Politica
Calenda e Magi, scontro al veleno dopo la piazza di Napoli: «Imbucato» e «bullo»
Duro botta e risposta sui social tra Carlo Calenda e Riccardo Magi dopo la manifestazione del Campo largo a Napoli. Al centro dello scontro le alleanze politiche, la raccolta delle firme per le elezioni e i rapporti con il centrosinistra.
Nuovo scontro sui social tra Carlo Calenda e Riccardo Magi. A riaccendere una rivalità politica mai del tutto sopita è stata la presenza del segretario di +Europa alla manifestazione organizzata a Napoli da Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.
Magi non è intervenuto dal palco sul quale si trovavano Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, ma ha seguito una parte dell’iniziativa tra il pubblico. Una presenza che Calenda ha utilizzato per attaccare il suo ex alleato, accusandolo di essersi presentato da «imbucato» per ottenere visibilità.
Il leader di Azione ha quindi invitato gli esponenti di +Europa a scegliere una collocazione liberale, riformista ed europeista al centro, anziché avvicinarsi al cosiddetto Campo largo.
Magi risponde sulla raccolta delle firme
La replica di Magi è arrivata poco dopo ed è stata altrettanto dura. Il segretario di +Europa ha chiamato Calenda «fenomeno» e lo ha accusato di aver cercato un accordo con il centrodestra per ottenere l’esenzione dalla raccolta delle firme necessarie alla presentazione delle liste elettorali.
Le accuse espresse da Magi rappresentano la sua valutazione politica della riforma in discussione e non un accertamento giuridico. Il deputato ha rivendicato la battaglia di +Europa per introdurre la possibilità di sottoscrivere digitalmente, attraverso lo Spid, le liste dei candidati, come già previsto per alcune iniziative referendarie.
Magi ha successivamente spiegato di essere andato alla manifestazione insieme al segretario del Psi Enzo Maraio proprio per sollevare il problema dell’accesso delle forze politiche alle competizioni elettorali.
Calenda attacca anche sulle parole di Conte
Calenda ha replicato invitando Magi a occuparsi delle difficoltà interne di +Europa e accusandolo di essere rimasto sotto il palco mentre Giuseppe Conte pronunciava dichiarazioni giudicate dal leader di Azione inaccettabili sulla guerra in Ucraina e sulla minaccia rappresentata dalla Russia.
Lo scontro si è così spostato dal posizionamento elettorale alla politica estera, uno dei temi che maggiormente dividono le opposizioni. Azione mantiene infatti una linea nettamente favorevole al sostegno militare e politico a Kiev, mentre il Movimento 5 Stelle è contrario all’aumento delle spese per la difesa e all’invio di nuove armi.
L’accusa di Magi: «È il tuo gioco da bullo»
Magi ha risposto definendo quello di Calenda un comportamento «da bullo» e sostenendo che il fondatore di Azione finisca per rompere i rapporti con quasi tutte le forze politiche alle quali si avvicina.
Il segretario di +Europa ha inoltre accusato Calenda di aver tentato più volte di sottrarre esponenti al suo partito e di favorire, con le proprie scelte, la vittoria del centrodestra. Accuse politiche alle quali il leader di Azione ha contrapposto la necessità di costruire un’area autonoma, liberale ed europeista.
Una rivalità che parte dalle elezioni del 2022
Il confronto tra Calenda e Magi si inserisce in una frattura che risale almeno alle elezioni politiche del 2022, quando Azione abbandonò l’accordo raggiunto con il Partito democratico, mentre +Europa decise di restare nella coalizione di centrosinistra.
Le distanze tornarono a emergere nell’ottobre del 2023, durante un’assemblea di Azione, con un acceso confronto personale tra i due leader.
Il nuovo duello conferma quanto resti difficile ricomporre un’area centrista e riformista divisa non soltanto dalle ambizioni dei suoi protagonisti, ma anche dalle differenti strategie sulle alleanze: Calenda punta a una forza autonoma dal Campo largo, mentre Magi continua a dialogare con il centrosinistra sui diritti civili, sulle riforme elettorali e sui temi europei.
Politica
Ceuta, bloccata una troupe del Tg2: caso politico sui controlli spagnoli
Una troupe del Tg2 guidata da Lorenzo Lo Basso sarebbe stata bloccata a Ceuta per la mancanza di una certificazione doganale relativa ad auto e telecamera. Unirai denuncia controlli eccessivi, mentre esponenti del centrodestra evocano la censura. Manca ancora la versione delle autorità spagnole.
Una troupe del Tg2 guidata dall’inviato Lorenzo Lo Basso sarebbe stata sottoposta a controlli rafforzati al suo arrivo a Ceuta, l’exclave spagnola in Nord Africa. Auto, telecamera e attrezzature professionali sarebbero state trattenute durante la notte per la mancanza di una certificazione doganale.
A denunciare l’episodio è Unirai Figec, che ha espresso preoccupazione per il comportamento delle autorità spagnole. Al caso si sono aggiunte le reazioni politiche di Forza Italia e Fratelli d’Italia, che hanno evocato un possibile tentativo di ostacolare il lavoro giornalistico. Al momento, tuttavia, non risultano elementi sufficienti per qualificare l’accaduto come censura.
La ricostruzione di Unirai
Secondo il sindacato, dopo essere sbarcati di notte i componenti della troupe avrebbero mostrato i passaporti italiani, ma sarebbero stati sottoposti a verifiche supplementari.
Le autorità avrebbero richiesto una certificazione relativa all’automobile e alla telecamera. I giornalisti hanno spiegato di non esserne in possesso perché, durante una precedente trasferta avvenuta pochi giorni prima, non sarebbe stata richiesta alcuna formalità analoga.
Non sarebbe stata accettata neppure la proposta di lasciare temporaneamente i passaporti come garanzia. La troupe avrebbe quindi dovuto abbandonare il veicolo e le attrezzature, restando a piedi durante la notte e rischiando di non riuscire a realizzare il servizio previsto per il giorno successivo.
Unirai sostiene che i controlli rafforzati starebbero interessando soprattutto i cittadini italiani e rappresenterebbero una minaccia alla libera circolazione in Europa. Questa circostanza, però, necessita di conferme da parte delle autorità spagnole.
Il particolare regime doganale di Ceuta
Ceuta è territorio spagnolo e appartiene all’Unione europea, ma non rientra nel territorio doganale dell’Ue e non applica la disciplina europea ordinaria su Iva e accise.
Per questo motivo l’ingresso di automobili e attrezzature professionali, comprese telecamere e mezzi destinati alle produzioni televisive, può essere sottoposto a specifiche procedure di ammissione temporanea e alla presentazione di documenti doganali.
La circostanza potrebbe spiegare la richiesta di una certificazione, ma resta da chiarire perché la stessa documentazione non sarebbe stata domandata durante la precedente trasferta della troupe e se le modalità del controllo siano state proporzionate.
Gasparri e Filini parlano di censura
Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha espresso solidarietà a Lo Basso, chiedendosi se l’episodio possa rappresentare un tentativo di censura da parte del governo di Pedro Sánchez.
Più netto il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Filini, che ha accusato il premier spagnolo di bloccare i giornalisti italiani anziché contrastare gli ingressi irregolari a Ceuta. Filini ha inoltre sollecitato una presa di posizione delle opposizioni italiane.
Si tratta, allo stato, di valutazioni politiche. Per stabilire se sia stato un controllo doganale applicato rigidamente, un disguido amministrativo oppure un ostacolo ingiustificato al diritto di cronaca sarà necessaria la versione delle autorità spagnole.
Politica
Attentato a Ranucci, i legali di Cangiano: «Lavitola smentisce le accuse di Report»
Gli avvocati Luigi Petrillo e Sara Petella accusano la puntata “Il cantiere dei misteri” di aver indicato ingiustamente il deputato Girolamo Cangiano come possibile mandante dell’attentato a Ranucci. La denuncia per diffamazione è ancora all’esame della Procura.
Le dichiarazioni rese da Valter Lavitola sul proprio ruolo nell’attentato contro Sigfrido Ranucci smentirebbero le ricostruzioni che avevano coinvolto il deputato casertano di Fratelli d’Italia Girolamo Cangiano. A sostenerlo sono i suoi avvocati, Luigi Petrillo e Sara Petella.
In una nota, i due penalisti tornano sulla puntata di Report del 19 aprile scorso, intitolata Il cantiere dei misteri, definendola «infarcita di gratuite falsità».
La contestazione sulla lettera anonima
Secondo i legali, la trasmissione avrebbe preso spunto da una lettera anonima per presentare Cangiano come possibile mandante dell’attentato dinamitardo compiuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del conduttore di Report.
Gli sviluppi dell’inchiesta, sostengono gli avvocati, avrebbero invece indirizzato le contestazioni verso Valter Lavitola, che durante l’interrogatorio di garanzia ha ammesso, secondo quanto riferito dal suo difensore, di aver commissionato l’azione.
Petrillo e Petella denunciano inoltre che la puntata è ancora disponibile su RaiPlay.
La denuncia per diffamazione
«Attendiamo con fiducia che la Procura di Roma completi in tempi brevi il suo lavoro per dare corso alla denuncia per diffamazione a mezzo stampa che abbiamo da tempo depositato», dichiarano i penalisti.
La diffamazione denunciata dai legali non è stata ancora accertata giudiziariamente. Sarà la Procura a valutare il contenuto della trasmissione, il modo in cui venne presentata la lettera anonima e l’eventuale rilevanza penale delle affermazioni contestate.
Non risulta, allo stato, che Cangiano sia coinvolto nell’inchiesta sull’attentato.
La precisazione sul Riesame
La nota richiama anche decisioni del Tribunale del Riesame. Va precisato che il precedente provvedimento del Riesame aveva confermato le misure cautelari nei confronti dei quattro presunti esecutori materiali. Per Lavitola, invece, il gip ha disposto la custodia in carcere e successivamente respinto la richiesta di domiciliari; la difesa ha annunciato l’impugnazione.
Politica
La maledizione d’agosto di Salvini: ogni mossa diventa un boomerang
Matteo Salvini affronta la crescita di Vannacci e la fronda lombarda, mentre gli interventi su Ranucci, banche e migranti alimentano tensioni politiche. Anche il video su Riccione e la contestazione all’Agnata diventano nuovi boomerang.
Quando Matteo Salvini entra nel mese di agosto, il calendario smette di essere un dettaglio e diventa un avversario politico. Nell’estate del 2019 furono il Papeete, il mojito e la richiesta dei «pieni poteri» a fargli perdere il governo. Sette anni dopo non c’è una crisi balneare da aprire, ma una lunga serie di fronti sui quali il leader della Lega sembra muoversi costantemente fuori tempo.
Il problema non è soltanto quello che dice. È il momento in cui lo dice, il modo in cui lo comunica e soprattutto l’effetto che produce: spesso l’esatto contrario di quello desiderato.
Vannacci e l’assedio dentro la Lega
Salvini deve anzitutto difendersi dal generale Roberto Vannacci, portato a Bruxelles dalla Lega e poi diventato fondatore di Futuro Nazionale. Il nuovo partito è cresciuto fino a sfiorare nei sondaggi lo stesso Carroccio e ha già raccolto parlamentari provenienti dalla maggioranza.
Come se non bastasse, la fronda interna non è più silenziosa. Dalla Lombardia è arrivata la richiesta di una leadership collegiale. Il governatore Attilio Fontana, il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo e dirigenti delle province storicamente leghiste chiedono una redistribuzione del potere e un ritorno alle battaglie territoriali.
Il generale porta via voti e parlamentari, mentre i vecchi leghisti reclamano il partito. Salvini è stretto tra chi gli contesta di essere troppo moderato e chi non sopporta più la sua trasformazione della Lega in un movimento personale.
Il boomerang su Ranucci
Il caso Sigfrido Ranucci è l’esempio più evidente. La Rai sta valutando la condotta del giornalista attraverso il Comitato etico e potrebbe assumere provvedimenti sulla conduzione di Report.
Poi arriva Salvini e chiede pubblicamente la sospensione: «Gli italiani non paghino lo stipendio a qualcuno coinvolto in una vicenda torbida».
Il risultato è un boomerang perfetto. Qualunque decisione della Rai rischia adesso di essere interpretata come l’esecuzione di un ordine politico impartito da un vicepresidente del Consiglio. Le opposizioni possono così spostare il dibattito dai comportamenti contestati a Ranucci alla libertà dell’informazione.
In altre parole, Salvini rischia di offrire al conduttore proprio l’argomento difensivo più efficace: l’interferenza della politica sul servizio pubblico.
I toni contro Madrid e Berlino
Sulla crisi migratoria di Ceuta, il governo italiano ha scelto di introdurre controlli temporanei per chi arriva dalla Spagna. Madrid ha reagito con misure analoghe e la tensione diplomatica è aumentata.
Salvini ha aggiunto il proprio carico: «Lezioni da Madrid e Berlino noi non ne prendiamo. Prima sistemino i problemi in Spagna e Germania».
Una linea utile a rafforzare l’immagine del difensore dei confini, ma meno adatta a gestire rapporti con due Paesi alleati con i quali l’Italia condivide interessi economici e numerosi dossier europei. La fermezza è una scelta politica; trasformare ogni divergenza in una guerra verbale rischia invece di isolare l’Italia senza risolvere la questione migratoria.
La tassa sulle banche
Salvini propone poi un contributo triennale pari al 5% degli utili delle dieci maggiori banche italiane. Con profitti complessivi ipotizzati in 30 miliardi di euro, l’incasso sarebbe di circa un miliardo e mezzo all’anno.
È una proposta immediatamente popolare, soprattutto in un momento di grandi guadagni per gli istituti di credito. Ma non è ancora una misura concordata nella maggioranza: Forza Italia è contraria, mentre Fratelli d’Italia appare più disponibile al confronto.
Resta inoltre il problema già visto con precedenti tentativi di tassazione: impedire che le banche recuperino il contributo aumentando costi e commissioni a carico dei clienti.
Il meme di Riccione e il concerto per De André
La comunicazione social ha fatto il resto. Un video diffuso dalla Lega mostrava le immagini dei migranti di Ceuta accompagnate dalla scritta: «Riccione 2030, senza Salvini ministro dell’Interno».
Il Comune di Riccione ha annunciato un’azione legale, sostenendo che il filmato danneggi l’immagine turistica della città. La Lega si è difesa spiegando che si trattava soltanto di un meme.
Infine l’Agnata, la tenuta sarda di Fabrizio De André. Salvini si è seduto in prima fila al concerto in memoria del cantautore ed è stato contestato da una spettatrice. Dori Ghezzi ha difeso il diritto al dialogo, mentre Alice De André ha osservato che il nonno gli avrebbe probabilmente chiesto cosa ci facesse lì.
Essere presente non era una colpa. Ma per un politico che ha costruito la propria carriera sull’occupazione simbolica di ogni scena, anche sedersi in prima fila diventa inevitabilmente un messaggio.
Salvini continua ad avere fiuto, energia e una straordinaria capacità di dettare l’agenda. Il problema è che oggi sembra dettarla soprattutto contro se stesso. E agosto, ancora una volta, non gli porta consiglio.


