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Cesare Cremonini e la musica “che nasce dal cuore, non dai numeri”

Dall’infanzia felice al successo, dai Lùnapop agli stadi pieni: il cantautore si racconta in una lunga intervista al Corriere della Sera.

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L’ultimo disco, Alaska Baby, è un successo. Il tour previsto per l’estate registra stadi già pieni. Eppure Cesare Cremonini, 45 anni, guarda al presente con uno sguardo che mischia orgoglio, malinconia e consapevolezza. In una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’artista bolognese si apre con sincerità, raccontando la sua storia, il suo percorso e le sue ferite.

«Ho sofferto, ho vissuto, ma oggi voglio assaporare il tempo»

«Non mi sento in credito, ma neanche in debito. Ho lottato e vissuto per questo», confessa Cremonini. Il successo, per lui, è un punto di partenza, non di arrivo. Oggi desidera “la campanella dell’intervallo”, il tempo per assaporare ciò che ha costruito: «La mia mente si espande solo nel confronto con chi è diverso da me. Le cose più belle nascono dal contatto o dallo scontro».

«La musica? Radici profonde. E non temo di invecchiare»

Sono passati venticinque anni dal debutto con i Lùnapop, e Cesare li celebra con uno sguardo lucido: «Volevo fare questo da sempre. Guardavo Fantastico, Quelli della notte e sognavo il palcoscenico. Oggi mi alzo all’alba, scrivo, cammino. Bologna mi protegge. L’ultima volta ho incontrato Vasco Rossi sotto i portici: mi ha detto che camminare è fondamentale. Aveva ragione».

«La malinconia nei miei occhi? È il cuore il mio centro»

Tra le righe dell’intervista emerge una profonda consapevolezza emotiva. «Nella mia vita ho conosciuto il dolore», dice. «Invece di incattivirmi, sono diventato cardiocentrico. Il cuore è il punto di incontro con la vita e con gli altri». Ma non tutto può o deve essere svelato: «Il pubblico è parte dell’opera, ascolta anche con gli occhi. E sa proteggerti».

«L’amore? Un trono ancora vacante»

Alla domanda sull’amore risponde con delicatezza: «Il mio trono è ancora libero. Vivo l’amore come una forma d’arte, ma non sono superficiale. Le sovrastrutture ci proteggono, ma non ci definiscono». Il dolore, per lui, è “elemento di connessione”, una materia con cui ha imparato a cucire l’anima.

«Il mio viaggio? Dai Lùnapop a Bob Dylan, passando per Pasolini»

L’infanzia, racconta, è stata felice, «ma non semplice». Cresciuto in una famiglia particolare, con un padre anziano e una madre molto più giovane, Cesare custodisce ricordi intimi e profondi, come le notti sotto le coperte con il fratello, a sbirciare il buio. E poi la musica: a 13 anni decide che va cantata in italiano, come i suoi miti: Battisti, Dalla, De Gregori, Vasco.

Il vero punto di svolta arriva però dopo il successo dei Lùnapop. «Mi tagliai i capelli rossi e partii: Argentina, New York, Bob Dylan, Pasolini, Gaber. Quando tornai, portavo con me “Maggese”». Un disco ignorato all’epoca, ma che oggi molti considerano una pietra miliare della sua maturità artistica.

«Mi hanno detto: “Non ti paghiamo per questo”. Ma sono andato avanti»

Dopo il grande successo giovanile, Cremonini affronta un decennio difficile. «Quattro album e tour con pochissimi paganti». Ma non si è mai arreso. «Con La teoria dei colori, nel 2012, ho ritrovato il mio pubblico. E insieme abbiamo ricominciato». Un percorso che lo ha portato a riempire gli stadi, come sognava. «Nessuno ce la fa due volte? Io sì, con i miei sogni ancora intatti».

«I numeri non contano. Conta l’anima delle canzoni»

Sui numeri, Cesare è netto: «Oggi i clic hanno svuotato il significato delle certificazioni». La musica, per lui, è ben altro. Una connessione umana, non un algoritmo. Per questo non teme la nuova generazione: «Li seguo e li ammiro. Ma non li invidio. Devono capire il valore del tempo e imparare a farsi le domande giuste».

«Il Cesare dei Lùnapop c’è ancora. Esce solo sul palco»

E quel ragazzino dai capelli rossi? «È chiuso in una gattabuia della mia anima. Ma lo faccio uscire quando salgo sul palco. Quando sento il boato del pubblico, lui è con me».

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Musica

“Note di Incanto Napoletano”, applausi a Lacco Ameno per il viaggio nel Secolo d’Oro della canzone

Successo all’Auditorium Leonardo Carriero di Lacco Ameno per “Note di Incanto Napoletano”, spettacolo ideato da Bruno Garofalo e dedicato al Secolo d’Oro della canzone napoletana. Sul palco, tra gli altri, Francesco Malapena, Susy Sebastiano, Sonia De Rosa e Francesco Viglietti. Giancarlo Carriero annuncia un progetto per portare spettacoli e tradizione musicale napoletana nell’Auditorium anche durante il periodo invernale.

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Tutti in piedi e applausi a scena aperta presso l’Auditorium “Leonardo Carriero” di Lacco Ameno, sull’isola d’Ischia, al termine di “Note di Incanto Napoletano”, lo straordinario spettacolo che, in una serata a dir poco magica, attraverso le melodie e la poesia del primo Novecento, ha condotto il pubblico in un piacevole viaggio musicale attraverso il “Secolo d’Oro della Canzone Napoletana”.

Lo spettacolo, ideato dall’apprezzatissimo regista teatrale Bruno Garofalo, stimato e fidato collaboratore del grande Eduardo De Filippo, e che ha avuto come madrina la famosa attrice e cabarettista napoletana Marisa Laurito, ha visto esibirsi sul palco artisti di primissimo piano.

A partire dall’attrice Alessandra Calabrese, che per l’occasione ha presentato la serata interpretando la maschera di Pulcinella, passando per Davide De Rosa alla chitarra e Antonello Guetta al mandolino, fino alle eccellenti voci di Susy Sebastiano, Sonia De Rosa, Francesco Viglietti e del tenore Francesco Malapena.

L’amore e Napoli protagonisti del viaggio musicale

Protagonista di questo viaggio melodico, anche attraverso le tammurriate, è l’amore, da cui prendono vita il mare, i vicoli, le piazze, i mestieri e i volti di Napoli, insieme alle emozioni più profonde: nostalgia, gelosia, sogni, speranze e rimpianti.

La rappresentazione unisce la tradizione della Canzone Classica Napoletana alle nuove tecnologie sceniche, con musica, immagini e luci che si fondono in un’esperienza immersiva capace di coniugare passato e futuro.

Lo spettacolo apre una finestra anche sul tema dell’immigrazione, attraverso la lettura della lettera con cui il celebre tenore Enrico Caruso, emigrato negli Stati Uniti agli inizi del secolo scorso, descriveva il suo traumatico viaggio e l’arrivo negli States.

Bruno Garofalo: «La tradizione è un punto di riferimento essenziale»

Il maestro Bruno Garofalo, figura storica del teatro in Italia e regista e scenografo di fama internazionale, ci ha spiegato il motivo per il quale ha creato prima lo spettacolo “Novecento Napoletano” e poi “Note di Incanto Napoletano”.

«Novecento Napoletano – ha affermato Garofalo – aveva lo scopo di rivalutare e di riproporre la grande canzone classica nel rispetto della partitura e dello scritto. Perché secondo me, cosa che ho imparato anche dal mio maestro Eduardo, la tradizione è alla base di qualunque operazione culturale. Che poi si può anche superare e mandare al quel paese per fare di più e di meglio, ma la tradizione è un punto di riferimento essenziale».

Malapena: «Portare avanti la tradizione napoletana»

Il tenore di fama internazionale Francesco Malapena, legatissimo all’isola d’Ischia, ha sottolineato l’importanza di continuare a tramandare la tradizione della canzone napoletana.

«Credo – ha dichiarato Malapena – di essere un piccolo figlio di quest’isola e portare avanti la tradizione napoletana sarà un piacere enorme. Speriamo di portarla avanti per tanto, tanto tempo ancora, così come hanno fatto tutti i grandi cantanti, da Caruso ai giorni nostri».

L’Auditorium “Leonardo Carriero” presidio culturale dell’isola

Un’ultima importante annotazione ci fa piacere riservarla all’Auditorium “Leonardo Carriero”, che ormai sull’isola d’Ischia rappresenta uno degli ultimi presidi culturali.

Un Auditorium dotato di un moderno palcoscenico in cui tradizione e innovazione tecnologica si fondono in un tutt’uno: dal classico sipario di colore rosso, pronto all’occorrenza ad aprirsi e chiudersi, al palco sul quale recitare e creare le diverse scenografie, fino all’enorme schermo alle sue spalle, utilizzato per proiettare video e immagini legati alle varie rappresentazioni.

E proprio a questo proposito il patron del rinomato Hotel Regina Isabella, l’ingegnere Giancarlo Carriero (nella foto sopra), ha annunciato che è in itinere un progetto per la realizzazione di spettacoli da tenersi anche durante il periodo invernale.

«Stiamo cercando di sviluppare ulteriormente l’Auditorium – ha sottolineato Carriero – sia grazie alla tecnologia sia con un progetto, di cui non posso dire molto perché è ancora agli albori, di ripresa della tradizione musicale napoletana, per mostrarla a beneficio di quanti più turisti possibile durante l’intera annata. Quindi non voglio dire di più, ma, come si intuisce, è un progetto molto ambizioso».

Un progetto che, se realizzato, contribuirebbe a rendere l’Auditorium “Leonardo Carriero” un punto di riferimento culturale dell’isola non soltanto durante la stagione turistica estiva, ma per tutto l’anno.

 

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Oasis, due concerti a Roma, Onorato rompe gli indugi: «Grazie per aver scelto la nostra città»

Alessandro Onorato conferma sui social l’arrivo degli Oasis a Roma nel 2027. Liam e Noel Gallagher sono attesi nella Capitale e, secondo il calendario provvisorio circolato sui media britannici, potrebbero esibirsi allo Stadio Olimpico il 24 e 25 luglio. I dettagli ufficiali saranno comunicati nelle prossime ore.

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Gli indizi erano ormai diventati una prova. Adesso arriva anche la conferma politica: gli Oasis suoneranno a Roma nel 2027.

A mettere praticamente fine al lungo gioco di indiscrezioni è l’assessore capitolino ai Grandi Eventi Alessandro Onorato, con un messaggio pubblicato sui social. «Gli Oasis a Roma. Grazie per aver scelto la nostra città, vi aspettiamo».

Poi l’annuncio dell’annuncio: «Domani altre informazioni». Restano dunque da conoscere ufficialmente date, modalità di vendita dei biglietti e tutti i dettagli dell’evento.

Due concerti all’Olimpico

Secondo il calendario provvisorio del tour circolato sui media britannici, Liam e Noel Gallagher (nella foto Imagoeconomica) dovrebbero esibirsi allo Stadio Olimpico il 24 e 25 luglio 2027.

Le due date, fino all’annuncio definitivo, vanno considerate ancora provvisorie.

Da settimane, però, tutto portava verso Roma. Gli Oasis avevano alimentato l’attesa pubblicando sui propri canali social una clip con una Vespa rossa tra i sampietrini e i vicoli di Trastevere, seguendo la stessa strategia utilizzata per disseminare indizi sulle altre possibili tappe europee.

Anche Liam Gallagher, durante la Mostra del Cinema di Venezia, aveva sostanzialmente confermato che Roma sarebbe entrata nel nuovo tour. Adesso è arrivato il messaggio di Onorato.

Il ritorno degli Oasis in Italia

Per il pubblico italiano si tratta di un ritorno attesissimo. L’ultima esibizione degli Oasis nel nostro Paese risale infatti al 2009, l’anno della separazione della band dopo la celebre rottura tra Liam e Noel Gallagher.

La reunion ha riportato sul palco uno dei gruppi simbolo del rock britannico degli anni Novanta, trasformando ogni concerto in un evento e riaccendendo anche in Italia l’attesa per riascoltare dal vivo brani come Wonderwall, Don’t Look Back in Anger, Champagne Supernova e Live Forever.

Roma sembra ormai aver vinto la sua partita.

Per sapere se saranno davvero due notti consecutive all’Olimpico, il 24 e 25 luglio 2027, bisognerà aspettare ancora poche ore. Ma sul punto più importante non sembrano esserci più dubbi: gli Oasis tornano in Italia. E hanno scelto Roma.

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In Evidenza

Muti suona Verdi nella villa ferita e strappa l’impegno del governo: «Tornerò quando i lavori saranno finiti»

Riccardo Muti porta la musica di Giuseppe Verdi davanti alla storica Villa di Sant’Agata e sollecita il suo recupero. Presenti i ministri Giuli, Foti e Mazzi. Il ministero della Cultura annuncia circa 20 milioni tra acquisizione, esproprio e interventi e assicura l’avvio dei cantieri.

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Le arie di Giuseppe Verdi risuonano nella casa dove furono pensate e composte. Davanti a una villa ancora segnata dalle crepe, dall’intonaco annerito e da anni di degrado, Riccardo Muti porta la musica del Maestro e ottiene dal governo un impegno preciso: i cantieri per il recupero di Villa Verdi stanno per diventare visibili.

A Villanova di Sant’Agata sull’Arda, nelle campagne tra Piacenza e Parma, sono arrivati tre ministri: il titolare della Cultura Alessandro Giuli, il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti e quello del Turismo Gianmarco Mazzi.

Una presenza che Muti, dopo le dure critiche rivolte nel pomeriggio all’inerzia accumulata negli anni, ha riconosciuto pubblicamente: «È un bel segnale la vostra presenza qui».

Giuli: «Stanziati circa 20 milioni»

Il ministro della Cultura ha annunciato l’avvio della nuova fase per il recupero della dimora verdiana, acquisita dallo Stato ma non ancora nelle condizioni necessarie per essere pienamente fruibile.

«Tra un po’ inizieranno a vedersi i cantieri», ha spiegato Giuli. «Il ministero della Cultura ha stanziato circa 20 milioni tra acquisizione ed esproprio di Villa Verdi dal settembre 2024, quando mi sono insediato, a oggi, compresi diversi milioni per restauri, rigenerazione dell’edificio e del giardino».

Secondo il ministro, dopo il completamento delle procedure amministrative successive al decreto ministeriale, «finalmente Villa Verdi comincerà ad essere rigenerata completamente».

Mazzi ha invece rivendicato l’impegno dell’attuale esecutivo: «Noi siamo stati il governo che ha acquistato Villa Verdi. Stiamo lavorando e la dimostrazione è che questa sera ci sono qua tre ministri intorno a Riccardo Muti».

Muti al pianoforte davanti alla casa di Verdi

Ma la protagonista della serata è stata soprattutto la musica. Davanti a meno di cento invitati, Muti si è seduto al pianoforte e ha accompagnato in acustico una selezione di pagine verdiane.

Una scelta fortemente simbolica: far tornare quella musica nel luogo in cui Verdi visse e lavorò, mentre sulla facciata sono ancora visibili i segni del deterioramento e il giardino è stato soltanto recentemente liberato dalle erbacce.

Il programma è culminato nel poco conosciuto “Notturno” e nel Requiem finale, registrato e diffuso dalle finestre della casa.

«Verdi si sentiva profondamente un contadino»

Muti ha ricordato anche il rapporto profondissimo del compositore con questa terra.

«Verdi si sentiva profondamente un contadino, si alzava al mattino alle 5, girava per i campi, osservava gli agricoltori, qualche volta anche nascondendosi dietro gli alberi per vedere se facevano il lavoro bene o come voleva lui».

Un legame con la campagna che, secondo il direttore d’orchestra, racconta anche il musicista: «La meticolosità, l’amore per i fiori, per i frutti, per gli alberi, per la terra è la stessa meticolosità con cui scriveva le sue partiture».

«Avremo sempre bisogno di Verdi e di Dante»

Alla fine della serata Muti ha riconosciuto il passo avanti compiuto, ma ha anche fissato idealmente un nuovo appuntamento.

«I lavori sono iniziati e questo è un segnale importante. Tornerò qui quando saranno finiti».

Poi una frase che va oltre il destino della villa e diventa una dichiarazione sul patrimonio culturale italiano: «Noi avremo sempre bisogno di Verdi, come avremo sempre bisogno di Dante. C’è bisogno di questa terra, c’è bisogno dell’Italia».

La sfida adesso è trasformare gli annunci e gli stanziamenti in un restauro capace di restituire al pubblico la casa di uno dei più grandi compositori della storia.

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