal New York Times indicano che la prima settimana di operazioni militari in Iran avrebbe già comportato una spesa superiore ai 6 miliardi di dollari.

Se il conflitto dovesse prolungarsi, i costi complessivi potrebbero avvicinarsi ai 100 miliardi di dollari, una prospettiva che potrebbe avere conseguenze anche sul piano politico interno in vista delle elezioni di midterm di novembre.

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Esteri

Teheran in lutto per i leader uccisi nei raid: migliaia ai funerali nazionali nonostante la guerra

Migliaia di persone a Teheran per i funerali nazionali dei leader iraniani uccisi nei raid israelo-americani. Forte apparato di sicurezza nella capitale iraniana.

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Nonostante il rischio di nuovi bombardamenti, migliaia di persone sono scese in strada a Teheran per partecipare ai funerali nazionali degli alti funzionari iraniani uccisi nei recenti raid aerei attribuiti a Israele e Stati Uniti.

Le esequie hanno attirato la folla più numerosa registrata nella capitale iraniana dall’inizio della guerra, scoppiata il 28 febbraio.

Le persone si sono radunate soprattutto nell’iconica Piazza Enghelab, il cui nome significa “Rivoluzione”, e lungo i grandi viali circostanti. L’afflusso di manifestanti e cittadini ha creato un contrasto evidente con l’atmosfera delle settimane precedenti, quando molti residenti avevano lasciato la città a causa dei combattimenti.

Sicurezza rafforzata durante la cerimonia

L’intera area è stata presidiata da un massiccio apparato di sicurezza. Forze speciali armate e con il volto coperto sono state schierate lungo il percorso del corteo funebre e nei principali punti della capitale.

Tra gli agenti presenti, uno indossava una sciarpa nera con l’immagine dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei, figura centrale del potere iraniano per oltre tre decenni.

I leader militari e politici uccisi negli attacchi

Secondo le informazioni diffuse dalle autorità iraniane, nei raid sono rimasti uccisi diversi esponenti di primo piano dell’apparato militare e politico.

Tra le vittime figurano il capo di stato maggiore dell’esercito Abdolrahim Mousavi, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour, l’influente consigliere per la sicurezza Ali Shamkhani e il ministro della Difesa, generale Aziz Nassirzadeh.

I camion che trasportavano le bare dei funzionari e dei loro collaboratori hanno attraversato il centro della capitale accompagnati da una folla che sventolava bandiere iraniane.

Donne in chador e giovani con i ritratti della guida religiosa

Tra i partecipanti alle esequie erano presenti numerose donne vestite con il tradizionale chador nero. Alcune erano visibilmente commosse, mentre gruppi di adolescenti sventolavano ritratti della guida religiosa Ali Khamenei e di suo figlio Mojtaba.

Quest’ultimo è indicato da diversi osservatori come possibile successore alla guida del Paese.

Mojtaba Khamenei ancora assente dalla scena pubblica

Mojtaba Khamenei, religioso di 56 anni, non è ancora apparso in pubblico dopo essere rimasto ferito nello stesso attacco in cui sono morti il padre, la madre e la moglie.

La sua eventuale successione alla guida dello Stato rappresenta uno dei temi centrali del delicato momento politico che attraversa l’Iran mentre il conflitto in Medio Oriente continua ad allargarsi.

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Esteri

La rivoluzione dei droni iraniani: armi da 25 mila euro che stanno cambiando la guerra moderna

Dai primi modelli iraniani fino agli Shahed usati in Ucraina e nel Golfo: la diffusione dei droni a basso costo ha cambiato la strategia militare globale costringendo anche Usa, Russia e Cina ad adattarsi.

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Un’arma dal costo relativamente contenuto, stimato intorno ai 25 mila euro, ha contribuito a modificare in profondità la strategia militare contemporanea. I droni sviluppati dall’Iran, comparsi per la prima volta circa quindici anni fa, sono oggi uno degli strumenti più discussi nei conflitti moderni.

La Repubblica islamica annunciò nel 2010 il primo drone a lungo raggio, il Karrar, progettato per trasportare missili aria-terra. Due anni più tardi fu presentato lo Shahed-129, considerato il predecessore dei più noti droni kamikaze Shahed-136, utilizzati oggi in diversi scenari di guerra, tra cui il conflitto in Ucraina e le operazioni militari nel Golfo Persico.

Le origini della tecnologia dei droni Shahed

Sulle origini tecnologiche dei droni iraniani esistono interpretazioni diverse.

Secondo una versione diffusa, la progettazione sarebbe stata possibile grazie all’analisi di un drone statunitense Lockheed Martin RQ-170 Sentinel catturato dall’Iran nel 2011 nel nord-est del Paese.

Altri analisti ritengono invece che il progetto Shahed – termine che in persiano significa “testimone” – abbia affinità con un drone tedesco degli anni Ottanta, il Die Drohne Antiradar (Dar). In entrambi i casi il principio è simile: realizzare un’arma relativamente economica, destinata a colpire obiettivi strategici senza impiegare mezzi più costosi come aerei o navi militari.

Dall’attacco agli impianti sauditi alla guerra in Ucraina

La diffusione di questa tecnologia ha avuto uno dei primi effetti evidenti nel settembre 2019, quando droni Shahed-131 furono utilizzati negli attacchi contro gli impianti petroliferi della compagnia Aramco ad Abqaiq e Khurais, in Arabia Saudita. Le esplosioni provocarono incendi che richiesero ore per essere domati. L’azione fu rivendicata dai ribelli Houthi, ma venne attribuita da diverse analisi all’Iran.

Lo Shahed-131 ha una gittata stimata tra i 700 e i 900 chilometri. Il modello Shahed-136, più grande, lungo circa tre metri e mezzo e con un’apertura alare di due metri e mezzo, può raggiungere distanze superiori ai 2.000 chilometri.

Questi droni seguono coordinate geografiche programmate prima del lancio e vengono costruiti con una combinazione di componenti commerciali reperibili sul mercato internazionale, caratteristica che rende più complessa la loro intercettazione.

La diffusione globale della tecnologia dei droni a basso costo

Il modello iraniano ha influenzato anche altre potenze militari.

La Russia ha iniziato a produrre versioni proprie dei droni, denominati Geran-1 e Geran-2, impiegati nel conflitto contro l’Ucraina attraverso attacchi coordinati con sciami di velivoli senza pilota.

La Cina sta sviluppando sistemi di nuova generazione che, secondo alcune analisi, potrebbero integrare capacità di intelligenza artificiale. Anche gli Stati Uniti hanno avviato programmi simili, ispirati all’idea di droni d’attacco economici.

Il progetto americano Lucas e la nuova economia della guerra

Negli Stati Uniti è stato presentato nel 2025 il sistema Lucas, acronimo di Low-Cost Uncrewed Combat Attack System. Il nome richiama indirettamente la saga cinematografica di Guerre Stellari, ma indica in realtà una nuova generazione di droni militari a basso costo.

Questi sistemi possono essere lanciati da terra o da piattaforme mobili, sono collegati a reti satellitari come Starlink e hanno un costo stimato intorno ai 35 mila dollari, cifra comparabile a quella dei modelli iraniani.

Il confronto con i droni utilizzati negli anni precedenti evidenzia il cambiamento strategico. I velivoli MQ-9 Reaper, impiegati dagli Stati Uniti in missioni antiterrorismo in Medio Oriente e Asia, sono molto più sofisticati ma hanno un costo che può variare tra i 20 e i 40 milioni di dollari per unità.

In un contesto di guerra sempre più tecnologica e caratterizzata dall’uso massiccio di sistemi autonomi, la diffusione dei droni a basso costo rappresenta uno degli elementi destinati a influenzare profondamente l’evoluzione dei conflitti contemporanei.

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