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Bus esce di strada e prende fuoco: almeno 30 morti

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Almeno 30 persone sono decedute quando un autobus affollato è uscito di strada e si è incendiato vicino a Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, secondo quanto riferito da un funzionario locale. “L’attuale bilancio è di 30 morti, altri 18 hanno ustioni di terzo grado”, ha detto il portavoce della Croce Rossa David Nsiala ad AFP.”Stiamo continuando il lavoro di identificazione dei corpi”, ha aggiunto Nsiala, che gestisce la Croce Rossa nel territorio di Mbanzea-Ngungu, a sud-ovest di Kinshasa. L’autobus, carico di persone e merci, stava viaggiando da Lufu a Kinshasa quando i suoi freni si sono rotti, ha detto ad AFP Didier Nsimba, vicedirettore del territorio di Mbanza-Ngungu.L’incidente è avvenuto verso l’una del mattino, ha aggiunto.Un passeggero ferito ha detto che più di 100 persone erano nel veicolo in quel momento. Molti corpi sono bruciati e irriconoscibili, ha aggiunto. Mbanza-Ngungu si trova a circa 150 chilometri da Kinshasa sull’autostrada 1, una strada con una triste reputazione per quanto riguarda gli incidenti mortali.

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A Terzigno case demolite a persone truffate, a Capri le ruspe si fermano perchè c’è emergenza abitativa: lo Stato barzelletta a Napoli

Paolo Chiariello

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La storia delle demolizioni delle abitazioni abusive di Terzigno è una vergogna di Stato. Da qualunque angolazione la si voglia vedere, questa vicenda è una vergogna. E siccome chi scrive ha rispetto sacro per lo Stato, spiego perchè uso la parola vergogna. Intanto diciamo che è stata consumata una violenza su soggetti deboli. Le abitazioni le abbiamo prima sgomberate con  la forza pubblica, poi le abbiamo chiuse con la forza, quindi le abbiamo demolite con la forza. Se fossimo stati davanti ad una speculazione edilizia di palazzinari, avrei capito lo sfoggio di muscoli e la celerità delle demolizioni. Anzi, avrei preteso che lo Stato si facesse rispettare e imponesse la legge subito. Ma quelle case, come tutti gli organi dello Stato sapevano, quando sono state acquistate da quelle famiglie non erano abusive. Erano case realizzate da un imprenditore e vendute con licenze edilizie. Ora chi ha investito tutti i suoi risparmi per una casa acquistata incautamente perchè poi si è scoperto che quelle licenze erano fasulle, come minimo avrebbe diritto ad un trattamento diverso rispetto ai palazzinari. Non solo. C’è da aggiungere a quanto già detto che le storie di quelle case e delle famiglie che le avevano acquistate erano note. Come era nota anche la sciatteria o la sottovalutazione di chi avrebbe dovuto difendersi meglio in giudizio.

Lo Stato, però, sapeva di aver attivamente collaborato con quanti avevano creato ogni condizione per truffare quelle povere famiglie che oggi si ritrovano in mezzo ad una strada, senza casa, senza soldi, senza sogni, senza speranza e senza alcuna fiducia nelle istituzioni. E se non lo sapeva, glielo ricordiamo oggi. Perchè non si può avere fiducia nelle istituzioni se uno compra una casa davanti ad un notaio (ufficiale di Stato), con tutti i documenti in regola, addirittura con mutui di banche che pure vengono concessi per acquisto immobili solo in presenza di compravendite di immobili commerciabili e non abusivi… e poi quella casa te la demoliscono. C’è persino una casa che un povero cristo ha comprato all’asta del Tribunale. Cioè, per quanto possa sembrare ridicolo, divertente, c’è una famiglia alla quale lo Stato ha demolito la casa che un Tribunale della Repubblica gli ha venduto all’asta in un fallimento. Ora davanti a questo scuorno che grida vendetta, come si può avere fiducia nello Stato? Come faranno queste persone a non guardare lo Stato come se fosse un malfattore? Come si fa ad avere fiducia in chi si dimostra forte con i deboli ed è debole con i forti?  Non si poteva fare a Terzigno come hanno fatto ad Anacapri, dimostrando qui, su questa isola bellissima, che esiste ancora la Politica che si assume delle responsabilità? Il Consiglio comunale di Anacapri (in provincia di Napoli, non nel Burundi) ha votato oggi una deliberazione per il mantenimento di un immobile abusivo situato in via Lo Funno, una zona di Anacapri lontana dal centro abitato. A scanso di equivoci non è un mega-villone con piscina e vista sui Faraglioni per ricchisfondati ma una casa qualunque manco in una zona di pregio che non sfregia il paesaggio. Parliamo di  un’abitazione che era oggetto di un ordine di demolizione. Era ed è abusiva. Non poteva essere costruita. Che cosa hanno fatto ad Anacapri? Per evitare sull’isola un’emergenza abitativa, il Consiglio comunale ha quindi dichiarato la prevalenza per l’interesse pubblico della casa in questione, così come prevede la legge regionale numero 5 del 2013. Francesco Cerrotta, vicesindaco di Anacapri, che ha redatto la proposta, dopo il voto favorevole del Consiglio, ha detto: “Nel territorio comunale di Anacapri esiste una situazione di grave difficoltà dei nuclei familiari nel reperire alloggi, se non a canoni elevati. Nasce da qui l’esigenza di destinare gli immobili da abbattere alle finalità dell’edilizia residenziale e sociale”. E dunque ad Anacapri niente carabinieri, niente polizia, niente famiglie buttate in mezzo ad una strada, niente demolizioni. E parliamo di una vicenda diversa da quella di Terzigno dove le case quando sono state acquistate non erano abusive.

Sempre a Terzigno accade un’altra cosa indegna di un Paese civile. Quelle persone che ora sono senza più casa, senza più soldi, senza più nulla, avrebbero anche loro diritto anche loro ad una soluzione abitativa, ad un alloggio provvisorio, ad una sistemazione decorosa? Immaginiamo di sì! Perchè se diamo ospitalità a chi viene dall’altra parte del mondo ed è in difficoltà, immaginiamo possiamo e dobbiamo garantire analoga ospitalità a chi in Italia (perchè Terzigno è Italia) ci è nato e ci vive da generazioni. Ecco perchè uno Stato così se non è una vergogna, di sicuro è qualcosa che viene percepito come nemico. La lotta all’abusivismo edilizio si fa chiudendo i cantieri abusivi subito, facendo rispettare la legge prima che vengano commessi abusi, controllando il territorio, rendendo gli immobili non commerciabili. La guerra ai deboli invece si fa come è stato fatto a Terzigno: schiacciando 14 famiglie inermi che hanno commesso un reato gravissimo: sono stati truffati. E lo Stato per aiutarli li ha mazziati. Ecco, cornuti e mazziati.

 

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Bus dei pellegrini in fiamme, terrore in autostrada. Tornavano da San Giovanni Rotondo

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Le immagini del bus dei pellegrini in fiamme sull’Autostrada A16 danno l’idea che quel che è accaduto, dalle cause ancora da accertare, poteva  trasformrsi in una tragedia, e rimanda a quello che avvenne il 28 luglio 2013 quando sempre un autobus che tornava da San Giovanni Rotondo e Pietrelcina finì giù dal viadotto Acqualonga. Furono 40 i morti. Per fortuna stavolta lo spavento è stato tantissimo, ma i Vigili del fuoco hanno domato le fiamme. Tutti salvi, nessun ferito anche se a scopo precauzionale c’erano sul posto due ambulanze del 118. Un momento di terrore quando i freni dell’autobus hanno ceduto e il grosso mezzo è finito all’indietro su un’auto parcheggiata vicino, i cui occupanti eran scesi  soccorrere i pellegrini che uscivano dal pullman in fiamme.

L’incendio che ha visto l’immediato intervento dei Vigili del Fuoco di Avellino, è divampato quando il mezzo era poco prima del casello di Vallata, in direzione Napoli, a bordo i pellegrini tornavano pure loro da San Giovanni Rotondo. Il veicolo -diretto a Gragnano, Napoli, era completamente avvolto dalle fiamme ed è andato distrutto. Rallentamenti alla circolazione durante le fasi di spegnimento poi tutto è tornato alla normalità. Ma adesso bisognerà chiarire che cosa è avvenuto e perché il veicolo è andato a fuoco.

 

 

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Esperti tombaroli depredavano i reperti archeologici e li vendevano in mezzo mondo: 23 arresti

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Le immagini realizzate dai carabinieri grazie all’utilizzo di un drone mostrano la violenza con cui una banda di delinquenti dedita al saccheggio del patrimonio archeologico del nostro Paese operava scavi clandestini, utilizzando addirittura un escavatore. Quello scempio venne bloccato proprio dai militari che oggi hanno eseguito un’ordinanza di applicazione di misure cautelari, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Crotone, su richiesta della locale Procura della Repubblica che ha coordinato le indagini del Comando Tutela Patrimonio Culturale, il TPC, nei confronti di 23 persone (2 in carcere e 21 agli arresti domiciliari), ritenute responsabili, a vario titolo, di far parte di un’associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei reati di danneggiamento del patrimonio archeologico dello Stato, impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato, ricettazione ed esportazione illecita. Contestualmente sono stati eseguiti ulteriori 80 decreti di perquisizione nei confronti di altrettanti soggetti, indagati in stato di libertà.

In Italia l’operazione è stata condotta in sinergia con i Comandi Provinciali Carabinieri di Crotone, Bari,  Benevento, Bolzano,  Caserta,  Catania, Catanzaro,  Cosenza, Ferrara, Frosinone, Latina, Matera, Milano, Perugia, Potenza, Ravenna, Reggio Calabria, Roma,  Siena,  Terni,  Viterbo ed il supporto dell’8° Nucleo Elicotteri Carabinieri di Vibo Valentia, dello Squadrone Eliportato “Cacciatori di Calabria” e del Nucleo Cinofili di Vibo Valentia. Contemporaneamente, in ambito europeo, grazie al coordinamento di EUROPOL ed EUROJUST, sono state eseguite, in esecuzione di Ordine Europeo di Indagine, attività di perquisizione presso i luoghi di dimora di 4 indagati,  in Gran Bretagna, Francia, Germania e Serbia.

Oltre 350 i carabinieri impiegati, che hanno operato in territorio italiano ed estero, congiuntamente agli investigatori della Metropolitan Police di Londra, della Polizia Criminale del Baden-Württemberg, dell’Ufficio Centrale di Polizia Francese per la lotta al Traffico Internazionale di Beni Culturali e del Servizio Serbo per la Lotta alla Criminalità Organizzata.

La misura cautelare è stata emessa a conclusione dell’attività investigativa denominata “Achei”, sviluppata dai Carabinieri del Nucleo TPC di Cosenza, avviata nel maggio 2017 e conclusa nel luglio 2018, che ha preso il via da una serie di accertamenti di iniziativa durante le quali è stata riscontrata la presenza di numerosi scavi clandestini condotti all’interno di vari siti archeologici. Le successive investigazioni hanno consentito di accertare, inequivocabilmente, l’esistenza di un vasto traffico, su scala nazionale ed internazionale, di reperti archeologici provenienti, tra gli altri, sia da scavi clandestini operati nei siti archeologici di: “APOLLO ALEO” a Cirò Marina, “CASTIGLIONE DI PALUDI” a Paludi (CS) e nell’area di “CERASELLO” (che, seppur non soggetta a vincolo, riveste un indiscutibile interesse archeologico), sia da tante altre aree private nelle province di Crotone e Cosenza. Nel corso dell’attività sono stati identificati i componenti di un ramificato e strutturato sodalizio criminoso in grado di gestire tutte le fasi del traffico illecito di reperti archeologici.

Il monitoraggio di queste aree, condotto nel corso delle investigazioni, ha consentito di fare emergere un sistema di saccheggi che andava avanti da anni, in quei luoghi, da un gruppo di tombaroli che, agendo nell’ambito di una organizzazione criminale con specifica ripartizione di compiti e di ruoli, e servendosi di tale struttura, è riuscito ad approvvigionarsi di materiale archeologico destinato al mercato clandestino, per la loro successiva commercializzazione sia in territorio italiano sia in quello all’estero, assicurata da una fitta e complessa rete di ricettatori. In tal modo, è stata delineata un’articolata organizzazione costituita da c.d. tombaroli, intermediari e ricettatori che, per qualità e quantità di illeciti commessi, nonché per caratteristiche strutturali ed organizzative, rappresenta un vero e proprio fenomeno criminale che, secondo la definizione del GIP, costituisce la “Criminalità Archeologica Crotonese”, radicata nella provincia di Crotone e capace di alimentare il reddito di interi gruppi familiari. Le fasi del traffico illecito sono state documentate dettagliatamente attraverso intercettazioni telefoniche ed ambientali, riprese video, pedinamenti, sequestri, fino ad arrivare alla vendita ai collezionisti finali.

Al vertice del gruppo criminale c’erano due soggetti entrambi residenti in provincia di Crotone, cultori di archeologia e conoscitori dei luoghi  dove reperire materiale archeologico da introdurre illecitamente sul mercato. I due sono stati  costantemente impegnati nell’attività di ricerca clandestina di reperti e, stabilmente tra loro, collegati nel circuito di commercializzazione degli stessi. Nello specifico, hanno organizzato e diretto il gruppo criminale, programmando la realizzazione dei singoli delitti e contribuendo materialmente alla loro realizzazione.

Le  indagini hanno dimostrato collegamenti con alcuni soggetti esteri legati al traffico di reperti archeologici. Le attività di indagine nei vari Paesi coinvolti (Francia, Germania, Inghilterra e Serbia), sono state condotte in sinergia con le Forze di Polizia estere e coordinate dal servizio Europol che ha organizzato uno specifico meeting operativo, ed Eurojust.

Per l’operazioneAchei è stata di grand eimportanza  la collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Catanzaro, Cosenza e Crotone, che ha fornito, in ogni fase, un fattivo contributo nelle specifiche competenze. Le misure degli arresti domiciliari sono state eseguite nelle province di Crotone (13), Milano (2), Perugia (2), Catanzaro (1), Benevento (1), Matera (1), Fermo (1).

Nel corso dell’attività investigativa sono stati recuperati diversi reperti archeologici risalenti al IV e al III secolo a.C. rinvenuti nella disponibilità di uno dei capi dell’organizzazione, quali: 5 vasi e lucerne in terracotta, piatti con scene di animali, fibule e monili vari, nonché sono stati sequestrati i mezzi meccanici e le attrezzature tecniche utilizzati rispettivamente per l’escavazione del terreno e per le ricerche archeologiche clandestine. Durante le perquisizioni sono stati rinvenuti e sequestrati in diverse abitazioni in altre regioni italiane ulteriori reperti provenienti verosimilmente dal territorio  crotonese per un valore di svariati milioni di euro.

L’operazione portata a termine costituisce un importante segnale di risposta dello Stato al radicato fenomeno criminale del traffico illecito di reperti archeologici, che vede nei Paesi del Nord Europa, e non solo, i principali destinatari di beni appartenenti al patrimonio culturale nazionale. La Calabria, particolarmente ricca di vestigia del passato, è oggetto di un incessante ed intenso fenomeno di razzia di reperti che alimentano il mercato clandestino dei beni d’arte. Fondamentale, in tal senso, è stata l’attività di cooperazione internazionale giudiziaria e di polizia che ha permesso di ricostruire l’intera filiera criminale del traffico anche oltre i confini nazionali.

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