Un poeta del cinema capace di raccontare senza sconti le contraddizioni e le crisi della società. Un intransigente ed elegante indagatore del passato e del presente, capace di mettere in scena il disfacimento delle classi dominanti e le tensioni della modernità.
Sono mondi potenti e rivelatori quelli creati da Luchino Visconti, nei quali il regista ha avuto come compagni di strada figure come Jean Cocteau, Thomas Mann, Giovanni Verga, William Shakespeare, Giuseppe Verdi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Anton Čechov.
Aristocratico e partigiano, perfezionista e sperimentatore tra teatro e cinema, il conte “rosso” moriva 50 anni fa, il 17 marzo 1976 a Roma, mentre stava ultimando il doppiaggio del suo ultimo film L’innocente e lavorava all’adattamento cinematografico de La montagna incantata.
Le celebrazioni del cinquantenario
Il cinquantenario della scomparsa del regista è ricordato con una serie di iniziative in Italia e all’estero. Tra queste una retrospettiva della Fondazione Cinema per Roma, una rassegna organizzata da Ciné-histoire a Montreal e la proiezione di Ludwig al Teatro alla Scala.
Un modo per rileggere l’opera di uno dei più grandi autori del cinema europeo del Novecento.
Le origini aristocratiche e l’incontro con il cinema
Nato a Milano il 2 novembre 1906, quarto di sette fratelli, Luchino Visconti di Modrone era figlio del duca Giuseppe Visconti di Modrone e di Carla Erba, erede di una delle più importanti famiglie industriali farmaceutiche italiane.
In una famiglia colta e raffinata, i figli vengono educati fin da piccoli alla musica e all’arte. A questa formazione si affianca però una disciplina molto rigida alla quale il giovane Luchino, carattere sensibile e ribelle, fatica ad adattarsi.
Dopo gli studi, un periodo da militare e una parentesi come allevatore di cavalli, Visconti trova la sua strada all’inizio degli anni Trenta a Parigi. Qui, grazie all’amicizia con Coco Chanel, entra in contatto con il mondo culturale del Fronte Popolare e conosce Jean Cocteau, Luis Buñuel, Man Ray e soprattutto Jean Renoir, del quale diventa assistente volontario.
Dal neorealismo ai grandi affreschi storici
Nel 1939 si trasferisce a Roma e si avvicina agli ambienti antifascisti della rivista Cinema.
La sua opera prima è Ossessione (1943), con Massimo Girotti e Clara Calamai, film ispirato a un romanzo di James M. Cain che racconta una storia di passione e morte e che viene considerato uno dei precursori del neorealismo italiano.
Durante la guerra Visconti partecipa alla Resistenza, nascondendo armi e persone nella sua villa. Arrestato e torturato dalla Banda Koch, riesce a salvarsi grazie all’intervento dell’attrice María Denis.
Nel dopoguerra alterna cinema e teatro. Tra i suoi film più importanti ci sono La terra trema (1948), Bellissima (1951), Senso (1954), Rocco e i suoi fratelli (1960) e soprattutto Il Gattopardo (1963), capolavoro tratto dal romanzo di Tomasi di Lampedusa che gli vale la Palma d’oro al Festival di Cannes.
La trilogia tedesca e gli ultimi film
Negli anni successivi realizza alcuni dei suoi lavori più celebri e ambiziosi.
Con La caduta degli dei (1969), Morte a Venezia (1971) e Ludwig costruisce la cosiddetta “trilogia tedesca”, grande affresco sul declino delle élite europee.
Dopo una grave trombosi nel 1972, che lo lascia parzialmente paralizzato, il regista torna comunque al lavoro dirigendo Gruppo di famiglia in un interno (1974) e infine L’innocente (1976).
Il legame profondo con l’isola d’Ischia
Accanto alla sua intensa attività artistica, Visconti sviluppò un rapporto speciale con l’isola d’Ischia.
Il regista scoprì l’isola nel 1945, rimanendone affascinato al punto da acquistare la villa La Colombaia, nel bosco di Zaro a Forio, che trasformò nella sua residenza estiva e in un luogo di lavoro e di incontro per artisti e intellettuali.
Quella villa bianca immersa nella macchia mediterranea divenne per lui un rifugio creativo e un luogo di amicizie e ispirazioni artistiche.
Negli ultimi anni della sua vita Visconti trascorse molte estati proprio alla Colombaia, e oggi le sue ceneri sono conservate nel giardino della villa, insieme a quelle della sorella Uberta.
Oggi la residenza è sede della Fondazione Luchino Visconti e ospita un museo dedicato al regista, diventando uno dei luoghi simbolo della memoria culturale dell’isola.
La poetica degli sconfitti
Visconti ha spesso raccontato personaggi travolti dalla storia e dalla trasformazione sociale.
“Quasi tutti i miei personaggi sono degli sconfitti, perché sono quelli che mi commuovono di più”, spiegava in una delle sue ultime interviste.
Un cinema che continua a interrogare il presente e a raccontare, con lucidità e bellezza, la fine di un mondo e le contraddizioni della modernità.