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Lavoro

Caso Whirlpool, lettere di licenziamento a 320 operai

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Con le lettere di licenziamento ai 320 operai di via Argine, a Napoli, si e’ consumato un nuovo atto, forse uno degli ultimi, della vertenza Whirlpool. Ventinove mesi di speranze tradite, incontri serrati, cortei e proteste, promesse non mantenute e lacrime. Come quelle versate solo pochi giorni fa dalla viceministro Alessandra Todde scesa coraggiosamente nella “fossa dei leoni”, la sala teatro di via Argine, dove ad attenderla c’erano tanti operai, generosamente pronti ancora a dare fiducia all’azione di governo. Una fiducia venuta meno in queste ore, dopo l’ennesimo, deludente incontro al Mise. “Quindici giorni fa – ricordano gli operai – il ministro Andrea Orlando si impegnava a garantire la continuita’ occupazionale dei lavoratori. Ieri, dopo poco piu’ di due settimane, non conferma l’impegno assunto e verbalizzato allo stesso tavolo”. “A giorni – affermano Barbara Tibaldi, segretaria nazionale Fiom-Cgil e responsabile elettrodomestico e Rosario Rappa, segretario generale Fiom-Cgil Napoli – il Governo dovra’ convocarci con i ministri al Lavoro e dello Sviluppo economico che dovranno assumersi la responsabilita’ di costruire un percorso per dare continuita’ occupazionale alle lavoratrici e ai lavoratori di Napoli. Un percorso che scongiuri i licenziamenti, che per noi sono inaccettabili. La lotta proseguira’ fino a quando lo stabilimento di via Argine non riprendera’ a produrre. Non abbandoneremo mai le lavoratrici e i lavoratori”. E a far infuriare il sindacato e’ anche la tempistica di questa decisione. In queste ore, infatti, e’ attesa la sentenza del Tribunale di Napoli che dovra’ decidere sul ricorso presentato da Fim Fiom Uilm sulla condotta antisindacale della multinazionale americana. I legali delle tre organizzazioni non nascondono la propria rabbia. Quantomeno speravano che l’azienda congelasse l’invio in attesa della sentenza. Secondo Nicola Ricci, leader della Cgil Napoli e Campania, “la misura e’ colma: la multinazionale Whirlpool, con un tavolo di crisi del governo ancora in atto, con il coinvolgimento della Regione Campania e del Comune di Napoli, e attesa del pronunciamento del Tribunale di Napoli, avvia i licenziamenti dei lavoratori, dimostrando arroganza e mancanza di rispetto”. “Il Governo – precisano Crescenzo Auriemma e Antonio Accurso della Uilm Campania – deve garantire una soluzione all’altezza degli impegni presi da Giorgetti, Orlando e Draghi, in diversi momenti della vertenza, e non mortificare i mesi di lotta in cui tre esecutivi non hanno prodotto ancora niente di concreto”. Domattina alle nove i lavoratori tornano a riunirsi in assemblea. Il clima resta pesante e nessuno intende abbandonare le barricate. “Le lettere non ci intimidiscono e non ci fanno indietreggiare” afferma Giovanni Sgambati, segretario generale della Uil Campania. “L’ostracismo nei confronti di Napoli, dei sindacati e dei lavoratori e’ davvero inaudito – sottolinea Sgambati – ma noi continueremo ad insistere col Governo affinche’ trovi una soluzione straordinaria per dare continuita’ ai lavoratori, anche perche’ non possiamo affidarci alla sentenza del tribunale di Napoli e nella tanto auspicata accettazione del ricorso per condotta antisindacale”.

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Economia

Mercato lavoro in ripresa, a settembre +59mila occupati

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Mercato del lavoro in ripresa a settembre, con l’occupazione che torna a salire e la disoccupazione che scende (al 9,2%) ma non tra i giovani, tra i quali arriva a sfiorare il 30%. Un livello alto che piazza l’Italia al secondo posto in Europa. Ad aumentare in particolare sono i dipendenti a termine, mentre continuano a diminuire i lavoratori autonomi. Una dinamica che, nel complesso, riduce il gap dai livelli pre-pandemia, anche se restano ancora 300mila posti da recuperare. Positivo comunque e’ il segno dell’occupazione a settembre, come certificano gli ultimi dati Istat: dopo i cali registrati a luglio e ad agosto, gli occupati aumentano di 59mila unita’ (+0,3%), con una ripresa piu’ accentuata tra le donne (+46mila), rispetto al mese precedente e di 273mila (+1,2%) rispetto a settembre dell’anno scorso. Nel confronto rispetto a gennaio 2021, il saldo arriva a segnare +500mila occupati, sulla spinta dei dipendenti. Sono tuttavia i lavoratori con contratto a tempo determinato quelli che aumentano di piu’: +97mila (+3,3%) a settembre mentre si registrano 11mila (-0,1%) dipendenti permanenti in meno, rispetto al mese precedente. Nell’arco dei dodici mesi il boom dei dipendenti a termine risulta ancora piu’ evidente: +353mila (ovvero +13,2%) a fronte di un aumento degli ‘stabili’ pari a 69mila (+0,5%). Sempre in calo, invece, gli autonomi: -28mila (-0,6%) sul mese e -150mila (-3%) sull’anno. Un andamento, dunque, non uniforme perche’ non interessa allo stesso modo tutti i segmenti del mercato del lavoro e che preoccupa tra gli altri Confcommercio: i dati, dice, “confermano le difficolta’” in cui ancora versano molte piccole imprese e larga parte del lavoro autonomo. Il quadro complessivo segna anche un calo degli inattivi, ovvero di coloro che non hanno un posto e nemmeno lo cercano e che erano aumentati in misura eccezionale all’inizio dell’emergenza sanitaria, e dei disoccupati. Tanto che il tasso di disoccupazione scende al 9,2%, (-0,1 punti sul mese precedente), nonostante l’aumento tra i giovani di 15-24 anni al 29,8% (+1,8 punti). L’aumento mensile piu’ forte in tutta la zona euro, come indica l’Eurostat, che porta il tasso italiano al secondo posto soltanto dopo la Spagna, dove la disoccupazione tra i giovani sotto i venticinque anni e’ al 30,6%. In media, a settembre il tasso di disoccupazione giovanile nell’Eurozona viaggia al 16% (al 7,4% quello generale). I giovani, insieme alle donne, restano dunque la parte piu’ debole del mercato del lavoro. Su cui, e’ la richiesta pressoche’ unanime che arriva dai sindacati ma anche dalle forze politiche, e’ necessario concentrare gli sforzi con interventi ed investimenti mirati, soprattutto alla luce dei progetti del Pnrr, in cui sono previste anche delle condizionalita’ specifiche. “Tra legge di Bilancio e attuazione del Pnrr occorre promuovere gli investimenti e le misure per creare nuova occupazione. Occupazione sempre piu’ stabile e di qualita’ per combattere la disoccupazione giovanile” e la precarieta’, afferma la capogruppo Pd alla Camera, Debora Serracchiani.

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Economia

A mezzanotte cade il blocco dei licenziamenti partito nel febbraio del 2020 col Covid

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A mezzanotte di oggi è fissato un appuntamento che tanti sembrano aver dimenticato. Dal primo novembre finisce l’unico blocco dei licenziamenti mai deliberato nella storia della Repubblica dopo quello siglato dai fondatori sulle macerie del fascismo nell’estate del 1945. Il regime attuale era partito nel febbraio del 2020. Ad inizio pandemia. Era poi terminato a fine giugno scorso per le imprese medio-grandi della manifattura e dell’edilizia. Così i primi divieti stabiliti all’inizio della prima ondata pandemica erano venuti meno a seguito di un negoziato snervante fra governo, partiti di maggioranza e sindacati. Quel passaggio riguardava quattro milioni di lavoratori e mobilitò l’Italia per settimane. Questo invece riguarda oltre dieci milioni di lavoratori eppure avviene nel silenzio, come in silenzio quasi mezzo milione di persone si sta licenziando ogni tre mesi oggi. L’unico segno della svolta di fine ottobre si è avuto con il prolungamento della cassa integrazione Covid (gratis per le imprese) di due o tre mesi per alcuni settori vulnerabili: tessile, pelletteria, abbigliamento, oltre a commercio, artigianato o a tutti i servizi fra i quali l’accoglienza e la ristorazione. Chi attiva la cassa Covid, per quella durata di tempo, non potrà licenziare. La sostanza è però che i sindacati oggi sembrano mobilitati solo a difesa della controriforma delle pensioni imposta dalla Lega di Matteo Salvini nel 2018. Anche partiti sono distratti dalle loro emergenze, forse perché la fine del blocco su industria e edilizia ha prodotto contraccolpi limitati. In estate i licenziamenti dell’industria non sono stati più di quelli degli stessi mesi del 2019. Sotto la calma apparente indotta dalla ripresa tutto però è in movimento.

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Economia

Verso regole lavoro agile. Confindustria lo promuove

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Inizia a delinearsi il percorso per regolare lo smart woking, o meglio il lavoro agile, nello scenario post pandemia uscendo cosi’ dalla fase emergenziale del Covid che ha determinato comunque una frattura dalla quale, secondo Confindustria, “non si torna piu’ indietro”. Martedi’ 2 novembre ci sara’ una prima riunione fra il ministro del Lavoro Orlando e i sindacati allo scopo di avviare un confronto per raggiungere un accordo quadro. La P.a., tornata in presenza, ha avviato nei giorni scorsi un percorso fra il ministro Brunetta e le organizzazioni sindacali sulle linee guida in modo da anticipare i rinnovi contrattuali,. Il ministro ha sottolineato di essere favorevole a uno “smart working” ma con “piattaforme serie e norme mentre non deve piu’ accadere “che ci siano sportelli chiusi per lo smart working”. D’altro canto il il mondo delle imprese private e’ ancora in attesa di una cornice e si muove in ordine sparso. Sono molte le differenze fra settori e mansioni ma, fatto salvo l’andamento della pandemia, un quadro di regole darebbe certezza anche alle decisioni di investimenti di molti altri soggetti economici: dall’immobiliare, alla distribuzione e al retail che devono capire come saranno nel prossimo futuro i movimenti di persone e merci e i comportamenti di vita e acquisto. A cercare di immaginare scenari e cambiamenti e’ il centro studi di Confindustria che promuove il lavoro agile invitando a “sfruttare al meglio il potenziale” di quella che gli economisti dell’associazione degli industriali giudicano “una delle partite da vincere per modernizzare il Paese”. “Quando l’emergenza sanitaria sara’ superata – prevede il CsC – i lavoratori e le imprese molto probabilmente non torneranno indietro. Non del tutto, almeno. E assisteremo anche in Italia a un incremento delle possibilita’ di svolgere il lavoro in remoto rispetto al pre-crisi”. E questo anche perche’ “lo ‘smart working d’emergenza’ ha fatto superare molti pregiudizi, ed e’ stata l’occasione per migliorare le competenze digitali e ripensare molti processi aziendali”. E’ una prospettiva “confermata anche dalle opinioni e intenzioni raccolte presso le imprese tramite ‘l’indagine Confindustria’: piu’ di un terzo dei rispondenti hanno dichiarato che manterranno lo smart working anche dopo l’uscita dalla pandemia. Questa quota sale al 41,2% per le imprese dei servizi; piu’ bassa, invece, come prevedibile dato il tipo di attivita’, la percentuale nell’industria, 31,0%”.

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