Collegati con noi

Salute

Calcoli renali, bere aiuta ma non basta: conta anche cosa si mangia

I calcoli renali sono un problema antico e ancora molto diffuso. L’idratazione resta fondamentale, ma da sola non basta: dieta, sale, proteine animali, peso corporeo e predisposizione individuale giocano un ruolo decisivo.

Pubblicato

del

I calcoli renali accompagnano l’uomo da millenni. Le prime testimonianze risalgono a quasi settemila anni fa, quando furono ritrovati calcoli urinari in mummie egizie datate tra il 4.800 e il 4.400 avanti Cristo. Un problema antico, ma ancora molto attuale: oggi la calcolosi urinaria colpisce una quota significativa della popolazione mondiale e resta una delle cause più dolorose di accesso alle cure urologiche.

Quando l’urina diventa troppo concentrata

I calcoli si formano nei reni quando l’urina diventa troppo concentrata e sali e minerali iniziano a cristallizzare. Possono essere piccoli come granelli di sabbia ed essere espulsi senza sintomi, oppure raggiungere dimensioni tali da provocare coliche renali molto dolorose e richiedere trattamenti specifici.

Nei casi più complessi si può ricorrere alla litotrissia a onde d’urto, che frantuma il calcolo dall’esterno, oppure a interventi chirurgici più invasivi. La maggior parte dei calcoli è composta da ossalato di calcio, con una quota minore di fosfato di calcio. Meno frequenti sono quelli di acido urico.

Bere di più resta importante

L’idratazione è uno dei pilastri della prevenzione. Le linee guida internazionali raccomandano una diuresi di almeno 2,5 litri al giorno, perché urine più diluite riducono la possibilità che sali e minerali si aggreghino.

Un ampio studio randomizzato pubblicato su The Lancet ha però mostrato quanto sia difficile trasformare questa raccomandazione in un cambiamento reale dello stile di vita. In oltre 1.600 persone con storia di calcoli urinari, un programma strutturato per aumentare l’idratazione ha prodotto solo una differenza minima rispetto ai consigli standard: nuove coliche o interventi nel 19 per cento dei casi contro il 20 per cento.

Il messaggio non è che bere non serva. Il messaggio è che bere abbastanza, ogni giorno e in modo costante, è più difficile di quanto sembri.

Il colore delle urine come segnale

Il criterio più semplice per orientarsi è osservare le urine. Devono restare chiare o di colore giallo molto pallido. Se diventano scure, soprattutto nelle giornate calde o dopo attività fisica, significa che l’organismo sta perdendo liquidi e l’urina si concentra.

Con l’arrivo del caldo il rischio aumenta. Una metanalisi pubblicata su Kidney Medicine indica che il rischio di colica renale cresce con l’aumento della temperatura media giornaliera. D’estate, sudando di più, si urina meno e in modo più concentrato. Per questo la quantità di acqua necessaria non è uguale per tutti: dipende da età, attività fisica, lavoro, sudorazione e temperatura esterna.

L’errore di eliminare latte e formaggi

Dopo una colica molti pazienti eliminano latte e formaggi pensando che il calcio alimentare favorisca i calcoli. Spesso è un errore. Una dieta troppo povera di calcio può aumentare il rischio di calcoli di ossalato, perché il calcio assunto ai pasti lega l’ossalato nell’intestino e ne riduce l’assorbimento.

Le linee guida raccomandano un apporto normale di calcio, circa 1.000-1.200 milligrammi al giorno, soprattutto attraverso l’alimentazione. Molto più importante è ridurre il sale: il sodio in eccesso aumenta l’eliminazione di calcio nelle urine e favorisce la formazione di calcoli.

Sale, proteine animali e zuccheri

La prevenzione passa anche dalla dieta. Troppe proteine animali, troppo sale, poca acqua, obesità, diabete e insulino-resistenza possono aumentare il rischio di calcoli di ossalato di calcio.

Per i calcoli di acido urico, invece, il problema principale è un’urina troppo acida. Le purine, presenti soprattutto in carne rossa, frattaglie, pesce azzurro e crostacei, vengono trasformate in acido urico. Anche zuccheri semplici, fruttosio e alcol possono peggiorare il quadro.

Nessun cibo va demonizzato

La prevenzione non si basa su divieti assoluti, ma su equilibrio e continuità. Bere in modo adeguato, ridurre il sale, evitare eccessi di proteine animali, mantenere un peso corretto e seguire una vera dieta mediterranea sono le strategie più utili, soprattutto per chi ha già avuto una colica.

Nessun alimento, da solo, va demonizzato. Il punto è evitare gli eccessi e adattare la prevenzione al tipo di calcolo, alla storia personale e alle indicazioni del medico. Perché i calcoli renali sono antichi quanto l’uomo, ma oggi si possono prevenire meglio, a patto di non affidarsi a una sola regola e di considerare l’intero stile di vita.

Advertisement

In Evidenza

Sanità, monitoraggio Lea 2024: Veneto primo, migliorano le Regioni ma resta il divario Nord-Sud

Il monitoraggio 2024 dei Livelli essenziali di assistenza premia Veneto, Emilia-Romagna e Toscana. Scendono da otto a tre le Regioni sotto la soglia di sufficienza, ma persistono forti disuguaglianze territoriali tra Nord e Sud.

Pubblicato

del

donna in ospedale

La sanità italiana registra segnali di miglioramento, ma il divario tra le diverse aree del Paese resta evidente. È quanto emerge dalla verifica del Ministero della Salute sui Livelli essenziali di assistenza (Lea) relativi al 2024, effettuata attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia, che valuta le performance delle Regioni sulla base di 88 indicatori distribuiti nelle tre macroaree della prevenzione, dell’assistenza distrettuale e dell’assistenza ospedaliera.

Per ottenere una valutazione positiva, ogni Regione deve raggiungere almeno 60 punti su 100 in ciascuna delle tre aree esaminate.

Veneto al primo posto, seguono Emilia-Romagna e Toscana

A guidare la classifica nazionale è il Veneto, che ottiene 288 punti su 300, confermandosi la Regione con le migliori prestazioni complessive.

Il punteggio è frutto di risultati particolarmente elevati in tutti gli ambiti valutati:

  • 96 punti nella prevenzione
  • 95 nell’assistenza distrettuale
  • 97 nell’assistenza ospedaliera

Alle spalle del Veneto si collocano:

  • Emilia-Romagna con 282 punti
  • Toscana con 280
  • Piemonte con 272
  • Provincia autonoma di Trento, che conquista il miglior risultato nazionale nella prevenzione con 98 punti
  • Lombardia con 270 punti

Nella fascia immediatamente successiva figurano anche Umbria, Liguria e Friuli Venezia Giulia, tutte con risultati superiori alla soglia di sufficienza.

Solo tre territori restano sotto la soglia

Rispetto al monitoraggio precedente, il numero delle amministrazioni che non raggiungono gli standard minimi si riduce sensibilmente.

Nel 2023 erano otto le Regioni e Province autonome insufficienti. Nel 2024 restano soltanto:

  • Calabria
  • Sicilia
  • Provincia autonoma di Bolzano

Le criticità, però, non sono identiche.

Sicilia e Bolzano continuano a registrare risultati insufficienti soprattutto nell’area della prevenzione, fermandosi rispettivamente a 49 e 59 punti.

La Calabria, ultima nella graduatoria complessiva, mostra invece le maggiori difficoltà nell’assistenza territoriale, dove ottiene 52 punti, pur migliorando rispetto ai 40 punti registrati nel 2023.

Schillaci: «Un cambio di passo certificato dai dati»

Per il ministro della Salute Orazio Schillaci, i risultati evidenziano un’evoluzione positiva del sistema sanitario nazionale.

Secondo il ministro, la riduzione delle Regioni insufficienti da otto a tre rappresenta un indicatore concreto del lavoro svolto dal Governo per rendere il servizio sanitario più efficiente e vicino ai cittadini.

Schillaci ha inoltre ricordato l’incremento delle risorse destinate alla sanità, pari a oltre 5 miliardi di euro aggiuntivirispetto al 2023, ritenendolo uno degli elementi che hanno contribuito al miglioramento delle performance regionali.

Crescono anche Valle d’Aosta, Abruzzo e Basilicata

Tra i progressi più significativi figurano quelli della Valle d’Aosta, dell’Abruzzo e della Basilicata, che hanno recuperato terreno soprattutto nell’assistenza distrettuale dopo le gravi insufficienze registrate nel monitoraggio precedente.

Passi avanti vengono evidenziati anche nella prevenzione per Liguria, Molise e ancora Abruzzo, segnale di un miglioramento diffuso, seppur con intensità differenti.

Resta il divario tra Nord e Sud

Il quadro generale appare dunque incoraggiante, ma continua a mettere in evidenza profonde differenze territoriali nell’accesso ai servizi sanitari.

Le Regioni del Nord mantengono mediamente standard più elevati sia nella prevenzione sia nell’assistenza territoriale e ospedaliera, mentre diverse realtà del Mezzogiorno continuano a registrare ritardi che incidono sulla qualità delle cure offerte ai cittadini.

Un tema richiamato anche dalla Società Italiana di Medicina Interna (Simi). Il presidente Nicola Montano ha sottolineato come l’obiettivo debba essere quello di garantire a tutti i cittadini, indipendentemente dalla Regione di residenza, gli stessi livelli di qualità, appropriatezza e tempestività delle prestazioni sanitarie.

Il monitoraggio dei Lea conferma quindi un sistema sanitario in miglioramento, ma ancora caratterizzato da forti disuguaglianze territoriali che rappresentano una delle principali sfide per il Servizio sanitario nazionale.

Continua a leggere

Salute

Sclerosi multipla, nasce “Vita SMisurata”: la piattaforma per vivere oltre la diagnosi

Presentata in Senato “Vita SMisurata”, piattaforma digitale promossa da Merck Italia con Aism e Sin per offrire strumenti informativi alle persone con sclerosi multipla. Il portale affronta temi come mente e corpo, alimentazione, intimità e qualità della vita.

Pubblicato

del

Fornire strumenti informativi per aiutare le persone con sclerosi multipla a vivere una vita piena e di qualità, anche oltre la diagnosi. È questo l’obiettivo di “Vita SMisurata”, la piattaforma digitale presentata oggi in Senato e realizzata da Merck Italia con il patrocinio e la collaborazione dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla e della Società Italiana di Neurologia.

Una piattaforma per la qualità della vita

Il portale offre informazioni pensate per accompagnare chi convive con la sclerosi multipla nella costruzione del proprio percorso quotidiano. Non si limita agli aspetti clinici della malattia, ma affronta temi che incidono profondamente sulla qualità della vita: il rapporto tra mente e corpo, l’alimentazione, l’intimità, le relazioni e il benessere personale.

L’obiettivo è dare spazio a bisogni spesso poco presenti nelle guide tradizionali, ma centrali per chi affronta una diagnosi e deve ridefinire abitudini, priorità e prospettive.

Il ruolo di Aism, Sin e Merck Italia

Il progetto nasce da una collaborazione tra competenze diverse. “Solo una collaborazione ampia tra differenti competenze può contribuire a costruire risposte più efficaci e inclusive per le persone con sclerosi multipla e le loro famiglie”, ha affermato la senatrice Tilde Minasi, promotrice dell’evento di presentazione.

Per Mario Alberto Battaglia, presidente Fism e direttore generale Aism, dopo una diagnosi “la vita continua” e porta con sé bisogni che cambiano nel tempo, coinvolgendo ogni dimensione della persona. Rispondere a questi bisogni, ha spiegato, significa costruire strumenti e alleanze più vicini alle esigenze di ciascuno.

Esperienze, professionisti e incontri sul territorio

“Vita SMisurata” è costruita anche attraverso il contributo di professionisti, creator e persone con sclerosi multipla, che condividono esperienze concrete e facilmente replicabili nella vita di tutti i giorni.

Accanto alla piattaforma digitale, il progetto prevede incontri sul territorio, pensati come occasioni di confronto diretto tra persone con sclerosi multipla, clinici e associazioni.

Un approccio oltre la terapia

“La ricerca e la pratica clinica hanno trasformato nel tempo la gestione della sclerosi multipla”, ha sottolineato Andrea Paolillo, direttore medico di Merck Italia. Oggi, ha aggiunto, è necessario guardare alla patologia non solo dal punto di vista terapeutico, ma integrando tutte le dimensioni utili a garantire a chi ha ricevuto una diagnosi una vita piena e soddisfacente.

La piattaforma si propone così come uno strumento informativo e di accompagnamento, pensato per mettere al centro la persona e non soltanto la malattia.

Continua a leggere

Salute

Sanità, Istat: in meno di 30 anni persi oltre metà dei posti letto

Secondo l’Istat, tra il 1996 e il 2023 l’Italia ha perso oltre il 50% dei posti letto in sanità, con un calo più forte nel settore pubblico. Criticità anche su medici di famiglia, età del personale sanitario e spesa sanitaria.

Pubblicato

del

La sanità italiana ha perso oltre la metà dei suoi posti letto in meno di trent’anni. È uno dei dati più rilevanti emersi dall’audizione di Nicoletta Panuzzi, della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’Istat, davanti alla Commissione Affari Sociali della Camera, nell’ambito dell’indagine sull’attuazione dei Livelli essenziali di assistenza e sull’erogazione delle prestazioni sanitarie nelle regioni.

Dai 358mila posti letto del 1996 ai 176mila del 2023

Secondo i dati illustrati dall’Istat, i posti letto sono passati dai 358.309 del 1996 ai 176.317 del 2023, con una riduzione superiore al 50%. Il calo ha colpito soprattutto il settore pubblico, dove la diminuzione è stata del 53,7%, mentre nel privato accreditato la flessione si è fermata al 38,4%.

La regione che ha registrato la perdita più consistente è la Calabria, con un calo del 61,2%. La riduzione più contenuta riguarda invece la Valle d’Aosta, dove i posti letto sono diminuiti del 20,7%.

Medici di famiglia in calo

L’Istat ha richiamato anche la contrazione dei medici di medicina generale. Erano circa 37mila nel 2024, ottomila in meno rispetto al 2013. Un dato che pesa soprattutto nei territori dove la medicina di prossimità dovrebbe rappresentare il primo presidio di assistenza e filtro rispetto agli ospedali.

Alla riduzione numerica si aggiunge il tema dell’età del personale sanitario. Nel 2024 quasi un terzo dei medici aveva tra 65 e 69 anni. Una criticità che riguarda anche i pediatri di libera scelta e che pone il problema del ricambio generazionale.

Spesa sanitaria a 190 miliardi nel 2025

Sul fronte economico, la spesa sanitaria nel 2025 è arrivata a 190,1 miliardi di euro, pari all’8,4% del Pil. Dal 2019 al 2025 l’aumento medio annuo è stato del 3,4%.

La componente pubblica ammonta a 140,8 miliardi, pari al 74,1% della spesa complessiva. La spesa pubblica è cresciuta in media del 3,6% l’anno, quella privata del 2,9%, mentre la quota direttamente a carico delle famiglie è aumentata del 2,2%.

Il nodo dei Lea e delle differenze regionali

I numeri illustrati dall’Istat confermano una questione centrale: l’attuazione dei Lea dipende non solo dalle risorse disponibili, ma anche dalla capacità dei sistemi regionali di garantire servizi, personale, strutture e tempi adeguati di cura.

La riduzione dei posti letto, il calo dei medici di famiglia e l’invecchiamento del personale sanitario indicano una pressione crescente sul Servizio sanitario nazionale. Il tema, ora, è capire se la spesa in aumento sarà sufficiente a rafforzare davvero l’accesso alle cure e a ridurre le differenze tra territori.

Continua a leggere
error: Contenuto Protetto