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Caos nei cieli britannici, guasto al sistema di controllo: cancellati 625 voli

Caos negli aeroporti del Regno Unito per un guasto al sistema di elaborazione dei piani di volo di Nats. Cancellati almeno 625 collegamenti e coinvolti decine di migliaia di passeggeri.

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Ritorna l’incubo del caos aereo nel Regno Unito. Un guasto al sistema nazionale di gestione del traffico ha provocato la cancellazione di almeno 625 voli, coinvolgendo Heathrow, Gatwick e numerosi altri aeroporti britannici.

Il problema ha colpito il sistema utilizzato da Nats, il gestore del controllo aereo del Regno Unito, per elaborare i piani di volo. Lo spazio aereo è rimasto formalmente aperto, ma la capacità operativa si è drasticamente ridotta, con centinaia di partenze cancellate o rinviate.

Coinvolti i principali aeroporti

I disagi hanno interessato gli scali londinesi di Heathrow, Gatwick, Stansted, London City e Southend, oltre agli aeroporti di Manchester, Birmingham, Bristol, Edimburgo, Glasgow, Aberdeen, Isola di Man e Jersey.

Le ripercussioni si sono estese anche ai collegamenti internazionali con Dublino, Parigi e numerose altre città europee. Tra le compagnie maggiormente coinvolte figurano British Airways, easyJet e Ryanair. Secondo Flightradar24, le cancellazioni hanno superato quota 600.

Nats riavvia il sistema

Gli ingegneri di Nats sono intervenuti sul sistema di elaborazione dei voli e nel tardo pomeriggio hanno applicato una soluzione tecnica. Il servizio ha quindi iniziato un graduale ritorno alla normalità.

L’ente ha presentato le proprie scuse ai passeggeri, avvertendo però che lo smaltimento degli effetti del blocco avrebbe richiesto tempo. Anche dopo il riavvio sono proseguiti ritardi e cancellazioni, a causa degli aeromobili e degli equipaggi rimasti fuori posizione.

La causa originaria del malfunzionamento non è stata ancora resa pubblica. Non sono emersi elementi che consentano di collegare l’incidente a un attacco informatico o ad attività riconducibili alla cosiddetta guerra ibrida.

Oltre 65 mila passeggeri Ryanair coinvolti

Decine di migliaia di viaggiatori sono rimasti bloccati negli aeroporti nel pieno degli spostamenti di fine estate. La sola Ryanair ha dichiarato che il guasto ha coinvolto oltre 65 mila passeggeri, con ritardi arrivati fino a otto ore.

Tra le persone interessate figurano anche molti italiani. Il volo dell’Arsenal diretto a Napoli, dove la squadra inglese deve disputare una partita di Champions League, ha accumulato ritardo.

Dagli aeroporti sono arrivate testimonianze di passeggeri rimasti per ore a bordo degli aerei o davanti ai tabelloni delle partenze. Un comandante bloccato a Heathrow ha dichiarato di non avere mai assistito a una situazione simile durante la propria carriera.

L’Autorità per l’aviazione chiede un rapporto

La ministra britannica dei Trasporti Heidi Alexander ha riconosciuto la gravità dei disagi e ha chiesto garanzie affinché dall’incidente vengano tratte le necessarie lezioni.

L’Autorità per l’aviazione civile ha domandato a Nats una relazione completa sul malfunzionamento. Dopo averla esaminata, valuterà se siano necessari ulteriori interventi per garantire l’affidabilità del sistema britannico di controllo del traffico aereo.

La protesta delle compagnie

Molto dura la reazione di Ryanair e Wizz Air. Quest’ultima ha definito Nats inadeguata al compito, sostenendo che un gestore di infrastrutture nazionali critiche non possa paralizzare ripetutamente il sistema aereo.

Ryanair ha chiesto le dimissioni dell’amministratore delegato di Nats, Martin Rolfe, ricordando che dopo il grave blocco del 2023 erano stati promessi interventi per migliorare la resilienza tecnologica.

Nel marzo 2025 Heathrow era rimasto paralizzato per circa 18 ore a causa dell’incendio nella sottostazione elettrica di North Hyde. Il nuovo incidente riapre il dibattito sull’affidabilità delle infrastrutture che sostengono uno dei sistemi aeroportuali più trafficati d’Europa.

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Donne d’Islanda, la forza geopolitica di una piccola isola

Nell’analisi di Angelo Turco, l’Islanda dimostra come un piccolo Stato possa esercitare autorevolezza internazionale attraverso la diplomazia e la difesa della sovranità. Al centro, il ruolo di Kristrún Frostadóttir e Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, la posizione strategica nel GIUK Gap e la legittimità come risorsa politica.

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C’è una piccola isola, sperduta nell’Atlantico settentrionale, che sta impartendo qualche lezione di dignità diplomatica alle grandi potenze. È l’Islanda, circa 400.000 abitanti, senza esercito permanente, ma con una posizione geografica di straordinaria importanza strategica. E a incarnare questa singolare centralità geopolitica sono oggi soprattutto due donne: la Prima ministra Kristrún Frostadóttir (nella foto Imagoeconomica in evidenza) e la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir.

La replica alle Nazioni Unite

La prima scena si svolge alle Nazioni Unite. Benjamin Netanyahu, di fronte ai delegati che abbandonano l’Assemblea in segno di protesta contro la guerra a Gaza, li apostrofa come «codardi morali». La risposta arriva dalla ministra islandese: codardi morali sono piuttosto quei dirigenti che rifiutano di negoziare una pace giusta e duratura, impediscono l’accesso degli aiuti umanitari e calpestano ripetutamente il diritto internazionale. Una replica che rovescia il dispositivo retorico di Netanyahu, restituendo alle parole il loro significato morale e politico. Non è soltanto una presa di posizione sulla Palestina: è una rivendicazione della funzione del diritto contro la pretesa della forza di stabilire autonomamente ciò che è giusto.

Reykjavík e la difesa della sovranità

La seconda scena si svolge a Reykjavík, il 6 ottobre. Stavolta l’interlocutore è Marco Rubio, segretario di Stato americano. Sul tavolo c’è la sicurezza dell’Atlantico settentrionale, ma aleggia un precedente imbarazzante. Anzi, una sequenza di episodi. Poco dopo la sua elezione, nel novembre 2024, Trump avrebbe suggerito all’allora Primo ministro islandese di considerare l’annessione agli Stati Uniti. Nel gennaio 2026, Billy Long, designato ambasciatore americano a Reykjavík, scherza sull’Islanda come futuro 52° Stato dell’Unione, con lui stesso nel ruolo di governatore. Infine, nel settembre scorso, Trump pubblica su Truth Social una carta nella quale l’intero Nord America, compresi Canada, Messico, Groenlandia e Islanda, appare ricoperto dalla bandiera americana. La Prima ministra Frostadóttir reagisce duramente: non c’è niente di divertente o normale nel prendersi gioco della sovranità degli Stati. La ministra degli Esteri convoca l’ambasciatore americano e, incontrando Rubio, torna sull’argomento. Il segretario di Stato evita di commentare i post presidenziali. Reykjavík, invece, ribadisce che la cooperazione non equivale alla subordinazione.

Il ruolo strategico del GIUK Gap

Ma è la geografia a rendere particolarmente significativo questo confronto. L’Islanda occupa una posizione cruciale tra Groenlandia, Regno Unito e Scandinavia, nel sistema di passaggi marittimi attraverso cui le forze navali russe possono proiettarsi dall’Artico verso l’Atlantico. Il cosiddetto GIUK Gap costituisce da decenni uno dei dispositivi fondamentali della sicurezza euroatlantica. L’isola non è dunque una periferia del mondo, ma una cerniera strategica tra spazi oceanici, sistemi militari e interessi globali.

Tra geopolitica fattuale e geopolitica mediale

Qui emerge il paradosso islandese. Da un lato, la «geopolitica fattuale». Ecco dunque la riaffermazione dell’autonomia nazionale, testimoniata anche dal referendum del 29 agosto scorso, quando il 52,8% degli elettori ha respinto la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione Europea, senza per questo rinunciare alla cooperazione con Bruxelles. Ed ecco la pressione militare russa, concreta e strutturale, con navi e sottomarini impegnati in attività di ricognizione, anche intorno ai cavi sottomarini delle comunicazioni. Dall’altro, la «geopolitica mediale» americana, nella quale carte, dichiarazioni e provocazioni presidenziali trasformano simbolicamente territori sovrani in oggetti di appropriazione. Quella russa e quella statunitense sono due forme profondamente differenti di pressione, che tuttavia convergono nel mettere alla prova l’autonomia dell’isola.

La legittimità come risorsa politica

Emerge qui la lezione delle donne d’Islanda. La loro forza non consiste nel contrapporre una potenza militare a un’altra, ma nel valorizzare una risorsa politica spesso sottovalutata: la legittimità. La piccola dimensione territoriale non impedisce di esercitare un’autorevolezza internazionale, purché si sappia trasformare la propria posizione geografica in capacità diplomatica.

In un mondo dove i grandi Stati sembrano talvolta confondere la potenza con il diritto, l’Islanda ricorda che la centralità geopolitica non dipende soltanto dalla grandezza di un territorio, ma anche dalla capacità di difenderne il significato politico.

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Ucraina, raid su Pryluky: almeno 19 morti, cinque bambini

Un raid russo ha distrutto un edificio residenziale a Pryluky. Le autorità ucraine riferiscono almeno 19 morti, tra cui cinque bambini, mentre continuano le ricerche dei dispersi. Zelensky sollecita nuovi aiuti alla difesa aerea. L’Ue eroga 1,24 miliardi per la produzione militare ucraina e concorda nuove sanzioni contro la Russia.

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Un palazzo residenziale distrutto, almeno 19 morti e cinque bambini tra le vittime. È il bilancio comunicato dalle autorità ucraine dopo il raid russo su Pryluky, nella regione settentrionale di Chernihiv. I soccorritori continuano a cercare tra le macerie: la presenza di dispersi rende il numero delle vittime ancora provvisorio.

L’attacco riporta al centro l’urgenza di rafforzare la difesa aerea ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky chiede maggiore pressione su Mosca e nuovi aiuti militari, mentre la Russia sostiene di avere colpito obiettivi legati all’industria della difesa.

Soccorritori al lavoro tra le macerie

Il missile ha colpito un edificio residenziale di cinque piani. Le squadre di emergenza hanno lavorato senza sosta per estrarre feriti e recuperare i corpi, cercando persone che potrebbero essere ancora intrappolate.

Il bilancio è cresciuto durante la giornata, fino ad almeno 19 vittime, tra cui cinque bambini, secondo gli aggiornamenti ucraini. Le operazioni di ricerca proseguono e il numero dei morti potrebbe aumentare.

Il raid si inserisce in una più ampia ondata di attacchi contro diverse regioni del Paese, con vittime e danni anche in altre città.

Zelensky chiede più pressione sulla Russia

«È importante che il mondo non rimanga in silenzio», afferma Zelensky, accusando Mosca di colpire consapevolmente la popolazione civile.

Il presidente ucraino collega polemicamente l’attacco al compleanno di Vladimir Putin, nato il 7 ottobre 1952, descrivendo la distruzione del palazzo come un “regalo” dell’esercito russo al proprio presidente.

La coincidenza della data accompagna la denuncia politica, senza dimostrare un legame tra il compleanno e la scelta degli obiettivi.

Zelensky torna quindi a sollecitare i partner: chiede ulteriori pacchetti di aiuti alla difesa e una pressione più forte sulla Russia, sostenendo che gli attacchi contro le città compromettono gli sforzi per arrivare alla pace.

Missili balistici e carenza di intercettori

Una delle principali difficoltà riguarda la disponibilità di missili intercettori, necessari per contrastare gli attacchi balistici.

La minaccia si accompagna all’evoluzione dei droni impiegati dalla Russia, comprese le versioni a reazione della famiglia Geran, derivate dagli Shahed iraniani.

Per Kiev, la capacità di contrastare i droni sta migliorando, mentre i missili balistici rimangono una sfida particolarmente difficile. Da qui la richiesta di rafforzare sistemi e munizioni per la difesa aerea, indispensabili per proteggere città e infrastrutture.

Mosca sostiene di avere colpito siti militari

Il ministero della Difesa russo descrive gli attacchi come operazioni contro imprese del settore militare-industriale.

Secondo la versione di Mosca, gli obiettivi comprendevano strutture impegnate nella produzione e nello stoccaggio di missili da crociera Flamingo e droni, collegate alla società ucraina Fire Point, in diverse regioni del Paese.

Questa ricostruzione deve essere distinta dal bilancio comunicato dalle autorità ucraine sulla distruzione dell’edificio residenziale di Pryluky. Le dichiarazioni russe sugli obiettivi non chiariscono le circostanze del colpo che ha provocato le vittime civili.

Il Comitato militare della Nato a Kiev

Il giorno precedente al raid, martedì 6 ottobre, il Comitato militare della Nato ha visitato Kiev. Alla missione hanno partecipato il presidente, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, e i rappresentanti militari dei 32 Paesi alleati.

I colloqui con il comandante delle forze armate ucraine Mykhailo Drapatyi hanno riguardato le priorità militari e gli insegnamenti del conflitto per la preparazione dell’Alleanza.

La delegazione ha inoltre esaminato le esperienze ucraine nella difesa aerea e nell’impiego di sistemi senza equipaggio, rendendo omaggio ai caduti al Muro della Memoria.

Dall’Ue 1,24 miliardi per la difesa ucraina

La Commissione europea ha erogato una nuova tranche da 1,24 miliardi di euro, nell’ambito della componente per la difesa del prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi.

Le risorse finanzieranno la produzione ucraina di droni, sistemi anti-drone, munizioni per droni e missili.

I Paesi dell’Unione hanno inoltre concordato nuove sanzioni contro quasi 1.600 persone fisiche e giuridiche, soprattutto legate alle forze armate russe e all’industria degli armamenti. L’adozione formale è prevista al Consiglio Esteri di lunedì 12 ottobre.

Mentre proseguono gli interventi europei, a Pryluky la priorità resta la ricerca dei dispersi e l’assistenza ai sopravvissuti.

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7 ottobre: il dolore e l’orrore

Una riflessione sul terzo anniversario del 7 ottobre: la memoria del massacro e degli ostaggi, la distruzione di Gaza, il ruolo di Trump nella ricostruzione e la frammentazione della Cisgiordania. Al centro, il rapporto tra territorio, sicurezza, sovranità e possibilità di pace, senza mettere in concorrenza il dolore dei due popoli.

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Il terzo anniversario di una data orribile ci riporta innanzitutto al fatto. Al fatto violento, ingiustificabile, folle. Il 7 ottobre 2023 miliziani di Hamas penetrarono in territorio israeliano, assalirono kibbutz, case, strade, un festival musicale, uccidendo circa 1.200 persone e trascinandone 251 come ostaggi dentro Gaza. Non esiste causa palestinese, occupazione, ingiustizia storica che possa retroattivamente trasformare il massacro deliberato di civili in un atto legittimo. E non dovrebbe essere necessario aggiungere altro. Il dolore delle famiglie israeliane, il terrore di quelle ore, la lunga agonia degli ostaggi appartengono ormai alla memoria tragica non soltanto di Israele, ma del nostro tempo.

E tuttavia, tre anni dopo, il 7 ottobre non è più soltanto il 7 ottobre. È diventato una data generatrice. Ha prodotto una storia successiva che non può essere cancellata in nome della sua origine, esattamente come la sua origine non può essere cancellata in nome di ciò che è avvenuto dopo.

Gaza: la distruzione del territorio

C’è, innanzitutto, Gaza. E Gaza non è soltanto il nudo bilancio dei morti, dei feriti, dei corpi smembrati, del sangue rappreso. Quel bilancio è già spaventoso: alla fine di settembre 2026 il Ministero della Sanità di Gaza indicava oltre 74.000 palestinesi uccisi e più di 175.000 feriti dall’inizio della guerra. Sono cifre provenienti dalle autorità sanitarie di Gaza e vanno dunque indicate con la loro fonte; ma la dimensione della catastrofe umana e materiale non è seriamente contestabile.

Gaza è anche la distruzione di ciò che non si muove. Case, scuole, ospedali, strade, reti idriche, attività economiche, luoghi della memoria. E, con essi, la distruzione di ciò che non si vede: universi affettivi, vicinati, abitudini, genealogie familiari, quella trama minuta attraverso la quale un luogo diventa mondo per chi lo abita. Ancora oggi, dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, oltre centomila gazawi rimangono all’estero e la Striscia resta in larghissima parte in rovina; Israele ne controlla militarmente più del 60%, mentre gli attacchi non sono completamente cessati. Il territorio non è uno scenario sul quale è passata la guerra. Il territorio è diventato uno degli oggetti della guerra.

Quando la paura diventa ideologia

Ma il dopo-7 ottobre ha prodotto qualcosa anche dentro Israele. Sarebbe profondamente ingiusto attribuirlo all’intera società israeliana, attraversata da proteste, dissensi, conflitti, testimonianze di soldati, iniziative delle famiglie degli ostaggi e opposizioni alla politica del governo. Eppure è difficile negare che una parte importante della cultura politica israeliana abbia progressivamente legittimato livelli di violenza prima difficilmente pronunciabili nello spazio pubblico. La sicurezza dello Stato, principio perfettamente legittimo, ha potuto trasformarsi in ragione assoluta; il riferimento biblico alla terra in programma territoriale; l’idea del Grande Israele in progetto politico. Persino militari israeliani hanno cominciato a raccontare pubblicamente modalità operative e regole d’ingaggio a Gaza che mostrano quanto profondamente la guerra abbia modificato le soglie del tollerabile.

È forse questa una delle eredità più inquietanti del 7 ottobre: la trasformazione della paura in ideologia. Hamas aveva portato dentro Israele l’orrore. Una parte della politica israeliana ha trasformato cinicamente quell’orrore in una risorsa di legittimazione permanente.

La riserva morale di Israele

E qualcosa, contemporaneamente, è cambiato fuori da Israele.

Lo Stato nato nel 1948 ha goduto per decenni, soprattutto in Occidente, di una riserva morale straordinaria. Essa derivava certamente dalla persistente compassione suscitata dalla Shoah, ma non soltanto da essa: dalla storia millenaria della diaspora, delle persecuzioni, dei pogrom; dalla capacità del popolo ebraico di conservare una cultura attraversando dispersioni e catastrofi; dall’avventura stessa della costruzione di uno Stato percepito da molti come rifugio finalmente sicuro dopo secoli di vulnerabilità.

Quella riserva morale non è scomparsa. Ma si è incrinata. E ciò, non perché il mondo sia improvvisamente diventato antisemita — benché l’antisemitismo esista e abbia trovato nella guerra nuove, ripugnanti occasioni per manifestarsi — ma perché sempre più opinioni pubbliche hanno cominciato a distinguere tra solidarietà verso gli ebrei e consenso alle politiche dello Stato di Israele. È una distinzione essenziale. Ed è forse una delle trasformazioni geopolitiche e mediali più profonde prodotte da questi tre anni. Persino negli Stati Uniti, dove l’alleanza con Israele resta strutturale, il consenso non presenta più la compattezza di un tempo e il dibattito sugli aiuti militari e sulla Cisgiordania è penetrato apertamente nel Congresso.

L’irruzione di Trump: Gaza espropriata

Ma nei tre anni trascorsi dal 7 ottobre è accaduto qualcosa di ancora diverso. Sulla tragedia israelo-palestinese ha fatto irruzione Donald Trump. E con lui è entrata in scena una logica che non è più soltanto quella della guerra, dell’occupazione o della sicurezza, ma quella della presa in carico politico-economica del territorio. Gaza devastata diventa Gaza da ricostruire; Gaza da ricostruire diventa un immenso investimento; e un territorio abitato da oltre due milioni di palestinesi rischia così di essere pensato anzitutto come uno spazio amministrabile, finanziabile, edificabile.

È un passaggio enorme. Perché Trump compie, in un certo senso, una doppia espropriazione di Gaza. La prima riguarda evidentemente i palestinesi, ai quali viene sottratta la piena titolarità politica della ricostruzione del proprio territorio. Ma la seconda riguarda paradossalmente Israele. Una parte della destra israeliana aveva immaginato il dopoguerra come prosecuzione della guerra con altri mezzi: controllo militare, insediamenti, presenza territoriale, eventualmente rioccupazione e colonizzazione. Il dispositivo americano tende invece a sottrarre anche a Israele la piena disponibilità politica del futuro di Gaza, trasferendone la regia verso un organismo internazionale costruito e presieduto dagli Stati Uniti.

Il suo nome possiede già qualcosa della rappresentazione mediale: Board of Peace. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ne ha riconosciuto il ruolo transitorio nella ricostruzione di Gaza; Trump ne è presidente e il suo Executive Board comprende, tra gli altri, Marco Rubio, Steve Witkoff, Jared Kushner e Tony Blair. Al Board spetta coordinare finanziamenti e ricostruzione, mentre un Comitato palestinese di tecnocrati dovrebbe amministrare quotidianamente Gaza e una forza internazionale dovrebbe contribuire alla sicurezza. La sovranità palestinese, dunque, non scompare formalmente dall’orizzonte; viene però rinviata, mediata, amministrata attraverso una complessa architettura sovranazionale nella quale il centro decisionale rimane esterno a Gaza.

L’orrore trasformato in risorsa

E qui la tragedia sfiora il grottesco. Perché il Board of Peace funziona anche secondo una logica che sembra uscita direttamente dall’universo imprenditoriale di Trump: gli Stati possono parteciparvi per tre anni, ma chi versa un miliardo di dollari può acquisire una membership permanente. Non dunque, propriamente, un miliardo per avere una sedia; un miliardo per non doverla lasciare. La distinzione giuridica è importante. Quella mediale lo è forse ancora di più. La pace, la ricostruzione, il governo di uno dei territori più martoriati del pianeta entrano così anche nel linguaggio del capitale, dell’investimento, dell’accesso differenziato secondo capacità finanziaria.

E il business non è una metafora. Il Board ha già costituito un fondo per la ricostruzione e il 23 settembre ha presentato a New York un programma iniziale da 2,45 miliardi di dollari, articolato in 66 progetti riguardanti infrastrutture, sanità, istruzione, abitazioni e sicurezza alimentare. La ricostruzione complessiva viene valutata in decine di miliardi di dollari: circa 35 miliardi nel medio periodo e fino a oltre 71 miliardi nel prossimo decennio. Sono naturalmente risorse indispensabili per restituire una vita a Gaza. Ma sono anche appalti, infrastrutture, capitali, operatori economici, catene logistiche, terreni e valorizzazioni immobiliari. La ricostruzione necessaria porta inevitabilmente con sé un gigantesco mercato della ricostruzione.

La Riviera del Medio Oriente

È qui che l’originaria fantasia trumpiana di una Gaza trasformata nella “Riviera del Medio Oriente” acquista retrospettivamente un significato che va oltre la provocazione. Gaza può essere immaginata non più innanzitutto come terra di qualcuno, ma come spazio disponibile per qualcosa: investimento, sviluppo, infrastrutture, turismo, rendita, geopolitica. Il passaggio è sottilissimo e terribile. Dalla distruzione del territorio alla sua disponibilità. Dalla disponibilità alla progettazione. Dalla progettazione alla valorizzazione.

La geopolitica mediale raggiunge qui quasi la propria caricatura. Una tragedia prodotta da corpi, case distrutte, ostaggi, profughi, fame e macerie viene ricodificata attraverso board, executive board, fondi, governance, business plan, investimenti, quote di partecipazione. Il dolore diventa dossier; la rovina, progetto; la ricostruzione, opportunità. E la pace stessa assume la forma organizzativa di un consiglio d’amministrazione.

Non significa che ricostruire Gaza sia illegittimo: è esattamente il contrario, perché ricostruirla è indispensabile. Il problema è chi ricostruisce, per chi, decidendo che cosa e secondo quale idea di territorio. Un luogo non è una superficie devastata sulla quale il vincitore, il finanziatore o il developer possano tracciare liberamente una nuova planimetria. È memoria, appartenenza, diritto, affetti, sepolture, genealogie: precisamente tutto ciò che la guerra ha cercato di distruggere.

Ed è forse questa l’ultima metamorfosi del 7 ottobre. Hamas aveva trasformato il territorio israeliano in teatro del terrore; Israele ha trasformato Gaza in teatro della guerra; ora il progetto americano rischia di trasformare Gaza in teatro della ricostruzione. Cambiano gli attori e cambiano radicalmente le intenzioni, ma permane una domanda: quando potranno finalmente essere i suoi abitanti a dire che cosa Gaza debba diventare?

Prima ancora che una questione di pace, è, ancora una volta, una questione di geografia.

Cisgiordania: l’annessione senza annessione

Un “effetto collaterale” del 7 ottobre? Certamente. Ma tra gli effetti collaterali ne dobbiamo considerare anche un altro. Perché, nel frattempo, c’è stata la Cisgiordania. Mentre gli occhi del mondo guardavano Gaza, la territorializzazione coloniale ha continuato ad avanzare, rinvigorita dalla lettura strumentale del 7 ottobre. Nuovi insediamenti, nuove abitazioni, nuove acquisizioni territoriali, violenze dei coloni, frammentazione crescente dello spazio palestinese. A settembre Israele ha aggiunto 2.167 unità abitative al progetto E1, portando a 3.401 le unità previste: un progetto particolarmente significativo perché tende a separare Gerusalemme Est dalla Cisgiordania e a spezzare ulteriormente la continuità territoriale sulla quale dovrebbe materialmente poggiare un futuro Stato palestinese. Lo stesso ministro Bezalel Smotrich ha presentato apertamente E1 come uno strumento destinato a impedire la nascita di quello Stato.

Qui la geografia diventa politica nella sua forma più elementare e brutale. Perché uno Stato non esiste soltanto quando viene riconosciuto diplomaticamente: deve avere un territorio sul quale poter esistere. Se quel territorio viene frammentato, interrotto, attraversato da insediamenti e infrastrutture che appartengono a un’altra sovranità, la formula dei “due Stati” può continuare a vivere nei comunicati diplomatici mentre muore sulla carta geografica.

La colonizzazione della Cisgiordania non costituisce dunque un episodio laterale della guerra di Gaza. È l’altra faccia della medesima questione territoriale. E la violenza dei coloni continua: pochi giorni fa più di cento coloni hanno assalito il villaggio palestinese di Jalud, incendiando abitazioni e impedendo a una famiglia palestinese di rientrare nelle proprie case, fino a scontrarsi con gli stessi soldati israeliani incaricati di proteggerne il ritorno.

Il rischio è ormai evidente: non l’annessione della Cisgiordania proclamata solennemente in un giorno preciso, davanti alle telecamere, ma una annessione di fatto, progressiva, topografica. Metro dopo metro. Strada dopo strada. Insediamento dopo insediamento. Fino al punto in cui la soluzione dei due Stati continuerà magari a essere diplomaticamente invocata quando sarà diventata geograficamente impraticabile.

Dopo Netanyahu?

E arriviamo così al terzo anniversario mentre Israele si prepara alle elezioni del 27 ottobre, le prime dopo il massacro del 2023. I sondaggi registrano un forte arretramento del Likud di Benjamin Netanyahu e lasciano aperta la possibilità di una maggioranza diversa. Tuttavia, le forze contrarie all’attuale premier potrebbero ottenere numericamente una vittoria, ma la loro eterogeneità rende tutt’altro che automatica la costruzione di un governo alternativo.

Qualunque sarà il risultato, tuttavia, sarebbe illusorio pensare che basti cambiare governo. Netanyahu e i suoi alleati fondamentalisti hanno compiuto un’operazione politicamente miope e moralmente devastante: hanno progressivamente trasformato il capitale di solidarietà internazionale prodotto dall’orrore del 7 ottobre in capitale politico interno, facendo della paura una risorsa di governo e della guerra uno strumento di ridefinizione territoriale. Hanno finito così per svuotare anche il 7 ottobre di parte del suo significato universale. Una tragedia che avrebbe dovuto ribadire il valore assoluto della vita civile è stata incorporata in una logica nella quale altre vite civili potevano essere sacrificate in quantità immensa.

Per questo il problema che resterà dopo Netanyahu, se Netanyahu sarà sconfitto, sarà immensamente più grande di Netanyahu.

Nuove tessiture

Non si tratterà di ricucire qualche strappo diplomatico né di rattoppare una mappa. Bisognerà tentare nuove tessiture tra mondi territoriali antagonisti, tra memorie che si percepiscono reciprocamente come minacce, tra culture geografiche diventate belluine: l’una convinta che soltanto il controllo dello spazio garantisca sicurezza, l’altra che soltanto la riconquista dello spazio restituisca giustizia.

Tre anni dopo, forse è questo che il 7 ottobre ci consegna. Due dolori che non devono essere messi in concorrenza. Due popoli che non possono continuare a trasformare la propria memoria di vittime nel diritto a produrre nuove vittime. E una geografia diventata così feroce che persino immaginare di dividerla sembra ormai difficilissimo.

La strada delle ricuciture e dei rattoppi è già ardua. Quella delle nuove tessiture lo sarà infinitamente di più. Sarà in salita. E sarà lunga, molto lunga.

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