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Campania, boom del M5s: sconfitti Di Maio, Spadafora, Caldoro, Bonavitacola e altri big Pd

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 Una Campania spaccata in due, con il Movimento Cinquestelle primo partito che fa cappotto dei seggi alla Camera a Napoli mentre il centrodestra si afferma nel resto delle province. La partita nell’uninominale – 21 parlamentari tra Montecitorio e Palazzo Madama – si chiude con 11 eletti per il M5s e 10 per il centrodestra. Nessun collegio a Pd e progressisti, niente rielezione per Luigi Di Maio sconfitto dall’ex compagno di partito Sergio Costa. Il Terzo polo si ferma sopra il 5 per cento, al di sotto della media nazionale malgrado il sostegno annunciato da alcuni nomi di peso fuoriusciti da Forza Italia. In un territorio dove i percettori del reddito di cittadinanza toccano soglie record (229mila famiglie a maggio in Campania, contro le 224mila dell’intero Nord) il boom del M5s premia la scommessa politica di Giuseppe Conte, impegnatosi in tour capillari tra i quartieri del capoluogo e i comuni dell’hinterland. Nella circoscrizione Campania 1 per la Camera, che comprende la citta’ e la provincia di Napoli, il M5s e’ primo partito con oltre il 41 per cento, davanti alla coalizione di centrodestra al 26,9 ed a quella di centro sinistra, al 21,6. Secondo partito e’ il Pd con il 14,4, poi Fratelli d’Italia al 13,8, Forza Italia al 9,3, Azione-Italia Viva al 5,5. La Lega di Salvini e’ sotto il 3, Unione Popolare al 2,7. Nella circoscrizione Campania 2, che comprende Avellino, Benevento, Caserta e Salerno, il Movimento resta primo partito (27,7%) ma si afferma il centrodestraaggregato con il 38,2; terzo il centrosinistra, 22,2. Analoga la geografia per il Senato. “Per il M5s risultati eccezionali in provincia di Napoli, in Campania e nel Sud – dice l’ormai ex presidente della Camera Roberto Fico – il merito va alle tante persone che non hanno abbandonato la barca quando molti ci davano per finiti”. Bocciato Luigi Di Maio nel ‘collegio di ferro’ di Fuorigrotta, dove si afferma nettamente l’ex ministro dell’Ambiente Costa (M5s), oltre il 40 per cento, mentre Di Maio supera di poco il 24. Quarta Mara Carfagna al 6,7, scavalcata anche da Maria Rosaria Rossi, del centrodestra, che supera il 22. A Torre del Greco vince l’attore Gaetano Amato, 5 Stelle. Nel centrosinistra perde Paolo Siani, fratello di Giancarlo, il giornalista ucciso dalla camorra. Va male a Casoria per l’ex ministro Vincenzo Spadafora, ora con Impegno Civico. Sconfitti la dem uscente Valeria Valente, Stefano Caldoro, capo dell’opposizione di centrodestra in Consiglio regionale, l’ex sindaco di Napoli Luigi de Magistris ora frontman di Unione popolare. Bocciatura nei collegi anche per due candidati Pd vicinissimi al governatore Vincenzo De Luca, Fulvio Bonavitacola – vicepresidente della Regione – e Luca Cascone. Passa invece nel plurinominale il figlio, Piero De Luca. Eclatante il dato dell’astensionismo: in Campania va alle urne solo il 53,27%, ben 15 punti in meno del 2018. Sara’ stata in parte colpa dei nubifragi domenicali, ma la regione e’ terz’ultima per votanti, davanti solo a Calabria e Sardegna.

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Il mega yacht di Medvedchuk all’asta, ricavi a Kiev

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 Una parte dell’immenso tesoro degli oligarchi legati al Cremlino potrebbe presto iniziare a fluire nelle casse ucraine, come risarcimento per i danni di guerra. Il superyacht da 200 milioni di dollari del controverso Viktor Medvedchuk, sotto sequestro in Croazia, sarà preso in consegna dalle autorità di Kiev e messo all’asta. E per la prima volta gli ucraini potranno incassare i proventi di un bene di un soggetto colpito dalle sanzioni. Oggi poi i media di Kiev festeggiano l’arresto, e il rilascio su cauzione, da parte del National Crime Agency (NCA) del Regno Unito di Mikhail Fridman, uno tra i più ricchi oligarchi russi di origine ucraina. Il 68enne Medvedchuk, politico e uomo d’affari ucraino molto legato a Vladimir Putin (che è il padrino di sua figlia), era stato arrestato ad aprile dalle forze di Kiev e consegnato a Mosca lo scorso settembre, nell’ambito di uno scambio di prigionieri. Mentre il suo yatch, ormeggiato in Croazia, era stato sequestrato perché possibile frutto di un’attività di riciclaggio di denaro. La novità, adesso, è che un tribunale locale ha stabilito che l’imbarcazione dovrà essere affidata a una task force del governo ucraino per “preservarne il valore economico vendendolo all’asta”. In questo caso, si tratta di vero e proprio gioiello: la Royal Romance, di oltre 92 metri, che dispone di cabine per 14 ospiti, spazio per 21 membri dell’equipaggio, oltre a una piscina di 4 metri di larghezza e una “cascata a poppa”. Di recente un altro superyacht sequestrato a un oligarca russo, Dmitry Pumpyansky, era stato venduto all’asta a un acquirente non rivelato per 37,5 milioni di dollari. Ma i proventi erano andati alla banca d’affari statunitense JP Morgan, come risarcimento di un debito contratto dallo stesso oligarca Pumpyansky. Nel caso di Medvedchuk, invece, si tratterebbe della prima vendita del genere per conto del popolo ucraino da quanto i governi occidentali hanno imposto restrizioni sui beni di centinaia di oligarchi, dall’inizio dell’invasione russa. Soltanto in Italia, ad esempio, la Guardia di finanza ha congelato asset per oltre 800 milioni di euro – tra barche, ville, complessi immobiliari e quote societarie – di alcuni degli uomini più ricchi della Russia e ritenuti vicini a Putin. Anche il mega yacht ‘Scheherazade’, fermo nel porto di Marina di Carrara, di cui proprio lo zar sarebbe il proprietario occulto. E le maglie occidentali nei confronti degli oligarchi sono sempre più strette. A pagarne le conseguenze, ultimo in ordine di tempo, è, secondo i media ucraini, Mikhail Fridman: il miliardario 56enne (nato in Ucraina, ma che ha fatto fortuna in Russia) è stato fermato dai britannici giovedì scorso nella sua sontuosa residenza a Londra. Rilasciato su cauzione, è accusato di riciclaggio, cospirazione per frodare il Ministero dell’Interno e cospirazione per falsa testimonianza. Fridman, fondatore tra l’altro di di Alfa-Bank, una delle più grandi banche private russe, aveva preso le distanze dalla guerra in Ucraina sostenendoche “costerà vite e danneggerà due nazioni che sono affratellate da centinaia di anni”. A marzo Fridman era stato sottoposto a sanzioni e oggi è stato anche fermato nell’ambito dell’inchiesta inglese. Evidentemente, non gli è servito essere il primo oligarca dell’entourage di Putin a esprimere contrarietà alla guerra.

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Diversificare la produzione, dilemma Cina per Apple

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 Apple accelera i piani per spostare parte della sua produzione fuori dalla Cina, divenendo meno dipendente dalla cinese Foxconn e puntando su Vietnam e India come alternative. Per l’amministratore delegato Tim Cook si tratta probabilmente del test più importante della sua carriera, il dilemma che potrebbe lasciare un marchio sulla sua eredità. In Cina è concentrata quasi il 95% della produzione di iPhone e finora il Dragone, con il suo boom manifatturiero ed economico, è stato complice del successo di Cupertino. Ora però le recenti restrizioni da Covid e le proteste – soprattutto quelle all’impianto Foxconn a Zhengzhou conosciuto come ‘iPhone City’ – agitano gli investitori. Molti si chiedono infatti quale sia il piano B di Apple che, dopo aver concentrato la produzione in Cina, si trova a dover trovare opzioni plausibili che mettano al riparo i suoi ricavi. Anche se l’iPhone cattura meno di un quinto delle vendite globali di smartphone, rappresenta una fetta ben maggiore dei ricavi di Apple.

“Nel passato non si prestava attenzione al rischio della concentrazione. Gli scambi commerciali liberi erano la norma e le cose erano molto prevedibili. Ora siamo entrati in un nuovo mondo”, afferma Alan Yeung, ex manager di Foxconn, con il Wall Street Journal. Cupertino e Pechino hanno trascorso anni a costruire la stretta relazione che le lega e che, finora, è stata reciprocamente favorevole. Un rapporto però che ora appare a rischio per vari motivi. Ci sono i giovani cinesi che non sono più disposti a lavorare a basso costo per i ‘ricchi’ e che manifestano in aperta sfida a Pechino per le restrizioni da Covid, innescando una repressione forte da parte delle autorità. Ci sono poi anni di tensioni economiche e militari fra Stati Uniti e Cina, le due superpotenze che non vogliono soccombere una all’altra. In questo quadro Apple valuta alternative, cosciente che il nodo non è solo la produzione ma anche la risposta della società alle proteste che si susseguono e che l’hanno già esposta a critiche in casa.

La decisione di Cupertino di imporre limiti all’uso dell’AirDrop in Cina – funzione usata per la condivisione di informazioni fra i manifestanti – è stata duramente criticata dal governatore della Florida Ron DeSantis, papabile candidato repubblicano al 2024. Il senatore conservatore Josh Hawley ha attaccato direttamente Cook: “sotto la sua leadership Apple ha assistito il partito comunista cinese nel sorvegliare e sopprimere i diritti umani di base del popolo cinese”. Per Cook, così come molti altri amministratori delegati di grandi aziende, centrare un equilibrio con la Cina non è facile. Grazie alle due doti diplomatiche, Cook è riuscito in tempi stretti a smorzare la miccia accesa da Elon Musk con le sue critiche a Apple. Con Cook Cupertino ha navigato la presidenza Donald Trump e si è accreditata con l’amministrazione Biden (l’ad è stato invitato alla cena di gala della Casa Bianca per il presidente rancese Emmanuel Macron). Ma la sua arte della diplomazia sembra aver raggiunto il limite con la Cina, tanto che – riporta il Financial Times – Cook ha ignorato nei giorni scorsi chi lo pressava per sapere se, a suo avviso, i cittadini cinesi avessero il diritto di protestare.

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Snowden giura fedeltà a Putin, prende passaporto russo

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Edward Snowden ha completato il guado del suo Rubicone. Nove anni dopo la sua valanga di rivelazioni di documenti segretissimi sulle intrusioni nella vita privata da parte delle agenzie d’intelligence di tutto il mondo e la sua fuga all’estero, due anni dopo aver ottenuto la residenza permanente in Russia e tre mesi dopo dopo essere diventato cittadino russo, l’esperto informatico ed ex consulente dell’Nsa ha pagato il prezzo dell’asilo: il primo dicembre – ma la notizia è trapelata il giorno dopo – ha giurato la sua fedeltà alla Federazione russa in cambio della consegna del passaporto, che gli mancava da quasi 10 anni.

Un traguardo che non era probabilmente quello che Snowden avrebbe scelto quando nel 2013 decise di violare le sue consegne professionali e di desecretare migliaia di documenti top secret. Subito dopo essersi licenziato da contractor dell’Nsa alle Hawaii, l’allora trentenne Snowden volò a Hong Kong, da dove fece le sue rivelazioni alla fine di maggio. Inseguito a breve giro da mandato di cattura emesso il 21 giugno 2013 dal Dipartimento di Giustizia Usa per violazione della legge sullo spionaggio e per furto di proprietà governative, Snowden s’imbarcò per Mosca: un semplice scalo verso Cuba e poi l’Ecuador, al quale voleva chiedere asilo.

Ma la sua corsa si fermò all’aeroporto moscovita di Sheremetyevo, dove gli agenti gli tolsero il passaporto, che il governo degli Stati Uniti gli aveva nel frattempo annullato. Rimase in una sorta di limbo per oltre un mese, prima che le autorità russe gli concedessero – anche in funzione anti-americana – un permesso di soggiorno con diritto d’asilo per un anno, che poi divenne di due, eccetera. Che fosse o meno la sua nuova patria d’elezione, la Grande Madre Russia divenne de facto la sua prigione: una prigione in cui si è sicuramente rifatto una vita, conscio di essere una pedina in un gioco politico che la guerra in Ucraina ha poi intensificato all’infinito.

Come per Julian Assange, Snowden è diventato eroe della libera informazione per alcuni, traditore e codardo per altri. E le sue battaglie simboliche sono continuate mentre lui percorreva il lungo guado del suo Rubicone. Nel 2016 fu nominato presidente della Freedom of the Press Foundation, ong di San Francisco dedita a proteggere la libertà di parola e la tutela dei giornalisti. Nel 2019 presentò online il suo libro autobiografico Permenent Record, che diede forma alle sue rivelazioni sulla sorveglianza segreta e la libertà individuale, pubblicato dalla newyorkese Metropolitan Books. Da aspirante cittadino russo, ha continuato a lavorare nel campo dell’IT e ha sposato Lindsay Mills con la quale ha avuto due figli.

In un’intervista dell’ottobre 2018 disse: “In Russia non posso dire di essere al sicuro. Ma la vera domanda è: questo è importante? Non mi sono fatto avanti per stare al sicuro. La Russia – disse – non è casa mia, è il mio luogo di esilio”. Le rivelazioni del ‘whistleblower’ Snowden, che disse di aver così finalmente liberato la sua coscienza, dopo averci lottato per anni da addetto all’intelligence, aprirono un vaso di Pandora sulle molte e variegate sfaccettature dei programmi di sorveglianza globale, senza confini nazionali. Cose che nel 2013 erano solo oggetto di congetture e di sui si sapeva pubblicamente poco o nulla. Tirò in ballo non solo l’Nsa, per la quale lavorava, ma anche l’alleanza d’intelligence dei Five Eyes (fra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda) e varie compagnie di telecomunicazioni, accusati di intrusioni indebite nelle vite delle persone, per motivi leciti e illeciti, comunque senza permesso. Snowden fece le sue rivelazioni a un pool di giornalisti e le sue storie apparvero sul Guardian, sul Washington Post e altri giornali. Il numero dei file segreti pubblicati resta incerto, ma si stima che siano fino a 200.000 solo per gli Stati Uniti e un numero che oltrepassa il milione e mezzo in totale.

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