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Burkina Faso, elezioni generali: è allerta rossa terrorismo Jihad

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Domani 6,5 milioni di burkinabè andranno alle urne per le elezioni presidenziali e legislative: un doppio voto cruciale, oscurato dai crescenti attacchi del terrorismo jihadista ma decisivo per il futuro del Paese tra i piu’ poveri al mondo, politicamente fragile dopo la rivolta popolare del 2014. Il tema centrale dell’appuntamento elettorale e’ proprio quello della sicurezza, spina nel fianco del governo del presidente uscente, Christian Marc Kabore’, eletto al primo turno nel 2015, dopo la destituzione dello storico capo di Stato, Blaise Compaore’, rimasto in carica per 27 anni. Il 63enne Kabore’, dato favorito ma sempre piu’ contestato, ambisce ad essere rieletto al primo turno, ma dovra’ misurarsi con altri 12 contendenti. Alle presidenziali i candidati maggiormente accreditati sono il 61enne Zephirin Diabre’, storico capofila dell’opposizione (Upc), e Eddie Komboigo, candidato del Cdp, partito dell’ex presidente Compaore’, il cui regime e’ oggetto di una certa nostalgia da parte di una fetta della popolazione. Alle legislative, invece, sono in lizza ben 11 mila candidati. Sul voto di domani si allunga l’ombra del terrorismo jihadista: in almeno il 20% del territorio nazionale – classificato rosso dalla Francia e da altri Paesi occidentali – gli aventi diritto non potranno andare alle urne nel Nord, al Centro e nell’Est: per la troppa insicurezza e il mancato controllo delle autorita’ su intere aree teatro di attacchi quasi quotidiani, l’iscrizione nei registri elettorali non e’ stata possibile in circa 1.500 villaggi su 8 mila ne’ in 22 comuni su 300. In tutto, secondo la Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), 1.300 seggi su 22 mila non saranno accessibili per motivi di sicurezza e logistici. Ad essere tagliati fuori dal processo elettorale sono anche i crescenti sfollati provocati dagli attacchi dei jihadisti. Secondo recenti stime, gli sfollati potrebbero essere fino a 1 milione e dal 2015 almeno 1.200 persone sono state uccise nelle violenze, ma secondo alcune fonti le vittime sarebbero oltre 2.500. Pertanto e’ molto concreto il rischio che gli estremisti possano compiere attachi il giorno stesso delle votazioni, dopo quelli che hanno seminato paura e morte durante la campagna elettorale. Uno dei piu’ recenti fatti di cronaca riguarda l’uccisione ad inizio mese di 14 soldati in una imboscata rivendicata dallo Stato islamico nel Nord, uno dei bilanci piu’ pesanti degli ultimi anni per l’esercito. Ma gli attacchi hanno anche preso di mira candidati ed elettori durante comizi nei vari territori piu’ a rischio. L’altro nodo da risolvere sempre in materia di sicurezza riguarda gli scontri intercomunitari, sempre piu’ frequenti e violenti, come conseguenza diretta della commistione tra jihadisti e popolazioni dell’etnia Peul, del resto come accade nei vicini Mali e Niger. Ciclicamente le ong denunciano massacri di civili Peul da parte di milizie pro-governative e dell’esercito, scatenando rappresaglie a catena. L’esercito burkinabe’, mal equipaggiato e addestrato, non e’ all’altezza della sfida. Ad inizio 2020 il presidente Kabore’ ha proposto la creazione di milizie nei villaggi, i Volontari per la difesa della patria (Vdp), pilotate dallo Stato, ma per molti si tratta di una soluzione controversa. C’e’ chi, all’opposizione e tra i difensori dei diritti umani, teme che il partito presidenziale, l’Mpp dal colore arancione, possa fare leva su queste milizie per spingere i cittadini a votare Kabore’ invece di garantire la sicurezza nei seggi elettorali in modo neutrale. E sul voto c’e’ anche l’ombra di Compaore’, in esilio a Abidjan dalla sua estromissione nel 2014, diventato cittadino ivoriano. Il suo rientro in patria e’ auspicato dal suo partito del Cdp e da altri candidati alle presidenziali a nome della “riconciliazione nazionale”. L’altro tema centrale delle elezioni e’ il dialogo con i gruppi terroristi. Il presidente Kabore’ e’ fermamente contrario mentre l’opposizione e’ favorevole a un confronto piu’ inclusivo. “La crisi si sta putrefacendo e i detrattori del presidente Kabore’ lo accusano di immobilismo. Lui non puo’ fare altro che promettere la speranza in caso di rielezione” ha analizzato Rinaldo Depagne, di International Crisis Group.

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Abbandonato in una casa con scarsa assistenza sanitaria e un solo bagno chimico, così è morto Maradona

Paolo Chiariello

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Ancora notizie, alcune sconcertanti, sulla morte di Diego Armando Maradona, il campione argentino morto all’età di 60 anni mercoledì scorso. Secondo quanto riferisce il Clarin, la magistratura argentina ha interrogato la ex compagna Verónica Ojeda, la madre di Diego Fernando Maradona. La donna è stata ascoltata dai magistrati della procura di San Isidro per oltre 5 ore. I magistrati vogliono fare luce sulla degenza del Pibe de Oro nella casa di Tigre dove è morto. Dopo l’interrogatorio della donna è stato ascoltato anche il suo attuale compagno Mario Baudry, un avvocato, che ha rivelato un dettaglio incredibile. “La casa in cui si trovava Diego era molto semplice, senza bagno. C’era un letto e un wc chimico”, ha rivelato. “Diego non meritava di passare i suoi ultimi giorni così”, ha aggiunto. Per Baudry, Maradona non avrebbe perso la vita “se fosse stato in un centro medico”. “Se ci fosse stato un medico con lui questo non sarebbe accaduto”, ha aggiunto.

Maradona, l’ultimo messaggio d’amore per il figlio Diego Fernando prima di morire

Un paio di giorni prima di morire Diego aveva spedito a Baudry un messaggio vocale in cui lo pregava di prendersi cura di Veronica Ojeda (la donna stava finalmente uscendo dall’incubo covid) e di Diego Fernando, il secondo maschio di Diego Armando Maradona, l’altro è Diego Junior, il suo figlio prediletto napoletano di cui si era inspiegabilmente privato per anni forse plagiato da quella corte dei miracoli che lo circondava e gli nascondeva il mondo reale. Ecco l’audio della telefonata.

 

Sembra una sorta di testamento. Una disposizione testamentaria di chi sa o crede di poter o dover morire a breve. Ad ascoltarla ora questa telefonata vengono i brividi. E a giudicare dal livello di assistenza umana e sanitaria di cui godeva Diego, si può comprendere il tono della voce del campione. Quasi derelitto, abbandonato al suo destino. Destino triste, solitario y final, avrebbe detto il grande scrittore argentino Osvaldo Soriano, per spiegare questa pagina incredibile di un hombre vertical come Maradona. Ma torniamo all’interrogatorio di Veronica Ojeda e dell’avvocato Baudry, attuale compagno di quest’ultima.  Baudry ha riferito che nei prossimi giorni “verranno svolti rilievi informatici, sulle telecamere di ingresso e su tutta la documentazione con le relative perizie”. “I responsabili sono quelli che hanno firmato le dimissioni dalla clinica, ma dare la colpa ai figli non è corretto”, ha dichiarato ancora. E proprio sulle ore e i giorni precedenti la morte del Pibe de Oro, il quotidiano la Nacion pubblica i messaggi che i figli si sarebbero scambiati nella ‘chat di famiglia’ da cui emergerebbe la preoccupazione di Dalma, Giannina e Diego Jr sul modo in cui il padre era assistito. Nella chat era presente anche la psichiatra di Maradona Agustina Cosachov. Sempre la Nacion pubblica anche il documento con cui l’ex numero 10 del Napoli è stato dimesso dalla Clínica Olivos, dove era stato operato per un “ematoma subdurale”. Nel documento si raccomandava come necessario stabilire una continuità delle cure dopo aver lasciato il centro medico. Il documento è firmato dal dottore Leopoldo Luque, dalle figlie Gianinna e Jana Maradona e da un rappresentante della clinica. Esiste dunque un protocollo sanitario che avrebbero dovuto seguire per assicurare a Maradona quella continuità assistenziale che era lecito attendersi dopo una operazione al cervello. Questo protocollo è stato rispettato? È quello che devono accertare i magistrati della procura di San Isidro. Ed è questo il motivo per cui agli atti dell’inchiesta c’è già un indagato per omicidio colposo, il dotto Lepoldo Luque.

 

Il dottor Luque è un neurologo, peraltro amico di Diego Maradona. Luque è quello che ha chiamato l’ambulanza quando Diego Maradona è stato trovato nel suo letto probabilmente già morto. In ogni caso non rispondeva alle sollecitazione del nipote, Johnatan Esposito, che dopo diverse ore non vedeva lo zio uscire dalla sua camera. Quella che segue è la telefonata di Luque al numero di emergenza 911 (il 118 in Italia) per richiedere l’intervento presso la casa in cui Diego era convalescente in un quartiere (Tigre) alla periferia di Buenos Aires. Ecco l’audio della telefonata.

 

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Maradona, inchiesta per omicidio colposo: indagata anche la psichiatra di Diego, perquisiti ufficio e casa

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La casa e l’ufficio di Agustina Cosachov, psichiatra di Diego Armando Maradona, sono stati perquisiti dagli investigatori  che indagano sulla morte del Pibe de oro. Lo hanno riferito fonti giudiziarie citate dall’agenzia di stampa statale Telam. Con queste operazioni, emerge quindi che la professionista si trova nella stessa situazione del neurologo del campione argentino, Leopoldo Luque: indagata, sospettata, anche se non ancora formalmente imputata nel procedimento giudiziario per l’ipotesi di omicidio colposo. Le fonti hanno riferito che al momento delle perquisizioni, Cosachov non si trovava in nessuno dei due luoghi, ma che successivamente ha raggiunto la sua abitazione, e che le sono stati letti i suoi diritti e le sue garanzie, esattamente come nelle perquisizioni della casa e dell’abitazione di Luque, avvenuti domenica.

“La misura è’ assolutamente normale. Si stanno cercando la storia clinica e qualche altro tipo di documentazione (…). Per conoscere la responsabilita’ del mio cliente devo avere accesso al caso”, ha detto l’avvocato della psichiatra, Vadim Mischanchuk, citato dal quotidiano Clarin. Il legale ha detto che la sua cliente si sente “tranquilla” riguardo alle “decisioni mediche che ha preso” sul trattamento di Maradona. Cosachov e Luque sono coloro che hanno firmato la dimissione di Maradona dalla Clinica Olivos dopo il suo intervento chirurgico per un ematoma subdurale al cervello, e i pubblici ministeri stanno esaminando le loro responsabilita’, anche per il ricovero domiciliare nella casa di Tigre, dove l’ex giocatore e’ morto mercoledi’ scorso.

Abbandonato in una casa con scarsa assistenza sanitaria e un solo bagno chimico, così è morto Maradona

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L’Africa fantasma sparita dai radar dei media italiani

Angelo Turco

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Che fine ha fatto l’Africa? Posto che l’Africa esista davvero, si capisce, e non sia solo un’invenzione dei geografi. Non se ne parla più, avete notato? Come se fosse un Continente immaginario, buono solo per apparire sulle mappe, o sulle foto spaziali nell’azzurrità biancheggiante e nuvolosa del nostro pianeta. Ci vogliono le vittime del terrorismo, i 110 morti di Boko Haram in Nigeria per avere qualche riferimento sui media italiani, più sensazionalistico, peraltro, che incline all’analisi del perché è successo e di cosa può succedere ancora, in seguito a questa recrudescenza dell’estremismo “islamico” a sud del Sahara.

Certo la pandemia permette l’esistenza comunicativa di questa “Afrique fantôme”, evocata da M. Leiris, nella traversata terrestre dall’Atlantico all’Oceano Indiano quasi un secolo fa! Nei modi di funzionamento della fuzziness mediatica, la notiziabilità del coronarirus diventa più che dispotica, ossessiva. Rendendo “tutto il resto” men che secondario. Specie quando implica qualche nostra responsabilità “occidentale”, qualche colpa del neoliberismo globalitario, arrivando così a turbare le nostre coscienze. 

Eppure, l’Africa esiste e qualcuno degli ultimi dispacci, anche se non riguardano la pandemia, dà da pensare. Il Continente, intanto, sta per essere risucchiato in via sempre più allarmante nelle sabbie mobili del debito pubblico. E’ il Fondo Monetario Internazionale a dirci che il Sudan, il più vasto Paese africano, va verso il doppio del PIL. La piccola Eritrea, stretta nella morsa di una dittatura feroce e incapace ormai persino di pensare se stessa, si muove sugli altissimi livelli italiani. L’Angola sta raggiungendo l’equivalenza del PIL: eppure si tratta di uno del massimi produttori di petrolio del mondo, il secondo del Continente dopo la Nigeria. Nelle stesse condizioni si trovano l’Egitto e, tendenzialmente, il Congo, rispettivamente il terzo e il quarto Paese più popolati d’Africa.

Eppure, ecco un altro dispaccio, proveniente questa volta direttamente dalle Nazioni Unite (Unctad), l’Africa è un “creditore netto” nei confronti del mondo. Pensiamo che tra il 2000 e il 2015, ben 836 miliardi di dollari sono volati via, trasferiti illegalmente verso le accoglienti banche e istituzioni finanziarie occidentali. Se da una parte si parla delle “enormi ricchezze dell’Africa”, e quindi risorse energetiche dal petrolio all’uranio; mirerali preziosi, dall’oro ai diamanti e al platino; metalli rari per le industrie tecnologiche di punta del mondo industriale avanzato –Cina in prima fila, si capisce-; legnami pregiati con una deforestazione selvaggia che sta privando il pianeta dei suoi polmoni vegetali. Dall’altra parte non si parla che troppo poco della corruzione diffusa, del furti, del contrabbando, dei trasferimenti illeciti, appunto, alimentati dai partenariati commerciali conniventi con i Paesi ricchi, sempre pronti a chiudere un occhio e, spesso, tutti e due. Le ripercussioni non sfuggiranno certo: malaffare percolante, arricchimenti spropositati, devastazione degli antichi sistemi etici e solidali africani che tutelavano la resilienza dei villaggi, incapacità dei Governi di assicurare i servizi di base, dalla salute all’istruzione, perdita di fiducia nelle istituzioni africane che dovrebbero garantire lo sviluppo economico e la crescita democratica del Continente. 

Antoinette Sayeh. Fondo Monetario Internazionale

Già, perché la degradazione politica dell’Africa prosegue, in un’indifferenza generale che possiamo considerare ormai come una vera e propria complicità. In Guinea Equatoriale, altro ricco produttore di petrolio, il potere è nelle mani di un impresentabile Teodoro Obiang da 41 anni: tre in più di Paul Biya (Camerun), sette in più di Yoweri Museveni (Uganda), undici in più di Idriss Déby (Ciad), quattordici in più di Isaias Afwerki (Eritrea). Sono da vent’anni e più al potere personaggi come Denis Sassou-Nguesso (Congo), Ismail Omar Guellen (Gibuti), Paul Kagame (Ruanda). Ma non è finita: in Paesi come il Gabon e il Togo, si sono formate delle vere e proprie dinastie, con il potere che si trasmette da padre a figlio: Bongo, Gnassibé, regnano da oltre mezzo secolo….

Il Covid-19, a quanto pare, stenta a diffondersi in Africa e non fa i morti che ci vorrebbero per parlarne, si potrebbe dire cinicamente. Ma morde ferocemente le speranze d’avvenire: quest’anno la scuola africana è ferma, i bambini restano a casa o per strada, niente DAD per loro. Per la più gran parte di loro. Con accentuazione delle diseguaglianze presenti e delle povertà future.

Nel frattempo, ecco l’ultimo dispaccio, la fame nel mondo ricomincia a crescere. Nel 2019 si contano 60 milioni di persone denutrite in più di cinque anni prima. Quasi 150 milioni di bambini soffrono di arresto della crescita. Oltre 5 milioni sono morti prima di aver compiuto 5 anni: per malnutrizione, in tutto o in parte. L’Indice globale della fame, secondo l’ultimo Rapporto Welthungerhilfe e Concern Worldwide pone ben 11 Paesi a livelli “allarmanti”: 8 di questi sono africani, da Madagascar alla Somalia, dal Congo al Sud Sudan, dal Ciad alla Repubblica Centrafricana, per chiudere con le Comore e il Burundi. 

Anche per il fantasma dell’Africa il Natale sarà un problema? 

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