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 Černobyl’ di nuovo tra noi?

Angelo Turco

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Se non avete avuto modo di vedere la serie americana Chernobyl ( Černobyl’ ) su “La 7”, mandata di nuovo in onda nei suoi primi episodi ieri sera, bé affrettatevi a farlo. E intanto, non vi perdete le ultime puntate annunciate per giovedì prossimo. Una meticolosa rappresentazione “scientifica” dell’accaduto, con tutte le sue difficoltà ricostruttive.

Lassina Zerbo
@SinaZerbo
22 /23 June 2020, RN #IMS station SEP63 #Sweden🇸🇪 detected 3isotopes; Cs-134, Cs-137 & Ru-103 associated w/Nuclear fission @ higher[ ] than usual levels (but not harmful for human health). The possible source region in the 72h preceding detection is shown in orange on the map

Un racconto coinvolgente basato sul libro Preghiera per Černobyl’, della giornalista bielorussa Svjatlana Aleksievič, insignita del Premio Nobel per la letteratura nel 2015. Un sorprendente affresco dell’URSS gorbacioviana, prigioniera della cultura del sospetto e della “ufficialità della storia” ereditata dall’era Brežnev. Una straordinaria fotografia infine, capace di rendere, anche nelle giornate di sole, l’agonia di un mondo ormai spento dalla cenere del disastro atomico e dalla cupa mancanza di visione politica.

Lassina Zerbo @SinaZerbo 22 /23 June 2020, RN #IMS station SEP63 #Sweden🇸🇪 detected 3isotopes; Cs-134, Cs-137 & Ru-103 associated w/Nuclear fission @ higher[ ] than usual levels (but not harmful for human health). The possible source region in the 72h preceding detection is shown in orange on the map.

         Nel momento in cui la nostra sensibilità è sollecitata dalla fiction, e mentre il romanzo Des humains sur fond banc di Jean-Baptiste Maudet, un giovane scrittore e geografo francese, aveva già nei mesi scorsi richiamato quel ricordo,  giungono segnali importanti dal secondo turno delle municipali di Francia di ieri, a proposito della coscienza verde che va prendendo sempre più piede in Europa. Forse davvero la ripresa economica post-Covid si farà all’insegna di una crescente consapevolezza ambientale che, andando oltre le declamazioni di principio, leghi anche in Italia l’azione pubblica –incentivi fiscali, aiuti finanziari, investimenti strategici- alle tecnologie green e, non meno importanti, alle legislazioni green: poche e chiare, nette, efficaci. Priorità all’impresa, lo capiamo tutti, ma a quella che serve per produrre lavoro pulito, profitti puliti, cibo pulito, per mantenere aria e acqua pulite e, in definitiva, per un mondo pulito, anche oltre la transizione climatica. Eh sì, il clima, un’altra faccenda che è lì, in attesa!

          Nel frattempo, apprendiamo che in una vasta area subartica, comprendente vaste plaghe di Svezia e Finlandia, gli Stati baltici (Estonia, Lettonia) e una parte di Russia inclusa S. Pietroburgo, si segnalano valori “anormali” di radioattività. Sì, avete capito bene: radioattività. Di origine non naturale ma artificiale, sembra. Di provenienza civile e non militare, sembra. Non pericolosi per l’uomo, almeno ad oggi, sembra. Insomma , anche se in forma meno “esplosiva”,  Černobyl’ è di nuovo tra noi. Sembra. Già nel linguaggio, con la ricomparsa di termini inquietanti come cesio 137, cesio 134, rutenio 103…Già nel fatto che nessuno si assume la responsabilità di niente: e la prima a dire che nei suoi impianti locali tutto è a posto è Rosenergoatom, una società russa che gestisce ben due centrali atomiche per la produzione di energia elettrica. E già nel fatto, infine e per fermarci qui, che la radioattività, quella sì, viaggia nell’aria e una folata di vento la può portare facilmente tra noi, oggi come ieri.

          Ciò porta ad interrogarsi ancora una volta sul grado di inadeguatezza della tecnologia russa, ereditata da quella sovietica, nella gestione di produzioni pericolose. E ciò, non solo in campo nucleare, come è fin troppo evidente, ma altresì –e più ampiamente- in campo industriale: chimico ed energetico in specie. E’ sempre di questi giorni la notizia che da una fabbrica della Norilsk Nickel un gigante dell’industria mineraria che fa capo all’oligarca Vladimir Potanin, una quantità imprecisata di acque reflue utilizzate per il trattamento di minerale è stata riversata nella tundra artica. La società ha fatto sapere che si è trattato di un errore, e che ha provveduto a licenziare i responsabili materiali. Ma teniamo conto che la compagnia, che estrae dalla zona palladio, cobalto, platino e, appunto, nickel, oltre ad altri minerali, ha trasformato la città di Norilsk, città-Gulag posta a 69° di latitudine Nord -ossia oltre il Circolo Polare Artico- in un autentico inferno ecologico: vegetazione distrutta, roccia messa a nudo, intere reti fluviali inquinate, 2 milioni di tonnellate annue di sostanze pericolose immesse nell’aria. E teniamo anche conto che non più tardi di qualche settimana fa, la stessa società si è posta all’origine di un altro disastro ambientale con lo sversamento al suolo, in prossimità del fiume artico Kharayelakh, di qualcosa come 21.000 tonnellate di diesel. Un disastro di fronte al quale lo stesso V. Putin ha dovuto impegnarsi in prima persona, annunciando per quell’area lo “stato di emergenza”. Un buon segnale, visto che ci sono occupazioni che tanto assorbono il Presidente russo, come quella di giocare alla guerra negli scacchieri mediorientali (Irak, Siria) e nordafricani (Libia). 

          Insomma, è un problema di check-up tecnologico dell’industria russa, ma è anche un problema di trasparenza politica, in un contesto nel quale ogni informazione concernente la produzione industriale continua ad essere considerata come una specie di segreto di Stato. E, infine, è anche un problema di cultura d’impresa, che non si può solo riempire la bocca di espressioni come “corporate social responsibility”, ma deve assumere in modo credibile, sotto il profilo manageriale non meno che tecnologico, le sue piene responsabilità di etica pubblica. 

   

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Vista Mare, con la Fondazione Premio Napoli sul giardino pensile del Palazzo Reale di Napoli si legge Raffaele La Capria

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I Luoghi di Napoli, Magie e Incanti, la rassegna organizzata dalla Fondazione Premio Napoli e curata dal Presidente Domenico Ciruzzi e Stefano Valanzuolo è approdata sul giardino pensile del Palazzo Reale, un luogo, oramai difficilmente visitabile di una bellezza mozzafiato che permette di avere sul golfo e su parte della città la visione  che si erano riservati re e viceré per affermare il loro potere, ma anche per avere il polso degli umori popolari. Idealmente c’è tutto il Mediterraneo alla vista del mare dai giardini ed è proprio per questo che la Fondazione ha scelto questo sito per una delle tappe della rassegna titolandola “Vista mare: immagini dal Mediterraneo”. Ogni incontro della rassegna vede una scrittrice o uno scrittore scegliere pagine dedicate a Napoli, e un’attrice o un attore prestare corpo e voce per rinnovare la pratica antica e nobile della lettura pubblica. La musica, che ha il compito di fornire complemento emotivo alle parole e al gesto, è affidata agli strumenti e alle voci di protagonisti della scena contemporanea, italiana e internazionale. Questo quarto appuntamento ha visto l’attore Antonello Cossia, artista poliedrico e curioso, leggere brani scelti da Alessio Forgione, scrittore della nuova scuola partenopea.  A letture finite, dove si è spaziato tra le opere di Raffaele La Capria e lo stesso Forgione è arrivata  la musica del Fabrizio Bosso Quartet, la formazione che vede a fianco del celebre trombettista, il pianista Julian Oliver Mazzariello, il contrabbassista Jacopo Ferrazza e il batterista Nicola Angelucci, quartetto che con le sue note jazz ha ribadito l’internazionalità che questa città conosce e pratica da secoli. Il protagonista assoluto, però, è rimasto il Giardino pensile come lo saranno gli altri luoghi che toccherà la rassegna, Giardino che rappresenta un esempio mirabile di incontro tra natura e architettura, fin dal suo progetto iniziale voluto da Carlo di Borbone. Un restauro accurato, frutto di un paziente lavoro di ricerca conclusosi nel 2018, ne ha restituito l’aspetto ottocentesco, a partire dall’assetto botanico che è quello originario per tipologia e disposizione delle piante, tra cui spiccano le essenze di rose e agrumi. Quello di ieri come i prossimi saranno ingressi liberi su prenotazione (premionapoli.it oppure scabec.it/iluoghidinapoli). L’affluenza del pubblico è subordinata alle restrizioni imposte dalla normativa vigente per gli spettacoli, ma ciascuna delle serate viene ripresa dalle telecamere per fare in modo che un pubblico più vasto, attraverso le immagini, possa fruire degli eventi. La documentazione filmata dei dieci appuntamenti sarà post prodotta in un unico documentario che fisserà nel tempo questa esperienza che vede la città di Napoli regista e, potremmo dire, attrice protagonista. La rassegna è realizzata in collaborazione con la Direzione regionale Musei Campania con il coordinamento artistico di Alfredo Contieri, Alfredo Guardiano, Carmen Petillo e Francesco Morra  con l’organizzazione e la promozione di Scabec spa.

 

 

 

 

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L’identità di Raffaello nel volto ricostruito in 3D

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Dopo secoli di controversie la tecnologia ha finalmente ‘localizzato’ definitivamente i resti di Raffaello Sanzio. I resti custoditi nella tomba del Pantheon a Roma, ha trovato uno studio dell’universita’ di Tor Vergata, appartengono al pittore di Urbino. La conferma viene dalla prima ricostruzione facciale in 3D fatta a partire da un calco dei resti del pittore che e’ stata confrontata con gli autoritratti conosciuti dell’artista. Lo studio, annunciano gli stessi scienziati, sara’ prossimamente sottoposto per la pubblicazione alla rivista Nature. “Questa ricerca – dice Olga Rickards, antropologa molecolare dell’universita’ – fornisce per la prima volta una prova concreta che lo scheletro riesumato nel Pantheon nel 1833 appartiene a Raffaello e apre la strada a possibili futuri studi molecolari sui resti scheletrici, volti a convalidare questa identita’ e a determinare alcuni caratteri del personaggio correlati con il DNA come ad esempio i caratteri fenotipici (colore degli occhi, dei capelli e della carnagione), la provenienza geografica e la presenza di eventuali marcatori genetici che predispongono per malattie”. La ricerca e’ stata condotta in collaborazione con la Fondazione Vigamus e l’Accademia Raffaello di Urbino. “Finora – spiega Mattia Falconi, associato di Biologia molecolare a Tor Vergata – nonostante l’accuratezza delle indagini svolte in quell’anno (1833) dall’anatomista Antonio Trasmondo, principale artefice dell’ultima riesumazione di Raffaello, eseguita con i metodi non risolutivi del tempo ma all’avanguardia per l’epoca, non vi era certezza che i resti ritrovati e conservati nel Pantheon fossero realmente quelli del Sanzio”. Per fugare i dubbi e’ stato utilizzato un calco in gesso del cranio di Raffaello prodotto dal formatore Camillo Torrenti nel 1833 in occasione della riesumazione dell’artista. Inizialmente e’ stato determinato il profilo biologico dell’individuo in esame. La ricostruzione e’ stata eseguita manualmente al computer. Infine, la ricostruzione e’ stata confrontata con gli autoritratti di Raffaello e con dipinti di altri autori al fine di valutare la possibilita’ che il pittore fosse il soggetto rappresentato. “L’analisi morfologica e metrica del calco – spiega Falconi – ci ha permesso di stabilire che il cranio, mostrando caratteristiche fisiche compatibili con l’aspetto del personaggio, poteva appartenere a Raffaello Sanzio, giustificando in questo modo una eventuale fase di ricostruzione 3D del volto. I risultati finali ottenuti sono coerenti e completamente sovrapponibili con il profilo del grande Urbinate che ci e’ stato trasmesso da prove storiche e dalle sue opere artistiche”.

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Al museo MADRE arriva Carlo Verdone e la Fotografia aspetta da sempre delle risposte

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Nulla di nuovo sotto al sole (Ecclesiaste 1,10)

Frase usata, riusata e abusata, ma tuttora ricca di significato e satura di amara verità. Può, però una frase determinare le vite, le usanze, le tradizioni di intere popolazioni per migliaia di anni senza che esse tentino minimamente di cambiarle? Non spezzarle e sorpassarle, ma minimamente cambiarle, no, pare di no, pare che questo non si voglia proprio fare, anche, perché, forse è meglio che tutto cambi per non cambiare nulla e questo è il gattopardismo che ci ha sempre accompagnato e ancora ci accompagnerà. Nella querelle che ha accompagnato Clouds and Colors/Nuvole e Colori, , mostra fotografica del regista Carlo Verdone, si legge in trasparenza, come una sorta di carta velina che difficilmente può nascondere, tra le critiche alla mostra e alla gestione museale che ha ospitato l’esibizione, una chiara rivendicazione basata sul paradigma: perché lui si e altri no? Perché è famoso di suo? Perché è una operazione di marketing?  Perché è una merce di scambio? Perché è simpatico e conosce la dirigenza museale e curatoriale? Nessuno di questi quesiti, alcuni molto piccati e ben argomentati, ha però toccato il nervo che realmente è scoperto nelle istituzioni e  nella visione dei fruitori della fotografia, tutti, presi anche da una sorta di egocentrismo, nessuno si è chiesto ciò che è realmente la percezione della fotografia in questo paese, a che punto sia l’educazione visiva e cosa si fa e cosa facciamo tutti e cosa potremmo fare di più per far offrire sempre più opportunità di crescita della percezione visiva a chi non riceve da parte delle istituzioni e dei grandi canali multimediali informazioni simili. Ci meraviglia la Mostra di Carlo Verdone al Museo MADRE, ma pur apprezzando le due o tre o quattro importantissime iniziative legate alla fotografia, non si è percepito il Museo MADRE e le altre istituzioni museali cittadine come protagoniste attive nella divulgazione programmata e non occasionale della Fotografia stessa. Chiediamoci quando in città si sia sviluppato un serio discorso o dibattito sulla fotografia? E non solo in città, ma anche nel paese, infatti non è passato molto tempo dalla pubblicazione di un ignobile bando pubblico che chiedeva ai fotografi e non fotografi di fornire al MIBACT  immagini  a titolo puramente gratuito, con la ventilata ricompensa di una “certa” visibilità. Ecco, questa è l’esatta temperatura della considerazione che in Italia, e nella nostra città di riflesso, si ha della fotografia, tutta, a qualsiasi campo essa faccia riferimento. In città abbiamo e ancora abbiamo grandi fotografi/artisti, fotogiornalisti, cerimonialisti, fotografi di moda e di architettura, ma ancora aspettiamo quella che dovrebbe essere un istituto stabile della Fotografia, sia esso pubblico o privato. Villa Pignatelli continua nei suoi sforzi immani a presentarsi come Casa della Fotografia, ma senza alcuna risorsa reale che le permetta di programmare un percorso di conoscenza e valorizzazione che vada avanti negli anni.

Solo da poco tempo si percepisce la volontà da parte delle dirigenze passate e attuali di approfondire e sostenere questi discorsi, ma sempre con le difficoltà derivanti dai mancati sostegni economici sempre prospettati dall’alto, ma mai adempiuti. Ci meraviglia la mostra di Verdone al Museo MADRE, per altro, esposta non nei saloni centrali, ma nella più “riservata” e nascosta Sala delle Colonne, e forse bisognerebbe capire anche il perché di questa dislocazione, forse subliminale  segnale di discrezione da parte della istituzione oppure  volutamente scelto perchè ritenuto il posto che dove si può relegare la fotografia?  Ci meraviglia? Ma forse dovremmo chiedere al MADRE quale  siano le prossime mostre, che programmi hanno per la fotografia e per la sua divulgazione, come potranno rapportarsi alla fotografia nazionale, quella vera, quella attiva, quella che è nazionalmente e internazionalmente conosciuta e riconosciuta e ciò dovremmo chiederlo non solo al MADRE, ma a tutte le istituzioni museali cittadine che non hanno certamente brillato nella programmazione fotografica, pur anch’esse, sforzandosi di far entrare fotografie all’interno delle loro mura. La querelle di questi giorni, non avrebbe dovuto essere solo incentrata sulla qualità delle fotografie del buon regista e sulla opportunità di esporlo in un museo prestigioso, credo che questa opportunità di critica che ci è stata loro malgrado offerta, debba essere l’occasione per chiedere senza indugi l’esatta considerazione che le istituzioni museali, ma tutte, senza distinzioni, abbiano della fotografia e dei suoi protagonisti.

Non basterà una risposta di cortesia, che lascerebbe il tempo che trova, ma è doveroso chiedere alle istituzioni museali, ma a tutte, senza distinzioni, cosa abbiano intenzione di programmare nel corso dei prossimi anni per la fotografia nazionale e prima di tutto per quella cittadina. Napoli è una città fucina di fotografi artisti e autori, è la città che per prima si è dotata di un corso di laurea specialistica in fotografia presso l’Accademia di Belle Arti dal quale si è calcolato che nel corso degli anni, circa il  65% dei laureati ha trovato collocazione lavorativa e professionale in ambiente inerente la materia studiata e poi percorsa, sia essa con l’apertura di attività professionali individuali sia con l’insegnamento in città o in altre località del territorio nazionale. Una città dove Istituti, centri, laboratori e strutture organizzate, formano fotografi che poi si distinguono nei panorami professionali e sui mercati del lavoro. Oggi, dopo quello che molti, a ragion veduta, hanno definito Cloud and Colors/Nuvole e Colori, come lo scivolone del Museo MADRE, si deve cogliere l’occasione di chiedere a voce ferma quale sia la considerazione che in futuro la fotografia dovrà aspettarsi dalle istituzioni museali, bisognerà che rispondano e sta a tutti noi chiedere fermamente le risposte,  per capire se la Fotografia vedrà nascere la stagione della ricerca e della valorizzazione dei talenti, oppure se rimarrà relegata nel campo del marketing e del vacuo sensazionalismo.

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