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Cronache

Caso Fanesi, la Cedu condanna l’Italia: «Colpito dalla polizia, l’inchiesta non fu efficace»

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per il caso di Gianluca Fanesi, il tifoso della Sambenedettese rimasto gravemente ferito dopo gli scontri seguiti alla partita con il Vicenza del 5 novembre 2017. Per Strasburgo sono stati violati sia il divieto di trattamenti inumani e degradanti sia l’obbligo di svolgere un’indagine efficace.

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La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per il caso di Gianluca Fanesi, il sostenitore della Sambenedettese rimasto gravemente ferito durante gli scontri avvenuti a Vicenza dopo una partita di calcio nel novembre 2017.

Con una sentenza pronunciata il 2 luglio 2026, la prima sezione della Corte di Strasburgo ha riconosciuto all’unanimità una doppia violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti: una sul piano materiale, per le lesioni attribuite all’azione degli agenti, e una sul piano procedurale, per le carenze dell’inchiesta condotta dalle autorità italiane.

Gli scontri dopo Vicenza-Sambenedettese

I fatti risalgono al 5 novembre 2017, quando allo stadio di Vicenza si disputò la partita tra la squadra locale e la Sambenedettese.

Al termine dell’incontro, il convoglio dei tifosi marchigiani venne preso di mira da sostenitori avversari. Una trentina di persone scese dai mezzi e le forze dell’ordine intervennero in assetto antisommossa.

Secondo la ricostruzione accolta dalla Corte, Fanesi, che in quel momento non era mascherato, non era armato e non presentava ferite, entrò nella zona in cui stavano operando i poliziotti muniti di manganelli. Poco dopo venne trovato a terra, con il volto e la testa insanguinati.

Il tifoso sostenne di essere stato colpito con una manganellata alla nuca e, una volta caduto, di avere ricevuto altri colpi. Il governo italiano aveva invece sostenuto che le lesioni fossero compatibili con una caduta accidentale sul terreno durante una situazione particolarmente confusa.

Le gravissime lesioni

Fanesi venne trasportato in ospedale in codice rosso. I medici riscontrarono un grave trauma cranico, una frattura occipito-parietale e temporale, emorragie intracraniche e lesioni cerebrali che resero necessari il ricovero in terapia intensiva e due interventi neurochirurgici.

Le conseguenze sono state permanenti: disturbi del linguaggio e della memoria, alterazioni del comportamento, sordità all’orecchio destro ed epilessia post-traumatica. Il tifoso è stato riconosciuto invalido civile e, secondo quanto riportato nella decisione, presenta tuttora gravi difficoltà cognitive ed emotive.

La Corte: elementi convincenti contro la polizia

Per i giudici di Strasburgo, Fanesi ha fornito elementi sufficientemente solidi per sostenere, almeno in prima battuta, di essere stato colpito dagli agenti.

La Corte ha valorizzato i certificati medici, le dichiarazioni rese dal tifoso dopo avere ripreso conoscenza e le testimonianze di diverse persone che dissero di avere visto i poliziotti colpirlo con i manganelli.

In presenza di questi elementi, spettava al governo italiano fornire una spiegazione «soddisfacente e convincente» sull’origine delle lesioni. Secondo la Cedu, questa spiegazione non è arrivata.

La Corte ha quindi concluso che l’Italia non è riuscita a dimostrare che le ferite fossero state provocate esclusivamente da cause diverse dai maltrattamenti inflitti dai poliziotti.

L’indagine aperta soltanto dopo la denuncia

Particolarmente severo è il giudizio sull’inchiesta italiana.

In una prima fase, infatti, le indagini riguardarono soltanto i comportamenti dei tifosi. Il fascicolo sulle lesioni di Fanesi venne aperto solo dopo la denuncia presentata dal fratello, nonostante la polizia sapesse che un sostenitore era rimasto gravemente ferito e che, in ospedale, aveva riferito di essere stato colpito con un manganello.

Per Strasburgo, in presenza di sospetti su possibili violenze commesse da agenti dello Stato, le autorità avrebbero dovuto agire immediatamente e d’ufficio, senza lasciare alla famiglia l’onere di sollecitare l’apertura di un procedimento.

I poliziotti non furono iscritti tra gli indagati

La sentenza evidenzia inoltre che due agenti risultati in contatto fisico con Fanesi non vennero iscritti nel registro degli indagati e che il tifoso non fu mai formalmente interrogato dagli investigatori, né durante il ricovero né successivamente.

Una parte rilevante degli accertamenti venne affidata alla Digos di Vicenza, appartenente alla stessa amministrazione e articolazione territoriale degli agenti potenzialmente coinvolti.

La Corte ha riconosciuto che la Digos operò con diligenza e arrivò anche a suggerire alcuni approfondimenti, ma ha rilevato un problema di indipendenza strutturale dell’indagine.

I manganelli sequestrati ma mai analizzati

Tra le lacune più importanti figura la mancata analisi dei manganelli utilizzati dagli agenti.

La Digos aveva suggerito di sequestrarli per verificare l’eventuale presenza di sangue o materiale biologico. Il sequestro venne eseguito, ma non furono effettuati tempestivamente gli esami del Dna.

Il giudice italiano ritenne successivamente inutile procedere, osservando che era trascorso troppo tempo e che non era più garantita la corretta conservazione degli oggetti. Per Strasburgo, proprio l’inerzia iniziale aveva compromesso una verifica potenzialmente decisiva.

Le carenze delle perizie mediche

Critiche anche le valutazioni della Corte sulle consulenze medico-legali utilizzate per sostenere l’ipotesi della caduta accidentale.

Nel primo esame, il medico incaricato non tolse neppure il bendaggio dalla testa del ferito. Anche i successivi consulenti non esaminarono direttamente la cicatrice presente sul cranio, elemento che per i periti della parte avrebbe potuto dimostrare un colpo inferto dall’esterno.

Il giudice per le indagini preliminari respinse tuttavia la richiesta di una nuova perizia, affidandosi alle conclusioni dei consulenti della Procura. La Cedu ha definito queste lacune particolarmente importanti.

L’assenza dei codici identificativi

La sentenza affronta anche il problema dell’identificazione degli agenti in tenuta antisommossa.

I poliziotti non portavano segni o numeri distintivi che consentissero di riconoscerli. Per la Corte europea, quando vengono impiegati agenti con il volto protetto o difficilmente identificabili, devono essere utilizzati codici capaci di garantirne la riconoscibilità in caso di contestazioni sull’operato.

L’assenza di questi strumenti rese ancora più difficile individuare i possibili responsabili delle violenze denunciate da Fanesi.

All’Italia un conto da 150mila euro

La Corte ha riconosciuto al ricorrente 100mila euro per il danno patrimoniale, legato anche alla perdita della capacità lavorativa, e 30mila euro per il danno morale.

L’Italia dovrà inoltre versare 20mila euro per le spese legali, per un importo complessivo di 150mila euro, oltre agli eventuali interessi in caso di ritardo nel pagamento.

La decisione non individua personalmente gli agenti responsabili, ma afferma la responsabilità dello Stato italiano per non avere fornito una spiegazione convincente sulle lesioni e per non avere svolto accertamenti sufficientemente indipendenti, tempestivi e approfonditi.

La sentenza, rettificata formalmente il 7 luglio, diventerà definitiva secondo le condizioni previste dalla Convenzione europea.

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Triora, il sindaco rinuncia all’indennità ma lo Stato si riprende il contributo: voglio lasciarli al paese

Il sindaco di Triora, Massimo Di Fazio, ha rinunciato alla sua indennità per lasciarla al Comune, ma la Corte dei Conti della Liguria ha stabilito che l’ente deve restituire allo Stato i fondi integrativi per gli stipendi dei primi cittadini, scatenando la protesta dell’amministratore.

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Un paradosso burocratico che penalizza l’altruismo e i piccoli centri di montagna. È quello che sta vivendo Massimo Di Fazio, primo cittadino di Triora — il celebre “paese delle streghe” in provincia di Imperia —, dopo il parere espresso dalla Corte dei Conti della Liguria. La Magistratura contabile ha infatti stabilito l’impossibilità per il piccolo Comune (poco più di 400 abitanti distribuiti su ben 67 chilometri quadrati) di trattenere nei propri bilanci le risorse statali destinate a coprire l’aumento delle indennità di funzione degli amministratori.

Fin dal suo primo insediamento, otto anni fa, il sindaco Di Fazio ha scelto di rinunciare integralmente al proprio stipendio per lasciare le risorse nelle casse comunali. Tuttavia, con la fine della disciplina transitoria scattata il primo gennaio 2026, la normativa prevede che i contributi integrativi dello Stato vengano erogati solo se l’ente versa l’indennità nella misura massima consentita. Se il sindaco rinuncia al compenso, la quota statale aggiuntiva non può essere riutilizzata per servizi o interventi sul territorio, ma deve essere restituita a Roma.

Una decisione che ha suscitato la forte protesta del primo cittadino, da sempre abituato a gestire in prima persona e a proprie spese le criticità di un territorio vasto e complesso: «Se la rinuncia è mia a favore del Comune, per quale motivo non posso decidere dove devono rimanere questi fondi? Non mi faccio rimborsare le spese e facciamo tantissimo volontariato per la comunità. Trovo profondamente ingiusto essere privato di risorse che vorrei unicamente destinare ai miei cittadini».

Nonostante il parere negativo dei giudici contabili, Di Fazio non intende arrendersi e annuncia di voler proseguire la battaglia politica e amministrativa per far valere le ragioni dei piccoli Comuni e del lavoro sul campo.

Meta descrizione SEO Niente fondi statali al Comune se il sindaco rinuncia allo stipendio: la decisione della Corte dei Conti spiazza il primo cittadino di Triora.

Riassunto Il sindaco di Triora, Massimo Di Fazio, ha rinunciato alla sua indennità per lasciarla al Comune, ma la Corte dei Conti della Liguria ha stabilito che l’ente deve restituire allo Stato i fondi integrativi per gli stipendi dei primi cittadini, scatenando la protesta dell’amministratore.

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  • Descrizione: Scorcio suggestivo del borgo medievale di Triora situato sulle montagne dell’entroterra ligure.

  • Alt Text: Vista panoramica del borgo di Triora in Liguria.

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Addio a Varenne: è morto il “Capitano”, leggenda assoluta del trotto mondiale

Varenne si è spento all’età di 31 anni per un infarto fulminante. Nato a Copparo nel 1995, il cavallo trottatore più celebre d’Italia ha segnato la storia dell’ippica vincendo due volte il Grand Slam e collezionando 62 vittorie prima di diventare un acclamato stallone.

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Il mondo dello sport e dell’ippica è in lutto per la scomparsa di Varenne. Il trottatore italiano, ritenuto da esperti e appassionati il più grande e vincente di tutti i tempi, si è spento all’età di 31 anni a causa di un infarto fulminante sopraggiunto durante la notte.

La notizia è stata annunciata sui canali social ufficiali del campione con un toccante messaggio rivolto ai suoi numerosi fan: «È con immenso dolore che diamo la notizia della morte del Capitano. Questa notte Varenne è venuto a mancare e il veterinario ne ha accertato la causa per infarto fulminante. Siamo distrutti e vogliamo ricordarlo insieme a tutti i suoi fan a volare verso le sue vittorie. Oggi Varenne quelle ali le ha messe per viaggiare altrove, corri sempre libero e sempre nostro Capitano, che la terra ti sia lieve». Nel post viene dedicato un pensiero speciale anche a Enzo Giordano, lo storico proprietario scomparso negli anni scorsi: «Raggiungi Enzo lassù». Fu proprio Giordano ad acquistare il cavallo per circa 180 milioni di lire, scommettendo su quel talento unico.

Nato a Copparo nel maggio del 1995 dallo stallone americano Waikiki Beach e dalla fattrice italiana Ialmaz, Varenne ha segnato un’epoca irripetibile nei tracciati internazionali. Guidato dal driver Giampaolo Minnucci, il fuoriclasse ha collezionato 62 vittorie su 73 corse disputate, accumulando oltre 6 milioni di euro in premi. Tra i suoi successi più memorabili spiccano i due Grand Slam consecutivi conquistati nel 2001 e nel 2002, quando si aggiudicò nello stesso anno le tre prove di Gruppo 1 più prestigiose d’Europa: il Prix d’Amerique, il Gran Premio Lotteria e l’Elitloppet.

Dopo il ritiro dalle competizioni agonistiche nel 2002, il “Capitano” ha proseguito una brillante carriera da stallone, generando oltre 2.000 figli e trasmettendo la sua genetica vincente alle generazioni successive dell’allevamento mondiale.

Meta descrizione SEO È morto Varenne, il trottatore più forte della storia dell’ippica. Il “Capitano” si è spento a 31 anni per un infarto fulminante. In carriera vinse 62 gare su 73.

Riassunto Varenne si è spento all’età di 31 anni per un infarto fulminante. Nato a Copparo nel 1995, il cavallo trottatore più celebre d’Italia ha segnato la storia dell’ippica vincendo due volte il Grand Slam e collezionando 62 vittorie prima di diventare un acclamato stallone.

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  • Descrizione: Varenne impegnato al trotto sulla pista di gara, affiancato dal driver Giampaolo Minnucci sul sulky durante un trionfo ufficiale.

  • Alt Text: Il cavallo Varenne con il driver Giampaolo Minnucci durante una corsa di trotto.

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Barano d’Ischia, scoperto resort di lusso abusivo nascosto tra gli scogli: devastata un’area protetta R4

I Carabinieri hanno sequestrato a Barano d’Ischia un resort abusivo mimetizzato nella macchia mediterranea a Capo Grosso – Scarrupata. Costruita in zona a elevato rischio idrogeologico (R4), la struttura comprendeva impianti idrici, elettrici e condotte clandestine. Denunciate quattro persone.

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Un’aggressione sistematica al territorio, perpetrata in una delle aree più fragili e suggestive dell’Isola Verde. I Carabinieri della Stazione di Barano d’Ischia hanno scoperto un vero e proprio villaggio-resort abusivo realizzato in località “Capo Grosso – Scarrupata”, un tratto di costa selvaggio raggiungibile quasi esclusivamente dal mare o attraverso impervi sentieri naturali.

Le indagini, scattate nel mese di luglio, hanno svelato un complesso sistema di opere edificate a ridosso di una parete rocciosa per trasformare la zona in una struttura ricettiva di lusso clandestina. I militari del Nucleo Navale sono dovuti giungere sul posto via mare e raggiungere la riva a nuoto, individuando scale in ferro e legno ancorate alla roccia per 16 metri e una rete di tubazioni idriche intubate nel sottosuolo per oltre 120 metri. L’area, livellata con uno sbancamento di terreno per posizionare una struttura di 32 metri quadrati, era dotata di impianti elettrici nascosti in una grotta naturale, adibita a deposito per un gruppo elettrogeno e motori artigianali.

Per eludere i controlli aerei e marittimi, l’intero abuso era stato occultato sotto una rete mimetica vegetata integrata nella macchia mediterranea. Il successivo sorvolo dei droni ha consentito di mappare con precisione l’impatto dei manufatti su un’area classificata dal Piano Paesaggistico Regionale come “Coste Alte”, soggetta a vincolo sismico e ricadente in zona R4 — ossia a rischio frana molto elevato — in prossimità di un impluvio naturale per il deflusso delle acque piovane.

Considerato il concreto pericolo di prosecuzione dei lavori, testimoniato dal rinvenimento di attrezzi e materiali edili pronti all’uso, i Carabinieri e l’Ufficio Tecnico Comunale hanno eseguito due sequestri preventivi d’urgenza. Quattro persone, tra proprietari e comproprietari dei terreni, sono state denunciate alla Procura per reati edilizi, paesaggistici e per danneggiamento di beni ambientali. Le perizie tecniche hanno escluso ogni possibilità di sanatoria per le opere realizzate.

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