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Camilla Grebe per Einaudi dà alle stampe “Animali nel buio”

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La violenza di un passato lontano che torna per diventare presente. La memoria che si scontra con l’oblio. La paura del diverso di una piccola comunità ciecamente chiusa nel suo mondo e incapace di vedere l’orrore in casa propria. Camilla Grebe tiene legato il lettore fino all’ultima pagina con il suo Animali nel buio (Einaudi), thriller ambientato nei paesaggi innevati della Svezia che arriva in Italia dopo il successo de La sconosciuta. Siamo a Ormberg, paesino sperduto che fatica a stare al passo con i tempi. Qui, dove la globalizzazione ha portato la chiusura di fabbriche e la perdita di posti di lavoro lasciando la popolazione in preda a solitudine, diffidenza e frustrazione, i detective Peter e Hanna indagano su un ‘cold case’ vecchio di 8 anni, relativo al ritrovamento nel bosco del cadavere di una bambina mai identificata.

I due investigatori, che fanno coppia anche nella vita e insieme affrontano la malattia di Hanne che compromette la sua memoria, possono contare sulla collaborazione di Malin, poliziotta nata e cresciuta a Ormberg, e dei suoi colleghi. Ben presto un nuovo delitto dai risvolti inaspettati, che vede implicato suo malgrado anche Jake, un giovane del paese in crisi adolescenziale, sensibile e vittima di bullismo, porta a galla un passato tragico: tutti coloro che in un modo o nell’altro si trovano coinvolti nel caso saranno messi di fronte alle proprie convinzioni e vedranno vacillare non poche certezze. In pagine avvincenti piene di descrizioni accurate (molte anche legate alla natura maestosa della Svezia), e’ interessante la scelta di restituire al lettore una trama efficace attraverso tre differenti punti di vista: quello della giovane poliziotta Malin, che scappa dalle sue radici e rifiuta di aprirsi all’altro, quello di Jake, delicato adolescente in cerca della propria identita’ che scopre di avere un inaspettato coraggio, e infine quello dell’investigatrice Hanne, disperatamente in lotta per trattenere la sua memoria ormai annebbiata dalla malattia inesorabile. Di quest’ultimo personaggio l’autrice fa sentire anche la voce piu’ intima, con i brani di un diario che la detective malata decide di scrivere proprio per cercare di mantenere il piu’ possibile intatti i ricordi, sia quelli personali che quelli legati all’indagine.

Proprio queste scelte stilistiche lasciano emergere la bravura della Grebe di indagare nell’animo dei suoi personaggi, di mostrarne le relazioni affettive, le ferite e le fragilita’, le ambizioni e i desideri, pur senza mai far scemare la suspense del racconto. Ma cio’ che arricchisce davvero questo noir e’ la riflessione attualissima sul tema dell’immigrazione e sui conflitti che essa porta con se’: pensieri e considerazioni che la Grebe lascia trapelare tra le pagine integrandoli direttamente nella trama. Qui risiede il punto di forza del romanzo, nonche’ il messaggio dell’autrice: con questa sua immaginaria eppure credibilissima Ormberg – che “e’ piu’ una condizione mentale che un luogo geografico, una condizione che si verifica dopo un grande cambiamento”, scrive nella nota alla fine del libro – Camilla Grebe descrive i tempi bui, di diffidenza e ostilita’, che stiamo vivendo, e la nostra incapacita’ di metterci nei panni di fugge dalla guerra e dalla fame.

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“Eau de Ancient Egypt”, ricreato in laboratorio il profumo di Cleopatra: è una essenza di mirra e cardamomo

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Nessuno saprà mai se Cleopatra, ultima sovrana d’Egitto, fosse davvero bellissima come vuole la leggenda, ma oggi possiamo conoscere il suo profumo. Secondo quanto riportato dal sito dello Smithsonian, un team di esperti ha ricreato un’essenza dal fondo di una bottiglietta rinvenuta durante gli scavi. Per anni Robert Littman e Jay Silverstein, entrambi dell’Università delle Hawaii hanno scavato in un sito chiamato Tell-El Timai, l’antica città di Thmuis e terra natia di due dei profumi più conosciuti del mondo antico: Mendesian and Metopion. In pratica “Gli Chanel No.5” dei tempi di Cleopatra, ha commentato Littman in un’intervista ad Atlas Obscura .

Littman e Silverstein sono al lavoro sulla fragranza dal 2012, anno in cui, durante gli scavi, scoprirono quella che hanno ritenuto essere la casa di un mercante di profumi, con annesso il laboratorio contenente anfore e ampolle, alcune delle quali con dei residui di profumo. Sebbene le bottigliette non emanassero odore, gli scienziati sono riusciti a risalire ad alcuni ingredienti dalle analisi chimiche.

Con l’aiuto di due esperti di profumi dell’Antico Egitto, Dora Goldsmith e Sean Coughlin, i due archeologi hanno ricreato l’essenza, alla cui base c’è la mirra, una resina estratta da alberi spinosi tipici del Corno d’Africa e della penisola arabica. Altri ingredienti includono il cardamomo, l’olio d’oliva e la cannella. I profumi antichi tendevano a essere più collosi e appiccicosi sulla pelle, emanavano un odore più intenso e speziato, e addosso duravano di più rispetto a quelli moderni.

“Che emozione annusare l’odore di un profumo che nessuno ha più sentito per 2000 anni e che Cleopatra avrebbe potuto indossare”, ha commentato Littman. L’esperta di profumi Mandy Aftel, che nel 2005 ha contribuito a riprodurre un’essenza usata sulla mummia di un bambino, ritiene che la regina avesse la sua fabbrica di profumi per distinguersi dalle altre donne. E che quello che Littman e Silverstein hanno chiamato “Eau de Ancient Egypt” potrebbe essere davvero uno dei profumi della sovrana. La sua passione per le essenze era tale che, secondo una leggenda, Cleopatra cosparse le vele della nave reale con così tanto profumo che appena attraccò a Tarso Marco Antonio ‘fiutò’ il suo arrivo rimanendone stregato.

Di certo c’è solo che “Eau de Ancient Egypt” era un profumo speciale, indossato se non proprio da Cleopatra almeno dalle élite del mondo antico.

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Cultura

I tesori di Pompei, dalla magnifica Regio V spunta la maschera che decorava una grondaia

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Altri tesori emergono dalle viscere della terra di Pompei. Dalla Regio V, una delle più feconde di scoperte, dove è in corso da mesi una importante campagna di scavo è emersa una “gronda a forma di maschera dal compluvio di una casa della Regio V”, ha spiegato il professore Massimo Osanna, direttore generale degli Scavi. Osanna ha postato una foto sul suo profilo personale Instagram di questo oggetto bellissimo.

Altri tesori e segreti nascosti sotto la cenere della Regio V presto saranno svelati al mondo. Sono oggetti di grande valore artistico e scientifico  sotto il profilo storico che arrivano da dimore di pregio con preziose decorazioni sono emerse ridefinendo lo spazio urbano nella Regio V, grazie agli interventi di manutenzione e messa in sicurezza dei fronti di scavo finaziati dal “Grande Progetto Pompei”. Sono ritornate alla luce, integre dai lapilli e con diverse suppellettili, la casa con «Giardino», con il bel portico affrescato e gli ambienti decorati da vivaci megalografie, e la domus di «Giove», con le pitture in I stile e gli eccezionali mosaici pavimentali dalle raffigurazioni senza precedenti. Iscrizioni e ulteriori resti delle vittime hanno aggiunto inoltre dettagli alla storia dell’ eruzione e della città antica. Un’iscrizione a carboncino, in particolare, traccia tangibile di un momento di vita quotidiana, supporta la teoria che la data dell’ eruzione risalga all’ ottobre del 79 dopo Cristo e non al 24 agosto, come finora ritenuto.

Gli ultimi oggetti di valore scientifico sono quelli emersi dal tesoro della “fattucchiera” che preparava elisir d’amore per innamorati non corrisposti. Morbide ambre, lucidi cristalli, ametiste. Ma anche bottoni in osso, delicate fayence, scarabei dell’oriente, pettine in osso e tante altre cose. Amuleti, bamboline,  campanelle, una spiga di grano, un piccolo teschio, falli, pugni chiusi.

Decine di portafortuna accanto ad altri oggetti ai quali si attribuiva il potere di scacciare la malasorte. Le collane contenute nel piccolo forziere, certo bellissime ma non di grandissimo valore economico, sembrano quindi raccontare un’ altra storia, ancora più intrigante: Si potrebbe trattare, spiega Osanna, “di monili da indossare per occasioni rituali, più che per mostrarsi eleganti”.

 

 

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Adelante Gianni Mattera, l’esaltazione della libertà in una mostra al carcere borbonico del Castello Aragonese di Ischia

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Gli occhi di un uomo possono svolgere due funzioni: la prima è vedere l’energia così come fluisce nell’universo e la seconda è guardare le cose di questo mondo. L’una non è migliore dell’altra, ma addestrare i propri occhi solamente a guardare è una rinuncia inutile e disonorevole.

Questa sera, alle 21, nello spazio espositivo del carcere borbonico del Castello Aragonese di Ischia è di scena un artista, un pittore, che forse non è celebrato quanto merita su un’isola d’artisti e geniacci ma è molto amato e apprezzato in Italia e alcune capitali europee dove ha già esposto le sue opere: Adelante Gianni Mattera.

Ischia Ponte. La meraviglia del Castello Aragonese che domina sulla baia di Cartaromana

 

Uno che non ama celebrare pensieri ma vedere. Uno che non teme nulla ma ricorda sempre a se stesso qual è la ricchezza più grande ch’ognuno di noi possiede e dissipa: la libertà. Essere libero di essere se stesso, questo è Adelante Gianni Mattera, intérprete fresco dell’espressionismo astratto, pittore e cultore che trae ispirazione dalla filosofia di Carlos Castaneda, lo sciamano del terzo Millennio, l’uomo della dissolvenza delle illusioni. Se siete a Ischia stasera o se ci andate nei prossimi giorni, fino a 14 settembre,  Adelante Gianni Mattera espone nel carcere borbonico di Ischia del Castello Aragonese. L’artista é passato dalla  pittura a olio agli smalti su tela, con colorazioni specifiche che si fa preparare per esaltare la sua personalità artistica. Ora Adelante sta sperimentando una nuova tecnica: lo squeege. E vederlo all’opera mentre crea é esso stesso un momento emozionante. Perché come spiegavamo con gli occhi puoi vedere ma ci sei puoi sentire quell’energia che fluisce dall’artista.

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