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Cronache

Caso Sangiuliano-Boccia, il processo a ottobre: smentita l’ipotesi di tentato omicidio

Il processo tra Gennaro Sangiuliano e Maria Rosaria Boccia si aprirà il 6 ottobre. L’imprenditrice è stata rinviata a giudizio per stalking aggravato, lesioni, diffamazione, interferenze illecite nella vita privata e false dichiarazioni nel curriculum. Smentita dalla difesa dell’ex ministro l’ipotesi di chiedere la contestazione del tentato omicidio.

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La vicenda che ha travolto un ministro, infiammato la politica e riempito per settimane giornali e talk show si prepara a entrare nella sua fase più delicata: quella del processo. Dopo il rumore pubblico, le accuse reciproche, le dimissioni dal ministero e la ferita alla testa diventata uno dei simboli mediatici del caso, ora sarà un’aula di giustizia a ricostruire fatti, responsabilità e confini penali della storia tra Gennaro Sangiuliano e Maria Rosaria Boccia.

Il dibattimento si aprirà il 6 ottobre davanti al giudice monocratico di Roma. L’imprenditrice è stata rinviata a giudizio con le accuse di stalking aggravato, lesioni, interferenze illecite nella vita privata, diffamazione e false dichiarazioni nel curriculum. Accuse tutte da provare nel processo, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza.

La smentita sul tentato omicidio

Nelle ultime ore era circolata l’ipotesi di una possibile richiesta dei legali di Sangiuliano per riqualificare uno dei capi d’imputazione in tentato omicidio, in relazione alla ferita riportata dall’ex ministro alla testa. Una prospettiva che aveva provocato la durissima reazione della difesa di Boccia, che l’aveva definita una “follia”.

La ricostruzione, però, è stata poi smentita dalla difesa dell’ex ministro. L’avvocato Silverio Sica ha chiarito che non esiste alcuna iniziativa in questa direzione e che, allo stato degli atti, non vi sarebbero elementi per sostenere una simile ipotesi accusatoria. Resta dunque fermo il perimetro processuale già definito dal rinvio a giudizio.

La ferita alla testa resta uno dei nodi

Uno dei punti centrali del processo sarà comunque la ferita riportata da Sangiuliano. Secondo l’impostazione accusatoria, la lesione sarebbe collegata a un episodio contestato a Boccia. La difesa dell’imprenditrice ha invece sempre sostenuto una diversa ricostruzione, parlando di una caduta accidentale e contestando la lettura delle lesioni.

Proprio su questo terreno si annuncia uno dei confronti più delicati del dibattimento. I giudici dovranno valutare certificati medici, testimonianze, consulenze e ogni elemento utile a stabilire che cosa sia realmente accaduto.

Le accuse e le parti civili

Il gup di Roma ha disposto il rinvio a giudizio di Maria Rosaria Boccia dopo l’udienza preliminare. Nel procedimento sono parti civili Gennaro Sangiuliano, la moglie dell’ex ministro e l’ex capo di Gabinetto del ministero della Cultura, Francesco Gilioli.

Secondo la prospettazione accusatoria, la vicenda non riguarderebbe soltanto il rapporto personale tra Sangiuliano e Boccia, ma anche condotte ritenute lesive della vita privata, della reputazione e dell’immagine pubblica di più soggetti coinvolti. La difesa dell’imprenditrice respinge l’impianto accusatorio e si dice pronta a contestarlo nel merito durante il dibattimento.

La difesa di Boccia

Gli avvocati di Boccia hanno già definito incomprensibile l’accusa di stalking, sostenendo che gli elementi emersi non sarebbero compatibili con la contestazione di una condotta persecutoria. Anche sul punto delle lesioni, la difesa contesta la ricostruzione dell’accusa e richiama presunte incongruenze tra le valutazioni mediche effettuate nell’immediatezza e la documentazione prodotta successivamente.

Per i legali dell’imprenditrice, il processo sarà il luogo in cui chiarire le contraddizioni del fascicolo e dimostrare l’assenza di condotte penalmente rilevanti. Boccia, come ogni imputata, è da considerarsi innocente fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.

Sangiuliano guarda avanti

Sangiuliano, intanto, ha scelto un profilo prudente. A margine di una apparizione televisiva ha evitato di entrare nel merito della vicenda, definendola dolorosa e spiegando di voler guardare avanti. Ha ribadito la propria fiducia nella magistratura e lasciato la strategia processuale ai suoi legali.

Dopo le dimissioni da ministro della Cultura e il ritorno in Rai, l’ex direttore del Tg2 ha riaperto anche un fronte politico, forte del risultato ottenuto alle regionali in Campania. Si presenta oggi come capo dell’opposizione in Consiglio regionale e rivendica la volontà di collaborare, nella diversità dei ruoli, con le istituzioni locali.

Dal caso politico al processo

La storia Sangiuliano-Boccia è nata come caso politico e mediatico, dopo la rivelazione della relazione privata tra i due e la questione dell’incarico di consulenza al ministero della Cultura. In poche settimane è diventata una vicenda nazionale, con ricadute personali, istituzionali e giudiziarie.

Ora cambia il terreno. Non saranno più le dichiarazioni pubbliche, i post, le interviste o le ricostruzioni giornalistiche a definire il quadro. Sarà il processo a stabilire quali fatti siano provati e quali no. Ed è proprio per questo che il racconto della vicenda deve restare rigoroso: accuse, difese e smentite vanno tenute distinte, senza anticipare giudizi che spettano soltanto alla magistratura.

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Cronache

«Vattene o ti spariamo», minacce all’ex pentito e alla famiglia: quattro arresti a Maddaloni

Quattro persone sono state arrestate a Maddaloni con l’accusa di avere minacciato e aggredito un ex collaboratore di giustizia per costringerlo a lasciare l’abitazione. Minacce anche alla compagna, avvicinata mentre era con il figlio piccolo.

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«Ora te ne devi andare, prima che ti spariamo». Sarebbero state queste le parole rivolte a un ex collaboratore di giustizia durante una violenta aggressione avvenuta a Maddaloni, nel Casertano. L’uomo sarebbe stato colpito alla testa con il calcio di una pistola e costretto, insieme alla compagna, a lasciare l’abitazione nella quale viveva.

Per la vicenda i Carabinieri della Compagnia di Maddaloni hanno arrestato quattro persone in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari di Napoli Mariano Sorrentino, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

Le minacce alla compagna e al bambino

La prima intimidazione risalirebbe al primo maggio. La compagna dell’ex collaboratore di giustizia sarebbe stata avvicinata mentre si trovava in strada con il figlio piccolo.

«Anche tu e tuo figlio ve ne dovete andare da Maddaloni, sei la compagna di un pentito, altrimenti ce la prendiamo con te», le avrebbero detto gli indagati.

Secondo la ricostruzione investigativa, le minacce avrebbero avuto l’obiettivo di colpire l’intero nucleo familiare, sfruttando il passato dell’uomo, già legato al clan Sacco-Bocchetti e successivamente collaboratore di giustizia.

L’aggressione con la pistola

La mattina successiva, il 2 maggio, il gruppo avrebbe raggiunto direttamente l’ex collaboratore di giustizia.

Uno degli aggressori lo avrebbe colpito alla testa con il calcio di una pistola, mentre gli altri avrebbero tentato di prenderlo a schiaffi e pugni.

All’uomo sarebbe stato intimato di lasciare immediatamente Maddaloni, accompagnando la minaccia con un chiaro riferimento alla sua scelta di collaborare con la giustizia.

L’obiettivo dell’abitazione popolare

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le intimidazioni non sarebbero state dettate soltanto da una volontà di vendetta nei confronti dell’ex pentito.

L’obiettivo sarebbe stato quello di costringere la famiglia ad abbandonare un’abitazione popolare, per consentire successivamente ad altre persone di prenderne possesso.

Dopo l’allontanamento dell’uomo e della compagna, l’alloggio sarebbe stato occupato. Sarebbero poi seguite ulteriori pressioni per convincere la coppia ad accettare una somma simbolica come compensazione per la perdita della casa.

Le accuse contestate

Le quattro persone raggiunte dalla misura cautelare sono accusate, a vario titolo, di violenza privata aggravata e continuata in concorso e di detenzione e porto illegale di arma da fuoco.

I reati sono contestati con l’aggravante del metodo mafioso, in relazione alle modalità delle minacce, alla forza intimidatoria esercitata e ai presunti collegamenti degli indagati con ambienti criminali del territorio.

Le indagini sono state condotte dai Carabinieri del Nucleo operativo di Marcianise e della Compagnia di Maddaloni.

Le indagini della Direzione antimafia

Gli investigatori hanno ricostruito le fasi della vicenda attraverso testimonianze, accertamenti e altri elementi raccolti dopo la denuncia delle vittime.

L’ordinanza cautelare recepisce l’impostazione accusatoria della Procura, che dovrà essere verificata nel corso del procedimento e nel contraddittorio con le difese.

Le persone arrestate devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva, secondo il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza.

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Pordenone, il Tar salva la cornacchia: sospeso l’ordine di abbattimento

Il Tar del Friuli Venezia Giulia ha sospeso le due ordinanze del sindaco di Pordenone che autorizzavano l’abbattimento di una cornacchia ritenuta responsabile di comportamenti aggressivi. Accolto il ricorso della Lav, che chiede soluzioni alternative e non cruente.

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La cornacchia di Pordenone non potrà essere abbattuta. Il Tar del Friuli Venezia Giulia ha sospeso con effetto immediato le due ordinanze firmate dal sindaco Alessandro Basso per autorizzare l’uccisione dell’animale, ritenuto responsabile di ripetuti comportamenti aggressivi nei confronti dei passanti.

Il provvedimento è stato adottato dopo il ricorso presentato dalla Lav, che aveva contestato la scelta del Comune sostenendo la possibilità di utilizzare sistemi alternativi e non cruenti.

Gli attacchi ai passanti

La vicenda riguarda una cornacchia presente nell’area di via Damiani, dove nelle ultime settimane erano stati segnalati diversi episodi di aggressività.

Secondo le ricostruzioni, l’animale avrebbe compiuto voli ravvicinati e colpito alcuni passanti. Il comportamento sarebbe collegato alla presenza di un nido e alla necessità di proteggere i piccoli durante la fase della riproduzione.

Dopo le segnalazioni e alcuni tentativi di monitoraggio e cattura, il sindaco aveva emanato una prima ordinanza che autorizzava l’abbattimento per ragioni di sicurezza pubblica.

Le due ordinanze del Comune

Il primo provvedimento era stato contestato dalle associazioni animaliste, secondo le quali l’uccisione non rappresentava una soluzione proporzionata.

Nel frattempo, dopo il mancato esito dei tentativi di cattura, il Comune aveva firmato una seconda ordinanza dai contenuti sostanzialmente analoghi.

Entrambi i provvedimenti sono stati impugnati davanti al Tribunale amministrativo regionale, con la richiesta urgente di bloccare qualsiasi intervento che potesse provocare la morte dell’animale.

La decisione del Tar

Il Tar ha ritenuto necessario sospendere immediatamente la parte delle ordinanze che autorizzava l’abbattimento.

L’uccisione della cornacchia avrebbe infatti determinato un danno irreversibile prima ancora che il giudice potesse esaminare nel merito la legittimità dei provvedimenti comunali.

La sospensione non impedisce però all’Amministrazione di adottare altre misure per ridurre il rischio e proteggere i cittadini, a condizione che non comportino la soppressione dell’animale.

La posizione della Lav

La Lav ha accolto favorevolmente la decisione e ha ribadito la propria contrarietà all’abbattimento.

«La condanna a morte degli animali è sempre inaccettabile, tanto più quando si tratta di comportamenti di difesa della prole», ha dichiarato Massimo Vitturi, responsabile dell’area Animali selvatici dell’associazione.

Secondo la Lav, l’aggressività della cornacchia sarebbe limitata alla fase di protezione del nido e destinata quindi a ridursi con la crescita e l’allontanamento dei piccoli.

La richiesta di soluzioni alternative

L’associazione animalista ha chiesto al Comune di aprire un confronto per individuare sistemi capaci di garantire contemporaneamente la sicurezza delle persone e la tutela della fauna selvatica.

Tra le possibili misure vi sono la delimitazione temporanea dell’area, l’installazione di cartelli informativi, l’utilizzo di percorsi alternativi e l’intervento di personale specializzato nella gestione degli animali selvatici.

La decisione del Tar riporta così la vicenda sul terreno della convivenza tra cittadini e fauna urbana, escludendo per il momento la soluzione più drastica e lasciando aperta la ricerca di interventi meno invasivi.

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Gatto Leone, dopo due anni e mezzo ancora nessun colpevole: AIDAA incarica un criminologo

A due anni e mezzo dalla morte del gatto Leone, trovato scuoiato vivo ad Angri, non sono ancora stati individuati i responsabili. Le sue ceneri sono tornate al canile di Cava de’ Tirreni e AIDAA annuncia il coinvolgimento di un criminologo.

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Due anni e mezzo dopo, il nome di Leone continua a chiedere giustizia. Il gatto trovato ad Angri in condizioni disperate, con gravissime lesioni su gran parte del corpo, morì dopo alcuni giorni nonostante le cure dei volontari e dei veterinari del canile municipale di Cava de’ Tirreni. La sua storia commosse l’Italia, ma chi gli inflisse quelle torture non è stato ancora individuato.

Nei giorni scorsi, dopo il dissequestro della salma e la cremazione, le ceneri del felino sono tornate nella struttura che lo aveva accolto e assistito durante gli ultimi giorni di vita.

Le ceneri tornano al canile

Il corpo di Leone era rimasto a disposizione dell’autorità giudiziaria per le esigenze investigative legate alla ricostruzione dell’accaduto.

Dopo il dissequestro è stato possibile procedere alla cremazione e riportare l’urna al canile municipale di Cava de’ Tirreni, dove i volontari avevano tentato fino all’ultimo di salvarlo.

Il ritorno delle ceneri chiude il lungo percorso materiale della sua vicenda, ma lascia ancora aperta la domanda principale: chi ha torturato Leone?

Il caso che commosse l’Italia

Il gatto era stato ritrovato per strada ad Angri nel dicembre 2023 e trasportato in condizioni gravissime nella struttura veterinaria.

Nonostante le cure, morì dopo quattro giorni di agonia. Le immagini e il racconto delle sue condizioni provocarono una vasta mobilitazione.

Ad Angri si svolsero fiaccolate e manifestazioni con migliaia di partecipanti, mentre il caso arrivò anche all’attenzione del Parlamento. Associazioni e cittadini chiesero che venissero individuati e puniti i responsabili.

Nessuna traccia degli autori

A distanza di due anni e mezzo, tuttavia, non risultano persone identificate come responsabili delle sevizie.

Le indagini non hanno finora condotto a una ricostruzione definitiva dell’accaduto né all’individuazione dell’autore o degli autori.

Proprio per evitare che la vicenda finisca nel dimenticatoio, l’Associazione italiana difesa animali e ambiente ha deciso di rilanciare una campagna per raccogliere nuove informazioni.

AIDAA annuncia un criminologo

Il presidente di AIDAA, Lorenzo Croce, ha annunciato la produzione di alcuni video con i quali l’associazione ha chiesto ai cittadini di fornire elementi utili a individuare una pista credibile.

Secondo Croce, in pochi giorni sarebbero arrivate numerose segnalazioni. L’associazione ha quindi deciso di incaricare un criminologo, il cui nome dovrebbe essere comunicato successivamente.

Il professionista dovrebbe contribuire a delineare un possibile profilo dell’autore o degli autori, partendo dalle informazioni raccolte e dalle modalità delle violenze inflitte al gatto.

Segnalazioni da verificare

Le segnalazioni ricevute dall’associazione dovranno essere attentamente verificate prima di poter assumere un valore concreto.

Al momento non è stata annunciata alcuna svolta ufficiale nelle indagini, né risultano persone sottoposte ad accertamenti in relazione alla morte di Leone.

L’eventuale riapertura o sviluppo dell’attività investigativa spetterebbe comunque agli organi competenti, sulla base di elementi ritenuti attendibili e rilevanti.

Una ferita ancora aperta

La vicenda di Leone resta uno dei casi più drammatici di violenza contro gli animali avvenuti negli ultimi anni in Italia.

Il ritorno delle sue ceneri al canile riporta l’attenzione su una storia che provocò dolore, indignazione e una mobilitazione collettiva senza precedenti.

Finché non sarà accertato chi abbia compiuto quelle sevizie, il caso Leone resterà una ferita aperta per Angri e per quanti chiedono una tutela più efficace degli animali.

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