Esteri
Cabinovia di Cortina, l’inchiesta arriva al Mit: spunta il nome di Elisabetta Pellegrini
L’inchiesta della Procura di Belluno sulla cabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina coinvolge anche Elisabetta Pellegrini, coordinatrice della struttura tecnica di missione del Mit. Salvini difende il suo operato.
L’indagine della Procura di Belluno sulla cabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina d’Ampezzo arriva fino ai vertici tecnici del Ministero dei Trasporti. Dopo i nomi dell’amministratore delegato di Simico, Fabio Massimo Saldini, dell’ingegnera Valeria Cepi e dell’amministratore delegato di Graffer, Angelo Redaelli, emerge ora quello di Elisabetta Pellegrini, coordinatrice della struttura tecnica di missione del Mit e figura considerata vicina al ministro Matteo Salvini.
L’ipotesi di reato al centro degli accertamenti è turbata libertà di gara d’appalto. La vicenda riguarda l’assegnazione dei lavori per una delle infrastrutture considerate strategiche per Milano Cortina 2026, poi mai completata nei tempi previsti.
Il progetto mai concluso in tempo
La cabinovia avrebbe dovuto collegare il parcheggio Apollonio con la località Socrepes, consentendo il trasporto del pubblico dal fondovalle alle piste da sci. L’opera, però, non è stata portata a termine in tempo e gli spettatori hanno dovuto utilizzare bus navetta.
Durante l’esecuzione dei lavori erano emerse diverse criticità, tra cui problemi di instabilità geologica del terreno su cui realizzare i pilastri dell’impianto a fune. Uno smottamento aveva aggravato il quadro, rendendo necessarie varianti che avrebbero fatto lievitare i costi e rallentato ulteriormente il cantiere.
L’ipotesi della Procura di Belluno
Secondo l’ipotesi investigativa, ancora tutta da verificare, vi sarebbero stati possibili comportamenti collusivi o comunque fraudolenti diretti a favorire l’azienda Graffer, aggiudicataria dei lavori, attraverso le possibilità offerte dal ricorso all’affidamento diretto.
Simico ha sempre sostenuto di aver operato con trasparenza e ha garantito piena collaborazione agli organi inquirenti. L’amministratore delegato Saldini, ascoltato per quattro ore dal pubblico ministero, ha affermato di aver chiarito quanto contestato e ha negato l’esistenza di un rapporto privilegiato con Graffer.
Chi è Elisabetta Pellegrini
Elisabetta Pellegrini, originaria di Verona, ha costruito il proprio percorso nella pubblica amministrazione in Veneto. Nel 2017 l’allora presidente della Regione, Luca Zaia, le affidò l’incarico di direttrice di progetto per accelerare la realizzazione della Superstrada Pedemontana Veneta, dopo l’esperienza come direttrice generale della Provincia di Verona.
Al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ricopre oggi il ruolo di coordinatrice della struttura tecnica di missione. Il suo nome, trapelato nel pomeriggio, non è stato smentito dal procuratore di Belluno Massimo De Bortoli, titolare dell’inchiesta.
Salvini difende Pellegrini e le Olimpiadi
Matteo Salvini è intervenuto con una nota per difendere il lavoro svolto da Pellegrini e dalla squadra che ha seguito il dossier olimpico. Il ministro ha definito le Olimpiadi invernali un successo straordinario, riconosciuto anche all’estero, e si è detto certo che le indagini confermeranno la piena legittimità di tutti gli atti.
Salvini ha rivendicato il risultato dei Giochi come una vetrina importante per l’Italia e ha ringraziato le persone che hanno lavorato alla loro realizzazione, compresa Pellegrini, della quale ha sottolineato impegno e laboriosità.
Le critiche dell’opposizione
Dura la reazione di Avs. La capogruppo alla Camera, Luana Zanella, ha sostenuto che, a Giochi conclusi, restano le inchieste e che Salvini dovrebbe risponderne politicamente invece di minimizzare.
Il caso apre un nuovo fronte sul dopo Olimpiadi e sulla gestione delle opere connesse all’evento. Al centro ci sono affidamenti, tempi, varianti, costi e responsabilità amministrative. Sarà l’inchiesta a stabilire se le ipotesi investigative troveranno conferma o se gli atti saranno ritenuti pienamente legittimi.
Presunzione di innocenza e accertamenti in corso
La vicenda è ancora nella fase delle indagini preliminari. Tutte le persone coinvolte devono essere considerate innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.
Il nodo politico e giudiziario resta però rilevante: un’opera strategica, collegata a un evento internazionale, non è stata completata nei tempi previsti e ora finisce al centro di un’inchiesta per turbativa d’asta. Per questo l’attenzione della magistratura e delle istituzioni resta alta.
Esteri
Iran, missili sui Paesi del Golfo ma Israele resta fuori dagli attacchi: Netanyahu invita Trump a tentare la via diplomatica
L’Iran colpisce obiettivi in Giordania e nei Paesi del Golfo, evitando per ora il territorio israeliano. La stampa di Teheran invoca però la vendetta contro Israele, mentre Netanyahu sostiene il tentativo negoziale di Trump sul nucleare.
Tre missili lanciati dall’Iran sarebbero caduti all’alba in territorio giordano, a poca distanza dal confine con Israele. Nelle stesse ore Teheran ha rivendicato attacchi contro obiettivi situati in Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman, Paesi che ospitano installazioni militari statunitensi.
La nuova offensiva ha riacceso l’allarme in tutto il Golfo. Fonti internazionali riferiscono di missili e droni intercettati, danni limitati e alcuni feriti. Il territorio israeliano, almeno durante questa fase della rappresaglia, non sarebbe stato direttamente attaccato.
Israele osserva e mantiene alta l’allerta
Nonostante l’esclusione temporanea di Israele dalla lista degli obiettivi colpiti, le forze armate israeliane restano in stato di massima allerta, sia sul piano difensivo sia su quello offensivo.
Il governo di Benjamin Netanyahu sembra però voler evitare, per il momento, una reazione immediata. In un’intervista alla Nbc, il premier israeliano ha sostenuto la necessità di concedere al presidente americano Donald Trump la possibilità di verificare se esistano ancora margini per raggiungere un accordo sul programma nucleare iraniano.
Netanyahu ha ribadito la gratitudine di Israele verso gli Stati Uniti per la collaborazione militare contro Teheran, sottolineando che Washington non esiterebbe a ricorrere nuovamente alla forza qualora l’Iran violasse i propri impegni.
La minaccia della vendetta sui giornali iraniani
La cautela israeliana contrasta con i toni utilizzati dai mezzi d’informazione vicini al regime iraniano. Dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, il nuovo leader Mojtaba Khamenei ha promesso una rappresaglia contro gli Stati Uniti e Israele.
Il quotidiano Hamshari ha pubblicato immagini realizzate con l’intelligenza artificiale nelle quali Netanyahu e Trump appaiono con un bersaglio sulla fronte. Altri giornali hanno rilanciato la parola “vendetta” in farsi, inglese ed ebraico, con l’evidente obiettivo di rivolgersi non soltanto all’opinione pubblica iraniana, ma anche a quella israeliana.
Sul quotidiano Kayhan, considerato vicino alla componente più radicale del potere iraniano, il direttore Hossein Shariatmadari ha sostenuto che gli attacchi contro le basi americane non sarebbero sufficienti, indicando Israele come il punto più vulnerabile dell’alleanza guidata da Washington.
Secondo l’emittente israeliana Channel 12, si tratterebbe di una campagna coordinata di pressione psicologica e di minacce, destinata a preparare il terreno a eventuali nuovi attacchi.
Netanyahu potrebbe volare negli Stati Uniti
Netanyahu ha ricordato anche il senatore repubblicano Lindsey Graham, morto improvvisamente nelle scorse ore, da sempre tra i principali sostenitori di Israele al Congresso americano.
Secondo il sito israeliano Ynet, il premier starebbe valutando la possibilità di recarsi negli Stati Uniti per partecipare ai funerali. Il viaggio potrebbe trasformarsi anche in un’occasione per un nuovo incontro con Trump, mentre resta in programma per il 21 luglio la visita a Washington del presidente libanese Joseph Aoun.
Una tregua sempre più fragile
Gli attacchi iraniani e i nuovi bombardamenti statunitensi rischiano di compromettere definitivamente la fragile intesa raggiunta nelle settimane precedenti. Gli Stati Uniti hanno colpito decine di installazioni militari iraniane, mentre Teheran ha risposto prendendo di mira le infrastrutture americane distribuite nella regione.
Israele, per ora, resta alla finestra. Ma le minacce provenienti dalla stampa iraniana e la possibilità che Teheran estenda la rappresaglia al territorio israeliano mantengono altissimo il rischio di un allargamento del conflitto.
Esteri
Iran, media vicini al regime invocano la vendetta contro Israele dopo le parole di Mojtaba Khamenei
Dopo l’impegno di Mojtaba Khamenei a vendicare la morte del padre Ali, diversi media iraniani vicini alla linea più dura del regime hanno pubblicato appelli e minacce contro Israele e gli Stati Uniti. Le ricostruzioni sono rilanciate dall’emittente israeliana Channel 12.
Cresce la tensione tra Iran, Israele e Stati Uniti dopo le parole della nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, che ha promesso di vendicare la morte del padre e predecessore Ali Khamenei.
Secondo un servizio dell’emittente israeliana Channel 12, diversi mezzi di informazione iraniani vicini alla componente più radicale del potere hanno pubblicato nelle ultime ore titoli e commenti favorevoli a nuovi attacchi contro Israele e le basi statunitensi nella regione.
Gli appelli del quotidiano Kayhan
Il quotidiano Kayhan, considerato vicino all’ala più dura dell’establishment iraniano, avrebbe sostenuto che un attacco contro Israele rappresenterebbe «un colpo devastante per gli Stati Uniti».
Il direttore del giornale avrebbe inoltre sollecitato la prosecuzione delle operazioni contro le basi americane nella regione e un’azione diretta contro Israele. Kayhan aveva già pubblicato nei giorni scorsi espliciti appelli alla vendetta contro il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Le minacce sulle prime pagine
Toni ancora più duri sono stati attribuiti al quotidiano Asr-e Iranian, che avrebbe titolato: «La vendetta, certamente contro gli assassini».
Sulla prima pagina sarebbe stata riprodotta anche la fotografia di un cartello esposto durante i funerali di Ali Khamenei, contenente una minaccia in inglese contro Trump e le immagini del presidente americano, di Netanyahu, del ministro israeliano della Difesa Israel Katz e di alcuni leader dei Paesi del Golfo.
Anche il quotidiano Jam-e Jam avrebbe partecipato alla campagna mediatica, pubblicando il messaggio «Vendetta a breve» in ebraico, persiano e inglese.
La promessa di Mojtaba Khamenei
Il nuovo leader iraniano aveva dichiarato che la vendetta per la morte del padre rappresenta una richiesta nazionale e una missione che dovrà essere portata a compimento. Le sue parole sono state diffuse dalla televisione di Stato e dai canali ufficiali iraniani.
Ali Khamenei è stato ucciso il 28 febbraio 2026 durante un attacco condotto da Stati Uniti e Israele. Il figlio Mojtaba, rimasto ferito nella stessa operazione, gli è succeduto alla guida della Repubblica islamica nel marzo successivo.
Propaganda e rischio di escalation
I messaggi pubblicati dalla stampa iraniana vicina al potere si inseriscono in una campagna di propaganda e mobilitazione interna. Non equivalgono necessariamente all’annuncio di un’imminente operazione militare, ma contribuiscono ad alimentare un clima di forte tensione.
La ricostruzione dei contenuti delle prime pagine proviene in gran parte da fonti israeliane e da testate iraniane schierate. In assenza di verifiche indipendenti complete, dichiarazioni e minacce devono essere attribuite con cautela alle rispettive fonti.
Esteri
Ucraina, Kiev rivendica l’attacco alla raffineria russa di Syzran: esplosioni e incendio nella regione di Samara
Le forze armate ucraine dichiarano di aver colpito nella notte la raffineria di Syzran, nella regione russa di Samara. Secondo Kiev, l’impianto è strategico per la produzione di carburanti utilizzati anche dalle forze armate russe. In corso la valutazione dei danni.
Le forze armate ucraine hanno dichiarato di aver colpito nella notte la raffineria di Syzran, situata nella regione russa di Samara, nel quadro della strategia di Kiev volta a colpire infrastrutture considerate strategiche per il sostegno allo sforzo bellico di Mosca.
Esplosioni e incendio nell’impianto
Secondo quanto riferito dall’agenzia ucraina Ukrinform, che cita lo Stato maggiore delle forze armate ucraine, l’attacco avrebbe provocato esplosioni e un incendio all’interno della raffineria. Le autorità militari di Kiev precisano che l’entità dei danni è ancora in fase di accertamento.
Al momento non risultano conferme ufficiali da parte delle autorità russe sulla dinamica dell’attacco né sull’effettiva portata dei danni subiti dall’impianto.
Un’infrastruttura considerata strategica
Nella nota diffusa dallo Stato maggiore ucraino, la raffineria di Syzran viene indicata come uno dei principali impianti di raffinazione della regione di Samara, con una capacità produttiva progettuale di circa 8,5 milioni di tonnellate di petrolio greggio all’anno.
L’impianto produce benzina, gasolio, carburante per l’aviazione e altri derivati petroliferi che, secondo la ricostruzione fornita da Kiev, vengono utilizzati anche per rifornire le forze armate russe impegnate nel conflitto.
La strategia di Kiev
Negli ultimi mesi l’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro depositi di carburante, raffinerie e altre infrastrutture energetiche situate nel territorio russo, sostenendo che tali obiettivi abbiano una rilevanza militare e contribuiscano alla capacità operativa dell’esercito di Mosca.
Le informazioni diffuse in questa occasione provengono dalle autorità ucraine e, allo stato attuale, non risultano verificate in modo indipendente.


