Esteri
Caro energia, l’Europa apre ai fondi di Coesione: Fitto scrive ai 27 Paesi ma lo scontro politico è già acceso
La Commissione europea apre alla possibilità di utilizzare i fondi di Coesione contro il caro energia. In una lettera ai 27 Stati membri, Raffaele Fitto propone maggiore flessibilità nell’impiego delle risorse europee già disponibili. La misura divide però governi e istituzioni, mentre resta aperto il confronto tra Bruxelles e Roma sulle ulteriori richieste avanzate dall’Italia per affrontare la crisi energetica.
L’Unione Europea muove un primo passo nella risposta alla nuova emergenza energetica. Dopo la lettera inviata da Giorgia Meloni alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, da Bruxelles arriva una prima indicazione concreta: gli Stati membri potranno utilizzare con maggiore flessibilità le risorse già disponibili nei programmi europei per affrontare l’impatto dei rincari dell’energia.
A mettere nero su bianco l’orientamento della Commissione è stato Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo dell’esecutivo europeo e responsabile della politica di Coesione, attraverso una lettera indirizzata ai governi dei 27 Paesi membri.
Nessun nuovo fondo, ma più libertà nell’utilizzo delle risorse esistenti
La proposta della Commissione non prevede nuovi stanziamenti. L’obiettivo è consentire ai governi di riprogrammare una parte delle risorse già assegnate per finanziare misure legate alla crisi energetica.
Nella sua comunicazione, Fitto individua tre strumenti principali sui quali intervenire: il fondo generale della Coesione, il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e il Just Transition Fund, nato per accompagnare i territori maggiormente esposti alle difficoltà della transizione energetica.
Secondo Bruxelles, gli Stati e le Regioni potranno accelerare la spesa creando nuovi strumenti finanziari, anticipando pagamenti e modificando la programmazione già esistente per orientare più rapidamente le risorse verso le priorità energetiche.
Il precedente della riprogrammazione da 34 miliardi
Nella lettera, il vicepresidente della Commissione richiama l’esperienza della revisione intermedia delle politiche di coesione, che aveva consentito una riprogrammazione complessiva di 34,6 miliardi di euro destinati a settori strategici come competitività, difesa, edilizia, gestione delle risorse idriche ed energia.
Per Bruxelles quell’esperienza dimostra che la macchina europea può intervenire rapidamente senza attendere nuovi strumenti legislativi o nuovi finanziamenti.
Le critiche: “I fondi di coesione non sono un bancomat”
L’iniziativa ha però immediatamente acceso il confronto politico.
Tra le prime voci critiche si è distinta quella di Kata Tüttő, presidente del Comitato europeo delle Regioni, che ha accusato Bruxelles di trasformare la politica di coesione in una sorta di strumento di emergenza permanente.
Una critica alla quale Fitto ha replicato sostenendo che si tratta semplicemente di una maggiore flessibilità richiesta dagli stessi territori e che nessun Paese sarà obbligato a modificare la destinazione delle proprie risorse.
Anche in Italia non sono mancate le polemiche. Le opposizioni hanno evidenziato il rischio che risorse originariamente destinate allo sviluppo territoriale possano essere sottratte a investimenti considerati essenziali, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno.
Il nodo italiano tra fondi europei e Ponte sullo Stretto
La questione assume una particolare rilevanza per l’Italia, tradizionalmente uno dei principali beneficiari dei fondi di coesione ma spesso in difficoltà nella capacità di spesa.
Parte delle risorse europee risulta già destinata a progetti strategici, tra cui anche il Ponte sullo Stretto di Messina, circostanza che potrebbe rendere più complessa un’eventuale riprogrammazione verso misure di sostegno energetico.
Il dibattito riguarda quindi non soltanto la disponibilità delle risorse ma anche le priorità politiche e infrastrutturali che ciascun governo intende perseguire.
La partita resta aperta tra Roma e Bruxelles
La lettera di Fitto rappresenta soltanto un primo tassello della trattativa in corso tra Roma e Bruxelles.
L’Italia continua infatti a chiedere misure più incisive, comprese possibili deroghe alle regole del Patto di Stabilità o l’estensione delle clausole già previste per le spese legate alla difesa anche agli interventi per l’energia.
Nei prossimi giorni sarà attesa una risposta diretta di Ursula von der Leyen alla premier Giorgia Meloni. Un momento che potrebbe chiarire se la Commissione europea intenda limitarsi alla flessibilità nell’utilizzo delle risorse esistenti oppure aprire la strada a strumenti finanziari più ampi.
Intanto Bruxelles guarda anche a una possibile revisione del Pnrr e delle risorse del programma Next Generation EU, che secondo le stime della Commissione potrebbero mettere in circolazione fino a 95 miliardi di euro complessivi a sostegno delle priorità energetiche europee.
Esteri
Iran, media vicini al regime invocano la vendetta contro Israele dopo le parole di Mojtaba Khamenei
Dopo l’impegno di Mojtaba Khamenei a vendicare la morte del padre Ali, diversi media iraniani vicini alla linea più dura del regime hanno pubblicato appelli e minacce contro Israele e gli Stati Uniti. Le ricostruzioni sono rilanciate dall’emittente israeliana Channel 12.
Cresce la tensione tra Iran, Israele e Stati Uniti dopo le parole della nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, che ha promesso di vendicare la morte del padre e predecessore Ali Khamenei.
Secondo un servizio dell’emittente israeliana Channel 12, diversi mezzi di informazione iraniani vicini alla componente più radicale del potere hanno pubblicato nelle ultime ore titoli e commenti favorevoli a nuovi attacchi contro Israele e le basi statunitensi nella regione.
Gli appelli del quotidiano Kayhan
Il quotidiano Kayhan, considerato vicino all’ala più dura dell’establishment iraniano, avrebbe sostenuto che un attacco contro Israele rappresenterebbe «un colpo devastante per gli Stati Uniti».
Il direttore del giornale avrebbe inoltre sollecitato la prosecuzione delle operazioni contro le basi americane nella regione e un’azione diretta contro Israele. Kayhan aveva già pubblicato nei giorni scorsi espliciti appelli alla vendetta contro il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Le minacce sulle prime pagine
Toni ancora più duri sono stati attribuiti al quotidiano Asr-e Iranian, che avrebbe titolato: «La vendetta, certamente contro gli assassini».
Sulla prima pagina sarebbe stata riprodotta anche la fotografia di un cartello esposto durante i funerali di Ali Khamenei, contenente una minaccia in inglese contro Trump e le immagini del presidente americano, di Netanyahu, del ministro israeliano della Difesa Israel Katz e di alcuni leader dei Paesi del Golfo.
Anche il quotidiano Jam-e Jam avrebbe partecipato alla campagna mediatica, pubblicando il messaggio «Vendetta a breve» in ebraico, persiano e inglese.
La promessa di Mojtaba Khamenei
Il nuovo leader iraniano aveva dichiarato che la vendetta per la morte del padre rappresenta una richiesta nazionale e una missione che dovrà essere portata a compimento. Le sue parole sono state diffuse dalla televisione di Stato e dai canali ufficiali iraniani.
Ali Khamenei è stato ucciso il 28 febbraio 2026 durante un attacco condotto da Stati Uniti e Israele. Il figlio Mojtaba, rimasto ferito nella stessa operazione, gli è succeduto alla guida della Repubblica islamica nel marzo successivo.
Propaganda e rischio di escalation
I messaggi pubblicati dalla stampa iraniana vicina al potere si inseriscono in una campagna di propaganda e mobilitazione interna. Non equivalgono necessariamente all’annuncio di un’imminente operazione militare, ma contribuiscono ad alimentare un clima di forte tensione.
La ricostruzione dei contenuti delle prime pagine proviene in gran parte da fonti israeliane e da testate iraniane schierate. In assenza di verifiche indipendenti complete, dichiarazioni e minacce devono essere attribuite con cautela alle rispettive fonti.
Esteri
Ucraina, Kiev rivendica l’attacco alla raffineria russa di Syzran: esplosioni e incendio nella regione di Samara
Le forze armate ucraine dichiarano di aver colpito nella notte la raffineria di Syzran, nella regione russa di Samara. Secondo Kiev, l’impianto è strategico per la produzione di carburanti utilizzati anche dalle forze armate russe. In corso la valutazione dei danni.
Le forze armate ucraine hanno dichiarato di aver colpito nella notte la raffineria di Syzran, situata nella regione russa di Samara, nel quadro della strategia di Kiev volta a colpire infrastrutture considerate strategiche per il sostegno allo sforzo bellico di Mosca.
Esplosioni e incendio nell’impianto
Secondo quanto riferito dall’agenzia ucraina Ukrinform, che cita lo Stato maggiore delle forze armate ucraine, l’attacco avrebbe provocato esplosioni e un incendio all’interno della raffineria. Le autorità militari di Kiev precisano che l’entità dei danni è ancora in fase di accertamento.
Al momento non risultano conferme ufficiali da parte delle autorità russe sulla dinamica dell’attacco né sull’effettiva portata dei danni subiti dall’impianto.
Un’infrastruttura considerata strategica
Nella nota diffusa dallo Stato maggiore ucraino, la raffineria di Syzran viene indicata come uno dei principali impianti di raffinazione della regione di Samara, con una capacità produttiva progettuale di circa 8,5 milioni di tonnellate di petrolio greggio all’anno.
L’impianto produce benzina, gasolio, carburante per l’aviazione e altri derivati petroliferi che, secondo la ricostruzione fornita da Kiev, vengono utilizzati anche per rifornire le forze armate russe impegnate nel conflitto.
La strategia di Kiev
Negli ultimi mesi l’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro depositi di carburante, raffinerie e altre infrastrutture energetiche situate nel territorio russo, sostenendo che tali obiettivi abbiano una rilevanza militare e contribuiscano alla capacità operativa dell’esercito di Mosca.
Le informazioni diffuse in questa occasione provengono dalle autorità ucraine e, allo stato attuale, non risultano verificate in modo indipendente.
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Iran, Mojtaba Khamenei minaccia vendetta dopo la morte del padre: Meloni nella lista dei leader indicati da Teheran
Mojtaba Khamenei promette vendetta dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei. Un quotidiano iraniano pubblica una lista di leader ritenuti responsabili, nella quale compare anche Giorgia Meloni. Solidarietà bipartisan alla premier italiana, mentre proseguono con difficoltà i negoziati sul nucleare e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz.
Le tensioni tra Iran e Occidente tornano a salire dopo le dichiarazioni attribuite a Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema Ali Khamenei, che ha promesso vendetta per la morte del padre. «È un desiderio della nostra nazione e deve certamente essere compiuta», avrebbe affermato, senza indicare esplicitamente i destinatari delle sue parole.
Nel frattempo, il quotidiano iraniano Hamshahri, vicino agli ambienti conservatori della Repubblica islamica, ha pubblicato una lista di tredici personalità internazionali ritenute corresponsabili della morte dell’ayatollah. Tra queste figurano il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
È importante distinguere tra le dichiarazioni e le pubblicazioni di organi di stampa iraniani e gli atti ufficiali dello Stato: al momento non risultano comunicati ufficiali del governo iraniano che annuncino iniziative concrete nei confronti dei leader citati.
Solidarietà bipartisan a Giorgia Meloni
La presenza del nome della premier italiana nell’elenco diffuso dal quotidiano iraniano ha suscitato immediate reazioni nel mondo politico italiano.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso piena fiducia nella presidente del Consiglio, sottolineando che «certamente non si fa intimidire».
Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha parlato della necessità di difendere «i principi di libertà, democrazia e rispetto delle istituzioni», manifestando vicinanza alla premier.
Sulla stessa linea il vicepremier Matteo Salvini, secondo cui «chi attacca Giorgia Meloni attacca tutti noi», mentre il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha definito le minacce «inaccettabili», ribadendo che colpire il presidente del Consiglio significa colpire le istituzioni della Repubblica.
Trump rilancia il messaggio di deterrenza
Anche Donald Trump ha adottato toni molto duri.
Sul social Truth il presidente americano ha ribadito di ritenersi da tempo uno dei principali obiettivi dell’Iran e ha sostenuto che, in caso di un attentato contro di lui, gli Stati Uniti sarebbero pronti a reagire con un’azione militare devastante contro obiettivi iraniani.
Le dichiarazioni si inseriscono in un clima di forte escalation verbale tra Washington e Teheran, già aggravato dagli ultimi incidenti nello Stretto di Hormuz.
I negoziati restano in bilico
Parallelamente alle tensioni politiche continuano, con molte difficoltà, i contatti diplomatici sul programma nucleare iraniano e sulla sicurezza della navigazione nel Golfo Persico.
Secondo fonti statunitensi, dopo gli attacchi contro alcune navi commerciali nello Stretto di Hormuz i colloqui avrebbero subito una brusca frenata.
I mediatori di Qatar e Oman stanno tentando di favorire una ripresa del dialogo, lavorando a una dichiarazione che garantisca la piena riapertura della corsia internazionale di navigazione nello stretto, passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio e gas.
Washington e Teheran restano distanti
Fonti dell’amministrazione americana sostengono che l’Iran avrebbe riconosciuto come un errore gli attacchi alle navi commerciali, manifestando la volontà di proseguire il negoziato. Teheran, dal canto suo, continua però a respingere l’accusa di avere violato gli impegni assunti.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che «finora l’Iran ha mantenuto la parola data, al contrario degli Stati Uniti», confermando come le posizioni delle due parti restino profondamente divergenti.
Mentre i negoziati proseguono tra incertezze e mediazioni, il linguaggio sempre più duro utilizzato sia da Washington sia da Teheran contribuisce ad alimentare una crisi che continua a rappresentare uno dei principali fattori di instabilità nello scenario internazionale.


