Classe 1966, catanese di nascita ma fiorentino d’adozione, Salvatore Calleri è da decenni uno dei volti più noti e attivi della lotta alla criminalità organizzata in Italia. Laureato in giurisprudenza, ha conosciuto e collaborato per anni con il magistrato Antonino Caponnetto, dal cui nome prende vita la Fondazione che presiede dal 2003. Oggi Calleri è consulente della Commissione Parlamentare Bicamerale Antimafia, coordina l’OMCOM – Osservatorio Mediterraneo Criminalità Organizzata e Mafia, e promuove il progetto “Tulipani Rossi” per un’Europa di pace e legalità. Con lui abbiamo discusso del prossimo Vertice, delle nuove mafie 4.0 e dei pericoli che l’Italia e l’Europa devono affrontare nel prossimo futuro.
Dottor Calleri, cominciamo dal 35° Vertice Antimafia: qual è il tema centrale di quest’anno e perché avete scelto proprio “Mafie 4.0 tra tradizione, innovazione e guerre in corso”?
Il titolo sintetizza una consapevolezza: la mafia non è più quella di trent’anni fa. Oggi convivono riti arcaici con strategie moderne, crimini tradizionali e criminalità digitale, assi internazionali e guerre tra clan che attraversano confini. Il 13 dicembre a Firenze vogliamo ragionare su questa realtà complessa e in evoluzione, capire come la criminalità organizzata si stia trasformando e quali strumenti servono all’antimafia per restare al passo. Parleremo di conflitti mafiosi, di ramificazioni internazionali, di criminalità che utilizza tecnologia e globalizzazione — una foto aggiornata di ciò che oggi chiamiamo mafia 4.0.
Può farci qualche esempio concreto di queste “evoluzioni” mafiose che seguirete al Vertice?
Certo. Prenda la Francia: dopo l’omicidio di Mohamed Kessaci — fratello dell’attivista antimafia marsigliese Amine Kessaci — si è levata una reazione civile intensa, segno che anche lì si costruisce una nuova sensibilità contro le mafie. Allo stesso tempo, osserviamo attentamente le triadi cinesi attive tra Toscana — in particolare nella zona Firenze-Prato-Osmannoro — Roma, e anche all’estero, con rami che arrivano in Spagna e Germania.
Poi ci sono le mafie turche come i clan Dalton e Casper, che secondo inchieste recenti sarebbero coinvolti in traffici e scontri anche in Italia. Infine un fenomeno emerso con l’operazione “Hydra” della procura di Milano: una sorta di confederazione transnazionale che unisce clan siciliani, calabresi e campani, con canali finanziari che passano per organizzazioni criminali cinesi — il riciclaggio si sposta all’estero o utilizza strumenti digitali, criptovalute, transazioni complesse. Il rischio è reale: la mafia sta diventando sempre più globale, fluida, ibrida.
Lei parla spesso di mafie “arcaiche e moderne” insieme: come può un fenomeno antico come la criminalità organizzata convivere con le sue incarnazioni 4.0?
È un ossimoro, ma è la verità. La mafia mantiene ancora alcune radici profonde — omertà, controllo del territorio, violenza, affiliazioni. Allo stesso tempo però ha imparato ad adattarsi. Usa le nuove tecnologie per comunicare, per riciclare denaro attraverso criptovalute, per gestire marketing e network criminali internazionali.
Questa “agilità criminale” — come la chiamo — richiede un aggiornamento continuo da parte di chi combatte la mafia. Chi resta fermo, rischia di soccombere: le mafie cambiano velocemente, si riorganizzano, sfruttano la guerra, la crisi, l’economia globale. Per questo serve un’antimafia 4.0, dotata di strumenti moderni, cooperazione internazionale e sensibilità civica.
Quanto pesa l’uso delle nuove tecnologie da parte delle mafie, e cosa rischia lo Stato se non si aggiorna?
Molto. Pensi che criminali e clan non si limitano più a traffici tradizionali. Delinquenti internazionali creano reti complesse, comunicano via piattaforme criptate, spostano capitali con strumenti digitali, saltano i confini reali e legali. Questo rende molto difficile il contrasto: dalle intercettazioni tradizionali agli assetti societari offshore, dalle criptovalute al riciclaggio nascosto. Se lo Stato continua a usare strumenti obsoleti, le mafie avranno sempre un vantaggio.
Per questo al Vertice chiederemo che l’attenzione non sia solo giudiziaria — confische, arresti — ma anche culturale, normativa e tecnologica: formazione, cooperazione internazionale, regolamentazioni su fintech e criptovalute, intelligenza digitale, prevenzione dei traffici.
Lei coordina anche l’OMCOM — Osservatorio Mediterraneo Criminalità Organizzata e Mafia. Quanto importante è il monitoraggio internazionale oggi?
Fondamentale. Le mafie non sono più locali: si muovono come reti globali. Un osservatorio come OMCOM serve a tenere traccia delle evoluzioni in Europa, Nord Africa, nei paesi del Mediterraneo. Dall’infiltrazione nei porti, al traffico di droga, alle mafie straniere in Italia fino al riciclaggio internazionale. Solo con una visione ampia e coordinata possiamo capire i nessi e prevenire le infiltrazioni criminali. La mafia oggi non conosce frontiere.
Il rischio che una “mafia 4.0” diventi egemone dal Nord al Sud dell’Europa è reale? E cosa può fare la società civile?
Penso che il rischio sia molto più che reale. Il Nord non è più al sicuro e non lo è mai stato davvero. Le mafie cercano mercati, controllo economico, logistica, appalti, investimenti. E con le nuove tecnologie, le opportunità si moltiplicano.
Serve una risposta ampia: informazione, cultura della legalità, trasparenza, partecipazione civile. Le scuole devono educare i giovani alla giustizia, all’etica. Le istituzioni devono cooperare a livello europeo, internazionale. Le forze dell’ordine e la magistratura devono essere equipaggiate con i mezzi per combattere il crimine moderno. E la cittadinanza deve rimanere vigile e informata.
Un’ultima domanda: cosa significa per lei oggi essere “antimafioso” nel 2025?
Significa non accontentarsi delle vecchie vittorie. Significa saper guardare avanti, comprendere i nuovi pericoli, vigilare su mille fronti. Significa non solo condannare omicidi e traffici, ma smascherare i corrotti, denunciare gli interessi oscuri, garantire trasparenza, giustizia e opportunità.
Essere antimafioso nel 2025 vuol dire essere cittadini, attivi, responsabili. Perché la mafia esiste dove la società tace: cultura, complicità, indifferenza. L’antimafia oggi deve essere partecipata, collettiva, europea. E il Vertice del 13 dicembre — credo — sarà un passo in questa direzione.