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C’è un filmato di un gruppo jihadista, padre Maccalli e Nicola Chiacchio sono vivi e sono in Mali

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Il missionario italiano rapito nel 2018 in Africa, padre Pier Luigi Maccalli, e Nicola Chiacchio sono vivi. A dimostrarlo un filmato di 24 secondi che sarebbe stato girato nel nord del Mali pochi giorni fa. “Il gruppo jihadista che ha contattato indirettamente il nostro quotidiano non si è pero’ identificato”: lo scrive Avvenire che da’ la notizia. “Mi chiamo Pier Luigi Maccalli, di nazionalita’ italiana, oggi e’ il 24 marzo – inizia il breve audio pervenuto ad Avvenire -. Mi chiamo Nicola Chiacchio”. Il giornale dei vescovi riferisce che “come ulteriore prova di vita, abbiamo richiesto un fermo-immagine del video: i due ostaggi sono seduti uno di fianco all’altro. Maccalli a sinistra con gli occhiali scuri, la sua abituale barba bianca e folta, e un vestito tradizionale. Chiacchio, anche lui vestito tradizionalmente e con la barba lunga”. Maccalli, religioso della Società delle Missioni Africane (Sma), originario della diocesi di Crema, era stato sequestrato la sera del 17 settembre 2018 nella missione di Bomoanga, a circa 150 chilometri dalla capitale nigerina, Niamey. Da allora non si avevano piu’ notizie sulla sua sorte. Chiacchio, di cui si sanno poche cose, e’ stato rapito alcuni anni fa, probabilmente in Mali, mentre viaggiava nella regione come turista.

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Viaggia in taxi per 600 km ma si rifiuta di pagare, fermata dalla polizia

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Voleva vedere le dune innevate nella prefettura di Tottori, a ovest del Giappone, e ha deciso di chiamare un taxi dalla periferia di Tokyo nel mezzo della notte. Un viaggio lungo 600 chilometri che una donna di circa 40 anni ha deciso di intraprendere raggiungendo sul tassametro la cifra esorbitante di 236.690 yen, pari a 1.880 euro, rifiutandosi al termine della corsa di saldare il conto. Lo racconta il giornale online Asahi Shimbun, spiegando che alla richiesta iniziale del conducente se avesse i soldi disponibili per pagare la tariffa la donna ha risposto che li avrebbe prelevati a destinazione. Al termine del tragitto di 8 ore, dalla stazione di Totsuka a quella di Tottori, la passeggera ha pero’ detto che non era in condizioni di pagare e il tassista si e’ dunque rivolto alla polizia – che ha messo in stato di fermo la donna, in possesso di appena pochi spiccioli, racconta il giornale.

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L’ex amante Corinna Larsen racconta minacce e maneggio di milioni di euro del re emerito di Spagna Juan Carlos

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Corinna Larsen, amante per l’ex Re di Spagna, sarebbe stata minacciata da capo dei servizi segreti spagnoli per tenere la bocca ben chiusa sulla relazione extraconiugale reale. Il capo dell’intelligence spagnola (epurato dal nuovo Re nel 2019), il generale Félix Sanz Roldán è accusato di aver minacciato la bella cortigiana che era al corrente degli opachi movimenti finanziari internazionali del monarca. Risultato: la vittima, vera o presunta, è stata convocata dal tribunale spagnolo e, in video conferenza da Londra, dove risiede, ha rincarato spifferato quel che sapeva. Anche su minacce e provenienza delle minacce oltre che dei maneggi del Re  emerito Juan Carlos di Borbone. Una testimonianza che arriva nei giorni del dibattito politico in Spagna sul varo di una “Legge della Corona” per modernizzare la monarchia. Proprio a pochi giorni dalla mediazione del governo rosso-viola di Pedro Sánchez per placare le polemiche: Juan Carlos I manterrà il titolo di “re emerito” a vita e le future riforme saranno concordate con la casa reale e il re in carica, Felipe VI.
Socialista, Sánchez presiede un governo di coalizione con “Unidas Podemos”, il partito nato da una costola degli “Indignados” e guidato dal fervente repubblicano Pablo Iglesias.

Servizio segreto. Il generale Félix Sanz Roldán

È probabile che siano i monarchici, più dei repubblicani, a scandalizzarsi dell’intrigo amoroso (Corinna Larsen, divorziata dal principe tedesco Casimir zu Sayn-Wittgenstein, è stata la relazione extraconiugale più stabile e vistosa di Juan Carlos I), e forse anche degli ultimi sviluppi spionistici divulgati dalla protagonista. Le minacce risalirebbero al 2012, poco dopo la fine della love-story con il re, quando Félix Sanz Roldán la incontrò in un hotel di Londra, The Connaught, combinazione in Carlos place, per avvisarla che, se lei non avesse seguito le istruzioni, lui non avrebbe potuto “garantire la sicurezza fisica sua e dei suoi figli”. Tornata nella sua casa di Villars-sur-Ollon, in Svizzera, Corinna Larsen trovò, lasciato in bella vista, un libro sulla morte di Lady D nel tunnel dell’Alma e ricevette una telefonata anonima che alludeva in spagnolo alle gallerie tra Nizza e Monaco, dove risiede e gestisce i propri affari.
Ma i retroscena sui quali la magistratura svizzera, gli agenti del fisco spagnolo (e molti repubblicani) vorrebbero ascoltarla riguardano piuttosto i 100 milioni di dollari versati al re dall’Arabia Saudita e transitati su conti off shore, tra il 2008 e il 2012, quando Juan Carlos era protetto dall’immunità e dall’appoggio dell’ amante, omaggiata infine con 65 milioni di euro.


A dicembre i legali dell’anziano re, esule volontario ad Abu Dhabi, hanno presentato all’Agenzia delle Entrate una “dichiarazione integrativa” per gli anni 2016-2018, un ravvedimento operoso sostenuto da un conguaglio di 678 mila euro, a proposito dell’utilizzo (dopo l’ abdicazione) di carte di credito intestate a un imprenditore messicano già sotto inchiesta, Allen Sanginés-Krause, e alimentate da fondi fino ad allora sfuggiti al fisco spagnolo. Così i soci di governo hanno ricominciato a litigare sull’opportunità di istituire una commissione d’ inchiesta parlamentare sulle fortune occulte di Juan Carlos.

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Navalny arrestato al rientro a Mosca

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L’hanno fermato appena messo piede sul suolo russo. Era stato avvisato però che fosse tornato sarebbe stato arrestato. Aleksej Navalny, che si trovava da agosto in Germania dove i medici lo hanno salvato dall’ avvelenamento al Novichok che aveva subìto in Siberia, non aveva potuto presentarsi negli ultimi mesi ai controlli di legge proprio perché ancora convalescente. Ma il fatto di non essersi precipitato a Mosca ha spinto l’autorità penitenziaria a sospendere la libertà condizionale di cui il principale oppositore russo godeva. Il 29 verrà portato davanti a un tribunale che dovrà decidere se fargli scontare per intero i tre anni e mezzo ai quali era stato condannato nel 2014 in un processo per truffa giudicato ingiusto anche dalla Corte europea. Nelle ultime settimane, quasi a volerlo convincere che non era il caso di tornare in patria, è scattata una nuova denuncia di appropriazione indebita.Per questo reato potrebbe farsi fino a dieci anni dietro le sbarre. Decine di persone che erano in attesa del blogger, tra cui alcuni collaboratori del suo fondo anticorruzione, sono stati fermati. Navalny si è difeso spiegando che la Russia è casa sua e che non era all’estero per sua scelta “ma perché ero stato avvelenato”.
Fin dall’ inizio l’esponente dell’ opposizione ha accusato direttamente il Cremlino dell’attentato. Poi, con la collaborazione dell’organizzazione investigativa “Bellingcat”, ha individuato gli agenti dell’Fsb (il successore del Kgb) che lo avevano seguito in Siberia.
Negli ultimi giorni Navalny aveva telefonato a uno degli agenti del commando spacciandosi per un alto funzionario governativo. Nella conversazione registrata, l’uomo aveva raccontato di come lui e altri specialisti erano stati inviati in Siberia per far sparire le tracce del Novichok, soprattutto dalle mutande che erano state impregnate particolarmente “attorno all’area genitale”. La telefonata è stata definita falsa dal Cremlino.

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