Cronache
Camorra, tornano i vecchi boss: a sessant’anni fuori dal carcere per riprendersi i territori
Dopo la stagione delle “paranze dei bambini”, Napoli affronta un nuovo scenario criminale: il ritorno sul territorio di uomini della vecchia camorra che hanno terminato lunghe pene detentive. Le indagini tra Secondigliano e i Monti Lattari mostrano quanto possa diventare delicato l’incontro tra antiche gerarchie e nuove generazioni.
Per anni Napoli ha raccontato la stagione delle “paranze dei bambini”, giovanissimi armati pronti a conquistare piazze di spaccio e quartieri a colpi di pistola. Ora sullo scacchiere criminale si affaccia un fenomeno quasi opposto: il ritorno dei vecchi boss.
Hanno sessant’anni, qualcuno anche di più. Sono uomini arrestati alla fine degli anni Novanta o nei primi anni Duemila, processati, condannati e rimasti in carcere per decenni. Adesso, scontate le pene, tornano in libertà.
E ritrovano un mondo completamente diverso da quello che avevano lasciato.
Secondigliano, San Giovanni a Teduccio, Castellammare di Stabia, Monti Lattari: investigatori e forze dell’ordine stanno osservando con particolare attenzione il ritorno sul territorio di personaggi appartenenti alla vecchia camorra.
Non perché essere scarcerati significhi automaticamente tornare a delinquere. Una pena scontata chiude il conto con la giustizia per i reati commessi. Ma perché alcune delle più recenti indagini stanno registrando movimenti, tensioni e nuovi equilibri proprio nei territori nei quali quelle vecchie leadership avevano costruito il proprio potere.
Il problema dei giovani boss: adesso tornano i vecchi
È un cortocircuito generazionale.
Durante i lunghi anni trascorsi in carcere dai vecchi capi sono cresciute nuove leve criminali. Ragazzi diventati uomini, nuove famiglie, gruppi autonomi, alleanze nate e morte, piazze di spaccio passate più volte di mano.
Chi esce oggi dal carcere può conservare nome, relazioni, prestigio criminale e memoria del potere, ma trova spesso qualcun altro seduto sulla sedia che un tempo occupava.
Ed è proprio questo incontro tra vecchia aristocrazia criminale e nuove generazioni della camorra a rappresentare uno degli scenari più delicati per gli investigatori.
Due vicende recenti aiutano a comprenderlo: una tentata estorsione avvenuta a Secondigliano e l’omicidio di Raffaele Afeltra, 68 anni, avvenuto a Pimonte alla fine di agosto.
Secondigliano, la richiesta di soldi nello studio dell’avvocato
Pochi giorni fa un pregiudicato è stato arrestato dopo una richiesta di denaro a un avvocato civilista nel suo studio di Corso Secondigliano.
La richiesta sarebbe stata presentata come un «regalo per i compagni in cella».
Il professionista non ha ceduto. Ha preso tempo e avvertito la Squadra mobile di Napoli. Quando l’uomo è tornato nello studio per reiterare la richiesta, tra i presenti c’erano anche alcuni poliziotti. Gli agenti sono intervenuti e lo hanno arrestato.
L’uomo viene ritenuto vicino al clan Cesarano.
Ed è qui che il quadro diventa interessante sotto il profilo investigativo.
Giovanni Cesarano, figura storicamente indicata negli ambienti investigativi come appartenente alla vecchia galassia dell’Alleanza di Secondigliano, è tornato recentemente in libertà dopo una lunga detenzione.
Va sottolineato con chiarezza: Cesarano non risulta indagato per la tentata estorsione all’avvocato.
Gli investigatori, tuttavia, stanno osservando ciò che accade nel sottobosco criminale di un territorio che per anni è stato associato al peso del suo gruppo.
Gli spari durante la notte bianca
Secondigliano aveva già lanciato un segnale inquietante all’inizio di agosto.
Durante la notte bianca organizzata nel quartiere furono esplosi colpi d’arma da fuoco tra le bancarelle. Una stesa in mezzo a un’iniziativa pubblica organizzata con commercianti e Comune.
Tra le piste investigative c’è anche quella delle tensioni provocate dai nuovi equilibri criminali.
Sul territorio sono tornati in libertà esponenti della vecchia camorra, mentre altri gruppi sono composti da giovanissimi cresciuti durante la loro assenza.
E non è affatto scontato che chi ha conquistato spazio negli ultimi anni sia disposto a restituirlo soltanto perché è tornato qualcuno con un cognome pesante.
È questo il potenziale detonatore.
Pimonte, l’omicidio di Raffaele Afeltra
Uno scenario analogo, pur con dinamiche ancora tutte da ricostruire giudiziariamente, emerge dai Monti Lattari.
Alla fine di agosto Raffaele Afeltra, 68 anni, ritenuto un personaggio di vertice della criminalità organizzata locale, è stato assassinato a Pimonte.
Un omicidio che gli investigatori stanno leggendo all’interno degli equilibri criminali dell’area.
Negli ultimi tempi nella zona sono stati uccisi diversi personaggi appartenenti a generazioni precedenti della criminalità organizzata e che potevano apparire ormai lontani dalle dinamiche più attuali.
Una sequenza sulla quale stanno lavorando gli investigatori.
La camorra dei sessantenni
Il fenomeno merita attenzione proprio perché modifica uno schema al quale Napoli sembrava essersi abituata.
Prima c’erano i grandi clan strutturati. Poi le guerre, gli arresti, le condanne e i collaboratori di giustizia hanno decapitato numerose organizzazioni. Negli spazi lasciati liberi sono cresciuti gruppi più giovani, spesso meno strutturati e più violenti.
Ora la ruota ha completato un giro.
Gli uomini arrestati venti o trent’anni fa stanno progressivamente terminando le loro pene.
Tornano nei quartieri dove erano boss quando alcuni degli attuali protagonisti della criminalità erano bambini. Ritrovano vecchie conoscenze, famiglie, parentele e reputazioni criminali sedimentate nel tempo.
Ma trovano soprattutto una nuova camorra che nel frattempo ha imparato a vivere senza di loro.
Ed è su questo incrocio pericoloso tra vecchio potere e nuove ambizioni che si concentra oggi una parte importante dell’attenzione investigativa.
Perché il ritorno dei sessantenni non significa necessariamente il ritorno al passato.
Potrebbe significare qualcosa di ancora più instabile: una guerra per decidere chi comanderà la camorra del futuro.
Cronache
Informazione in vendita: l’ipocrisia di chi finge di non vedere
La pubblicità presentata come informazione tradisce la fiducia dei lettori con pressioni sulle redazioni, conflitti d’interessi e nomine legate alla promessa di investimenti pubblicitari. Un richiamo alla trasparenza e alla responsabilità professionale, dalla parte dei giornalisti che difendono l’informazione come servizio al pubblico.
La pubblicità travestita da informazione vende qualcosa che non appartiene né all’editore né al direttore: la fiducia del lettore. È questo il punto da cui partire per discutere di una zona opaca del giornalismo italiano. Una zona nella quale interessi commerciali, relazioni aziendali e responsabilità editoriali possono intrecciarsi fino a rendere irriconoscibile il confine tra una notizia e una prestazione acquistata.
La denuncia riguarda questo confine e chi accetta di cancellarlo. Riguarda, soprattutto, l’ipocrisia di chi conosce il problema, dispone degli strumenti per riconoscerlo e continua a comportarsi come se fosse un dettaglio inevitabile del mestiere.
Di quanto scrivo sono testimone diretto. E conosco casi di direttori sostituiti perché non hanno accettato di piegare il giornale a questa logica. Non considero queste esperienze una ragione per condannare indistintamente una professione. Le considero una ragione per rompere il silenzio su comportamenti che la danneggiano.
Un editore può avere interessi. Un giornale deve avere autonomia
Che una proprietà editoriale coltivi attività economiche in altri settori non dimostra, da solo, che le sue testate siano asservite. Ma rende ancora più necessarie garanzie concrete di indipendenza, soprattutto quando l’informazione tocca gli interessi del gruppo.
Lo stesso vale per il direttore. Essere nominato da un editore comporta responsabilità e un rapporto fiduciario. Non comporta il dovere di trasformare ogni convenienza della proprietà in una scelta giornalistica.
Un direttore responsabile risponde anche ai lettori. La sua funzione perde significato quando diventa soltanto il punto di trasmissione di decisioni prese altrove, secondo criteri che nulla hanno a che vedere con la rilevanza delle notizie.
È facile celebrare la libertà di stampa quando a minacciarla è un potere esterno. È più scomodo difenderla quando la pressione arriva dall’interno dell’azienda che paga gli stipendi.
Il curriculum? Basta il portafoglio dei contatti
Conosco anche casi nei quali l’accesso a una direzione è stato favorito dalla promessa di portare pubblicità di aziende pubbliche o private “amiche”. In quelle scelte, una storia professionale inconsistente e competenze inadeguate hanno smesso, evidentemente, di essere un ostacolo. A quanto pare, il curriculum può diventare un documento facoltativo, purché sia ben fornita la rubrica telefonica.
La proposta, nella sostanza, è questa: con la mia nomina arriveranno gli investimenti delle aziende X, Y e Z. E, talvolta, anche qualche presenza televisiva con la qualifica di direttore, utile a dare visibilità alla testata. Un circuito nel quale il titolo apre le porte degli studi e la comparsa sullo schermo contribuisce a valorizzare il titolo. Resta da capire quanto spazio rimanga, in mezzo, per il giornalismo.
Procurare ricavi e promuovere una testata sono attività legittime. Il problema nasce quando la promessa commerciale diventa il criterio decisivo per affidare una responsabilità editoriale, mentre autonomia, competenza e capacità di guidare una redazione passano in secondo piano.
Se poi chi difende quel confine viene sostituito e chi promette di renderlo permeabile viene premiato, il messaggio rivolto ai giornalisti è piuttosto chiaro. Non occorre nemmeno metterlo per iscritto: basta osservare chi avanza e chi viene accompagnato alla porta.
La fragilità delle redazioni
Il ringiovanimento delle redazioni non è un problema: i giovani giornalisti non hanno meno dignità, competenza o coraggio dei colleghi più anziani. Il problema nasce quando al ricambio si accompagnano precarietà, perdita di tutele e indebolimento della rappresentanza.
Una redazione ricattabile economicamente è una redazione più esposta alle pressioni. Chi teme di perdere un contratto, una collaborazione o una prospettiva professionale può incontrare maggiori difficoltà nel contestare un incarico.
Questo non assolve ogni comportamento. Impone, però, di distinguere le responsabilità. Non si può mettere sullo stesso piano chi subisce una pressione e chi la organizza, chi dipende da un compenso modesto e chi decide carriere, promozioni e linea editoriale.
I Comitati di redazione hanno senso anche per questo: difendere le condizioni nelle quali il diritto-dovere di informare può essere esercitato. Se quella funzione si indebolisce, il danno arriva fino al lettore.
Quando il cliente compra un articolo
La raccolta pubblicitaria sostiene l’informazione. Il punto critico è il passaggio dall’acquisto di uno spazio dichiaratamente commerciale all’acquisto di un contenuto presentato come scelta autonoma della redazione.
Il meccanismo da contestare è preciso: un’azienda paga per ottenere visibilità e riceve un articolo, un servizio o un’intervista la cui natura promozionale viene nascosta al pubblico. Il lettore vede una firma giornalistica, una pagina di cronaca, uno spazio televisivo. Non vede il rapporto economico che ha determinato quel contenuto.
Un articolo favorevole a un’impresa non è, per questo, pubblicità occulta. Un’intervista a un imprenditore non dimostra un accordo commerciale. La distinzione va cercata nei fatti: chi ha commissionato il contenuto, chi lo ha pagato, quali condizioni sono state concordate, quale autonomia ha avuto la redazione e che cosa è stato dichiarato al pubblico.
Ma quando la promozione acquistata viene deliberatamente presentata come informazione indipendente, chiamarla “sinergia” non cambia la sostanza. La parola corrente è marchetta. Il problema professionale è l’inganno sulla natura del contenuto.
Le relazioni esterne e il conflitto d’interessi
Convegni, corsi, classifiche, premi, certificazioni e servizi di comunicazione possono essere attività legittime. Diventano un problema editoriale quando il rapporto con un cliente condiziona il modo in cui quel cliente viene raccontato, valutato o invitato negli spazi informativi.
Lo stesso interrogativo si pone quando chi dirige una testata svolge anche incarichi nelle relazioni esterne, nella consulenza di comunicazione o nella rappresentanza di interessi. Occorre conoscere gli incarichi, i clienti e le garanzie adottate per evitare condizionamenti.
Se un cliente viene intervistato o invitato in una trasmissione, il pubblico deve poter capire se esiste un legame economico con chi ha deciso quella presenza. Anche quando si tratta di servizio pubblico.
E quando sono impiegate risorse di aziende o enti pubblici, la richiesta di trasparenza è ancora più stringente: riguarda sia l’uso del denaro sia la qualità dell’informazione ricevuta dai cittadini.
Le regole ci sono. Le facciamo rispettare?
Il Codice deontologico dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025, richiede autonomia e indipendenza e impone di rendere chiaramente distinguibili informazione e pubblicità. L’obbedienza alla gerarchia redazionale non cancella i doveri professionali.
Perciò non possiamo liquidare tutto come una questione di sensibilità personale. Non serve una condanna penale per riconoscere una violazione deontologica. E la regolarità di un contratto commerciale non garantisce, da sola, la correttezza del prodotto editoriale che ne deriva.
Le domande riguardano direttori, editori, giornalisti, rappresentanze sindacali e organismi della professione. Quali separazioni esistono tra attività commerciali e scelte redazionali? Chi può segnalare una pressione senza temere conseguenze? Chi verifica che un contenuto pagato sia riconoscibile?
La responsabilità di chi sa
Non ogni giornalista conosce gli accordi commerciali della propria azienda. Non ogni incarico permette di ricostruirli. Ma chi sa che un contenuto è stato comprato e contribuisce a presentarlo come indipendente assume una responsabilità precisa.
La necessità di lavorare merita rispetto. Non può diventare l’alibi permanente di chi ha il potere di scegliere e pretende anche di impartire lezioni di etica agli altri.
Il tesserino attesta l’appartenenza a una professione. La credibilità si misura nel suo esercizio, soprattutto quando rispettarne le regole costa qualcosa.
Ci sono giornalisti che non piegano la schiena davanti a ricatti e compromessi. Difendono l’autonomia del proprio lavoro anche quando questo significa rinunciare a un incarico, a una promozione o alla comodità di un rapporto compiacente con il potere. Per loro l’informazione resta un servizio al lettore: è a lui che devono una ricostruzione onesta dei fatti.
E ci sono quelli che riducono il mestiere alla disponibilità verso il padrone di turno, salvo poi rivendicarne il prestigio e impartire lezioni di indipendenza. Alla subordinazione aggiungono così l’ipocrisia. Una vergogna che si somma all’altra e che finisce per gettare discredito anche su chi continua a lavorare con rigore.
Il lettore ha diritto di sapere se sta leggendo una notizia o un messaggio pagato. Ha diritto a conoscere i legami che possono condizionare chi gli presenta un fatto. Ha diritto a formarsi un’opinione senza che una trattativa commerciale gli venga nascosta dietro una firma.
Chi difende la libertà di stampa dovrebbe cominciare da qui. Anche dentro casa propria. Perché fingere di non vedere, quando si vede benissimo, è già una scelta. E il conto di quella scelta viene presentato ai lettori.
Cronache
Garlasco, De Rensis sugli atti dei Ris: «Fatti di gravità inaudita»
Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi insieme a Giada Bocellari, interviene sugli atti dei Ris che non sarebbero stati depositati nei procedimenti sul delitto di Garlasco. L’avvocato chiede accertamenti e contesta l’attribuzione ad Alessandra Bramante di una consulenza psicologica. Le sue dichiarazioni rappresentano la posizione della difesa e non modificano la condanna definitiva di Stasi.
La difesa di Alberto Stasi chiede di chiarire il percorso degli atti dei Ris che non sarebbero stati depositati nei procedimenti sul delitto di Garlasco. L’avvocato Antonio De Rensis, intervenuto a È sempre Cartabianca, definisce le vicende emerse «di una gravità inaudita» e manifesta la determinazione, condivisa con la collega Giada Bocellari, ad accertare eventuali responsabilità.
Le dichiarazioni riguardano l’attività investigativa del 2007 e una consulenza sulla personalità di Stasi la cui attribuzione viene contestata dal legale. Si tratta delle posizioni della difesa: eventuali omissioni e responsabilità devono essere accertate nelle sedi competenti.
De Rensis: «Indagini con equità e completezza»
Ospite di Bianca Berlinguer su Retequattro, De Rensis ha sostenuto che la questione abbia una portata più ampia del singolo procedimento.
«I cittadini devono avere il diritto di essere indagati con equità e completezza, non che si decida cosa produrre e cosa no», ha dichiarato.
Per il legale, quanto sta emergendo sul lavoro dei Ris investe l’equilibrio del sistema giudiziario e la fiducia dei cittadini nelle indagini. La difesa intende approfondire la gestione della documentazione e verificare se vi siano responsabilità da contestare.
Il documento sulla personalità di Stasi
Un passaggio dell’intervento ha riguardato una consulenza psicologica attribuita ad Alessandra Bramante, che non sarebbe stata depositata nei procedimenti.
De Rensis ha contestato con fermezza l’attribuzione delle tredici pagine alla professionista, affermando di essere convinto che non le abbia scritte lei. Ha inoltre sostenuto che nella vicenda vi sarebbe stata una violazione del segreto: anche questa è una valutazione del legale, da sottoporre a verifica.
Il punto sollevato dalla difesa riguarda dunque l’autenticità, la provenienza e il percorso del documento, oltre alle circostanze del suo inserimento nel fascicolo dei Ris.
L’invito a tutelare la professionalità di Bramante
De Rensis ha invitato Bramante ad attivarsi per tutelare la propria professionalità e onorabilità e per chiarire come il documento con la sua intestazione sia entrato nel fascicolo.
Le sue parole non costituiscono un accertamento sull’autore delle pagine né dimostrano, da sole, irregolarità nella loro formazione o gestione.
Le contestazioni della difesa e la condanna definitiva
Gli approfondimenti richiamati dal legale si inseriscono nel dibattito sulle indagini per l’omicidio di Chiara Poggi, per il quale Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva.
Le contestazioni della difesa non modificano automaticamente l’esito del processo. La rilevanza di eventuali nuovi elementi e le possibili responsabilità nella gestione degli atti richiedono una valutazione giudiziaria.
Cronache
UniPegaso, 22 indagati: presunte pressioni su Bernini e stampa
La Procura di Napoli indaga su presunte pressioni per modificare le regole degli esami universitari a distanza e su tentativi di condizionare le notizie riguardanti UniPegaso-Multiversity. Notificate 22 informazioni di garanzia a vertici aziendali, manager e giornalisti. Bernini non è indagata. Comin e Giansante rivendicano la correttezza del proprio operato.
Presunte pressioni per mantenere gli esami universitari a distanza e tentativi di condizionare le notizie sulle indagini riguardanti Pegaso. Sono i due capitoli dell’inchiesta della Procura di Napoli che ha portato alla notifica di 22 informazioni di garanzia, coinvolgendo vertici di UniPegaso-Multiversity, manager editoriali e giornalisti.
La Guardia di Finanza ha eseguito perquisizioni nei confronti dei vertici del gruppo. Tra gli indagati figura il presidente Fabio Domenico Vaccarono. La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini non è indagata e, secondo la ricostruzione investigativa, i tentativi di ottenere una modifica delle regole non avrebbero avuto esito.
Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari: le contestazioni non costituiscono responsabilità accertate e tutti gli indagati devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale condanna definitiva.
Il capitolo degli esami a distanza
Gli investigatori esaminano il presunto tentativo di ottenere una proroga della disciplina eccezionale che, durante l’emergenza Covid, aveva consentito lo svolgimento degli esami universitari a distanza.
L’obiettivo ipotizzato sarebbe stato quello di modificare l’impostazione delle nuove regole sugli esami in presenza. Le pressioni ricostruite dagli inquirenti non sarebbero state accolte dalla ministra.
L’inchiesta è seguita dai pm Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesca Paola Colonna Romano, nell’ambito della Procura partenopea.
Pubblicità e informazione al centro degli accertamenti
Un secondo capitolo riguarda i rapporti del gruppo universitario con editori, concessionarie pubblicitarie, direttori di testate e agenzie di stampa.
La Procura ipotizza che la promessa, l’erogazione o la modifica degli investimenti pubblicitari siano state utilizzate per influenzare la copertura delle vicende giudiziarie di Pegaso e Multiversity.
Secondo l’accusa, l’obiettivo sarebbe stato ridurre l’impatto economico e reputazionale delle notizie, intervenendo sui contenuti o sui tempi di pubblicazione.
Il procedimento riguarda ipotesi di corruzione tra privati. Per un gruppo di soggetti viene inoltre prospettata un’associazione finalizzata alla commissione di più reati. Le contestazioni e le condotte attribuite a ciascun indagato restano da verificare individualmente.
Chi risulta coinvolto nell’inchiesta
Oltre a Vaccarono, risultano indagati Francesco Durante, Andrea Ferrante, Gianpiero Mazza, Andrea Buonomo, Gianluca Comin e Gianluca Giansante.
Gli accertamenti coinvolgono anche manager di società editoriali e concessionarie pubblicitarie, oltre a direttori ed ex direttori di testate nazionali.
Tra i giornalisti indicati negli atti figurano Mario Orfeo, ex direttore di Repubblica, Andrea Malaguti, ex direttore della Stampa, Francesco Cancellato di Fanpage, Claudio Cerasa del Foglio, Peter Gomez del fattoquotidiano.it e Gaspare Giuseppe Borsellino di Italpress.
Il coinvolgimento di singole persone non consente di attribuire automaticamente responsabilità alle rispettive redazioni o società.
Il precedente filone sulle immatricolazioni
Il nuovo procedimento si inserisce nel contesto degli accertamenti sulla precedente gestione dell’università, riferita al periodo dell’imprenditore Danilo Iervolino.
Quel filone riguarda presunte immatricolazioni a corsi di laurea e post laurea effettuate senza i requisiti necessari. Gli inquirenti hanno esaminato oltre 4.200 iscrizioni ritenute irregolari, in un’indagine con circa quaranta persone coinvolte.
Le carte di quel procedimento sono diventate pubbliche a giugno. Anche queste ipotesi devono essere verificate in sede giudiziaria, senza sovrapporre le posizioni e i fatti dei diversi filoni.
Comin e Giansante rivendicano la correttezza dell’operato
Gianluca Comin e Gianluca Giansante esprimono rispetto per la magistratura e fiducia nella possibilità di chiarire la propria posizione.
Nella loro replica sostengono di avere sempre rispettato la professione giornalistica e di avere difeso le ragioni delle aziende e dei manager assistiti entro i confini deontologici e professionali.
Le loro dichiarazioni rappresentano la posizione difensiva rispetto alle ipotesi formulate dagli inquirenti.
Il confronto politico sulle università telematiche
La deputata di Alleanza Verdi e Sinistra Elisabetta Piccolotti annuncia un’interrogazione e rilancia la richiesta di impedire che gli statuti delle università telematiche prevedano lo scopo di lucro.
Il capogruppo M5s in commissione Cultura alla Camera, Antonio Caso, chiede al governo di garantire regole, controlli e standard di qualità uguali per tutti.
Di segno opposto la posizione del leader di Italia viva Matteo Renzi, che definisce l’indagine «una follia assoluta» e critica il magistrato Woodcock.
Il confronto politico accompagna un procedimento ancora aperto. Le informazioni di garanzia servono a tutelare il diritto di difesa e non equivalgono a una condanna: saranno gli sviluppi giudiziari a chiarire la fondatezza delle contestazioni.


